Ute, scopamica ante litteram - Parte Prima
Estate 1981, allora ero appena andato via dal lavoro di casiere che facevo in un casolare molto alternativo sull’Appennino tosco emiliano e vivevo ospite in una casa di studenti in una banlieu italiana (era, per meglio dire, la periferia di una periferia).
Ospite significava che, ogni sera, srotolavo per terra un materasso di crine, ci mettevo sopra il mio sacco a pelo color turchese, amico dei giorni più lieti e buonanotte. Al mattino, operazione contraria e via a cercar lavoro con la mia lambretta 125 special, una schifezza di scooter sfiatato che si ingolfava ad ogni tre per due per mancanza di compressione.
Come pensate che si sentisse un ventisettenne che non voleva tornare a casa sconfitto per non aver combinato nulla di buono?
Per non avere il coraggio di chiedere soldi per tornare a studiare anche se era la cosa che più avrebbe voluto fare?
Ero diventato rapace come non lo ero mai stato.
Il barman si sbaglia a darmi il resto?
È mio!
Stessa cosa quando l’impiegata delle Poste mi dette più soldi di quanto richiesti nel ritirare i soldi dal libretto di risparmio
Come diceva Enzo Jannacci: “Ciapp’ i’stess!”
Le Donne?
Se ne avessi trovata una, ah, se ne avessi trovata una, l'avrei fatta girare su se stessa usando il mio cazzo come un perno. Se l’avessi trovata.
Trovai lavoro tramite il proprietario del casolare di cui sopra, Donjus: una ditta che si occupava solo di energie alternative.
“Bello!” direte Voi, vero?
Bello un paio di palle: applicavo pellicole oscuranti ai parabrezza delle macchine.
Un lavoro snervante fatto di calma e pazienza.
È proprio vero che tutto serve: m’impratichii da quel momento all’uso di cutter affilatissimi per tagliare la pellicola.
Divenni così bravo da acquistare una mano così ferma che è il mio orgoglio ancor’oggi, che ho passato i sessanta: posso tagliare a mano libera e ferma un foglio di carta tracciando una linea retta.
Ma che cazzo di lavoro, in ogni caso, altro che pannelli solari o pale eoliche, stavo sbattuto in un garage a spruzzare acqua saponata sui cristalli di Simca e 127 di pretenziosi burini che volevano trasformarle in vetture sportive.
Diventavo sempre più un predatore in gabbia, proprio io, che stavo elaborando un senso civico e collaborativo.
Tutto rimandato a data da destinarsi: l’eleganza politica è difficile da gestire in simili condizioni.
Fu allora che ricevetti un invito da parte di Sylvie, la compagna di Donjus: si sposavano i vicini di casolare e loro mi invitavano al loro matrimonio.
Mi ricordai che Sylvie mi aveva già raccontato di quando, tempo addietro, la vicina scendeva, quatta quatta per i campi, a consolare Donjus appena abbandonato dalla moglie alcolizzata.
Il futuro marito aspettò buono buono fino a che Donjus non si mise con Sylvie, chiudendo quella parentesi boccaccesca.
Anni dopo, ebbi modo di apprezzare e comprendere “fino in fondo” quella pazienza che non era remissività ma un gesto d’amore altro che da cuckold o da cornuto.
Nota di colore: come si faceva a messaggiarsi quando non esistevano cellulari e WhatsApp e non si aveva il telefono in casa?
Il telefono del bar sotto casa.
Funzionava e bastava sia per le buone quanto per le cattive notizie, rimaneva fuori il cazzeggio inutile. Naturalmente, accettai.
Era un sabato pomeriggio, arrivai in scooter sui monti su un sentiero non adatto a moto così basse con ciottoli e spuntoni di galestro, una roccia tagliente e dura che spacca coppe dell’olio e lacera vecchi pneumatici ma, quella volta e propiziamente, la lambretta si comportò egregiamente.
Indossavo la mia salopette verde pisello e i mocassini gialli, riccioli al vento, cazzo sempre in tiro: un mezzo soggettone insomma ma, allora, sembrava normale.
Gli invitati erano hippie benestanti, quel tipo di persone che avevano applicato la massima che recita: “Il Mondo è come te lo fai”.
Gente fumata, certo, ma che, al lunedì successivo, sarebbe tornata al lavoro.
Gli sposi arrivarono con lei con il capo cinto da un’incantevole ghirlanda e fu allora che liberai la colomba meccanica che avevo acquistato come regalo di nozze.
Questa volò, bene augurante, sopra la testa dei novelli sposi; si meritavano davvero una felice vita di coppia, erano belle persone.
Tornammo dentro, a bere un po’ di vino e parlare un po’, si parlava di noi stessi come si era soliti fare allora, facendo bilanci della nostra vita senza vanterie.
Fu allora che uno loro strano amico tedesco mi presentò Ute, una biondina, anche lei tedesca, alta quanto me, dal corpo snello e con la frangetta, avvolta in un vestito chiaro che le lasciava le spalle scoperte.
Aveva due tettine come piacciono a me (lo sapete già) e sottili fianchi da abbracciare.
Parlava e comprendeva decentemente l’italiano, viveva a Colonia, lì studiava Botanica ed era venuta “a stare per un po’ in Italia”; ci stette dei mesi, giusto il tempo di trombarla a dovere.
Fino ad allora non avevo conversato molto con lei ma era rimasta al mio fianco né alcuno l’aveva reclamata.
Sembrava che a nessuno importasse di lei, forse era la sua aria taciturna sempre con gli occhi bassi?
Del resto, per abitare con uno che si sospettasse essere dei servizi segreti della Germania dell’Est, una persona un po’ cupa, ci vuole o un po’ coraggio oppure essere remissivi.
E allora, la prendo io, la biondina, se permettete.
Ero mezzo brillo quando attaccarono le danze.
“Vuoi ballare?”, le chiesi.
Ute annuì.
Ok, balliamo un lento, allora.
Ma... che diavolo!
Voi sapete che quando si balla, anche quando noi maschi avvinghiamo le Donne modello boa conscrictor, queste orientano il loro bacino in modo da non offrire subito il loro monte di Venere.
Lei, invece lo faceva.
Non posso crederci, forse era una mia impressione, com’era possibile?
Ci conoscevamo da mezz’ora!
Continuai a ballare ma ondeggiai un po’ e lei mi seguì con la fica.
Io ho il cazzo che batte a sinistra, feci una manovra plateale, aiutato dalla salopette che me lo permetteva: misi il cazzo barzotto a ore 12.
Tra manovra e risultato, il significato dovrebbe esser chiaro, vero, ragazza?
Lo fu, la sua fica era appoggiata su entrambi i lati del mio cazzo.
E tutto questo dopo solo tre quarti d’ora che la conoscevo.
Il suo sguardo, nel frattempo, non denotava particolari espressioni nemmeno ammiccamenti alla maniera mediterranea, guardava di lato come se niente fosse.
“Andiamo un po’ fuori, che ne dici?”
Ute, annuì.
La presi per mano e via!
“Fuori” era un sentiero costeggiato da un terrazzamento e che era un punto di passaggio obbligato per andare e venire dal casolare sul lato ovest, c’erano luci, persone che parlottavano e che andavano e venivano.
Sarebbe stato il caso di andare più in là, nel bosco?
No, credetemi, non andò così, l’appoggiai sul muro a secco del terrazzamento e le sollevai la gonna, non fino all’inguine ma quindici cm più sopra, fino al pube, calai la mano come piaceva a me: non infilavo subito le dita nella fica, evitavo così di strappare peli e piccole labbra incollate alle mutande, o no… infilavo la mano negli slip, andando verso il basso e con il dorso le allontanavo da quello che proteggevano, poi risalivo tra le gambe in modo che la ragazza, oggetto delle mie attenzioni, fosse portata naturalmente a divaricare le cosce.
Anche Ute aprì le sue cosce e, solo allora, le presi la fichetta con la mano a coppa, e la tenni così per un momento come se accarezzassi una guancia.
È stato sempre per me un momento magico.
Stetti un attimo così e poi cominciai a pastrugnarla e, mentre la baciavo, mordevo sul collo.
La tregua era finita.
E Lei diventò molle e bagnata, aveva una fica con radi peli, le misi un dito dentro, strettina devo dire.
Strettina? Altroché, poi vedrete.
Da ignorante del Sesso qual ero, allora non stimolavo molto la Clitoride, temevo che si facesse male!
La mia tattica di allora era tutto e solo un penetrare, con il cazzo, con le dita e pure con la lingua.
Torniamo a noi due.
Lei si muoveva tutta ed apprezzava ma, riflettendoci a freddo, doveva pur esser cosciente che tutti quelli che passavano di lì ci vedevano chiaramente ed osservavano con quanta facilità si concedesse.
Ma non mi disse nulla. Mi lasciò fare.
Ed io continuai nel mio delirio maschile: tirai fuori il cazzo davanti a tutti e lo misi tra le sue gambe:
Lei era tra me ed il muro, gambe divaricate, gonna alzata, mutande abbassate.
Io? Io le ero contro con il bacino arcuato in avanti, chiaro segno di offerta del pene, il quale non si vedeva ma si capiva che stava “lavorando” da quella postura e dal mio andrivieni con il bacino, mentre le sussurravo:
“È questo che vuoi, zoccola, eh? È questo?”, chiesi rabbioso.
Ute, come al solito, annuì.
Oggi, con la mania che avete d'inventare termini nel Sesso, la definireste una sub.
Nessuno venne a fermarci ma, per una strana ragione, rinsavii, tanto sapevo che era fatta e tornammo indietro finendo per sederci sulla corte posta sul lato Est del casolare.
Gli sposi stavano distribuendo regalini al posto delle bomboniere mentre ricevevano altri auguri, levando i calici
Eravamo seduti vicini ma non abbracciati e non facevamo alcuna effusione, insomma non era facile capire che ci fosse una relazione tra noi due; fu allora che la mamma dello sposo, Pietrina, una donna matura, ancor bella, viso un po’ scavato, incorniciato da un caschetto di capelli meno curato di quanto meritasse, mi rivolse la parola con un sorriso un po’ amaro:
“Oggi, loro coronano il loro sogno e forse questa sera altri troveranno compagnia, non credi?”
Non c’era malignità e nemmeno maliziosità nelle sue parole ma una sana invidia. Quell’invidia che non vuol togliere a chi sta provando le gioie della vita ma che pretende il diritto a pari felicità.
Pietrina aveva tutti i motivi per reclamare una botta di vita; era rimasta vedova troppo presto e con un figlio giovane da far crescere.
Era un’offerta che mi stava facendo, oggi, che sono io ad essere il “maturo”, la comprendo bene e vivo questo bisogno sul mio Corpo.
Ma allora era lei ad offrirsi a me.
Ora ditemi se le Donne non hanno una Magia tutta loro: bastò uno sguardo tra me e Ute, senza nemmeno scambiarci una carezza o un bacio, perché Pietrina capisse tutto ed esclamasse:
“Oh! Ma tu ce l’hai già la compagna per questa notte!”
Lo disse delusa per se stessa.
Evidentemente, io davvero le piacevo, ma non c’era niente di sporco nel suo modo di vedere come stavano andando le cose.
Benedetta Pietrina!
Avrei dovuto fermarmi e dire: “Pietrina, adesso lasciami andare e sii felice per me, ti prego, ma pazienta qualche giorno che voglio conoscerti meglio e fare con te quello che sto per fare con Ute. Va bene?”
Avrebbe detto di sì, ma allora io non possedevo tutte queste parole, avevo belle sensazioni ma non riuscivo a condividerle.
Ecco perché ora scrivo, avendole tardivamente acquisite quelle parole, sento il bisogno di farvi partecipi.
Molto probabilmente non ci sarebbe stato un seguito tra noi ma avrei incoraggiato una donna ancora piacente per farle capire che davvero meritava amore e sesso profuso a piene mani.
Spero abbia trovato da trombare anche lei, quella notte stessa.
Ma ora basta:
“Andiamo”, dissi.
Ute, si alzò.
Mi aspettava la mia vecchia stanzetta della servitù nel casolare di Sylvie e Donjus, una mansardina di tre metri per due senza neanche la porta.
Sarebbe bastata come alcova per una notte.
Sylvie e Donjus si erano congedati tempo prima ed erano già a letto.
Noi, invece, non salutammo nessuno, tranne Pietrina. Ciao, Pietrina.
Caracollammo, tagliando tra i campi invece di allungare dal bosco.
Volavamo a grandi falcate in discesa ma, con l’avventatezza dei giovani, cominciai ad abbracciarla e a brancicarla tutta, sollevai la gonna e le mettevo una mano sulla fica da dietro ed una davanti, insomma un turbine di mani rapaci ed inconcludenti o quasi.
Cademmo per terra senza, ovviamente, farci male.
Anzi, mentre cadevamo, ci stavamo già abbracciando.
Non ci rialzammo, misi una mano sotto la gonna e le strappai le mutandine mentre la baciavo.
Sentivo allegre voci di uomini e donne che scendevano per la nostra stessa strada, tra un po’ ci avrebbero visto.
E chi se ne frega, continuai imperterrito a masturbarla fino a che tirai fuori il mio cazzo ma ero troppo eccitato: come lo appoggiai, venni, sborrando sulla sua fichetta e sulle zolle di terra.
Tutto questo finì giusto quando il gruppetto arrivò a cinque passi da noi, non seppi mai chi fossero, eravamo avvinghiati per terra. Io avevo il viso affondato nei suoi capelli ma lei era chiaramente visibile con il viso contratto dal piacere ed incurante degli sguardi altrui.
Ma come faceva a provare piacere?
Non l’avevo nemmeno penetrata!
Godeva perché aveva goduto il maschio che le stava sopra.
Che femmina da sesso che era, Ute.
Ho incontrato altre Donne simili ma non te lo dicono facilmente che godono a farti godere.
Non te lo dicono non tanto per non essere definite troie ma perché la fica, te la devi sudare.
Eppure ci sono donne che hanno orgasmi facendo pompini ai loro amanti sapendo di stare a fregare la moglie di lui (raramente pensano al proprio marito in quei momenti, questi, semplicemente, non esiste), oppure godono per contentezza nei confronti del proprio uomo.
Quando incontriamo una donna simile, temiamocela cara.
A volte, un uomo sente il bisogno d’avere uno sborratoio a portata di mano.
Uno sborratoio felice d’esserlo.
Sia detto senza fronzoli.
Tutto finito?
Ma no… Andammo in camera, fummo subito nudi e subito ricominciai a succhiare quelle tettine magnifiche e a metterle, fin da subito, un dito in culo.
“Vai sopra, Ute, impalati da sola, dài”, le dissi.
Ute lo fece.
Nulla da fare, scoprii subito che Ute aveva un fortissimo vaginismo muscolare: penetrarla era doloroso anche per il mio cazzo normale e sottile.
E tutto questo, nonostante fosse avvezza al sesso.
Il bello era che lei non si ritraeva per il dolore, ci dava dentro a spingere fino a quando il cazzo di turno non fosse tutto entrato.
Ve l'ho già detto che era una femmina da sesso?
Penetrarla, dicevo, era, per me, davvero doloroso erano come dei denti di carne che rigavano sia la mia cappella sia metà dell’asta poi tutto finiva ed entravo liscio; una volta dentro, era il paradiso: aveva una vagina liscia che mi accarezzava il cazzo mentre i muscoli del pavimento pelvico mi stringevano ad anello la base del pene, ritardando le mie proverbiali eiaculazioni precoci.
Anzi resistevo tanto dentro di lei, tanto che… state a leggere.
“Vai giù”, le dissi.
Ute ubbidì.
E da lì, standole sopra, soffrendo e sbuffando, il cazzo entrò.
E la pompai di brutto e per tanto tempo, dio, se la trombai.
Lei aspirava l’aria come se avesse difficoltà a respirare, io baciavo succhiavo e mordevo tutto quello che c’era da baciare, mordere e succhiare.
Aveva le labbra quasi fredde a furia di ansimare in continuazione.
E in tutto questo tempo, nemmeno una parola tra noi.
Dopo un po’ che trombavo così non mi dava più lo stesso piacere; Voi lo sapete, le terminazioni nervose diventano refrattarie, noi diciamo che “si addormentano” quando sono sollecitate a lungo e allora cambiai posizione.
“Mettiti alla pecorina”, le dissi.
Ute ubbidì.
Mio dio! Il mio punto L, quello sotto la cappella ed il frenulo, il mio punto più sensibile, si strofinava da qualche parte nella sua vagina, donandomi un piacere particolare e dopo un’ora di quella giostra, le venni dentro senza neanche chiedere se fosse protetta (lo era) un piacere che mi viene solo quando scopo alla pecorina o quando inculo: il pene s’ingrossa davvero ma non sono i corpi cavernosi ad ingrossarsi, bensì il corpo spugnoso dell'uretra.
Io ho imparato a conoscere i miei orgasmi e non sono tutti uguali.
Quello che avevo appena provato era un piacere che sento correre dentro l‘uretra quando sborro e che mi prende fino a dentro al culo perché la porta nascosta pene non forma più angoli acuti o strozzature e diventa un corpo unico che parte da dietro la sinfisi pubblica e diventa come un chiodo ben piantato dentro noi stessi.
Quando ciò mi succede è un orgasmo a****le e sublime.
Venni e uscii da lei.
Ute non andò in bagno a lavarsi, nemmeno per pisciare.
A pensarci bene, nemmeno io.
Dormire?
Avevamo ancor di meglio da fare.
Parlare?
E di che?
Con tanto ben di dio, li a disposizione, ricominciammo subito, tanto il mio cazzo era già duro e sensibile.
Ma, questa volta, incredibile a dirsi, Ute reclamò i suoi diritti.
“Io vado sopra, sì?”, Ute non aveva chiesto, era un’affermazione.
Prego, si accomodi.
Solita fatica e dolore nel penetrarla ma, alla fine, era dentro.
Era un momento tutto suo, si vedeva: non mi baciava e non mi accarezzava, insomma, si stava masturbando con il mio cazzo.
Era più di mezzora che si dava da fare e non smetteva.
Riflettendoci, io non so se godesse in continuazione o faticasse a raggiungere l’orgasmo, posso solo dire che non sembrava delusa né stanca né incazzata: ci dava dentro, anzi, ci dava sopra.
Ma, mentre mi pompava, mi addormentai.
Non ci potevo credere, mi ero addormentato trombando e mi risvegliai con lei era ancora sopra a fare su e giù sul mio cazzo ancora duro; lui, per fortuna, non dormiva.
Provai a brancicare tette e baciarla, niente da fare, cadevo di nuovo addormentato e mi risvegliavo per il piacere che provavo.
Urgeva una regia maschile.
“Mettiti alla pecorina”, le dissi.
Ute, ubbidì.
Ah, che bel culo che aveva!
Ma perché non l’ho mai inculata? Mistero.
Perché non lo avevo mai fatto, ecco perché.
Lo feci con quella BBW di Paola, l’anno dopo.
Ed eccomi alla pecorina; avevo più tempo per riflettere, mi guardavo intorno, mi appoggiavo alla trave della mansarda mentre me la chiavavo e guardavo i nostri genitali che si accoppiavano.
Fu allora che capii quanto fosse stretta: le sue ninfe, le sue piccole labbra sporgevano in fuori quando il mio cazzo usciva, avvolgendolo, quasi ad abbracciarlo e a dire “Non andar via!”.
Questo era motivo d’orgoglio perché anche un cazzo stretto come il mio bastava ad allargarla.
Anni dopo, provai una delusione enorme quando mi accorsi che per davvero la vagina di mia moglie, Monia, non era più avvolgente.
Come nei peggiori racconti porno, il cazzo grande del suo scopamico, Alex, l’aveva oramai allargata ed io non riuscivo più a "stirarla", a donarle quella sensazione di allargamento, di pienezza che porta all'orgasmo molte Donne, Lei non godeva ed io mi sentivo un piccolo uomo.
Fu allora che Monia imparò a stringere i muscoli vaginali per mungere il mio cazzo affinché Lei potesse godere e farmi sentire ancora un vero uomo.
Ciò non esclude che Monia non mungesse con la vagina anche il cazzo di Alex, quintuplicando il suo piacere.
Sarebbe meglio che noi maschietti senza grandi misure non si debba avere simili pensieri. Accontentiamoci di ciò che le Donne ci elargiscono con generosità senza far confronti, altrimenti non ne usciremo vivi.
Ma tutto questo era di là da venire, intanto, ero dentro Ute ed ecco di nuovo, dopo poco, un orgasmo violento e rabbioso di quelli che ti fanno sporgere la mascella come un vero predatore, digrignando i denti e con la nebbia rossa intorno agli occhi.
Ci addormentammo in un letto piccolissimo ma riuscimmo a dormire un paio d’ore.
All’alba, fame, appiccicume e bisogno di fare la pipì ci svegliarono.
Scendemmo entrambi nudi (in quella casa si poteva) e andammo alla grande cabina doccia che c’era accanto alla cucina.
Una volta lì, ci lavammo, ognun per sé, senza smancerie; mentre lo facevamo, arrivò anche Donjus.
Lo salutammo e gli lasciammo campo libero, sotto la doccia.
Mentre lui terminava di lavarsi, io preparai la colazione italo / tedesca, caffè e tutto il resto.
Poi tutti e tre ci sedemmo a fare colazione.
Donjus chiese:
“Beh? Com’è andata la serata dopo che io e Sylvie siamo andati a dormire?
Chi ha dato scandalo?”
“Noi due”, risposi.
Ute rise di cuore.
Ospite significava che, ogni sera, srotolavo per terra un materasso di crine, ci mettevo sopra il mio sacco a pelo color turchese, amico dei giorni più lieti e buonanotte. Al mattino, operazione contraria e via a cercar lavoro con la mia lambretta 125 special, una schifezza di scooter sfiatato che si ingolfava ad ogni tre per due per mancanza di compressione.
Come pensate che si sentisse un ventisettenne che non voleva tornare a casa sconfitto per non aver combinato nulla di buono?
Per non avere il coraggio di chiedere soldi per tornare a studiare anche se era la cosa che più avrebbe voluto fare?
Ero diventato rapace come non lo ero mai stato.
Il barman si sbaglia a darmi il resto?
È mio!
Stessa cosa quando l’impiegata delle Poste mi dette più soldi di quanto richiesti nel ritirare i soldi dal libretto di risparmio
Come diceva Enzo Jannacci: “Ciapp’ i’stess!”
Le Donne?
Se ne avessi trovata una, ah, se ne avessi trovata una, l'avrei fatta girare su se stessa usando il mio cazzo come un perno. Se l’avessi trovata.
Trovai lavoro tramite il proprietario del casolare di cui sopra, Donjus: una ditta che si occupava solo di energie alternative.
“Bello!” direte Voi, vero?
Bello un paio di palle: applicavo pellicole oscuranti ai parabrezza delle macchine.
Un lavoro snervante fatto di calma e pazienza.
È proprio vero che tutto serve: m’impratichii da quel momento all’uso di cutter affilatissimi per tagliare la pellicola.
Divenni così bravo da acquistare una mano così ferma che è il mio orgoglio ancor’oggi, che ho passato i sessanta: posso tagliare a mano libera e ferma un foglio di carta tracciando una linea retta.
Ma che cazzo di lavoro, in ogni caso, altro che pannelli solari o pale eoliche, stavo sbattuto in un garage a spruzzare acqua saponata sui cristalli di Simca e 127 di pretenziosi burini che volevano trasformarle in vetture sportive.
Diventavo sempre più un predatore in gabbia, proprio io, che stavo elaborando un senso civico e collaborativo.
Tutto rimandato a data da destinarsi: l’eleganza politica è difficile da gestire in simili condizioni.
Fu allora che ricevetti un invito da parte di Sylvie, la compagna di Donjus: si sposavano i vicini di casolare e loro mi invitavano al loro matrimonio.
Mi ricordai che Sylvie mi aveva già raccontato di quando, tempo addietro, la vicina scendeva, quatta quatta per i campi, a consolare Donjus appena abbandonato dalla moglie alcolizzata.
Il futuro marito aspettò buono buono fino a che Donjus non si mise con Sylvie, chiudendo quella parentesi boccaccesca.
Anni dopo, ebbi modo di apprezzare e comprendere “fino in fondo” quella pazienza che non era remissività ma un gesto d’amore altro che da cuckold o da cornuto.
Nota di colore: come si faceva a messaggiarsi quando non esistevano cellulari e WhatsApp e non si aveva il telefono in casa?
Il telefono del bar sotto casa.
Funzionava e bastava sia per le buone quanto per le cattive notizie, rimaneva fuori il cazzeggio inutile. Naturalmente, accettai.
Era un sabato pomeriggio, arrivai in scooter sui monti su un sentiero non adatto a moto così basse con ciottoli e spuntoni di galestro, una roccia tagliente e dura che spacca coppe dell’olio e lacera vecchi pneumatici ma, quella volta e propiziamente, la lambretta si comportò egregiamente.
Indossavo la mia salopette verde pisello e i mocassini gialli, riccioli al vento, cazzo sempre in tiro: un mezzo soggettone insomma ma, allora, sembrava normale.
Gli invitati erano hippie benestanti, quel tipo di persone che avevano applicato la massima che recita: “Il Mondo è come te lo fai”.
Gente fumata, certo, ma che, al lunedì successivo, sarebbe tornata al lavoro.
Gli sposi arrivarono con lei con il capo cinto da un’incantevole ghirlanda e fu allora che liberai la colomba meccanica che avevo acquistato come regalo di nozze.
Questa volò, bene augurante, sopra la testa dei novelli sposi; si meritavano davvero una felice vita di coppia, erano belle persone.
Tornammo dentro, a bere un po’ di vino e parlare un po’, si parlava di noi stessi come si era soliti fare allora, facendo bilanci della nostra vita senza vanterie.
Fu allora che uno loro strano amico tedesco mi presentò Ute, una biondina, anche lei tedesca, alta quanto me, dal corpo snello e con la frangetta, avvolta in un vestito chiaro che le lasciava le spalle scoperte.
Aveva due tettine come piacciono a me (lo sapete già) e sottili fianchi da abbracciare.
Parlava e comprendeva decentemente l’italiano, viveva a Colonia, lì studiava Botanica ed era venuta “a stare per un po’ in Italia”; ci stette dei mesi, giusto il tempo di trombarla a dovere.
Fino ad allora non avevo conversato molto con lei ma era rimasta al mio fianco né alcuno l’aveva reclamata.
Sembrava che a nessuno importasse di lei, forse era la sua aria taciturna sempre con gli occhi bassi?
Del resto, per abitare con uno che si sospettasse essere dei servizi segreti della Germania dell’Est, una persona un po’ cupa, ci vuole o un po’ coraggio oppure essere remissivi.
E allora, la prendo io, la biondina, se permettete.
Ero mezzo brillo quando attaccarono le danze.
“Vuoi ballare?”, le chiesi.
Ute annuì.
Ok, balliamo un lento, allora.
Ma... che diavolo!
Voi sapete che quando si balla, anche quando noi maschi avvinghiamo le Donne modello boa conscrictor, queste orientano il loro bacino in modo da non offrire subito il loro monte di Venere.
Lei, invece lo faceva.
Non posso crederci, forse era una mia impressione, com’era possibile?
Ci conoscevamo da mezz’ora!
Continuai a ballare ma ondeggiai un po’ e lei mi seguì con la fica.
Io ho il cazzo che batte a sinistra, feci una manovra plateale, aiutato dalla salopette che me lo permetteva: misi il cazzo barzotto a ore 12.
Tra manovra e risultato, il significato dovrebbe esser chiaro, vero, ragazza?
Lo fu, la sua fica era appoggiata su entrambi i lati del mio cazzo.
E tutto questo dopo solo tre quarti d’ora che la conoscevo.
Il suo sguardo, nel frattempo, non denotava particolari espressioni nemmeno ammiccamenti alla maniera mediterranea, guardava di lato come se niente fosse.
“Andiamo un po’ fuori, che ne dici?”
Ute, annuì.
La presi per mano e via!
“Fuori” era un sentiero costeggiato da un terrazzamento e che era un punto di passaggio obbligato per andare e venire dal casolare sul lato ovest, c’erano luci, persone che parlottavano e che andavano e venivano.
Sarebbe stato il caso di andare più in là, nel bosco?
No, credetemi, non andò così, l’appoggiai sul muro a secco del terrazzamento e le sollevai la gonna, non fino all’inguine ma quindici cm più sopra, fino al pube, calai la mano come piaceva a me: non infilavo subito le dita nella fica, evitavo così di strappare peli e piccole labbra incollate alle mutande, o no… infilavo la mano negli slip, andando verso il basso e con il dorso le allontanavo da quello che proteggevano, poi risalivo tra le gambe in modo che la ragazza, oggetto delle mie attenzioni, fosse portata naturalmente a divaricare le cosce.
Anche Ute aprì le sue cosce e, solo allora, le presi la fichetta con la mano a coppa, e la tenni così per un momento come se accarezzassi una guancia.
È stato sempre per me un momento magico.
Stetti un attimo così e poi cominciai a pastrugnarla e, mentre la baciavo, mordevo sul collo.
La tregua era finita.
E Lei diventò molle e bagnata, aveva una fica con radi peli, le misi un dito dentro, strettina devo dire.
Strettina? Altroché, poi vedrete.
Da ignorante del Sesso qual ero, allora non stimolavo molto la Clitoride, temevo che si facesse male!
La mia tattica di allora era tutto e solo un penetrare, con il cazzo, con le dita e pure con la lingua.
Torniamo a noi due.
Lei si muoveva tutta ed apprezzava ma, riflettendoci a freddo, doveva pur esser cosciente che tutti quelli che passavano di lì ci vedevano chiaramente ed osservavano con quanta facilità si concedesse.
Ma non mi disse nulla. Mi lasciò fare.
Ed io continuai nel mio delirio maschile: tirai fuori il cazzo davanti a tutti e lo misi tra le sue gambe:
Lei era tra me ed il muro, gambe divaricate, gonna alzata, mutande abbassate.
Io? Io le ero contro con il bacino arcuato in avanti, chiaro segno di offerta del pene, il quale non si vedeva ma si capiva che stava “lavorando” da quella postura e dal mio andrivieni con il bacino, mentre le sussurravo:
“È questo che vuoi, zoccola, eh? È questo?”, chiesi rabbioso.
Ute, come al solito, annuì.
Oggi, con la mania che avete d'inventare termini nel Sesso, la definireste una sub.
Nessuno venne a fermarci ma, per una strana ragione, rinsavii, tanto sapevo che era fatta e tornammo indietro finendo per sederci sulla corte posta sul lato Est del casolare.
Gli sposi stavano distribuendo regalini al posto delle bomboniere mentre ricevevano altri auguri, levando i calici
Eravamo seduti vicini ma non abbracciati e non facevamo alcuna effusione, insomma non era facile capire che ci fosse una relazione tra noi due; fu allora che la mamma dello sposo, Pietrina, una donna matura, ancor bella, viso un po’ scavato, incorniciato da un caschetto di capelli meno curato di quanto meritasse, mi rivolse la parola con un sorriso un po’ amaro:
“Oggi, loro coronano il loro sogno e forse questa sera altri troveranno compagnia, non credi?”
Non c’era malignità e nemmeno maliziosità nelle sue parole ma una sana invidia. Quell’invidia che non vuol togliere a chi sta provando le gioie della vita ma che pretende il diritto a pari felicità.
Pietrina aveva tutti i motivi per reclamare una botta di vita; era rimasta vedova troppo presto e con un figlio giovane da far crescere.
Era un’offerta che mi stava facendo, oggi, che sono io ad essere il “maturo”, la comprendo bene e vivo questo bisogno sul mio Corpo.
Ma allora era lei ad offrirsi a me.
Ora ditemi se le Donne non hanno una Magia tutta loro: bastò uno sguardo tra me e Ute, senza nemmeno scambiarci una carezza o un bacio, perché Pietrina capisse tutto ed esclamasse:
“Oh! Ma tu ce l’hai già la compagna per questa notte!”
Lo disse delusa per se stessa.
Evidentemente, io davvero le piacevo, ma non c’era niente di sporco nel suo modo di vedere come stavano andando le cose.
Benedetta Pietrina!
Avrei dovuto fermarmi e dire: “Pietrina, adesso lasciami andare e sii felice per me, ti prego, ma pazienta qualche giorno che voglio conoscerti meglio e fare con te quello che sto per fare con Ute. Va bene?”
Avrebbe detto di sì, ma allora io non possedevo tutte queste parole, avevo belle sensazioni ma non riuscivo a condividerle.
Ecco perché ora scrivo, avendole tardivamente acquisite quelle parole, sento il bisogno di farvi partecipi.
Molto probabilmente non ci sarebbe stato un seguito tra noi ma avrei incoraggiato una donna ancora piacente per farle capire che davvero meritava amore e sesso profuso a piene mani.
Spero abbia trovato da trombare anche lei, quella notte stessa.
Ma ora basta:
“Andiamo”, dissi.
Ute, si alzò.
Mi aspettava la mia vecchia stanzetta della servitù nel casolare di Sylvie e Donjus, una mansardina di tre metri per due senza neanche la porta.
Sarebbe bastata come alcova per una notte.
Sylvie e Donjus si erano congedati tempo prima ed erano già a letto.
Noi, invece, non salutammo nessuno, tranne Pietrina. Ciao, Pietrina.
Caracollammo, tagliando tra i campi invece di allungare dal bosco.
Volavamo a grandi falcate in discesa ma, con l’avventatezza dei giovani, cominciai ad abbracciarla e a brancicarla tutta, sollevai la gonna e le mettevo una mano sulla fica da dietro ed una davanti, insomma un turbine di mani rapaci ed inconcludenti o quasi.
Cademmo per terra senza, ovviamente, farci male.
Anzi, mentre cadevamo, ci stavamo già abbracciando.
Non ci rialzammo, misi una mano sotto la gonna e le strappai le mutandine mentre la baciavo.
Sentivo allegre voci di uomini e donne che scendevano per la nostra stessa strada, tra un po’ ci avrebbero visto.
E chi se ne frega, continuai imperterrito a masturbarla fino a che tirai fuori il mio cazzo ma ero troppo eccitato: come lo appoggiai, venni, sborrando sulla sua fichetta e sulle zolle di terra.
Tutto questo finì giusto quando il gruppetto arrivò a cinque passi da noi, non seppi mai chi fossero, eravamo avvinghiati per terra. Io avevo il viso affondato nei suoi capelli ma lei era chiaramente visibile con il viso contratto dal piacere ed incurante degli sguardi altrui.
Ma come faceva a provare piacere?
Non l’avevo nemmeno penetrata!
Godeva perché aveva goduto il maschio che le stava sopra.
Che femmina da sesso che era, Ute.
Ho incontrato altre Donne simili ma non te lo dicono facilmente che godono a farti godere.
Non te lo dicono non tanto per non essere definite troie ma perché la fica, te la devi sudare.
Eppure ci sono donne che hanno orgasmi facendo pompini ai loro amanti sapendo di stare a fregare la moglie di lui (raramente pensano al proprio marito in quei momenti, questi, semplicemente, non esiste), oppure godono per contentezza nei confronti del proprio uomo.
Quando incontriamo una donna simile, temiamocela cara.
A volte, un uomo sente il bisogno d’avere uno sborratoio a portata di mano.
Uno sborratoio felice d’esserlo.
Sia detto senza fronzoli.
Tutto finito?
Ma no… Andammo in camera, fummo subito nudi e subito ricominciai a succhiare quelle tettine magnifiche e a metterle, fin da subito, un dito in culo.
“Vai sopra, Ute, impalati da sola, dài”, le dissi.
Ute lo fece.
Nulla da fare, scoprii subito che Ute aveva un fortissimo vaginismo muscolare: penetrarla era doloroso anche per il mio cazzo normale e sottile.
E tutto questo, nonostante fosse avvezza al sesso.
Il bello era che lei non si ritraeva per il dolore, ci dava dentro a spingere fino a quando il cazzo di turno non fosse tutto entrato.
Ve l'ho già detto che era una femmina da sesso?
Penetrarla, dicevo, era, per me, davvero doloroso erano come dei denti di carne che rigavano sia la mia cappella sia metà dell’asta poi tutto finiva ed entravo liscio; una volta dentro, era il paradiso: aveva una vagina liscia che mi accarezzava il cazzo mentre i muscoli del pavimento pelvico mi stringevano ad anello la base del pene, ritardando le mie proverbiali eiaculazioni precoci.
Anzi resistevo tanto dentro di lei, tanto che… state a leggere.
“Vai giù”, le dissi.
Ute ubbidì.
E da lì, standole sopra, soffrendo e sbuffando, il cazzo entrò.
E la pompai di brutto e per tanto tempo, dio, se la trombai.
Lei aspirava l’aria come se avesse difficoltà a respirare, io baciavo succhiavo e mordevo tutto quello che c’era da baciare, mordere e succhiare.
Aveva le labbra quasi fredde a furia di ansimare in continuazione.
E in tutto questo tempo, nemmeno una parola tra noi.
Dopo un po’ che trombavo così non mi dava più lo stesso piacere; Voi lo sapete, le terminazioni nervose diventano refrattarie, noi diciamo che “si addormentano” quando sono sollecitate a lungo e allora cambiai posizione.
“Mettiti alla pecorina”, le dissi.
Ute ubbidì.
Mio dio! Il mio punto L, quello sotto la cappella ed il frenulo, il mio punto più sensibile, si strofinava da qualche parte nella sua vagina, donandomi un piacere particolare e dopo un’ora di quella giostra, le venni dentro senza neanche chiedere se fosse protetta (lo era) un piacere che mi viene solo quando scopo alla pecorina o quando inculo: il pene s’ingrossa davvero ma non sono i corpi cavernosi ad ingrossarsi, bensì il corpo spugnoso dell'uretra.
Io ho imparato a conoscere i miei orgasmi e non sono tutti uguali.
Quello che avevo appena provato era un piacere che sento correre dentro l‘uretra quando sborro e che mi prende fino a dentro al culo perché la porta nascosta pene non forma più angoli acuti o strozzature e diventa un corpo unico che parte da dietro la sinfisi pubblica e diventa come un chiodo ben piantato dentro noi stessi.
Quando ciò mi succede è un orgasmo a****le e sublime.
Venni e uscii da lei.
Ute non andò in bagno a lavarsi, nemmeno per pisciare.
A pensarci bene, nemmeno io.
Dormire?
Avevamo ancor di meglio da fare.
Parlare?
E di che?
Con tanto ben di dio, li a disposizione, ricominciammo subito, tanto il mio cazzo era già duro e sensibile.
Ma, questa volta, incredibile a dirsi, Ute reclamò i suoi diritti.
“Io vado sopra, sì?”, Ute non aveva chiesto, era un’affermazione.
Prego, si accomodi.
Solita fatica e dolore nel penetrarla ma, alla fine, era dentro.
Era un momento tutto suo, si vedeva: non mi baciava e non mi accarezzava, insomma, si stava masturbando con il mio cazzo.
Era più di mezzora che si dava da fare e non smetteva.
Riflettendoci, io non so se godesse in continuazione o faticasse a raggiungere l’orgasmo, posso solo dire che non sembrava delusa né stanca né incazzata: ci dava dentro, anzi, ci dava sopra.
Ma, mentre mi pompava, mi addormentai.
Non ci potevo credere, mi ero addormentato trombando e mi risvegliai con lei era ancora sopra a fare su e giù sul mio cazzo ancora duro; lui, per fortuna, non dormiva.
Provai a brancicare tette e baciarla, niente da fare, cadevo di nuovo addormentato e mi risvegliavo per il piacere che provavo.
Urgeva una regia maschile.
“Mettiti alla pecorina”, le dissi.
Ute, ubbidì.
Ah, che bel culo che aveva!
Ma perché non l’ho mai inculata? Mistero.
Perché non lo avevo mai fatto, ecco perché.
Lo feci con quella BBW di Paola, l’anno dopo.
Ed eccomi alla pecorina; avevo più tempo per riflettere, mi guardavo intorno, mi appoggiavo alla trave della mansarda mentre me la chiavavo e guardavo i nostri genitali che si accoppiavano.
Fu allora che capii quanto fosse stretta: le sue ninfe, le sue piccole labbra sporgevano in fuori quando il mio cazzo usciva, avvolgendolo, quasi ad abbracciarlo e a dire “Non andar via!”.
Questo era motivo d’orgoglio perché anche un cazzo stretto come il mio bastava ad allargarla.
Anni dopo, provai una delusione enorme quando mi accorsi che per davvero la vagina di mia moglie, Monia, non era più avvolgente.
Come nei peggiori racconti porno, il cazzo grande del suo scopamico, Alex, l’aveva oramai allargata ed io non riuscivo più a "stirarla", a donarle quella sensazione di allargamento, di pienezza che porta all'orgasmo molte Donne, Lei non godeva ed io mi sentivo un piccolo uomo.
Fu allora che Monia imparò a stringere i muscoli vaginali per mungere il mio cazzo affinché Lei potesse godere e farmi sentire ancora un vero uomo.
Ciò non esclude che Monia non mungesse con la vagina anche il cazzo di Alex, quintuplicando il suo piacere.
Sarebbe meglio che noi maschietti senza grandi misure non si debba avere simili pensieri. Accontentiamoci di ciò che le Donne ci elargiscono con generosità senza far confronti, altrimenti non ne usciremo vivi.
Ma tutto questo era di là da venire, intanto, ero dentro Ute ed ecco di nuovo, dopo poco, un orgasmo violento e rabbioso di quelli che ti fanno sporgere la mascella come un vero predatore, digrignando i denti e con la nebbia rossa intorno agli occhi.
Ci addormentammo in un letto piccolissimo ma riuscimmo a dormire un paio d’ore.
All’alba, fame, appiccicume e bisogno di fare la pipì ci svegliarono.
Scendemmo entrambi nudi (in quella casa si poteva) e andammo alla grande cabina doccia che c’era accanto alla cucina.
Una volta lì, ci lavammo, ognun per sé, senza smancerie; mentre lo facevamo, arrivò anche Donjus.
Lo salutammo e gli lasciammo campo libero, sotto la doccia.
Mentre lui terminava di lavarsi, io preparai la colazione italo / tedesca, caffè e tutto il resto.
Poi tutti e tre ci sedemmo a fare colazione.
Donjus chiese:
“Beh? Com’è andata la serata dopo che io e Sylvie siamo andati a dormire?
Chi ha dato scandalo?”
“Noi due”, risposi.
Ute rise di cuore.
5年前