Vita da pendolare
Chi come me abita alle porte della metropoli e lavora in centro, sa quanto sia stressante il traffico della città e capisce bene che i mezzi pubblici sono spesso la soluzione ideale per muoversi.
La vita da pendolare, però, ha di buono che le possibilità d'incontri, rimorchi e piccole avventure, sono sensibilmente più elevate rispetto al muoversi in auto.
Solito venerdì pomeriggio, solita stazione dei pullman e solite facce di gente stanca dopo una settimana di lavoro.
In attesa, fumando una sigaretta e smanettando sul cellulare, arriva lei: Un metro e settanta di abbondanza fasciata da un vestitino nero che non lasciava spazio all'immaginazione. Un culo grande disegnato con il compasso, due tette enormi da ciucciare e tra le quale affondare il viso fino allo svenimento, occhi neri come la pece, capelli corvini e piedi che, benché non smaltati, invitavano alle porcherie più svergognate. Ma la cosa che mi ha lasciato senza fiato era nel suo modo di guardare. Lo sguardo fiero e sicuro di chi sa di avere in mano il potere. Ci siamo fissati per un tempo che è sembrato infinito e io ho abbassato gli occhi solo per squadrarla dai piedi alla testa. Con un certo tipo di donna non è necessario fare i "timidi". Non ho fatto mistero della mia attrazione e il mio uccello immediatamente indurito ne era la conferma. Come da "manuale", arriva il pullman e faccio salire prima lei. Su quei tre gradini, il suo culone era davanti ai miei occhi e se avessi potuto le avrei sollevato il vestito per leccarla da dietro. Mi siedo nella sua stessa fila, lei comincia a guardare il cellulare e io non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Lei lo sa, inutile dirlo, ma il gioco della seduzione le impone di far finta di nulla. Le sue coscione non le permettono di tenere le gambe serrate e il vestito, millimetro dopo millimetro, sale fino a scoprirla sopra il ginocchio.
Ad ogni buca della strada, le sue mammelle enormi sobbalzano che è un piacere.
Il mio cazzo invoca pietà, meriterebbe di essere lasciato libero. Molto discretamente, mi passo la mano sul pacco duro
fingendo indifferenza nei confronti di lei. Immaginavo mi stesse guardando approfittando della mia attenzione rivolta a quel che scorreva dal finestrino. Mi giro all'improvviso e la becco con lo sguardo fisso su di me e sulla mia mano che accarezzava l'uccello. Lei distoglie lo sguardo e mi accorgo che sotto il vestito, i suoi capezzoloni erano oscenamente inturgiditi. Nonostante il reggiseno e il vestito, si vedevano chiaramente i capezzoli grossi quanto a un mignolo.
La guardo ancora e ancora sfioro il mio uccello. Sento la sborra salire dalle palle... sto quasi per venire nei boxer ma devo trattenermi per non andare in giro con la patacca di sperma sui pantaloni. Sono quasi arrivato e vedo lei che si prepara. Ottimo!, penso, e aspetto che si muova dal posto, sperando di riuscire a vedere cosa nasconde sotto la gonna. E così è stato. Non so se per distrazione o per maliziosa volontà, nell'uscire dal suo posto, per un istante riesco a vedere bene le sue coscione e le mutande nere che coprivano quello che per me è il paradiso. Siamo davanti alla porta, uno di fronte all'altra, i nostri sguardi sono perfettamente allineati, e la tensione ormonale è palpabile. Non ci diciamo una parola, non un cenno del capo. Lasciamo che gli occhi dicano tutto.
Scendiamo, prendiamo due direzioni differenti, senza lasciarci con un'ultima occhiata. Dopo quattro passi lei si gira, quasi a controllare che io stia lì a guardare il suo culone ondeggiare, un ultimo sguardo e la mia speranza di ritrovarla ancora. Come sempre accade in questi casi, al mio rientro ho onorato la signora con una gran sega e una copiosa sborrata.
La vita da pendolare, però, ha di buono che le possibilità d'incontri, rimorchi e piccole avventure, sono sensibilmente più elevate rispetto al muoversi in auto.
Solito venerdì pomeriggio, solita stazione dei pullman e solite facce di gente stanca dopo una settimana di lavoro.
In attesa, fumando una sigaretta e smanettando sul cellulare, arriva lei: Un metro e settanta di abbondanza fasciata da un vestitino nero che non lasciava spazio all'immaginazione. Un culo grande disegnato con il compasso, due tette enormi da ciucciare e tra le quale affondare il viso fino allo svenimento, occhi neri come la pece, capelli corvini e piedi che, benché non smaltati, invitavano alle porcherie più svergognate. Ma la cosa che mi ha lasciato senza fiato era nel suo modo di guardare. Lo sguardo fiero e sicuro di chi sa di avere in mano il potere. Ci siamo fissati per un tempo che è sembrato infinito e io ho abbassato gli occhi solo per squadrarla dai piedi alla testa. Con un certo tipo di donna non è necessario fare i "timidi". Non ho fatto mistero della mia attrazione e il mio uccello immediatamente indurito ne era la conferma. Come da "manuale", arriva il pullman e faccio salire prima lei. Su quei tre gradini, il suo culone era davanti ai miei occhi e se avessi potuto le avrei sollevato il vestito per leccarla da dietro. Mi siedo nella sua stessa fila, lei comincia a guardare il cellulare e io non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Lei lo sa, inutile dirlo, ma il gioco della seduzione le impone di far finta di nulla. Le sue coscione non le permettono di tenere le gambe serrate e il vestito, millimetro dopo millimetro, sale fino a scoprirla sopra il ginocchio.
Ad ogni buca della strada, le sue mammelle enormi sobbalzano che è un piacere.
Il mio cazzo invoca pietà, meriterebbe di essere lasciato libero. Molto discretamente, mi passo la mano sul pacco duro
fingendo indifferenza nei confronti di lei. Immaginavo mi stesse guardando approfittando della mia attenzione rivolta a quel che scorreva dal finestrino. Mi giro all'improvviso e la becco con lo sguardo fisso su di me e sulla mia mano che accarezzava l'uccello. Lei distoglie lo sguardo e mi accorgo che sotto il vestito, i suoi capezzoloni erano oscenamente inturgiditi. Nonostante il reggiseno e il vestito, si vedevano chiaramente i capezzoli grossi quanto a un mignolo.
La guardo ancora e ancora sfioro il mio uccello. Sento la sborra salire dalle palle... sto quasi per venire nei boxer ma devo trattenermi per non andare in giro con la patacca di sperma sui pantaloni. Sono quasi arrivato e vedo lei che si prepara. Ottimo!, penso, e aspetto che si muova dal posto, sperando di riuscire a vedere cosa nasconde sotto la gonna. E così è stato. Non so se per distrazione o per maliziosa volontà, nell'uscire dal suo posto, per un istante riesco a vedere bene le sue coscione e le mutande nere che coprivano quello che per me è il paradiso. Siamo davanti alla porta, uno di fronte all'altra, i nostri sguardi sono perfettamente allineati, e la tensione ormonale è palpabile. Non ci diciamo una parola, non un cenno del capo. Lasciamo che gli occhi dicano tutto.
Scendiamo, prendiamo due direzioni differenti, senza lasciarci con un'ultima occhiata. Dopo quattro passi lei si gira, quasi a controllare che io stia lì a guardare il suo culone ondeggiare, un ultimo sguardo e la mia speranza di ritrovarla ancora. Come sempre accade in questi casi, al mio rientro ho onorato la signora con una gran sega e una copiosa sborrata.
5年前