UNA LUNGA GIORNATA
UNA LUNGA GIORNATA
La mia prima volta
Dicevano che ero un bel ragazzo, carnagione scura, mediamente alto, moro e ricciolo.
Ventunenne, diligente e studioso, ben educato, diplomato al liceo scientifico, ero iscritto e frequentavo il terzo anno della facoltà di medicina.
Era il mese di luglio e la mia bella mia zia trentenne si sposava. Aveva vissuto con noi negli ultimi dieci anni ed ora, finalmente, la camera che a casa avevamo dovuto condividere sarebbe stata solo mia. Ero davanti allo specchio che mi preparavo, completo nuovo grigio con camicia bianca con colletto slacciato ed una cravatta con il nodo morbido; mi guardavo compiaciuto, mi sentivo elegante ed aggressivo. Il vestito esaltava il mio corpo, palestrato ma non troppo; unico neo estetico era rappresentato sul mio basso ventre, dai miei genitali che spiccavano in rilievo sui pantaloni, particolarmente asciutti un vita. Madre natura mi aveva generosamente dotato e per me era sempre stato un problema, mi imbarazzava. Per formazione, cultura e credo, ritenevo la cosa inutile in quanto ero convinto che le doti importanti per un uomo fossero tutt’altre. Quando provavo quel completo nel negozio di abbigliamento vidi subito quel dettaglio a me fastidioso e prontamente mi lamentai con il commesso ritenendo quel modello di pantaloni estremamente imbarazzante ma alla fine riuscì a convincermi.
Io, ragazzo cresciuto con rigida educazione dai miei genitori professanti una religione cristiana, in procinto di battezzarmi nella mia comunità (evento programmato per la successiva primavera), non amavo esibirmi ma soprattutto ero contro a certi libertismi della società. Non avevo mai avuto una fidanzata, ero vergine; solo in una occasione l’anno prima mi ero baciato una ragazza durante una festa della nostra congregazione ma subito me ne pentii perché ritenni di non essere pronto ad affrontare una relazione. Cercavo di scacciare i pensieri impuri praticando molto sport anche se, a causa della mia curiosità sessuale precocemente svegliatasi quando avevo solo dieci anni, tutte le notti avevo delle pullulazioni con conseguenti orgasmi, cosa mai detta o condivisa con nessuno. Nel corso degli ultimi anni poi, gli ormoni mi avevano messo in grande difficoltà; soffrivo di frequenti erezioni a causa dello smisurato desiderio sessuale che continuavo ad accumulare. Fu così che contro ai miei principi morali cominciai a masturbarmi con intensa frequenza quotidiana, giustificandomi di esercitare una terapia curativa ma, soprattutto, potevo gestire meglio i miei pensieri confinandoli a fantasie che ritenevo più normali a differenza dei sogni notturni che spaziavano senza limiti e senza moralità in situazioni imbarazzanti.
Infine, pensare di avere una storia con una ragazza solo per sfogare i miei istinti era ancora più distante dai miei principi e, in controparte, le ragazze che frequentavo, appartenenti anch’esse alla mia congregazione religiosa, avevano come unico fine il matrimonio, cosa ancora peggiore.
Questa situazione aveva più volte messo in discussione la mia fede ed il mio credo, facendomi appunto rimandare il mio battesimo, già programmato due primavere prima. Ero arrivato al punto che il mio appetito sessuale, che cercavo con tutte le mie forze di contenere, si stava impossessando non solo del mio corpo ma stava piano piano prendendo sempre più spazio anche nella mia mente; anche se la mia parte fredda e razionale non voleva e cercava per la maggior parte delle giornate ad opporsi, io continuavo a pensare sempre più al sesso, avevo voglia di esprimermi, di provare del piacere vero con un'altra persona, avevo voglia di giocare a godere della carne.
Bello pronto e gasato, uscii e mi recai al sospirato – per mia zia - matrimonio.
Lei era veramente una bella ragazza ed era riuscita, a mio avviso, ad incastrare un famoso e facoltoso commercialista locale di quasi vent’anni più grande di lei. Dopo la cerimonia, andammo al ristorante prescelto. Un bel locale arroccato sul mare. Iniziò la festa con la gioia di tutti i presenti. Rividi lontani parenti e conobbi gente nuova.
Nella meraviglia di rivedere ben cresciute alcune cugine, che furono pronte a saltarmi letteralmente addosso con baci, abbracci e palpeggi vari, conobbi anche Morena, figlia di amici di mia zia.
A dirla tutta già la conoscevo da parecchio tempo ma non avevo mai avuto l’occasione di starci un po' insieme. Aveva altre amicizie, altri giri, altri principi rispetto ai miei.
Era veramente un bel tipo, alta un metro e settanta, snella ma con seni e glutei ben torniti, capelli mori e sbarazzini, occhi grandi ed un sorriso fantastico. Lei aveva vent’anni, solare e gaia; prese subito confidenza e cominciammo a ridere e scherzare prendendo in giro gli ospiti.
Le cugine, leggermente indispettite dalla presenza di Morena si allontanarono.
A lei bastò veramente poco tempo per dirottare le nostre chiacchiere in allusioni di carattere sessuale, con commenti, pettegolezzi, prese in giro sia agli ospiti che al parentado, camerieri e cameriere, facendomi sentire inizialmente molto a disagio; sarà stato il sole, il cielo terso, l’allegria generale, lei – bella, gaia e simpatica – l’aperitivo alcolico, ad influenzarmi, ma piano piano presi confidenza e cominciai a sentirmi mio agio. Non avevo mai scherzato su questi temi con così tanta leggerezza, andava contro a tutto ciò in cui credevo e professavo; oggi invece era diverso, in questa strana giornata con la compagnia di Morena era tutto diverso. Io mi sentivo diverso.
Decisi quindi di lasciarmi andare per la prima volta nella mia vita, prendere una pausa dal mio credo per godermi la giornata, come forse fanno tutti!
Dopo qualche bicchiere di vino, a cui non ero abituato, la mia lingua era così sciolta che parole e battute a sondo sessuale mi uscivano a fiumi dalla bocca, con il divertimento e compiacimento di Morena che era sempre pronta a rispondermi ed a controbattermi.
Mentre i miei occhi cominciavano a scrutare discretamente, ma scrupolosamente, le dolci curve del suo corpo, contenute da un succinto vestitino scollato e molto aderente, notavo imbarazzato il suo sguardo sempre più insistente al mio basso ventre che, nell’euforia della situazione, mostrava nei rilievi delle pieghe dei pantaloni il mio membro, ormai fuori dal mio controllo, sempre più gonfio; ciò, aumentava smisuratamente il disagio che provavo indossando quei maledetti pantaloni aderenti.
Anche le sue mani ormai avevano preso confidenza con il mio corpo, passando da piccole pacche sulle spalle durante qualche risata, a vere e proprie carezze sulla schiena, sulle gambe e, più di qualcuna, sul mio sedere; carezze apparentemente innocue che iniziavano sempre con la sua mano appoggiata sulla mia spalla per poi scivolare in basso, delicatamente, sino ad accarezzare i miei glutei. La sua mano golosa, discretamente li impugnava, portando poi le sue dita ad accarezzare delicatamente il mio sedere sino all’attaccatura della mia gamba.
Erano per me momenti difficili da gestire, combattuto moralmente ma soprattutto fisicamente, dove tentavo di domare il ******, che pompava velocemente nel mio organo sessuale, mentre scosse di brivido attraversavano tutto il mio corpo.
Quando fui praticamente mezzo ******o, anche le mie mani divennero più disinibite; cercavano il contatto del suo corpo e, con discreta disinvoltura, tentavano di accarezzare fugacemente le sue gambe, morbide e lisce, accavallate e ben esposte dal suo bellissimo vestitino succinto.
Nel tentativo di riprendermi, mi allontanai da Morena alla ricerca di un servizio igienico. Avevo bisogno di rinfrescarmi, riordinare le idee e rimproverarmi dell’atteggiamento lascivo tenuto sino a quel momento, illuso anche che urinando avrei sgonfiato quella massa imbarazzante che impavida cercava di mettersi in bella mostra.
Seguite le indicazioni di un cameriere, mi addentrai in una serie di corridoi sino a raggiungere un bagno alquanto isolato.
Dopo essermi risciacquato e ricomposto, aprii la porta per uscire e… mi trovai davanti Morena, che mi guardava seriosa.
Quasi spaventato, cercai di fare un passo indietro.
Morena si lanciò letteralmente addosso a me con le braccia spalancate.
Mi afferrò i capelli dalla parte posteriore della nuca e con forza mi tirò verso lei.
Vidi la sua bocca leggermente aperta ed in una frazione di secondo mi ritrovai la sua lingua in bocca.
La sua saliva, passionale e calda, mi invadeva; la sua lingua morbida e calda ispezionava la mia bocca solleticandomi il palato. Inesperto, seguii i suoi movimenti come se fosse una guida per imparare la tecnica.
In pochissimo tempo mi sentii pronto a prendere il comando dei movimenti e così feci. Ora era la mia lingua che ispezionava la sua bocca mentre lei lasciava la sua ad accompagnarsi dolcemente ai miei movimenti.
La sentii ansimare, il suo alito invadeva i miei polmoni; era caldo e sapeva di sesso. Una sensazione indescrivibile.
Lasciai per un attimo la sua bocca e piano scesi dalla guancia verso il suo collo. Lei lo distese e, tenendomi sempre per la nuca con la sua mano, piano mi fece oscillare lungo tutto il suo bellissimo collo, dai lobi dell’orecchio sino all’attaccatura del suo seno, molto ben esposto. Sentivo strusciare il suo bacino contro il mio, ondeggiando delicatamente sino a quando non incontrò il mio cazzo ormai durissimo. Sentii il suo monte di venere sfregare il mio glande; cominciò a fare dei leggeri movimenti laterali, quasi a voler allargare le sue labbra vaginali con l’aiuto del mio pene. Ansimava sempre più forte, continuando a muovere il suo ventre; quando posizionò la sua vagina, ormai ben preparata, sul mio glande, rigonfio e pulsante, proprio nel mezzo delle sue labbra, cominciò a muoversi avanti ed indietro, spingendomi a piccoli colpi contro la parete e nello stesso momento mi prese la testa a due mani e mi cacciò la sua lingua ormai bavosa nella mia bocca lanciando un lungo e soffocato mugugno. Io stavo letteralmente tremando, l’eccitazione mi avevo invaso. Sentivo il mio ******, che era bollente, scorrere velocemente nelle vene del mio corpo.
Ad un tratto la sua mano scivolò dritta sul mio cazzo, massaggiandolo prima delicatamente e poi cercando di afferrarlo con delle strizzate. Stavo per venire. Distaccò anche l’altra mano dalla mia testa e continuando a muovere sempre più velocemente la lingua con la mia, slacciò la mia cintura, il bottone dei pantaloni, apri la cerniera ed infilò voracemente la sua mano nei miei boxer impugnando la mia verga. Di s**tto, l’altra mano mi fece scendere sopra le ginocchia i pantaloni insieme ai boxer esponendo totalmente il mio cazzo rigonfio e saldamente impugnato dalla sua mano. Lei si distaccò per poterlo vedere e quando lo vide rimase allibita. Mi guardò negli occhi e poi si rimise a guardarlo.
Morbidamente me lo stava accarezzando mentre sentivo la sua voce quasi strozzata che esclamava:
-“Wow”!
-“Ti piace?”- le chiesi timidamente.
-“E’ enorme! “- rispose sottovoce.
Poi aggiunse, quasi parlando a se stessa:
-“Si intravedeva dai pantaloni che eri ben messo ma… non pensavo così tanto!”
Io, imbarazzato mentre cercavo di capire se paventava un problema od era un complimento, riuscii a balbettare:
-“..scusa… io non sono… cioè, non credo che…io è la prima volta che..”
- “Shhh!” – mi rispose lei, appoggiando dolcemente il suo indice sulle mie labbra e fissandomi negli occhi con uno sguardo pieno di ammirazione.
Scorsi che la sua mano a stento impugnava la mia asta, mentre le dita dell’altra mano percorrevano delicatamente le sagome del mio glande che, lucido e violaceo, pareva la cappella di un fungo debordante dal suo gambo.
Si avvicinò ancora e cominciò a baciarmi senza mai mollarmi. Poi sollevò leggermente la gonna ed infilò la mia verga in mezzo alle sue gambe facendola risalire piano sino a che incontrò le sue mutandine. Cominciò a farlo roteare leggero, sfregandolo sulle mutande bagnate, fradice. Lei eccitata continuava ad ansimare. Io stavo per venire, mi girava la testa.
Poi, sempre tenendo la mia verga ben salda, si staccò da me, si mise in ginocchio e cominciò a leccarlo, come fosse un enorme gelato. Cercai di fermarla dal compiere quel gesto; mi pareva andasse troppo in là rispetto a semplici effusioni, quasi come una mancanza di rispetto e di educazione nei suoi confronti.
Lei mi placò energicamente con la mano, spingendomi dall’addome; capii di dover lasciarla fare. Lì per lì, credevo non riuscisse ad infilarselo in bocca, mi pareva troppo grande per lei. Lo leccava dall’alto al basso e dal basso verso l’alto con un enorme quantità di saliva. Se lo strusciava sul viso e sul collo, se lo appoggiava sulle guance; sembrava in adorazione verso il mio pene ed io, oltre all’enorme piacere fisico che stavo provando, mi sentivo così riverito dalle sue gesta che il mio ego maschile era alle stelle!
La sua lingua calda strisciava morbida sulle vene della mia verga per poi ricalcare e ripassare la base dell’attaccatura del mio glande e risalendo le sua labbra carnose lo divoravano, risucchiandolo e, assorbendolo dentro lei, sempre di più; affondava la sua bocca fino ad inghiottirlo quasi totalmente regalandomi sensazioni fantastiche grazie alla sua cavità calda e succosa.
Non ci volle molto che sentii un esplosione dentro di me… stavo venendo! Cercai di allontanarla leggermente per farle capire che in un istante sarebbe accaduto un disastro ma non mi fu possibile. Lei resistette fino a quando rigettai nella sua bocca tutto lo sperma che potevo espellere abbandonandomi con le spalle al muro mentre le gambe a stento mi sorreggevano.
Morena continuava e farmi rabbrividire con la sua lingua; guardandola vidi che neanche una goccia del mio sperma era stata sparsa, ne a terra né sul suo viso. Aveva ingoiato tutto il mio bollente seme ed ora continuava a farmi godere con la sua avida bocca.
Quando si rialzo mi baciò appassionatamente; sentivo un sapore di me mescolato al suo, un sapore di sesso che non avevo mai sentito prima. Fu un’emozione incredibile. Dopo un attimo mi accorsi che ancora impugnava il mio pene che, avido pure lui, non voleva saperne di ritornare a dimensioni più contenute. Lei mi guardò con un dolce sorriso e mi disse:
-“Forse è meglio andare altrimenti penseranno male!”.
Mi diede ancora un bacio e poi, con fare serio, mi fissò negli occhi dicendomi:
-”Ricordati che da adesso questo è mio!!”.
Poi rise, sempre tenendomelo ben stretto!
Mentre tentavo di ricompormi, lei si rinfrescò mani e viso ed uscendo dal bagno, facendomi l’occhiolino, mi disse:
-“Ci vediamo fuori!”
Tremolante dall’emozione e dall’adrenalina che invadeva il mio corpo, mi fissai nello specchio.
“Cosa hai combinato? Perché è successo? Che porcheria sconcia hai fatto?”
Ero combattuto, dovevo sentirmi in colpa ma ero tremendamente felice! Ne volevo ancora mentre la mia mente partoriva idee malsane di fustigazioni e penitenze.
Scacciai a forza i pensieri e decisi che per quel giorno il mio cervello sarebbe stato scollegato. Non comandava più lui, comandava il mio corpo ed il mio desiderio. Dopo molti anni di astinenza forzata, rifiutando mille occasioni avute, avevo deciso che per almeno per quel giorno me la sarei goduta. Ormai era fatta e se dovevo pentirmi avrei potuto farlo comunque dopo, dopo aver goduto ancora un po’ di Morena.
Rientrai nel salone e vidi tutti gli invitati intenti in qualche attività, chi a chiacchierare, chi a ridere scherzosamente e goffamente, chi a ballare un merengue che risuonava in sottofondo. Nessuno mi guardava, nessuno mi cercava; nessuno si era accorto di nulla.
Scorsi Morena che parlava con persone; cercai di starle distante quando vidi che si rivolse a me con un sorrisone, mentre con un gesto plateale del braccio cercava di richiamarmi a lei. Tergiversai qualche secondo, non volevo correre subito lì da lai, ero ancora confuso. Le feci il gesto di attendere un minuto, alzando l’indice della mano.
Dovevo ancora rimettere insieme le idee.
Fermai un cameriere che portava dei calici di vino su di un vassoio e ne presi uno. Pensai che forse un po’ di alcool mi avrebbe aiutato. Mi accostai a due zii che erano intenti a parlare di non so cosa e dando una pacca sulla spalla ad uno di loro feci finta di essermi inserito in quella piccola discussione.
Scorgevo Morena seduta al tavolo che parlava con dei ragazzi. Era bellissima. Tutti gli odori ed i profumi dell’ambiente avevano lasciato posto ad uno solo, il suo.
Il nostro.
Il dolce profumo del sesso.
Morena si girò dal tavolo dove era seduta e scrutò la sala per cercarmi; mi vide e mi richiamò ancora, sempre con un gesto del braccio, accompagnato da un sorrisone.
Ok, stavolta dovevo andarci.
Mi sedetti vicino a lei e mi presentò i commensali che non conoscevo. Ripresero i loro discorsi.
Io, ascoltando, cercavo di annuire con il capo, facendo finta di essere interessato a ciò che dicevano; nella realtà ero completamente sordo.
Ero da un'altra parte, ero ancora in quella toilette con Morena.
Ad un tratto mi sentii prendere una gamba; da sotto le tovaglie, che incorniciavano i tavoli, la mano di Morena mi stava cercando. Allungai anch’io la mia sulla sue gambe e lei piano cominciò a divaricarle, invitandomi a metterla in mezzo.
Lo feci.
Lasciai scivolare la mia mano sulla sua pelle liscia e morbida. Arrivai sino alle sue mutandine che sentii ancora bagnate. Lei, con grande disinvoltura, continuando a parlare con le persone del tavolo totalmente ignare di cosa stessimo facendo, me la prese e se la infilò dentro alle mutande scostandole di lato. Sentii le sue labbra bagnate, morbide e scivolose. Mi stava insegnando a masturbarla, ponendo e gestendo le mie dita come se fossero le sue, come fosse cosciente della mia totale inesperienza. Io, nel frattempo, ero diventato ancora impresentabile. Da quel tavolo difficilmente mi sarei potuto alzare se non trascinandomi dietro la tovaglia opportunamente legata intorno al mio giro vita.
In quel mentre la stanza diventò a me muta. Il frastuono, le voci, la musica, gli sghignazzi erano tutti mimi. Non sentivo nulla se non il mio cuore battere all’impazzata, il mio membro era duro più che mai mentre le mie dita, quasi gocciolanti, si muovevano guidate e sicure nei suoi genitali. Tutto appariva sfocato, la mia mente immaginava il suo sesso, che forma potesse avere, quale colore e che sapore.
La danza delle mie dita insieme alla sua mano era più inebriante di tutto il vino che avessi potuto bere. Si muovevano incostanti, ruotavano o scivolavano, tentavano di entrare per poi uscire, percorrevano in lungo ed in largo tutta la sua vagina, a volte dolcemente a volte più freneticamente.
Cominciai a guardala mentre lei faceva finta di niente. La vidi arrossire, sulle guance e sulla sua scollatura del suo petto. La sua mano stava incalzando il movimento sulla mia. Le sue labbra erano sempre più fradice e le dita scorrevano velocemente. Sentii i muscoli della sua gamba contrarsi, mentre lei cercava di apparire indifferente con il suo interlocutore del tavolo.
Ad un tratto si mise una mano davanti alla bocca, cercando di nascondere le piccole smorfie che le sue labbra inconsciamente creavano; la sua respirazione era più veloce finché sentii le sue gambe chiudersi come una morsa intorno alla mia mano mentre lei fece un sussulto sulla sedia.
Fece finta di scoppiare a ridere, portando l’attenzione agli sposi che stavano aprendo un pacchetto regalo fatto dagli amici contenente qualche oggetto scherzoso, distraendo così le persone al tavolo. Sfruttò abilmente quel momento per godersi ancora la mia mano in mezzo alle sue gambe, cogliendo e godendosi fino all’ultima contrazione che il suo orgasmo le aveva generato.
Riprese fiato, si girò verso me fissandomi negli occhi e con un sorriso mi disse sussurrando:
- “Adesso hai capito come si fa? Te lo chiederò spesso quindi cerca di imparare bene!”
- “Non so se ho ben capito!”- risposi balbettando.
Avvicinò la bocca al mio orecchio e piano mi rispose:
- “Ok, ragazzone, nessun problema! Tutte le volte che avrai bisogno di un ripasso, mi sdraierò davanti a te e mi masturberò. Tu dovrai guardarmi bene e starai davanti a me, masturbandoti il tuo grosso arnese! Aspetterai a venire finché io non raggiungerò l’orgasmo… poi, solo allora, potrai sbattermelo dentro e sfogare il tuo desiderio!”
Sudavo freddo.
Dal non aver mai avuto un rapporto, neanche lontanamente definibile “sessuale”, mi ritrovavo in quel momento a sognare ad occhi aperti fantasie, che la mia mente bacchettona non era neanche riuscita a concepire, dettate dalla voce di una bellissima ragazza di un anno più piccola di me. Non volevo giudicarla, non mi interessava. Sapevo che era di buona famiglia, conoscevo bene i suoi genitori, sapevo che era una brava ragazza. Anche lei studiava all’università, alla facoltà di psicologia; forse era tutto normale, lei era normale. Forse ero io quello sbagliato, quello castrato, frustrato.
Arrivò mia madre a risvegliarmi.
Sentii la sua mano sulla mia spalla e mi richiamò all’attenzione degli sposi che volevano s**ttare delle foto sul terrazzo con i famigliari. Vedere e sentire mia madre ebbe l’effetto di una doccia fredda. Chiesi permesso a Morena ed al tavolo (che neanche si erano accorti della mia presenza) e mi congedai per andare con mia madre e gli sposi.
Fui trascinato da cugini, cugine, zii vari, ai loro tavoli e così persi di vista Morena. Fui letteralmente blindato ed intrappolato dal parentado, obbligato a rivivere trascorsi dell’******** e feste di ferragosto degli ultimi dieci anni. Scorgevo ogni tanto Morena che veniva accompagnata da qualche aitante parente o amico a danzare. Per sentire meno la sua mancanza, di tanto in tanto mi annusavo la mano che aveva invaso i suoi umidi genitali procurandole un orgasmo, mano che ancora rilasciava fervido il profumo del suo sesso.
Gli sposi avevano già lasciato la festa per ritirarsi nella suite dell’albergo. Finalmente riuscii anch'io a lasciare la tavolata del parentado e mi misi alla ricerca di Morena che, già da un po', avevo perso totalmente di vista.
Se ne stavano andando praticamente tutti ma di Morena nessuna traccia. Non riuscivo a pensare che se ne fosse andata così, senza neanche un saluto od una promessa di arrivederci. Cercavo di divincolarmi tra i saluti generali che si ricambiavano tutti gli intervenuti nella speranza di trovarla.
Nulla.
Vidi anche i suoi genitori alzarsi per lasciare la sala. Li salutai da lontano con un gesto. Non sapevo se andare da loro per un saluto più cordiale e con l’occasione chiedere se sapessero dove fosse Morena.
Esitai.
Alla fine presi coraggio e li rincorsi scusandomi per non essere stato pronto a salutarli precedentemente con la scusa che in mezzo a tutti gli ospiti era difficile arrivare dappertutto! Risero cordialmente, scambiai una stretta di mano con il padre ed un abbraccio con la madre. Prima che si voltassero per riprendere la strada dell’uscita, imbarazzato chiesi se avessero visto Morena che avrei avuto piacere salutare prima di andarmene. Si scambiarono uno sguardo interlocutore e poi la madre mi disse che Morena aveva programmato un uscita con una sua amica dopo la festa e che sarebbe rimasta a dormire da lei.
Cercando di nascondere la delusione li salutai, chiedendo di portare poi i miei saluti anche a loro figlia.
Ero arrabbiato.
Soprattutto con me stesso.
Mi sentivo stupido per l’accaduto ma nello stesso tempo adirato per quanto fossi stato esageratamente moralista e bacchettone. Tutto questo tempo sprecato per crescere un ragazzo più stupido e totalmente inesperto.
Dovevo recuperare.
Volevo recuperare.
Volevo vivere liberamente la mia sessualità, smetterla di soffocarla. Fare del sesso, fare l’amore, cose che non hanno mai fatto male a nessuno.
Dissi a mia madre che sarei rientrato tardi. Avrei raggiunto la compagnia dei miei ex compagni di classe che sistematicamente facevano raduno in un pub della città. Sapevo di trovarli li.
Mia madre mi guardò sbigottita sussurrando un semplice:
-“Ok Tesoro, divertiti e …… Fai attenzione!”.
Ecco, il messaggio che una madre da ad un ragazzino di quindici anni quando esce il sabato sera.
Fanculo.
Dovevo cambiare, tutto doveva cambiare.
Decisi di rinfrescarmi prima di andarmene. Ritornai alla famigerata toilette, quel servizio igienico che aveva cambiato la mia giornata e forse la vita. Mi sciacquai, mi sistemai i capelli, tolsi quella cravatta orrenda, allargai leggermente il collo della camicia slacciando un paio di bottoni. Il mio petto, ben tornito ed abbronzato, privo di pelurie, risaltava con quella camicia bianca aderente. Mi rimisi la giacca e deciso di fare la prima serata della mia vita libero dai miei dogmi, uscii.
Percorsi quell’angusto corridoio scarno di luci con passo fermo e deciso, diretto all’uscita dell’albergo, diretto ad abbracciare la mia libertà.
Mi sentii impigliare la giacca da qualche parte.
Strano, non avevo visto nessun appiglio sporgere dalle pareti.
Mi bloccai immediatamente e mi girai con l’ansia di vedere la mia giacca nuova con uno squarcio.
Era la mano di Morena che mi aveva preso un lembo della giacca.
Mi lasciai andare in un sorriso liberatorio e nel mentre che cercavo di chiederle dove fosse finita lei mi disse:
-“Dove credi di andare?”
Cercavo ancora delle sillabe da riunire per esprimere almeno un qualcosa di significativo; lei si avvicinò e prendendomi con una mano il bavero della giacca e con l’altra il mio pacco, mi sussurrò:
-“Ti avevo detto che questo era mio” – strizzandomi sempre leggermente il pacco.
La presi per i fianchi, la sollevai e, sbattendola contro la parete del corridoio, cominciai a baciarla con tutto l’ardore che avevo. La mia lingua penetrava la sua bocca mentre la mia possente erezione cercava spazio tra le sue gambe.
-“Oooh, siiiii…aspetta un attimo…oooohhh!” – sussurrò lei.
- “Ti voglio mia! Ora, subito!” - Le dissi con voce ferma ed eccitata.
-“ Non qui, non così!” – mi disse lei.
-“Prendo una camera!” - dissi con tono deciso e determinato.
Morena restò di stucco nel vedermi così fermo.
Aveva ben capito la mia inesperienza e ben sapeva chi fossi. Forse non credeva di corrompermi così velocemente e soprattutto trovarmi così disponibile ad affrontare senza tanti preamboli la mia prima esperienza. Con lei.
Forse era lusingata.
Forse spaventata, intrappolata nel suo stesso gioco che pensava o credeva di dominare.
Forse solo eccitata, perché in fin dei conti ero veramente un bel ragazzo dotato di un apparato genitale decisamente generoso, abbondantemente sopra la media.
Anche se inesperto, avrei cercato di lasciare sfogo al mio istinto, liberato dalla sua prigione solo qualche ora prima. La presa di coscienza della mia virilità, grazie agli attenti e sensuali gesti di Morena in quel piccolo bagno, sentivo che mi aveva definitivamente cambiato. Finalmente sentivo di poter vivere le mie fantasie, provarle, godere dello scambio di calore di due corpi che nudi che si sfregano passionalmente nella ricerca del piacere.
La presi per un braccio e con passo veloce arrivammo alla reception. Chiesi una matrimoniale, una qualsiasi.
Il ragazzo dietro al banco ci riconobbe subito come ospiti invitati del matrimonio e comprendendo la situazione non ci chiese nulla, rimandando all’indomani le formalità. Allungò una tessera e ci indicò piano e numero di stanza. Fece per chiedere se volessimo essere accompagnati ma capì che era superfluo in quanto già ci stavamo dirigendo verso l’ascensore.
In ascensore la baciai con passione, facendole sentire tutta la mia esuberanza. Lei, inizialmente imbarazzata per il cambio di ruoli, si lasciò prendere con grande abbandono. I suoi occhi erano divenuti giganti e profondi, volevano essere penetrati dal mio sguardo.
Il suo corpo era esattamente come il suo sguardo, morbido ed abbandonato alla mia iniziativa, pronto per essere penetrato da me.
Entrammo in camera senza scollarci dalle labbra; le nostre bocche parevano essersi saldate insieme, incapaci di staccarsi le una dalle altre.
Riuscii a malapena ad accendere una abat-jour laterale del letto, mentre le sue mani frugavano sul mio petto cercando di sbottonarmi la camicia e le mie strizzavano nervose i suoi glutei tondi e sodi.
Mi fermai, la spinsi delicatamente sul letto mentre lentamente finivo di sbottonarmi la camicia.
Avevo una gran voglia ma non volevo avere fretta.
Volevo godermi il mio momento, la mia prima volta.
Lei senza staccarmi gli occhi di dosso si fece scivolare via le scarpe, delle de-coltè con un generoso tacco. Mi lasciai indosso la camicia totalmente aperta e mi slacciai da prima la cintura e poi i pantaloni. Il mio membro era così impaziente di uscire che si fece spazio spuntando dalla tasca frontale dei boxer.
Il suo sguardo ormai non era più diretto ai miei occhi ma alla mia verga che sfoggiava a pochi centimetri da lei, nel suo massimo splendore.
Si alzò, con un gesto elegante si allentò la chiusura del suo vestitino e se lo fece scivolare di dosso. Si slacciò delicatamente il reggiseno e si pose davanti a me come una statua marmorea.
Il suo fisico era perfetto, tonico, sensuale.
Mi avvicinai a baciarla e la feci sdraiare sul letto.
Sentivo il contatto dei nostri corpi, il suo calore, il suo profumo.
Cominciai a baciarle il collo, i suoi seni. I suoi capezzoli erano turgidi e sensibili. La mia lingua li accarezzava dolcemente e ad ogni passaggio percepivo un suo piccolo brivido. Sentivo le sue mani nei miei capelli, li accarezzava dolcemente.
Poi quel gesto si trasformò ancora una volta in guida.
Piano piano mi indirizzava sui punti di lei più erogeni mentre io mi davo da fare con la mia lingua.
Arrivammo all’ombelico e poi sul suo monte di Venere.
Il profumo di sesso era sempre più forte, più scendevo è più lo sentivo.
Dopo aver mordicchiato le sue mutandine, piano gliele sfilai, lanciandole dietro me.
Mi concentrai sullo spettacolo che avevo davanti.
Era perfettamente rasata e liscia, fatta eccezione per un triangolino sulla parte superiore.
Mi riavvicinai a lei cominciando a baciarle le gambe, snelle, lisce e morbide. I suoi piedi erano belli, piccoli, morbidi, lisci, leggermente umidi e ricurvi sulla pianta.
Erano in armonia con le forme del suo corpo.
Cominciai a baciarglieli e poi a leccarle le dita, una per una, succhiandogli l’alluce. Profumavano di sesso. Scesi piano lungo le cosce e man mano che mi avvicinavo ai suoi genitali sentivo delle vampate di calore che mi scaldavano il viso.
La sensazione era come quella che si prova avvicinandosi ad una fiamma.
Anche il profumo del suo umore aumentava e le mie narici cercavano di assaporarlo tutto come si fa con un buon piatto di pietanza.
Quando fui lì davanti mi lacrimarono gli occhi; forse era per l’emozione, o per il calore che sprigionava, oppure per l’inebriamento generato da quel gradevole profumo del suo umore vaginale che mi penetrava nel cervello.
Cominciai ad assaporare le sue labbra che morbidamente si allargavano sempre più. Degustavo e deglutivo ogni goccia del suo liquido lubrificante. Le mi riprese la testa con le mani ed io mi lasciai guidare di nuovo.
Cercavo con la mia lingua di riprendere i movimenti fatti con la mano al tavolo del ristorante, mentre lei gestiva i movimenti del mio capo dando importanti indicazioni su dove soffermarmi o dove essere più o meno incisivo. In un attimo mi sentii la testa bloccata dalla sua presa mentre il suo bacino cominciava ad ondeggiare.
La sentii ansimare sempre più forte sin a quando si inarcò lanciando un forte gemito; le sue gambe, tremolanti, lambivano le mie guance.
Mi fermai, assaporando profumi e gusti.
Quando la sua presa divenne più morbida ripresi a leccarla dolcemente facendola sussultare ad ogni passaggio.
Mi sollevai per guardarla.
Con un braccio si coprì la fronte e con una mano si massaggiò le labbra vaginali. Mi sfilai i boxer e mi posi nudo, con tutta la mia virilità, davanti a lei.
Si sedette sul bordo del letto e mi avvicinò a lei prendendomi dai glutei. Guardava ammirata il mio fallo, duro grosso, eretto, come un soldato sull’attenti al comando del Generale. Strusciò il suo viso intorno alla mia verga rigonfia, come un gatto che cerca le coccole dalla mano del padrone.
Era la seconda volta in un giorno che provavo quella sensazione, mi faceva sentire importante, forte, dominatore.
Cominciò a leccarmelo piano, in tutte le sue parti. Poi lo mise in mezzo ai suoi seni, manovrandolo abilmente intorno ai suoi capezzoli. Riponeva un po' di saliva sul mio glande come lubrificante e poi giocava con i turgidi capezzoli. Era un solletico meraviglioso.
-“Stenditi!” – mi disse.
E così feci.
Mi adagiai sul letto mentre lei si coricò sopra di me. La sua lingua calda e umida cominciò un lavoro sopraffino, dalla mia bocca scese lungo il collo, esplorò tutto il mio petto per arrivare ancora giù, da lui, che impaziente la stava aspettando. Sicuramente era più a suo agio ora, che quel pomeriggio nel bagno; la sua bocca e la sua lingua compirono delle meraviglie. Riuscì ad ingoiarlo quasi tutto, risucchiandolo ogni volta. Pareva mi aspirasse dentro, sentivo vampate di calore ad ogni risucchio, pompava tutto il mio ****** per farlo arrivare nel mio enorme fallo che, a quel punto, sentivo esplodere.
Ad un tratto, mentre io godevo di quelle sensazioni, si mise sopra a cavalcioni, me lo prese con una mano e cominciò a strusciarselo sulle sue labbra vaginali che stavano letteralmente grondando un liquido denso e scivoloso.
Con gesti morbidi roteava il mio glande tutt’intorno al suo orifizio, facendolo scivolare tra le sue labbra per poi stimolare il suo clitoride. Una fase esplorativa per il mio glande, caldo e pulsante, in quel paradiso di carne morbida e ben lubrificata.
Più maneggiava e più incalzava il ritmo; lunghi e profondi vocalizzi goduriosi a fiato spezzato le uscivano dalla bocca.
Le piaceva.
Mi piaceva.
La mia cappella, immersa nelle sue morbide creste vaginali, piano piano scompariva per addentrarsi in lei.
La penetrazione era cominciata, ma sempre con piccoli inserimenti che aumentavano di volta in volta. Sentivo le sue pareti stringersi intorno alla mia verga, quasi ne fosse risucchiata.
Con un colpo secco si penetrò quasi completamente, gesto accompagnato da un forte gemito. Non era entrato del tutto ma già sentivo la punta spingere contro qualche tessuto della sua vagina. Appoggiò le sue mani sulle mie gambe e morbidamente cominciò a cavalcarmi.
Vedevo il mio grosso membro spingere le sue labbra dentro di lei per poi fuoriuscire, quando lo ritraevo, avvinghiate intorno al mio tronco largo e nervoso, come funghi sopra ad un albero.
I suoi occhi riversi rendevano bene l’idea del grande piacere che stesse provando. Io ero ancora troppo intento a curare i dettagli, a me nuovi, per potermi lasciare andare completamente.
Le sue gambe cominciarono a tremare mentre il suo movimento diventava sempre più determinato e veloce. La penetrazione aumentava di colpo in colpo.
Lei esplose in un gemito incontrollato, le sue gambe si strinsero fortemente intorno al mio bacino e lei iniziò a sussultare incontrollata.
Fui quasi spaventato dalla scena.
Ma era veramente eccitante.
La presi per i fianchi, la girai supina e, ancora dentro di lei, cominciai la mia parte.
Lei continuava ad ansimare, urlando piacere. Sentivo che il suo orgasmo era in corso, le sue contrazioni intime strizzavano la mia dura verga.
Muovendomi piano, seguivo il ritmo dei suoi sussulti.
Il suo orgasmo non pareva cessare, forse si era attenuato ma era ancora in corso.
Spinsi sempre più velocemente e sempre più a fondo. Lei urlava, le piaceva ma urlava.
Affondai una serie di colpi decisi, sentivo che stavo giungendo finalmente al mio orgasmo. Le stavo serrando i polsi con la presa delle mie mani, spingendoli sul letto, quasi a volerla tenere ferma. Si dimenava in preda al piacere ed io, in preda alla grande eccitazione, affondavo sempre di più, tutto, fino in fondo, fino a provare una strana e bellissima sensazione in quell’atto di sfondamento, di pieno possesso, di dominio e di controllo.
Quando avvertii l’esplosione del mio sperma lo estrassi velocemente e la inondai completamente.
Gli schizzi del mio seme arrivarono sin sui suoi capelli, sul suo viso e su tutto il petto.
Mi accasciai al suo fianco, ero svuotato e distrutto.
Ci avvinghiammo abbracciati, tremanti e pulsanti.
Scese il silenzio in quella camera, rotto solo dai nostri respiri affannati.
I rumori generati dello strusciamento dei nostri corpi affamati di piacere, dallo sguazzamento delle nostri carni intime nelle acque dense e scivolose prodotte al suo organo, del letto che cigolando sbatteva fortemente a ridosso delle parete, ora echeggiavano solo nella mia testa e nella mia memoria.
Mi addormentai.
Quando mi svegliai, ero solo.
Morena non c’era più e capii subito che se ne era andata.
Non era in bagno, non era uscita sul balcone, non era scesa a prendere dell’acqua; non sentivo più la sua presenza, aveva lasciato un vuoto.
Mi rimproverai dandomi dello stupido.
Come avevo fatto ad addormentarmi?
Avevo ancora energie per rifarlo e rifarlo ancora.
Invece era finita, perché mi ero addormentato come un bambino dopo una giornata intensa di emozioni.
Scorsi un biglietto sulla scrivania. Con il cuore in gola lo presi e lo lessi.
“Ciao ragazzone! Oggi è stata una giornata fantastica! Ti ho assaporato, gustato e… Mi sei piaciuto da morire! Debbo scappare perché ero d’accordo che avrei raggiunto una mia amica. Ti chiamerò presto! Non ti lascerò andare tanto facilmente!!!! Bacio!!”
Mi sentii molto meglio.
Finalmente mi rilassai.
Mi distesi sul letto, alla ricerca dei suoi profumi che i suoi umori avevano stampato sulle lenzuola. Era stato tutto meraviglioso.
Ora, avrei solo dovuto riprogrammare la mia mente, i miei credo, le mie convinzioni, i miei tabù.
Guardando il vuoto di quel soffitto, pensavo a tutte le occasioni perse, agli istinti soffocati.
Mi vennero in mente le avance che avevo avuto da compagne di scuola, amiche, della vicina di casa; mi richiudevo in me stesso e lottavo per cacciare tutti i pensieri impuri.
Ricordo il bellissimo corpo mia zia sotto la doccia e delle sue mutandine sporche dal suo umore, che spesso lasciava in bellavista sul lavandino del bagno; ragazza vivace ed intraprendente, in continua lotta con mia madre per i suoi atteggiamenti e comportamenti troppo libertini.
Quante volte le avevo annusate e quanto mi eccitavano.
L’avevo vista e sentita più volte masturbarsi nel suo letto, posto vicino al mio, durante la notte.
Ma poi, da bravo ragazzo che volevo essere, mi punivo infliggendomi castighi e privazioni; aumentavo l’attività fisica e dedicavo più tempo a quello che credevo fossero sane letture.
Ma ora mi ero deciso.
Basta!
Da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata.
Mi sarei rifatto di tutto il tempo perso, anche con chi meno se lo fosse aspettato! Ma queste, forse, saranno altre storie.
Mi riaddormentai.
Era stata una lunga giornata!
La mia prima volta
Dicevano che ero un bel ragazzo, carnagione scura, mediamente alto, moro e ricciolo.
Ventunenne, diligente e studioso, ben educato, diplomato al liceo scientifico, ero iscritto e frequentavo il terzo anno della facoltà di medicina.
Era il mese di luglio e la mia bella mia zia trentenne si sposava. Aveva vissuto con noi negli ultimi dieci anni ed ora, finalmente, la camera che a casa avevamo dovuto condividere sarebbe stata solo mia. Ero davanti allo specchio che mi preparavo, completo nuovo grigio con camicia bianca con colletto slacciato ed una cravatta con il nodo morbido; mi guardavo compiaciuto, mi sentivo elegante ed aggressivo. Il vestito esaltava il mio corpo, palestrato ma non troppo; unico neo estetico era rappresentato sul mio basso ventre, dai miei genitali che spiccavano in rilievo sui pantaloni, particolarmente asciutti un vita. Madre natura mi aveva generosamente dotato e per me era sempre stato un problema, mi imbarazzava. Per formazione, cultura e credo, ritenevo la cosa inutile in quanto ero convinto che le doti importanti per un uomo fossero tutt’altre. Quando provavo quel completo nel negozio di abbigliamento vidi subito quel dettaglio a me fastidioso e prontamente mi lamentai con il commesso ritenendo quel modello di pantaloni estremamente imbarazzante ma alla fine riuscì a convincermi.
Io, ragazzo cresciuto con rigida educazione dai miei genitori professanti una religione cristiana, in procinto di battezzarmi nella mia comunità (evento programmato per la successiva primavera), non amavo esibirmi ma soprattutto ero contro a certi libertismi della società. Non avevo mai avuto una fidanzata, ero vergine; solo in una occasione l’anno prima mi ero baciato una ragazza durante una festa della nostra congregazione ma subito me ne pentii perché ritenni di non essere pronto ad affrontare una relazione. Cercavo di scacciare i pensieri impuri praticando molto sport anche se, a causa della mia curiosità sessuale precocemente svegliatasi quando avevo solo dieci anni, tutte le notti avevo delle pullulazioni con conseguenti orgasmi, cosa mai detta o condivisa con nessuno. Nel corso degli ultimi anni poi, gli ormoni mi avevano messo in grande difficoltà; soffrivo di frequenti erezioni a causa dello smisurato desiderio sessuale che continuavo ad accumulare. Fu così che contro ai miei principi morali cominciai a masturbarmi con intensa frequenza quotidiana, giustificandomi di esercitare una terapia curativa ma, soprattutto, potevo gestire meglio i miei pensieri confinandoli a fantasie che ritenevo più normali a differenza dei sogni notturni che spaziavano senza limiti e senza moralità in situazioni imbarazzanti.
Infine, pensare di avere una storia con una ragazza solo per sfogare i miei istinti era ancora più distante dai miei principi e, in controparte, le ragazze che frequentavo, appartenenti anch’esse alla mia congregazione religiosa, avevano come unico fine il matrimonio, cosa ancora peggiore.
Questa situazione aveva più volte messo in discussione la mia fede ed il mio credo, facendomi appunto rimandare il mio battesimo, già programmato due primavere prima. Ero arrivato al punto che il mio appetito sessuale, che cercavo con tutte le mie forze di contenere, si stava impossessando non solo del mio corpo ma stava piano piano prendendo sempre più spazio anche nella mia mente; anche se la mia parte fredda e razionale non voleva e cercava per la maggior parte delle giornate ad opporsi, io continuavo a pensare sempre più al sesso, avevo voglia di esprimermi, di provare del piacere vero con un'altra persona, avevo voglia di giocare a godere della carne.
Bello pronto e gasato, uscii e mi recai al sospirato – per mia zia - matrimonio.
Lei era veramente una bella ragazza ed era riuscita, a mio avviso, ad incastrare un famoso e facoltoso commercialista locale di quasi vent’anni più grande di lei. Dopo la cerimonia, andammo al ristorante prescelto. Un bel locale arroccato sul mare. Iniziò la festa con la gioia di tutti i presenti. Rividi lontani parenti e conobbi gente nuova.
Nella meraviglia di rivedere ben cresciute alcune cugine, che furono pronte a saltarmi letteralmente addosso con baci, abbracci e palpeggi vari, conobbi anche Morena, figlia di amici di mia zia.
A dirla tutta già la conoscevo da parecchio tempo ma non avevo mai avuto l’occasione di starci un po' insieme. Aveva altre amicizie, altri giri, altri principi rispetto ai miei.
Era veramente un bel tipo, alta un metro e settanta, snella ma con seni e glutei ben torniti, capelli mori e sbarazzini, occhi grandi ed un sorriso fantastico. Lei aveva vent’anni, solare e gaia; prese subito confidenza e cominciammo a ridere e scherzare prendendo in giro gli ospiti.
Le cugine, leggermente indispettite dalla presenza di Morena si allontanarono.
A lei bastò veramente poco tempo per dirottare le nostre chiacchiere in allusioni di carattere sessuale, con commenti, pettegolezzi, prese in giro sia agli ospiti che al parentado, camerieri e cameriere, facendomi sentire inizialmente molto a disagio; sarà stato il sole, il cielo terso, l’allegria generale, lei – bella, gaia e simpatica – l’aperitivo alcolico, ad influenzarmi, ma piano piano presi confidenza e cominciai a sentirmi mio agio. Non avevo mai scherzato su questi temi con così tanta leggerezza, andava contro a tutto ciò in cui credevo e professavo; oggi invece era diverso, in questa strana giornata con la compagnia di Morena era tutto diverso. Io mi sentivo diverso.
Decisi quindi di lasciarmi andare per la prima volta nella mia vita, prendere una pausa dal mio credo per godermi la giornata, come forse fanno tutti!
Dopo qualche bicchiere di vino, a cui non ero abituato, la mia lingua era così sciolta che parole e battute a sondo sessuale mi uscivano a fiumi dalla bocca, con il divertimento e compiacimento di Morena che era sempre pronta a rispondermi ed a controbattermi.
Mentre i miei occhi cominciavano a scrutare discretamente, ma scrupolosamente, le dolci curve del suo corpo, contenute da un succinto vestitino scollato e molto aderente, notavo imbarazzato il suo sguardo sempre più insistente al mio basso ventre che, nell’euforia della situazione, mostrava nei rilievi delle pieghe dei pantaloni il mio membro, ormai fuori dal mio controllo, sempre più gonfio; ciò, aumentava smisuratamente il disagio che provavo indossando quei maledetti pantaloni aderenti.
Anche le sue mani ormai avevano preso confidenza con il mio corpo, passando da piccole pacche sulle spalle durante qualche risata, a vere e proprie carezze sulla schiena, sulle gambe e, più di qualcuna, sul mio sedere; carezze apparentemente innocue che iniziavano sempre con la sua mano appoggiata sulla mia spalla per poi scivolare in basso, delicatamente, sino ad accarezzare i miei glutei. La sua mano golosa, discretamente li impugnava, portando poi le sue dita ad accarezzare delicatamente il mio sedere sino all’attaccatura della mia gamba.
Erano per me momenti difficili da gestire, combattuto moralmente ma soprattutto fisicamente, dove tentavo di domare il ******, che pompava velocemente nel mio organo sessuale, mentre scosse di brivido attraversavano tutto il mio corpo.
Quando fui praticamente mezzo ******o, anche le mie mani divennero più disinibite; cercavano il contatto del suo corpo e, con discreta disinvoltura, tentavano di accarezzare fugacemente le sue gambe, morbide e lisce, accavallate e ben esposte dal suo bellissimo vestitino succinto.
Nel tentativo di riprendermi, mi allontanai da Morena alla ricerca di un servizio igienico. Avevo bisogno di rinfrescarmi, riordinare le idee e rimproverarmi dell’atteggiamento lascivo tenuto sino a quel momento, illuso anche che urinando avrei sgonfiato quella massa imbarazzante che impavida cercava di mettersi in bella mostra.
Seguite le indicazioni di un cameriere, mi addentrai in una serie di corridoi sino a raggiungere un bagno alquanto isolato.
Dopo essermi risciacquato e ricomposto, aprii la porta per uscire e… mi trovai davanti Morena, che mi guardava seriosa.
Quasi spaventato, cercai di fare un passo indietro.
Morena si lanciò letteralmente addosso a me con le braccia spalancate.
Mi afferrò i capelli dalla parte posteriore della nuca e con forza mi tirò verso lei.
Vidi la sua bocca leggermente aperta ed in una frazione di secondo mi ritrovai la sua lingua in bocca.
La sua saliva, passionale e calda, mi invadeva; la sua lingua morbida e calda ispezionava la mia bocca solleticandomi il palato. Inesperto, seguii i suoi movimenti come se fosse una guida per imparare la tecnica.
In pochissimo tempo mi sentii pronto a prendere il comando dei movimenti e così feci. Ora era la mia lingua che ispezionava la sua bocca mentre lei lasciava la sua ad accompagnarsi dolcemente ai miei movimenti.
La sentii ansimare, il suo alito invadeva i miei polmoni; era caldo e sapeva di sesso. Una sensazione indescrivibile.
Lasciai per un attimo la sua bocca e piano scesi dalla guancia verso il suo collo. Lei lo distese e, tenendomi sempre per la nuca con la sua mano, piano mi fece oscillare lungo tutto il suo bellissimo collo, dai lobi dell’orecchio sino all’attaccatura del suo seno, molto ben esposto. Sentivo strusciare il suo bacino contro il mio, ondeggiando delicatamente sino a quando non incontrò il mio cazzo ormai durissimo. Sentii il suo monte di venere sfregare il mio glande; cominciò a fare dei leggeri movimenti laterali, quasi a voler allargare le sue labbra vaginali con l’aiuto del mio pene. Ansimava sempre più forte, continuando a muovere il suo ventre; quando posizionò la sua vagina, ormai ben preparata, sul mio glande, rigonfio e pulsante, proprio nel mezzo delle sue labbra, cominciò a muoversi avanti ed indietro, spingendomi a piccoli colpi contro la parete e nello stesso momento mi prese la testa a due mani e mi cacciò la sua lingua ormai bavosa nella mia bocca lanciando un lungo e soffocato mugugno. Io stavo letteralmente tremando, l’eccitazione mi avevo invaso. Sentivo il mio ******, che era bollente, scorrere velocemente nelle vene del mio corpo.
Ad un tratto la sua mano scivolò dritta sul mio cazzo, massaggiandolo prima delicatamente e poi cercando di afferrarlo con delle strizzate. Stavo per venire. Distaccò anche l’altra mano dalla mia testa e continuando a muovere sempre più velocemente la lingua con la mia, slacciò la mia cintura, il bottone dei pantaloni, apri la cerniera ed infilò voracemente la sua mano nei miei boxer impugnando la mia verga. Di s**tto, l’altra mano mi fece scendere sopra le ginocchia i pantaloni insieme ai boxer esponendo totalmente il mio cazzo rigonfio e saldamente impugnato dalla sua mano. Lei si distaccò per poterlo vedere e quando lo vide rimase allibita. Mi guardò negli occhi e poi si rimise a guardarlo.
Morbidamente me lo stava accarezzando mentre sentivo la sua voce quasi strozzata che esclamava:
-“Wow”!
-“Ti piace?”- le chiesi timidamente.
-“E’ enorme! “- rispose sottovoce.
Poi aggiunse, quasi parlando a se stessa:
-“Si intravedeva dai pantaloni che eri ben messo ma… non pensavo così tanto!”
Io, imbarazzato mentre cercavo di capire se paventava un problema od era un complimento, riuscii a balbettare:
-“..scusa… io non sono… cioè, non credo che…io è la prima volta che..”
- “Shhh!” – mi rispose lei, appoggiando dolcemente il suo indice sulle mie labbra e fissandomi negli occhi con uno sguardo pieno di ammirazione.
Scorsi che la sua mano a stento impugnava la mia asta, mentre le dita dell’altra mano percorrevano delicatamente le sagome del mio glande che, lucido e violaceo, pareva la cappella di un fungo debordante dal suo gambo.
Si avvicinò ancora e cominciò a baciarmi senza mai mollarmi. Poi sollevò leggermente la gonna ed infilò la mia verga in mezzo alle sue gambe facendola risalire piano sino a che incontrò le sue mutandine. Cominciò a farlo roteare leggero, sfregandolo sulle mutande bagnate, fradice. Lei eccitata continuava ad ansimare. Io stavo per venire, mi girava la testa.
Poi, sempre tenendo la mia verga ben salda, si staccò da me, si mise in ginocchio e cominciò a leccarlo, come fosse un enorme gelato. Cercai di fermarla dal compiere quel gesto; mi pareva andasse troppo in là rispetto a semplici effusioni, quasi come una mancanza di rispetto e di educazione nei suoi confronti.
Lei mi placò energicamente con la mano, spingendomi dall’addome; capii di dover lasciarla fare. Lì per lì, credevo non riuscisse ad infilarselo in bocca, mi pareva troppo grande per lei. Lo leccava dall’alto al basso e dal basso verso l’alto con un enorme quantità di saliva. Se lo strusciava sul viso e sul collo, se lo appoggiava sulle guance; sembrava in adorazione verso il mio pene ed io, oltre all’enorme piacere fisico che stavo provando, mi sentivo così riverito dalle sue gesta che il mio ego maschile era alle stelle!
La sua lingua calda strisciava morbida sulle vene della mia verga per poi ricalcare e ripassare la base dell’attaccatura del mio glande e risalendo le sua labbra carnose lo divoravano, risucchiandolo e, assorbendolo dentro lei, sempre di più; affondava la sua bocca fino ad inghiottirlo quasi totalmente regalandomi sensazioni fantastiche grazie alla sua cavità calda e succosa.
Non ci volle molto che sentii un esplosione dentro di me… stavo venendo! Cercai di allontanarla leggermente per farle capire che in un istante sarebbe accaduto un disastro ma non mi fu possibile. Lei resistette fino a quando rigettai nella sua bocca tutto lo sperma che potevo espellere abbandonandomi con le spalle al muro mentre le gambe a stento mi sorreggevano.
Morena continuava e farmi rabbrividire con la sua lingua; guardandola vidi che neanche una goccia del mio sperma era stata sparsa, ne a terra né sul suo viso. Aveva ingoiato tutto il mio bollente seme ed ora continuava a farmi godere con la sua avida bocca.
Quando si rialzo mi baciò appassionatamente; sentivo un sapore di me mescolato al suo, un sapore di sesso che non avevo mai sentito prima. Fu un’emozione incredibile. Dopo un attimo mi accorsi che ancora impugnava il mio pene che, avido pure lui, non voleva saperne di ritornare a dimensioni più contenute. Lei mi guardò con un dolce sorriso e mi disse:
-“Forse è meglio andare altrimenti penseranno male!”.
Mi diede ancora un bacio e poi, con fare serio, mi fissò negli occhi dicendomi:
-”Ricordati che da adesso questo è mio!!”.
Poi rise, sempre tenendomelo ben stretto!
Mentre tentavo di ricompormi, lei si rinfrescò mani e viso ed uscendo dal bagno, facendomi l’occhiolino, mi disse:
-“Ci vediamo fuori!”
Tremolante dall’emozione e dall’adrenalina che invadeva il mio corpo, mi fissai nello specchio.
“Cosa hai combinato? Perché è successo? Che porcheria sconcia hai fatto?”
Ero combattuto, dovevo sentirmi in colpa ma ero tremendamente felice! Ne volevo ancora mentre la mia mente partoriva idee malsane di fustigazioni e penitenze.
Scacciai a forza i pensieri e decisi che per quel giorno il mio cervello sarebbe stato scollegato. Non comandava più lui, comandava il mio corpo ed il mio desiderio. Dopo molti anni di astinenza forzata, rifiutando mille occasioni avute, avevo deciso che per almeno per quel giorno me la sarei goduta. Ormai era fatta e se dovevo pentirmi avrei potuto farlo comunque dopo, dopo aver goduto ancora un po’ di Morena.
Rientrai nel salone e vidi tutti gli invitati intenti in qualche attività, chi a chiacchierare, chi a ridere scherzosamente e goffamente, chi a ballare un merengue che risuonava in sottofondo. Nessuno mi guardava, nessuno mi cercava; nessuno si era accorto di nulla.
Scorsi Morena che parlava con persone; cercai di starle distante quando vidi che si rivolse a me con un sorrisone, mentre con un gesto plateale del braccio cercava di richiamarmi a lei. Tergiversai qualche secondo, non volevo correre subito lì da lai, ero ancora confuso. Le feci il gesto di attendere un minuto, alzando l’indice della mano.
Dovevo ancora rimettere insieme le idee.
Fermai un cameriere che portava dei calici di vino su di un vassoio e ne presi uno. Pensai che forse un po’ di alcool mi avrebbe aiutato. Mi accostai a due zii che erano intenti a parlare di non so cosa e dando una pacca sulla spalla ad uno di loro feci finta di essermi inserito in quella piccola discussione.
Scorgevo Morena seduta al tavolo che parlava con dei ragazzi. Era bellissima. Tutti gli odori ed i profumi dell’ambiente avevano lasciato posto ad uno solo, il suo.
Il nostro.
Il dolce profumo del sesso.
Morena si girò dal tavolo dove era seduta e scrutò la sala per cercarmi; mi vide e mi richiamò ancora, sempre con un gesto del braccio, accompagnato da un sorrisone.
Ok, stavolta dovevo andarci.
Mi sedetti vicino a lei e mi presentò i commensali che non conoscevo. Ripresero i loro discorsi.
Io, ascoltando, cercavo di annuire con il capo, facendo finta di essere interessato a ciò che dicevano; nella realtà ero completamente sordo.
Ero da un'altra parte, ero ancora in quella toilette con Morena.
Ad un tratto mi sentii prendere una gamba; da sotto le tovaglie, che incorniciavano i tavoli, la mano di Morena mi stava cercando. Allungai anch’io la mia sulla sue gambe e lei piano cominciò a divaricarle, invitandomi a metterla in mezzo.
Lo feci.
Lasciai scivolare la mia mano sulla sua pelle liscia e morbida. Arrivai sino alle sue mutandine che sentii ancora bagnate. Lei, con grande disinvoltura, continuando a parlare con le persone del tavolo totalmente ignare di cosa stessimo facendo, me la prese e se la infilò dentro alle mutande scostandole di lato. Sentii le sue labbra bagnate, morbide e scivolose. Mi stava insegnando a masturbarla, ponendo e gestendo le mie dita come se fossero le sue, come fosse cosciente della mia totale inesperienza. Io, nel frattempo, ero diventato ancora impresentabile. Da quel tavolo difficilmente mi sarei potuto alzare se non trascinandomi dietro la tovaglia opportunamente legata intorno al mio giro vita.
In quel mentre la stanza diventò a me muta. Il frastuono, le voci, la musica, gli sghignazzi erano tutti mimi. Non sentivo nulla se non il mio cuore battere all’impazzata, il mio membro era duro più che mai mentre le mie dita, quasi gocciolanti, si muovevano guidate e sicure nei suoi genitali. Tutto appariva sfocato, la mia mente immaginava il suo sesso, che forma potesse avere, quale colore e che sapore.
La danza delle mie dita insieme alla sua mano era più inebriante di tutto il vino che avessi potuto bere. Si muovevano incostanti, ruotavano o scivolavano, tentavano di entrare per poi uscire, percorrevano in lungo ed in largo tutta la sua vagina, a volte dolcemente a volte più freneticamente.
Cominciai a guardala mentre lei faceva finta di niente. La vidi arrossire, sulle guance e sulla sua scollatura del suo petto. La sua mano stava incalzando il movimento sulla mia. Le sue labbra erano sempre più fradice e le dita scorrevano velocemente. Sentii i muscoli della sua gamba contrarsi, mentre lei cercava di apparire indifferente con il suo interlocutore del tavolo.
Ad un tratto si mise una mano davanti alla bocca, cercando di nascondere le piccole smorfie che le sue labbra inconsciamente creavano; la sua respirazione era più veloce finché sentii le sue gambe chiudersi come una morsa intorno alla mia mano mentre lei fece un sussulto sulla sedia.
Fece finta di scoppiare a ridere, portando l’attenzione agli sposi che stavano aprendo un pacchetto regalo fatto dagli amici contenente qualche oggetto scherzoso, distraendo così le persone al tavolo. Sfruttò abilmente quel momento per godersi ancora la mia mano in mezzo alle sue gambe, cogliendo e godendosi fino all’ultima contrazione che il suo orgasmo le aveva generato.
Riprese fiato, si girò verso me fissandomi negli occhi e con un sorriso mi disse sussurrando:
- “Adesso hai capito come si fa? Te lo chiederò spesso quindi cerca di imparare bene!”
- “Non so se ho ben capito!”- risposi balbettando.
Avvicinò la bocca al mio orecchio e piano mi rispose:
- “Ok, ragazzone, nessun problema! Tutte le volte che avrai bisogno di un ripasso, mi sdraierò davanti a te e mi masturberò. Tu dovrai guardarmi bene e starai davanti a me, masturbandoti il tuo grosso arnese! Aspetterai a venire finché io non raggiungerò l’orgasmo… poi, solo allora, potrai sbattermelo dentro e sfogare il tuo desiderio!”
Sudavo freddo.
Dal non aver mai avuto un rapporto, neanche lontanamente definibile “sessuale”, mi ritrovavo in quel momento a sognare ad occhi aperti fantasie, che la mia mente bacchettona non era neanche riuscita a concepire, dettate dalla voce di una bellissima ragazza di un anno più piccola di me. Non volevo giudicarla, non mi interessava. Sapevo che era di buona famiglia, conoscevo bene i suoi genitori, sapevo che era una brava ragazza. Anche lei studiava all’università, alla facoltà di psicologia; forse era tutto normale, lei era normale. Forse ero io quello sbagliato, quello castrato, frustrato.
Arrivò mia madre a risvegliarmi.
Sentii la sua mano sulla mia spalla e mi richiamò all’attenzione degli sposi che volevano s**ttare delle foto sul terrazzo con i famigliari. Vedere e sentire mia madre ebbe l’effetto di una doccia fredda. Chiesi permesso a Morena ed al tavolo (che neanche si erano accorti della mia presenza) e mi congedai per andare con mia madre e gli sposi.
Fui trascinato da cugini, cugine, zii vari, ai loro tavoli e così persi di vista Morena. Fui letteralmente blindato ed intrappolato dal parentado, obbligato a rivivere trascorsi dell’******** e feste di ferragosto degli ultimi dieci anni. Scorgevo ogni tanto Morena che veniva accompagnata da qualche aitante parente o amico a danzare. Per sentire meno la sua mancanza, di tanto in tanto mi annusavo la mano che aveva invaso i suoi umidi genitali procurandole un orgasmo, mano che ancora rilasciava fervido il profumo del suo sesso.
Gli sposi avevano già lasciato la festa per ritirarsi nella suite dell’albergo. Finalmente riuscii anch'io a lasciare la tavolata del parentado e mi misi alla ricerca di Morena che, già da un po', avevo perso totalmente di vista.
Se ne stavano andando praticamente tutti ma di Morena nessuna traccia. Non riuscivo a pensare che se ne fosse andata così, senza neanche un saluto od una promessa di arrivederci. Cercavo di divincolarmi tra i saluti generali che si ricambiavano tutti gli intervenuti nella speranza di trovarla.
Nulla.
Vidi anche i suoi genitori alzarsi per lasciare la sala. Li salutai da lontano con un gesto. Non sapevo se andare da loro per un saluto più cordiale e con l’occasione chiedere se sapessero dove fosse Morena.
Esitai.
Alla fine presi coraggio e li rincorsi scusandomi per non essere stato pronto a salutarli precedentemente con la scusa che in mezzo a tutti gli ospiti era difficile arrivare dappertutto! Risero cordialmente, scambiai una stretta di mano con il padre ed un abbraccio con la madre. Prima che si voltassero per riprendere la strada dell’uscita, imbarazzato chiesi se avessero visto Morena che avrei avuto piacere salutare prima di andarmene. Si scambiarono uno sguardo interlocutore e poi la madre mi disse che Morena aveva programmato un uscita con una sua amica dopo la festa e che sarebbe rimasta a dormire da lei.
Cercando di nascondere la delusione li salutai, chiedendo di portare poi i miei saluti anche a loro figlia.
Ero arrabbiato.
Soprattutto con me stesso.
Mi sentivo stupido per l’accaduto ma nello stesso tempo adirato per quanto fossi stato esageratamente moralista e bacchettone. Tutto questo tempo sprecato per crescere un ragazzo più stupido e totalmente inesperto.
Dovevo recuperare.
Volevo recuperare.
Volevo vivere liberamente la mia sessualità, smetterla di soffocarla. Fare del sesso, fare l’amore, cose che non hanno mai fatto male a nessuno.
Dissi a mia madre che sarei rientrato tardi. Avrei raggiunto la compagnia dei miei ex compagni di classe che sistematicamente facevano raduno in un pub della città. Sapevo di trovarli li.
Mia madre mi guardò sbigottita sussurrando un semplice:
-“Ok Tesoro, divertiti e …… Fai attenzione!”.
Ecco, il messaggio che una madre da ad un ragazzino di quindici anni quando esce il sabato sera.
Fanculo.
Dovevo cambiare, tutto doveva cambiare.
Decisi di rinfrescarmi prima di andarmene. Ritornai alla famigerata toilette, quel servizio igienico che aveva cambiato la mia giornata e forse la vita. Mi sciacquai, mi sistemai i capelli, tolsi quella cravatta orrenda, allargai leggermente il collo della camicia slacciando un paio di bottoni. Il mio petto, ben tornito ed abbronzato, privo di pelurie, risaltava con quella camicia bianca aderente. Mi rimisi la giacca e deciso di fare la prima serata della mia vita libero dai miei dogmi, uscii.
Percorsi quell’angusto corridoio scarno di luci con passo fermo e deciso, diretto all’uscita dell’albergo, diretto ad abbracciare la mia libertà.
Mi sentii impigliare la giacca da qualche parte.
Strano, non avevo visto nessun appiglio sporgere dalle pareti.
Mi bloccai immediatamente e mi girai con l’ansia di vedere la mia giacca nuova con uno squarcio.
Era la mano di Morena che mi aveva preso un lembo della giacca.
Mi lasciai andare in un sorriso liberatorio e nel mentre che cercavo di chiederle dove fosse finita lei mi disse:
-“Dove credi di andare?”
Cercavo ancora delle sillabe da riunire per esprimere almeno un qualcosa di significativo; lei si avvicinò e prendendomi con una mano il bavero della giacca e con l’altra il mio pacco, mi sussurrò:
-“Ti avevo detto che questo era mio” – strizzandomi sempre leggermente il pacco.
La presi per i fianchi, la sollevai e, sbattendola contro la parete del corridoio, cominciai a baciarla con tutto l’ardore che avevo. La mia lingua penetrava la sua bocca mentre la mia possente erezione cercava spazio tra le sue gambe.
-“Oooh, siiiii…aspetta un attimo…oooohhh!” – sussurrò lei.
- “Ti voglio mia! Ora, subito!” - Le dissi con voce ferma ed eccitata.
-“ Non qui, non così!” – mi disse lei.
-“Prendo una camera!” - dissi con tono deciso e determinato.
Morena restò di stucco nel vedermi così fermo.
Aveva ben capito la mia inesperienza e ben sapeva chi fossi. Forse non credeva di corrompermi così velocemente e soprattutto trovarmi così disponibile ad affrontare senza tanti preamboli la mia prima esperienza. Con lei.
Forse era lusingata.
Forse spaventata, intrappolata nel suo stesso gioco che pensava o credeva di dominare.
Forse solo eccitata, perché in fin dei conti ero veramente un bel ragazzo dotato di un apparato genitale decisamente generoso, abbondantemente sopra la media.
Anche se inesperto, avrei cercato di lasciare sfogo al mio istinto, liberato dalla sua prigione solo qualche ora prima. La presa di coscienza della mia virilità, grazie agli attenti e sensuali gesti di Morena in quel piccolo bagno, sentivo che mi aveva definitivamente cambiato. Finalmente sentivo di poter vivere le mie fantasie, provarle, godere dello scambio di calore di due corpi che nudi che si sfregano passionalmente nella ricerca del piacere.
La presi per un braccio e con passo veloce arrivammo alla reception. Chiesi una matrimoniale, una qualsiasi.
Il ragazzo dietro al banco ci riconobbe subito come ospiti invitati del matrimonio e comprendendo la situazione non ci chiese nulla, rimandando all’indomani le formalità. Allungò una tessera e ci indicò piano e numero di stanza. Fece per chiedere se volessimo essere accompagnati ma capì che era superfluo in quanto già ci stavamo dirigendo verso l’ascensore.
In ascensore la baciai con passione, facendole sentire tutta la mia esuberanza. Lei, inizialmente imbarazzata per il cambio di ruoli, si lasciò prendere con grande abbandono. I suoi occhi erano divenuti giganti e profondi, volevano essere penetrati dal mio sguardo.
Il suo corpo era esattamente come il suo sguardo, morbido ed abbandonato alla mia iniziativa, pronto per essere penetrato da me.
Entrammo in camera senza scollarci dalle labbra; le nostre bocche parevano essersi saldate insieme, incapaci di staccarsi le una dalle altre.
Riuscii a malapena ad accendere una abat-jour laterale del letto, mentre le sue mani frugavano sul mio petto cercando di sbottonarmi la camicia e le mie strizzavano nervose i suoi glutei tondi e sodi.
Mi fermai, la spinsi delicatamente sul letto mentre lentamente finivo di sbottonarmi la camicia.
Avevo una gran voglia ma non volevo avere fretta.
Volevo godermi il mio momento, la mia prima volta.
Lei senza staccarmi gli occhi di dosso si fece scivolare via le scarpe, delle de-coltè con un generoso tacco. Mi lasciai indosso la camicia totalmente aperta e mi slacciai da prima la cintura e poi i pantaloni. Il mio membro era così impaziente di uscire che si fece spazio spuntando dalla tasca frontale dei boxer.
Il suo sguardo ormai non era più diretto ai miei occhi ma alla mia verga che sfoggiava a pochi centimetri da lei, nel suo massimo splendore.
Si alzò, con un gesto elegante si allentò la chiusura del suo vestitino e se lo fece scivolare di dosso. Si slacciò delicatamente il reggiseno e si pose davanti a me come una statua marmorea.
Il suo fisico era perfetto, tonico, sensuale.
Mi avvicinai a baciarla e la feci sdraiare sul letto.
Sentivo il contatto dei nostri corpi, il suo calore, il suo profumo.
Cominciai a baciarle il collo, i suoi seni. I suoi capezzoli erano turgidi e sensibili. La mia lingua li accarezzava dolcemente e ad ogni passaggio percepivo un suo piccolo brivido. Sentivo le sue mani nei miei capelli, li accarezzava dolcemente.
Poi quel gesto si trasformò ancora una volta in guida.
Piano piano mi indirizzava sui punti di lei più erogeni mentre io mi davo da fare con la mia lingua.
Arrivammo all’ombelico e poi sul suo monte di Venere.
Il profumo di sesso era sempre più forte, più scendevo è più lo sentivo.
Dopo aver mordicchiato le sue mutandine, piano gliele sfilai, lanciandole dietro me.
Mi concentrai sullo spettacolo che avevo davanti.
Era perfettamente rasata e liscia, fatta eccezione per un triangolino sulla parte superiore.
Mi riavvicinai a lei cominciando a baciarle le gambe, snelle, lisce e morbide. I suoi piedi erano belli, piccoli, morbidi, lisci, leggermente umidi e ricurvi sulla pianta.
Erano in armonia con le forme del suo corpo.
Cominciai a baciarglieli e poi a leccarle le dita, una per una, succhiandogli l’alluce. Profumavano di sesso. Scesi piano lungo le cosce e man mano che mi avvicinavo ai suoi genitali sentivo delle vampate di calore che mi scaldavano il viso.
La sensazione era come quella che si prova avvicinandosi ad una fiamma.
Anche il profumo del suo umore aumentava e le mie narici cercavano di assaporarlo tutto come si fa con un buon piatto di pietanza.
Quando fui lì davanti mi lacrimarono gli occhi; forse era per l’emozione, o per il calore che sprigionava, oppure per l’inebriamento generato da quel gradevole profumo del suo umore vaginale che mi penetrava nel cervello.
Cominciai ad assaporare le sue labbra che morbidamente si allargavano sempre più. Degustavo e deglutivo ogni goccia del suo liquido lubrificante. Le mi riprese la testa con le mani ed io mi lasciai guidare di nuovo.
Cercavo con la mia lingua di riprendere i movimenti fatti con la mano al tavolo del ristorante, mentre lei gestiva i movimenti del mio capo dando importanti indicazioni su dove soffermarmi o dove essere più o meno incisivo. In un attimo mi sentii la testa bloccata dalla sua presa mentre il suo bacino cominciava ad ondeggiare.
La sentii ansimare sempre più forte sin a quando si inarcò lanciando un forte gemito; le sue gambe, tremolanti, lambivano le mie guance.
Mi fermai, assaporando profumi e gusti.
Quando la sua presa divenne più morbida ripresi a leccarla dolcemente facendola sussultare ad ogni passaggio.
Mi sollevai per guardarla.
Con un braccio si coprì la fronte e con una mano si massaggiò le labbra vaginali. Mi sfilai i boxer e mi posi nudo, con tutta la mia virilità, davanti a lei.
Si sedette sul bordo del letto e mi avvicinò a lei prendendomi dai glutei. Guardava ammirata il mio fallo, duro grosso, eretto, come un soldato sull’attenti al comando del Generale. Strusciò il suo viso intorno alla mia verga rigonfia, come un gatto che cerca le coccole dalla mano del padrone.
Era la seconda volta in un giorno che provavo quella sensazione, mi faceva sentire importante, forte, dominatore.
Cominciò a leccarmelo piano, in tutte le sue parti. Poi lo mise in mezzo ai suoi seni, manovrandolo abilmente intorno ai suoi capezzoli. Riponeva un po' di saliva sul mio glande come lubrificante e poi giocava con i turgidi capezzoli. Era un solletico meraviglioso.
-“Stenditi!” – mi disse.
E così feci.
Mi adagiai sul letto mentre lei si coricò sopra di me. La sua lingua calda e umida cominciò un lavoro sopraffino, dalla mia bocca scese lungo il collo, esplorò tutto il mio petto per arrivare ancora giù, da lui, che impaziente la stava aspettando. Sicuramente era più a suo agio ora, che quel pomeriggio nel bagno; la sua bocca e la sua lingua compirono delle meraviglie. Riuscì ad ingoiarlo quasi tutto, risucchiandolo ogni volta. Pareva mi aspirasse dentro, sentivo vampate di calore ad ogni risucchio, pompava tutto il mio ****** per farlo arrivare nel mio enorme fallo che, a quel punto, sentivo esplodere.
Ad un tratto, mentre io godevo di quelle sensazioni, si mise sopra a cavalcioni, me lo prese con una mano e cominciò a strusciarselo sulle sue labbra vaginali che stavano letteralmente grondando un liquido denso e scivoloso.
Con gesti morbidi roteava il mio glande tutt’intorno al suo orifizio, facendolo scivolare tra le sue labbra per poi stimolare il suo clitoride. Una fase esplorativa per il mio glande, caldo e pulsante, in quel paradiso di carne morbida e ben lubrificata.
Più maneggiava e più incalzava il ritmo; lunghi e profondi vocalizzi goduriosi a fiato spezzato le uscivano dalla bocca.
Le piaceva.
Mi piaceva.
La mia cappella, immersa nelle sue morbide creste vaginali, piano piano scompariva per addentrarsi in lei.
La penetrazione era cominciata, ma sempre con piccoli inserimenti che aumentavano di volta in volta. Sentivo le sue pareti stringersi intorno alla mia verga, quasi ne fosse risucchiata.
Con un colpo secco si penetrò quasi completamente, gesto accompagnato da un forte gemito. Non era entrato del tutto ma già sentivo la punta spingere contro qualche tessuto della sua vagina. Appoggiò le sue mani sulle mie gambe e morbidamente cominciò a cavalcarmi.
Vedevo il mio grosso membro spingere le sue labbra dentro di lei per poi fuoriuscire, quando lo ritraevo, avvinghiate intorno al mio tronco largo e nervoso, come funghi sopra ad un albero.
I suoi occhi riversi rendevano bene l’idea del grande piacere che stesse provando. Io ero ancora troppo intento a curare i dettagli, a me nuovi, per potermi lasciare andare completamente.
Le sue gambe cominciarono a tremare mentre il suo movimento diventava sempre più determinato e veloce. La penetrazione aumentava di colpo in colpo.
Lei esplose in un gemito incontrollato, le sue gambe si strinsero fortemente intorno al mio bacino e lei iniziò a sussultare incontrollata.
Fui quasi spaventato dalla scena.
Ma era veramente eccitante.
La presi per i fianchi, la girai supina e, ancora dentro di lei, cominciai la mia parte.
Lei continuava ad ansimare, urlando piacere. Sentivo che il suo orgasmo era in corso, le sue contrazioni intime strizzavano la mia dura verga.
Muovendomi piano, seguivo il ritmo dei suoi sussulti.
Il suo orgasmo non pareva cessare, forse si era attenuato ma era ancora in corso.
Spinsi sempre più velocemente e sempre più a fondo. Lei urlava, le piaceva ma urlava.
Affondai una serie di colpi decisi, sentivo che stavo giungendo finalmente al mio orgasmo. Le stavo serrando i polsi con la presa delle mie mani, spingendoli sul letto, quasi a volerla tenere ferma. Si dimenava in preda al piacere ed io, in preda alla grande eccitazione, affondavo sempre di più, tutto, fino in fondo, fino a provare una strana e bellissima sensazione in quell’atto di sfondamento, di pieno possesso, di dominio e di controllo.
Quando avvertii l’esplosione del mio sperma lo estrassi velocemente e la inondai completamente.
Gli schizzi del mio seme arrivarono sin sui suoi capelli, sul suo viso e su tutto il petto.
Mi accasciai al suo fianco, ero svuotato e distrutto.
Ci avvinghiammo abbracciati, tremanti e pulsanti.
Scese il silenzio in quella camera, rotto solo dai nostri respiri affannati.
I rumori generati dello strusciamento dei nostri corpi affamati di piacere, dallo sguazzamento delle nostri carni intime nelle acque dense e scivolose prodotte al suo organo, del letto che cigolando sbatteva fortemente a ridosso delle parete, ora echeggiavano solo nella mia testa e nella mia memoria.
Mi addormentai.
Quando mi svegliai, ero solo.
Morena non c’era più e capii subito che se ne era andata.
Non era in bagno, non era uscita sul balcone, non era scesa a prendere dell’acqua; non sentivo più la sua presenza, aveva lasciato un vuoto.
Mi rimproverai dandomi dello stupido.
Come avevo fatto ad addormentarmi?
Avevo ancora energie per rifarlo e rifarlo ancora.
Invece era finita, perché mi ero addormentato come un bambino dopo una giornata intensa di emozioni.
Scorsi un biglietto sulla scrivania. Con il cuore in gola lo presi e lo lessi.
“Ciao ragazzone! Oggi è stata una giornata fantastica! Ti ho assaporato, gustato e… Mi sei piaciuto da morire! Debbo scappare perché ero d’accordo che avrei raggiunto una mia amica. Ti chiamerò presto! Non ti lascerò andare tanto facilmente!!!! Bacio!!”
Mi sentii molto meglio.
Finalmente mi rilassai.
Mi distesi sul letto, alla ricerca dei suoi profumi che i suoi umori avevano stampato sulle lenzuola. Era stato tutto meraviglioso.
Ora, avrei solo dovuto riprogrammare la mia mente, i miei credo, le mie convinzioni, i miei tabù.
Guardando il vuoto di quel soffitto, pensavo a tutte le occasioni perse, agli istinti soffocati.
Mi vennero in mente le avance che avevo avuto da compagne di scuola, amiche, della vicina di casa; mi richiudevo in me stesso e lottavo per cacciare tutti i pensieri impuri.
Ricordo il bellissimo corpo mia zia sotto la doccia e delle sue mutandine sporche dal suo umore, che spesso lasciava in bellavista sul lavandino del bagno; ragazza vivace ed intraprendente, in continua lotta con mia madre per i suoi atteggiamenti e comportamenti troppo libertini.
Quante volte le avevo annusate e quanto mi eccitavano.
L’avevo vista e sentita più volte masturbarsi nel suo letto, posto vicino al mio, durante la notte.
Ma poi, da bravo ragazzo che volevo essere, mi punivo infliggendomi castighi e privazioni; aumentavo l’attività fisica e dedicavo più tempo a quello che credevo fossero sane letture.
Ma ora mi ero deciso.
Basta!
Da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata.
Mi sarei rifatto di tutto il tempo perso, anche con chi meno se lo fosse aspettato! Ma queste, forse, saranno altre storie.
Mi riaddormentai.
Era stata una lunga giornata!
5年前