DIEGO, L'AMICHETTO DI MIO NIPOTE
“Che cari ragazzi!” esclamò la mia amica Vincenza non appena
mio nipote Ernesto e il suo amico Diego, dopo averci
educatamente salutato uscirono dal salotto in cui stavamo
prendendo il tè.
“Così puliti, così seri, di così buone maniere.... non come certi
*********ti d’oggi .... E anche così carini!” aggiunse Vincenza
soffocando un risolino malizioso e guardandomi complice. Non
potei che annuire.
“Sono proprio deliziosi. Ernesto è stato fortunato a fare
amicizia con Diego. E’ un ragazzo adorabile. E molto carino,
come dici tu. Avessi anche solo trentanni di meno....” conclusi e
scoppiammo entrambe a ridere. Il mio nome è Vanessa. Da
quando sono rimasta vedova, qualche anno fa, anziché
continuare a vivere da sola mi sono trasferita da mia figlia
Germana. Siamo sempre stati benestanti e suo marito Aldo è
un grosso commerciante. Hanno un appartamento assai grande
in cui non mancava lo spazio anche per la nonna. Ernesto è
l’unico figlio di Germana e quindi l’unico mio nipote. Ha circa
vent’anni e studia ingegneria all’Università. Diego, è suo amico
e compagno di scuola fin dal liceo. I due ragazzi studiano
insieme da anni, il più delle volte a casa nostra che è più
grande e tranquilla, e quindi siamo tutti abituati alla presenza
di Diego, che ormai è uno di casa. Vincenza aveva ragione:
Ernesto ed Diego sono due ragazzi davvero speciali: saranno i
miei occhi di nonna ma li vedo diversi, migliori!, dai coetanei.
Sono molto assennati, studiosi e senza grilli per la testa. Diego,
poi, dei due è di gran lunga il più maturo e ha sempre avuto
un’influenza molto positiva su Ernesto. Quest’ultimo infatti è un
po’ più scavezzacollo e sfacciato, quanto il suo amico è un tipo
riservatissimo e timido. Non a caso, Ernesto ha avuto diverse
ragazze, mentre delle storie di Diego non si è mai saputo nulla.
A me, la maniere un po’ d’altri tempi di quest’ultimo piacciono
e mi fanno tenerezza, mentre pur volendogli bene, sia
Germana che mio genero lo giudicano eccessivamente formale,
troppo cerimonioso. E’ uno di quei ragazzi che ringrazia
sempre, chiede sempre permesso prima di fare qualcosa, non
alza mai la voce. E’ sempre vestito in modo classico, pulito,
pettinato. Mi è sempre spiaciuto che non avesse la ragazza
perché secondo me è molto carino! , con dei capelli castani, un
paio di bellissimi occhi neri e un fisico atletico. L’ho sempre
trattato con simpatia e lui ricambia con molto rispetto. Spesso,
mentre studiavano, ero io stessa a prendere il vassoio con il tè
e a portarglielo, per poi fermarmi a prenderlo con loro e a
scambiare qualche chiacchiera. Diego in questi casi è sempre
stato molto gentile, mi aiutava a reggere il vassoio e poi a
riempire le tazze, rispondeva con garbo alle mia curiosità.
Quando non mi vedeva si informava con tatto se stessi bene e
non mancava mai di venirmi a salutare se ero in casa, prima di
andar via. “Diego deve avere una cotta per te, nonna” mi
aveva detto Diego qualche tempo fa, ridacchiando. Ero stata al
gioco e avevo chiesto cosa glielo facesse credere.
“Eeeh, dice sempre quanta classe hai, quanto sei elegante. Una
volta ha perfino detto che la sua donna ideale deve avere lo
stile che hai tu.” Queste parole mi fecero sorridere e, in cuor
mio, mi lusingarono. In effetti Diego dimostrava nei miei
confronti un attaccamento che non aveva per nessun altro,
eccetto Ernesto. Gli capitava spesso di fermarsi a chiacchierare
con una scusa. O di offrirsi di farmi delle commissioni. A mia
volta, di tanto in tanto gli facevo apprezzamenti per il suo
modo di vestire:
“Ma come stai bene oggi, Diego!” Invariabilmente, diventava
rosso come un peperone, cosa che spingeva Ernesto a
prenderlo in giro e me a stuzzicarlo. Lo stesso infatti accadeva
se chiedevo ai due come andasse con le ragazze o se facevo
battute sui loro appuntamenti galanti. Ernesto rispondeva a
tono, mentre Diego distoglieva gli occhi e non replicava o
cambiava discorso. Era talmente timido che quando si parlava
a tu per tu, dopo pochi secondi non ti guardava più negli occhi
e abbassava lo sguardo. Un giorno però questa sua abitudine
fece sì che il suo sguardo finisse dentro la mia scollatura: non
mi ero accorta di avere la camicetta slacciata più di quanto
fosse stato opportuno e così quando vidi lo sguardo del ragazzo
abbassarsi come al solito ma fermarsi improvvisamente
all’altezza del mio petto non realizzai subito cosa stesse
fissando; quando lo capii, imbarazzata, con le mani riaccostai
precipitosamente i lembi della camicia; sentendosi scoperto, il
povero Diego avvampò e fuggì precipitosamente, lasciandomi
lì, un po’ stranita ma anche piacevolmente divertita all’idea che
mi avesse sbirciato il seno. Non che dessi peso a episodi del
genere. Ho cinquantasei anni e non sono una di quelle donne
che con la menopausa pensano solo al sesso. Ho un corpo
ancora snello, solo un po’ arrotondato nelle curve e non mi
dispiace ogni tanto intercettare qualche sguardo o ricevere un
complimento per strada: piccole cose che ti fanno sentire che
sei ancora una donna e di cui ridere poi con le amiche. D’altra
parte non ho smesso di guardare gli uomini e di apprezzare
quelli attraenti. E Diego, come ho detto, sarebbe rientrato fra
questi, salvo il fatto che era poco più di un ragazzino. In quel
periodo i ragazzi preparavano un esame e per questo Diego
trascorreva quasi tutto il giorno a casa nostra. A volte si
fermava anche a pranzo. In tal caso eravamo spesso solo noi
tre, visto che tanto mia figlia che mio genero lavorano tutto il
giorno. In questi momenti avevo sempre modo di apprezzare le
squisite maniere di Diego:
“Vedi com’è galante, dovresti prendere esempio da lui” dicevo
a Ernesto facendogli notare il gesto dell’amico che scostava la
mia sedia dal tavolo mentre prendevo posto.
“Lei con me è troppo buona, signora” rispondeva lui perfino
leggermente inchinandosi. Davvero un ragazzo d’oro, dicevo
tra me, incantata. Anzi, le attenzioni di Diego mi deliziavano al
punto che non di rado ero io a sollecitarle, per esempio
fermandomi davanti a una porta in attesa che lui l’aprisse o
lasciando che si chinasse a raccogliere da terra qualcosa che mi
fosse caduto. Non me ne accorgevo, ma il rapporto con Diego
stava cominciando a essere via via più esclusivo, e se Ernesto,
cogliendo qualche smanceria, la sottolineava esclamando
canzonandoci: “ecco il paggio di nonna!”, lo guardavo male,
indignata che prendesse in giro quell’angelo di Diego. Mia figlia
aveva organizzato un party. Com’era ovvio i due ragazzi furono
lasciati liberi di partecipare o meno, visto che, naturalmente,
non c’erano altri coetanei. Mio nipote storse la bocca, mentre
Diego aderì con entusiasmo e convinse l’amico a partecipare.
Avevano passato tutto il giorno a ripetere e la festa era in
pieno svolgimento quando i due fecero la loro timida
apparizione. Stavo chiacchierando con un’ospite sorseggiando
del vino quando li vidi, vicini, un po’ impacciati, all’altro capo
del salone. Come avevo previsto Diego aveva preso molto sul
serio l’invito di mia figlia Germana a vestirsi eleganti: giacca,
cravatta, pantaloni stretti a tubo e mocassini lucidissimi. D’altra
parte tutti gli invitati erano in abito da sera. Li salutai a
distanza alzando il bicchiere. Ernesto si era già allontanato per
salutare alcuni amici dei genitori che conosceva. Diego rimase
invece solo e un po’ spaesato, appoggiato alla parete. Decisi di
toglierlo dall’imbarazzo e andai verso di lui attraversando il
salone. Quando gli sguardi si incrociarono gli sorrisi. Lui,
anziché ricambiare, mi puntò addosso uno sguardo così fisso
che per un attimo esitai, chiedendomi cosa non andasse. Poi
colsi nei suoi occhi un luccichio di ammirazione che mi sorprese
piacevolmente. Ero anch’io molto elegante quella sera: fresca
di parrucchiere, i capelli, corti alle spalle e divisi in mezzo con
le ciocche che incorniciavano il volto, un corpetto di raso con
una camicetta di voile trasparente, una gonna svasata che
lasciava scoperte le gambe sotto il ginocchio; calze nere velate
e scarpe con i tacchi completavano l’abbigliamento che tanto
stava impressionando Diego. Quando gli fui vicina gli chiesi
come fosse andato il pomeriggio e se avessero finito di
studiare. Lui rispose di sì e, come d’abitudine, prese a roteare
lo sguardo per la sala. Mi sembrava particolarmente intimidito.
“Forse non conosci nessuno, qui. Ti dispiace se ti faccio un po’
di compagnia io?”
“No, assolutamente, signora, non posso che essergliene grato.”
Ebbi l’impressione che cercasse più deliberatamente di altre
volte di evitare di guardarmi. Gli proposi di bere qualcosa e mi
offrii di portargli un bicchiere. Lui invece mi precedette al
tavolo dei liquori e versò lui per me dell’altro vino bianco. Mi
resi conto che in realtà il ragazzo stava facendo sforzi per non
fissarmi e che i suoi occhi, pur continuando a vagare,
tornavano abbastanza spesso addosso a me. Mentre bevevo
non potei trattenere un sorriso di soddisfazione: in fondo ero la
donna probabilmente più anziana presente ed era carino da
parte di Diego rivolgermi in modo così discreto il proprio
apprezzamento. A questo punto Ernesto tornò a riprendersi
l’amico e se lo portò via. Nel prosieguo della serata, come
capita in queste occasioni in cui si passa fluidamente da un
capannello di chiacchiere all’altro, ci incrociammo altre volte.
Sempre ebbi l’impressione che Diego distogliesse lo sguardo da
me all’ultimo momento e un paio di volte lo colsi invece con la
coda dell’occhio che mi osservava attraverso il salone. A un
certo punto mia figlia aumentò il volume della musica, fin lì in
sottofondo, e invitò le coppie a mettersi a ballare. Erano dei
ballabili facili, alcuni dei veri e propri lenti. Mentre alcune
coppie accettando la proposta si posizionavano nel centro del
salone, vidi ancora una volta Diego da solo in un angolo. Lo
raggiunsi e chiesi se si annoiasse. Naturalmente era troppo
educato per dire di sì e cercò di farmi credere che si stesse
divertendo un mondo.
“Non me la dai a bere – ribattei ridendo – mi rendo
perfettamente conto che preferireste stare con vostri coetanei,
tu ed Ernesto. Non ci sono ragazzi e, soprattutto, ragazze: non
è il posto più adatto per ragazzi come voi, vero?” Arrossì e, in
riposta, farfugliò qualcosa sul fatto che anche le feste dei
ragazzi a volte erano noiose.
“Allora anche qui ti annoi! – esclamai – ti sei tradito!” Lui
borbottò scuse che non ascoltai, sorridendo nel vederlo
costernato per quella che riteneva una gaffe.
“Bè, potresti ballare per lo meno. Guarda Ernesto sta facendo
ballare la signora Luisa Potresti invitare Germana” gli proposi.
“E lei? Lei non balla?” fu la sorprendente controrisposta. “Io?
Sono la più anziana. Chi dovrebbe farmi ballare?”
“Non scherzi, non è certo la signora con l’età maggiore, e se
anche lo fosse nessuno se ne accorgerebbe.”
“Grazie, ma non credo comunque di essere la prima donna che
verrebbe invitata a ballare qui. Se no tu, per esempio, l’avresti
già fatto, no?” “Ma io non potrei essere che lietissimo se lei mi
facesse l’onore....” la voce gli si era spenta in un sussurro a
queste ultime parole.
“Mi faresti ballare? davvero?”
“Ne sarei onorato...” ripetè ancora una volta a bassa voce.
“Bene allora, onore concesso!” E, estremamente divertita da
quel dialogo d’altri tempi, scivolai tra le sue braccia. La musica
in quel momento era un lento assai languido. Ballavamo con un
braccio discosto dal corpo, una mia mano sulla sua spalla, la
sua che mi sfiorava il fianco. Eppure avvertii una tensione da
parte sua che mi sorprese e mi intrigò. Gli passai anche l’altro
braccio intorno alla spalla e finii con l’avvicinarlo a me. Il mio
ventre sfiorò il suo e subito lo sentii irrigidirsi e scostarsi da
me. Lo guardai con la coda dell’occhio e ne scorsi le guance
imporporate. Quel ragazzo sembrava davvero enormemente
imbarazzato! Il resto del ballo, Diego rimase rigido e impettito,
concentratissimo ad evitare che i nostri corpi si toccassero.
Quella sua reazione mi turbò: da parte mia non pensavo di
avere messo nei miei movimenti alcuna sensualità e quindi non
riuscivo a capire cosa lo mettesse tanto a disagio. Il giorno
dopo la festa furono consegnati a casa due mazzi di fiori, uno
per mia figlia l’altro per me. Li mandava Diego, con un biglietto
in cui ringraziava per la serata.
“Da manuale di galateo” commentò Germana stracciando il
biglietto e aggiunse:
“questo ragazzo dovrebbe imparare ad essere più naturale e
meno convenzionale!” Io non era d’accordo e fui invece
deliziata da un pensiero così galante anche se, ripensando al
nostro ballo, dovetti darle ragione sul fatto che il giovanotto
non era certo un esempio di spontaneità. La volta successiva
che Diego venne a casa, lo fermai in corridoio per ringraziarlo.
“I tuoi fiori erano bellissimi, Diego. Grazie di cuore.”
“Non ... non c’è di che, signora Vanessa.” Gli presi le mani e le
strinsi leggermente.
“Hai sempre delle premure così ... così ... affettuose” aggiunsi,
“però non ero io l’organizzatrice del party, ma un ospite come
gli altri. I fiori a me sono un po’ usurpati.”
“Lei era la regina della serata, signora Vanessa. E concedermi
di ballare con lei, è stato, ecco, il momento più straordinario
della festa. Almeno per me...” concluse abbassando la voce. A
quelle parole mi sentii francamente sciogliere qualcosa dentro.
Lo guardai negli occhi, sorridendo, senza parlare, tenendogli
ancora le mani. Lui ricambiò lo sguardo e nei suoi occhi colsi
un calore che non avevo mai notato prima. Poi lo lasciai andare
e lui scappò letteralmente via lungo il corridoio senza più
volgermi lo sguardo, mentre il mio invece, non lo lasciò finchè
non sparì entrando nella stanza di Ernesto.
“La regina della serata!” Mi ripetei quella frase per tutta la
giornata. Ragazzi, mai mi sarei aspettata un simile
complimento. Un complimento appassionato, ma che gli era
sgorgato dal cuore e, infatti, se ne era subito pentito. Quella
sera, distesa sul letto nella mia camera, ripensai ancora a
quelle parole, compiacendomi del loro suono e del loro
significato. Ripensavo anche a Diego e a come arrossiva nel
pronunciarle. E al modo in cui mi aveva guardata quella sera e
a come aveva però evitato di accostarsi troppo a me... Dovevo
assolutamente capire se quella di Diego era ammirazione
platonica o qualcosa di più. L’occasione mi si presentò appena
pochi giorni dopo, quando la mia amica Vincenza mi comunicò
che non sarebbe venuta al concerto del giovedì, alla serie dei
quali eravamo abbonate insieme.
“Chi vorrebbe venire al concerto di musica classica?”, chiesi ai
due ragazzi, entrando nella loro stanza e interrompendone lo
studio.
“Musica classica? nonna!” esclamò Ernesto quasi indignato che
potessi pensare che gli interessasse.
“Cafone! anche se non ti piace potresti almeno sacrificarti per
fare compagnia a tua nonna.” gli ribattei. Diego diede un
leggero colpo di tosse per farsi coraggio, poi a voce
bassissima:
“A me la musica classica non dispiace....”
“Oh! vedi la differenza di cultura tra uno zoticone e una
persona fine!”. Ernesto, destinatario dello zoticone, sghignazzò:
“Ma sì, andate voi. Accompagnala tu Diego, voglio vedere se
poi non t’addormenti.” “Ma... veramente ... forse la signora ha
qualche altra amica interessata...” cominciò a farfugliare Diego,
come al solito pronto a indietreggiare subito dopo aver osato.
“No, no,” mi affrettai quindi a precisare:
“Avevo già chiesto ad altri, voi due eravate la mia ultima
speranza di trovare chi mi facesse compagnia.” ! Mi rivolsi
direttamente al ragazzo e prima che potesse tirarsi indietro
buttai lì:
“Allora, come restiamo. Il concerto è domani alle sei del
pomeriggio. Mi vieni a prendere tu? Ce l’hai la macchina?”
“S-sì però...”
“Ce l’ha. E’ la macchina di sua madre, che lei non usa mai.” si
intromise Ernesto.
“Ma è piccola, è solo una Cinquecento, forse non è adatta...”
“Andrà benissimo!”, tagliai corto, “deve portarci a un concerto,
mica dobbiamo farci un viaggio. Ti aspetto domani, allora,
Diego.” Il giorno dopo, mentre mi preparavo, mi sentivo su di
giri all’idea di avere un appuntamento con un uomo. Indossai
un vestito che avevo messo assai raramente perché lo ritenevo
osè, ma avevo deciso appunto di essere un po’ audace: era un
abito di seta, sorretto da spalline che mi lasciavano nude le
braccia e le spalle, e che lasciava la scollatura profonda, tanto
da costringermi a indossare un reggiseno molto ridotto e
decidere di drappeggiarvi di sopra un foulard per non
scandalizzare i vecchi signori che in genere frequentavano i
concerti. L’abito aveva anche uno spacco laterale, non
vertiginoso ma sufficiente a far intravedere la gamba. Dopo
averci pensato un po’ su, decisi di indossare, sotto, calze nere
e un reggicalze. Le scarpe di vernice con i tacchi alti e il
cinghietto alla caviglia come imponeva la moda mi slanciavano,
facendomi più alta e più snella. Peccato per le rughe, mi dissi,
posando davanti lo specchio mentre davo gli ultimi tocchi al
trucco. Quando Diego, puntualissimo, suonò al citofono il cuore
mi saltò in gola neanche fossi stata un’*********te al primo
appuntamento.
Lui mi aspettava per strada, vestito inappuntabilmente in
giacca e cravatta, in piedi accanto alla sua macchinetta, il cui
sportello aprì con galanteria per farmi accomodare. Entrando a
teatro, gli presi il braccio, proprio come fossimo una coppia.
Con gesti attenti lui mi aiutò a togliere la pelliccia per lasciarla
in guardaroba. In sala, cercai con lo sguardo qualche
conoscente: volevo vedere, riflesso sul volto, l’impressione che
provocava questa mia improvvisa apparizione con al fianco un
cavaliere tanto più giovane di me. Prendemmo posto, lui alla
sinistra, appena pochi istanti prima che cominciasse il concerto.
All’inizio Diego mi parve assorto nel seguire la musica, ma
dopo un po’ cominciai a rendermi conto che i suoi occhi erano
più puntati su di me che sui concertisti. Per quasi tutto il tempo
mi sentii osservata dal ragazzo che, evidentemente, era
convinto di esser protetto dall’oscurità e dalla musica. A un
certo punto, il suo sguardo cominciò insistentemente a fissarsi
in basso verso le gambe. Repressi l’istinto di coprirle, anzi a un
certo punto le accavallai facendo in modo che lo spacco si
aprisse leggermente offrendo alle sue sbirciatine qualche
porzione di coscia in più. Da quanto tempo nessuno mi aveva
ammirato così scopertamente le gambe! Lasciai anche cadere il
programma a terra perché lui lo raccogliesse, fantasticando che
chinandosi potesse notare che portavo le calze e che questo
potesse eccitarlo. Lui trascorse praticamente tutto il tempo a
osservarmi e io, perso ogni interesse per la musica, a mia volta
a spiare le sue reazioni ai miei movimenti. Il concerto terminò
verso le otto e trenta. All’uscita decisi che la serata meritava di
continuare.
“Devi tornare a casa presto? C’è un’ora a cui devi rincasare?”
chiesi, mentre di nuovo a braccetto andavamo verso il
parcheggio.
“No.”
“Bene, allora, hai fame? potrei invitarti a cena, così approfitto
del fatto di avere un così bravo cavaliere.” Diego bofonchiò
alcuni convenevoli poco convinto, ma tagliai corto e gli dissi
che saremmo andati a cena insieme e mi sarei fatta
riaccompagnare a casa entro mezzanotte. Al ristorante, scelto
un tavolo discretamente appartato, ci sedemmo l’una davanti
all’altro. Con nonchalance feci scivolare dalle spalle lo scialle di
seta scoprendo le spalle praticamente nude. Diego spalancò gli
occhi e, dopo aver fatto un po’ vagare lo sguardo, lo fermò
sulla sommità del seno. Ero deliziata da quella ammirazione,
tanto scoperta quanto ero sicura che lui fosse convinto che non
me ne accorgessi. Così com’ero certa che non pensasse che
fosse intenzionale il mio chinarsi verso il tavolo a bella posta
per offrirgli migliore visuale. Chiacchierammo del più e del
meno, i suoi occhi che solo quando non ne poteva fare a meno
incontravano i miei per poi essere nuovamente calamitati dal
solco tra i miei seni.
“Spero proprio che non ti dispiaccia.” – esclamai in una pausa
di silenzio.
“Cosa?” “Sopportarmi. Mi sono fatta accompagnare al concerto,
poi anche al ristorante. Mi auguro che tu non stia pensando
‘che pizza!’”
“No. Cosa dice? Mi fa molto piacere farle compagnia.”
“Invece secondo me pensi di aver sprecato la serata e che
avresti potuto essere con una ragazza della tua età.
“Ma no. Mi creda. Stare con lei è molto piacevole.”
“Davvero non ti imbarazza farti vedere in giro con una donna
così vecchia?” replicai fissandolo direttamente negli occhi per
accertarmi che rispondesse la verità.
“No, assolutamente. E lei non è vecchia. E’... è .... – un
principio di rossore si diffuse sulle sue guance – lei è .... una
donna molto bella.” Sollevai il bicchiere davanti le labbra per
nascondere il sorriso che quelle parole ! mi avevano suscitato.
“Molto bella! Addirittura! Grazie, ma il tempo è ormai passato,
Diego. Io ho l’età di tua nonna, come lo sono di Ernesto.”
“Non so quanti anni abbia, signora, ma le giuro che non li
dimostra.” Il suo candore era quasi commovente.
“Ho più di cinquant’anni, Diego. – Lo dissi chinandomi ancor
più verso di lui e spingendo in su il seno. Sentii che i capezzoli
mi si indurivano. – Sul serio pensi che anche alla mia età una
donna possa essere attraente?”
“Certo!!!”, rispose lui stavolta chinando il capo sul piatto.
“Non ti credo – dissi allora raddrizzandomi e tornando a
appoggiarmi allo schienale della sedia – Tu mi trovi ancora
piacente?” Diego mi rivolse uno sguardo, più che di
ammirazione, di devozione e a bassa voce rispose:
“Sì signora. Lei è davvero una donna bellissima.” Smisi di
stuzzicarlo e la cena proseguì tra conversazioni meno
maliziose. A un certo punto non mi sfuggì però che Diego si
chinasse a raccogliere il tovagliolo che gli era caduto. Pensai
subito che l’avesse fatto apposta per guardarmi le gambe sotto
il tavolo e istintivamente le allargai un poco per consentirgli di
guardare meglio. Quando lui si rialzò non potei però avere
conferma del mio sospetto e mi rimproverai per il mio
atteggiamento così sfacciato. Mai prima d’ora avevo fatto cose
del genere e, soprattutto, avuto certi pensieri su un uomo! In
macchina, nel tragitto di ritorno, non parlammo quasi per
niente, ma io non resistetti alla tentazione di tirare un po’ su la
gonna nel sedermi, per scoprire le ginocchia e, un po’, le cosce.
La mia manovra ebbe stavolta successo e Diego, poverino!,
prese a contorcere gli occhi per sbirciarmi le gambe senza
uscire di strada. Quando lui riportava gli occhi sulla strada io
accavallavo le gambe facendo in modo che le calze frusciassero
così da riavere l’attenzione del ragazzo. Una volta arrivati, nel
salutarlo, gli poggiai le mani sulle spalle. Ero più alta di lui e
provai la tentazione di chinarmi e baciarlo. Gli dissi solo invece:
“Grazie. E’ stata una splendida serata per me. E se è vero che
non mi consideri una tardona, spero che ce ne siano altre.” Gli
depositai un bacio il più vicino possibile alla sua bocca e poi
scappai dentro il palazzo come una collegiale impaurita per
essersi spinta troppo oltre. Non avevo più dubbi che Diego si
fosse preso una cotta per me. Ero piena di incertezze, invece,
circa i miei sentimenti. Sapevo quanto ciò fosse folle, ma il
desiderio di quel ragazzo aveva risvegliato i miei sensi e io mi
sentivo terribilmente attratta da un giovane che aveva l’età di
mio nipote. Di notte, il pensiero degli sguardi e delle frasi di
Diego mi teneva sveglia finchè non mi assopivo e, allora,
quell’idea fissa tornava e si trasformava in sogni in cui facevo
l’amore con lui con sfrenata passione. Alla fine mi arresi: lo
volevo, e al diavolo tutto il resto! Difficile si rivelò a questo
punto restare sola con lui. Finchè, un pomeriggio, riuscii a far
allontanare da casa Ernesto con la scusa di una commissione
urgente.
“Ma, nonna, fra un po’ arriverà Diego!”
“Ma sì, gli dirò io che sei dovuto uscire. Non si arrabbierà mica,
no?”. A parte la cameriera, così sarei rimasta sola con lui
quando fosse arrivato. Ero decisa ed eccitata: indossai la
gonna più corta che possedevo e un paio di calze velate nere
tenute su dal reggicalze. Mi truccai, raccolsi i capelli in uno
chignon e indossai una camicetta attillata della quale slacciai i
primi bottoni. Quando il campanello suonò mi precipitai ad
aprire io stessa.
“Ernesto non c’è, Diego, è dovuto uscire.” Lui rimase un po’
incerto sullo zerbino senza sapere che fare.
“Entra pure ad aspettarlo. Ti offro una tazza di tè?” Lo feci
accomodare in salotto e andai a prepararlo. Quando tornai,
sedetti in una poltrona proprio di fronte a lui. Versai il tè, poi
con un gesto languido, e badando a scoprirle quanto più
possibile, incrociai le gambe, ben in alto. Volevo che lui
guardasse quello che gli mostravo e si eccitasse. Volevo che
non avesse dubbi sulle mie intenzioni e si sentisse
incoraggiato. A differenza che al ristorante Diego prese a
lanciare occhiate fugaci e poi a distogliere lo sguardo fingendo
di essere tutto intento a sorseggiare il suo tè, mentre
rispondeva a monosillabi alle mie domande. Incrociai le gambe
più volte sicura che non poteva sfuggirgli la vista del bordo
delle calze oltre l’orlo della gonna. Mi chinai verso di lui un paio
di volte per mettere in evidenza la scollatura e esporgli l’incavo
dei seni. Lui guardava, sudava innervosito, ma non faceva
nulla. Cominciai a spazientirmi io, che invece ero sempre più
eccitata e ormai pronta a mettergli le mani addosso. Lasciai
cadere un cucchiaino per terra, vicino al mio piede. Con la voce
più sensuale di cui fossi capace lo pregai di raccoglierlo. Lui si
alzò, consentendomi di notare con grande emozione che la
stoffa dei pantaloni gli tirava sul davanti, e si chinò fin quasi a
inginocchiarsi davanti a me. Raccolse il cucchiaino, poi, con il
dorso della mano mi sfiorò appena la caviglia. Quella mossa
impacciata s**tenò la mia lussuria.
“Cosa fai, Diego, mi tocchi le gambe?” gli chiesi a bruciapelo.
Lui si alzò di s**tto, come tarantolato. Cominciò a bofonchiare:
“Scusi, scusi!!!, non volevo, non volevo!!!” e fece alcuni passi
all’indietro finchè non urtò il divano finendoci a sedere sopra. A
questo punto io mi alzai e andai a sedermi accanto a lui, molto
accanto, praticamente addosso. Accavallai ancora una volta le
gambe e lo fissai senza dire nulla.
“M-m-mi scusi,” balbettò.
“Scusarti di cosa?” “P-per averle mancato di rispetto.” Gli
passai una mano tra i capelli e gli accarezzai la nuca per
tranquillizzarlo senza cessare di eccitarlo.
“Benedetto ragazzo! – esclamai – Guarda che ci sono due modi
per mancare di rispetto a una donna. Il primo è allungare le
mani quando non si dovrebbe.” A queste parole diventò
paonazzo.
“Il secondo – proseguii prendendogli la mano e guidandogliela
sulla mia coscia lungo la quale cominciai a fargliela scivolare –
è non toccare quello che una donna ti sta offrendo.” Diego
chiuse gli occhi. La sua mano aveva risalito tutta la coscia fino
al gancio del reggicalze. Lì la lasciai e gli presi il viso tra le mie
mani.
“Oh signora Vanessa, io sono innamorato di lei!” Lo baciai: gli
infilai la lingua fra i denti e presi a stuzzicare la sua.
Contemporaneamente mi sdraiai quasi su di lui, sentii la sua
mano che stringeva sulla mia gamba e protesi la mia per
cercare il suo arnese duro attraverso i pantaloni. In quel
momento un rumore nell’altra stanza mi fece ricordare che non
eravamo completamente soli in quella casa.
“Fermiamoci, dissi, Ernesto può tornare.” Riabbottonai la
camicetta e tirai giù la gonna. Diego mi guardava stravolto ma
adorante.
“Ti dirò io quando e dove,” gli sussurrai all’orecchio e uscii dalla
stanza. Quella notte dovetti placare i miei sensi carezzandomi
da sola. L’idea stessa di averlo provocato mi faceva bagnare.
Ormai non ci pensavo più a tornare indietro. Dovevo trovare
assolutamente il modo di scoparmi Diego. Mi venne per fortuna
in mente un monolocale sfitto di proprietà di mia figlia. Rubai
di nascosto le chiavi e andai a vederlo. Era polveroso e puzzava
di chiuso ma c’era un divano letto e un angolo-cucina. Sarebbe
andato benissimo. Lo ripulii e lasciai nel bagno alcune cose che
mi sarebbero potute servire. Ero su di giri al pensiero che mi
ero fatta la garçonniere. Peccato non poterlo confidare a
nessuno. A Diego feci scivolare un biglietto in tasca, indicando
il luogo e dandogli un appuntamento a un certo orario. Il
ragazzo aveva avuto fino a quel momento un’aria assai confusa
perché lo evitavo per timore che si tradisse. La notte prima
dell’appuntamento non dormii. Pensavo al fatto che dopo tanti
anni avrei avuto di nuovo un uomo. Pensavo a Diego e me lo
immaginavo ugualmente sveglio e magari combattuto tra
paura e desiderio. L’idea che magari lui si masturbasse
pensando a me mi faceva impazzire. Il giorno dopo raggiunsi
l’appartamento prima dell’orario. Avevo portato una bottiglia di
champagne che misi in fresco nel minifrigo. Mi controllai allo
specchio. Mi sentivo al massimo: avevo una gonna di pelle al
g i n o c c h i o m a s t r e t t a , c o n u n a z i p c h e t i r a i s u
abbondantemente, una camicetta praticamente trasparente e,
sotto, una guêpière viola con le calze nere con la riga. Ai piedi,
naturalmente, tacchi a spillo. Quando aprii la porta a Diego fui
felice che il suo sguardo rivelasse che mi trovava sexy. Aveva
portato un enorme mazzo di fiori, il tenero! Glielo presi dalle
mani e lui mi abbracciò goffamente mormorando parole
d’amore.
“Quanta fretta! sta’ calmo.” Mi divertivo a stuzzicarlo. Gli dissi
di andare a cercare un vaso. Mentre sistemavo i fiori sentivo il
suo sguardo percorrermi il corpo. Tra le gambe sentivo già un
piacevolissimo calore umido.
“Cosa fai lì impalato come un baccalà?” lo apostrofai andando
verso di lui che stava ritto in piedi in mezzo alla stanza
chiaramente non sapendo cosa fare.
“Si-signora, io ... è la prima volta,” mi confessò con aria mogia.
Lo sapevo che era vergine ma il modo mortificato in cui lo disse
mi piacque. Dall’alto dei tacchi lo sovrastavo di una testa. Mi
strusciai su di lui cingendogli le spalle con il braccio mentre con
la mano libera gli tastai la patta. Sentii qualcosa di duro e
grosso che mi soddisfece.
“Non preoccuparti,” gli soffiai nell’orecchio, “mi eccita l’idea di
insegnarti.” Gli mordicchiai l’orecchio, poi con la bocca scesi a
cercare la sua. Ricambiò goffamente il mio bacio cercando di
seguire le acrobazie della mia lingua.
“C’è una bottiglia di champagne in frigo. Vai a prenderla per
brindare.” Lui si staccò da me e mi voltò la schiena verso il
frigo. Io mi accomodai sul divano letto facendo in modo che la
gonna lasciasse scoperta le cosce. Quando si girò e mi vide
sussultò.
“Allora, come nonnetta sono sexy?” “Lei è bellissima”.
“Sei tu che mi fai sentire sexy, Diego. Su siediti qui e stappa
questa bottiglia.” Diego obbedì e prese ad armeggiare con il
tappo. Io allungai le mani verso la sua patta e cominciai a
tirargli giù la lampo. Lui si fermò ma gli feci cenno di
continuare. Gli tirai fuori l’uccello. Era lungo e rigido, presi ad
accarezzarglielo mentre lui con gli occhi chiusi cercava
inutilmente di togliere il tappo di sughero.
“Il cazzo è come una bottiglia di champagne – presi a
sussurrargli all’orecchio – bisogna fare dei piccoli movimenti sul
tappo per farlo venir via.” Così dicendo gli avevo scappellato il
glande e presi a stuzzicarglielo facendo ruotare il pollice.
“E come lo champagne se lo si agita troppo finisce con
schizzare tutto fuori.” Gli maneggiavo l’asta con la mano stretta
intorno su e giù, masturbandolo, e continuando a strofinargli il
glande. Diego aveva lasciato perdere la bottiglia. I suoi piccoli
gemiti e l’aria estatica mi fecero capire che era sul punto di
veni re . Abba s sai la te s ta e glielo p re si in bo c ca ,
mordicchiandolo e continuando con la punta della lingua il
massaggio al glande che avevo fatto con il pollice. Gli strizzai i
testicoli e sentii che il flusso di sperma arrivava. Lo sentii in
bocca e lo bevvi avidamente continuando a succhiarglielo tra i
singulti di Diego e i movimenti sussultori del suo cazzo.
Buffamente, il primo pensiero che lì per lì mi venne fu quello di
calcolare esattamente quanto tempo era trascorso dall’ultima
volta che avevo fatto un bocchino a un uomo. Mi rialzai e
guardai Diego. Era ridicolo, con i pantaloni slacciati, il pisello
pendente tutto impiastricciato, lo sguardo velato.
“Su, non ti spogli?” Si alzò faticosamente e si tolse lentamente
i vestiti. Aveva un bel corpo giovane ed arrapante, che presto
sarebbe stato mio. Il pensiero mi provocò una scossa di
eccitazione che mi costrinse a stringere le cosce. “Adesso
spogliami tu, Diego”, gli dissi quando fu nudo. Con mani
tremanti mi sbottonò la camicetta e poi mi tolse la gonna.
Quando rimasi con la guêpière e le calze vidi con piacere che il
cazzo gli tornava eretto.
“Mi trovi eccitante sul serio. Il tuo cazzo non mente. Dimmi che
mi vuoi.” Borbottando parole incoerenti Diego mi si buttò
addosso cercando di toccarmi le tette, le cosce, il culo. Ridendo
frenai la sua impazienza.
“D’accordo. Ho capito. Vuoi fare l’amore. Ma guarda che mi
devi togliere anche le mutandine prima.” Lui si inginocchiò tra
le mie gambe e cominciò a sfilarmele. Io allargavo le cosce per
permettergli di guardarmi le labbra rosse e pulsanti della fica.
Non mi ero mai comportata così da troia, non avevo mai fatto
certe cose con mio marito, ma il desiderio da parte di un
ragazzo così giovane aveva s**tenato i mei sensi. Diego si
fermò all’improvviso, guardando fisso tra le gambe.
“Signora, posso chiederle una cosa?” Lo guardai perplessa. Che
diavolo gli passava per la testa proprio adesso?
“Posso baciarla lì, in mezzo alle sue gambe? E’ una cosa che ho
sempre desiderato fare....” Sospirai:
“Diego, tesoro, sei l’unico uomo che chiede il permesso di fare
la cosa che alle donne piace di più. Vieni, caro, ma lecca bene,
sai?, non voglio che mi deludi.” Gli presi la testa fra le mani e
la spinsi contro il pube. Quando poggiò le labbra sulla porta
della mia fica sentii un brivido elettrico risalirmi la schiena.
Diego prese a baciarmela, facendomi gemere di piacere. Gli
urlai di leccarmela e di succhiarmi la clitoride e lui eseguì
subito mentre gli tenevo la testa e stringevo le cosce e urlavo
dal piacere. Sentii che venivo mentre la sua lingua mi frugava
la fica come fosse un piccolo cazzo.
“Non avevo mai goduto tanto!” sospirai dopo averlo lasciato.
Anche lui aveva il respiro affannoso e la faccia bagnata dai miei
liquidi.
“Vieni qua,” gli dissi con voce roca aiutandolo a rialzarsi e poi
mettendolo a sedere. Gli salii in grembo, feci sgusciare i seni
dalle coppe della guêpière e mi impalai sul bel randello diritto,
mentre gli ficcavo un capezzolo in bocca per farmelo succhiare.
Cominciai a strofinarmi su e giù sul suo cazzo, sentendomelo
arrivare fino al ventre.
“Godo, godo!” gridai mentre acceleravo il ritmo.
“Signora, sto per venire!!!” sentii dire a Diego che lasciò per un
attimo il mio seno.
“E vieni!” fu la mia risposta, finchè una fontana di sperma
caldo mi inondò mentre anch’io godevo e lo baciavo in bocca
spingendogli dentro la lingua con la stessa foga con cui lui mi
stava penetrando la fica. Passammo tutto il pomeriggio nel
monolocale, e facemmo l’amore altre volte. Quando alla fine ci
rivestimmo per andar via, Diego mi chiese timidamente se ci
saremmo rivisti. Gli presi il viso tra le mani e lo costrinsi a
guardarmi negli occhi.
“Tu mi piaci tantissimo. Mi hai fatto fare cose di cui non mi
sarei mai immaginata capace. Ero una donna molto seria: tu
mi hai fatta sentire giovane, e sexy.” Gli scarmigliai capelli.
“Ho cinquantasei anni Diego. Per svezzarti forse vado bene ma
tu sei un bel ragazzo e puoi avere tutte le ragazze che vuoi.”
“Ma io sono pazzo di lei!!!,” protestò lui debolmente. Lo
abbracciai e lo baciai. Non capivo bene cosa trovasse nella
nonna del suo migliore amico, ma finchè stava bene a lui non
avrei certo rinunciato a fami riempire da quel bel pezzo di
carne che già sentivo cominciare a riprendere vita dentro i suoi
pantaloni. Da allora sono trascorsi sei mesi e questa follia
continua. Io e Diego siamo amanti e ci vediamo nel monolocale
più o meno due volte la settimana. Lui a letto è diventato
delizioso: è tenero ed appassionato, e mi colma di premure. Io
non mi sono mai sentita tanto desiderata in vita mia e non
credevo di scoprire, così tardi, il piacere che provo tra le
braccia di questo giovane maschio. Mi sento più giovane e più
bella, me lo dice anche Vincenza. L’unico problema è che Diego
continua a ripetere che mi ama e che non può fare a meno di
me. Spero che non esageri e non si faccia venire idee strane
come quella di vivere insieme. Potrei accettare. Perché due
scopate a settimana già non mi bastano più.
mio nipote Ernesto e il suo amico Diego, dopo averci
educatamente salutato uscirono dal salotto in cui stavamo
prendendo il tè.
“Così puliti, così seri, di così buone maniere.... non come certi
*********ti d’oggi .... E anche così carini!” aggiunse Vincenza
soffocando un risolino malizioso e guardandomi complice. Non
potei che annuire.
“Sono proprio deliziosi. Ernesto è stato fortunato a fare
amicizia con Diego. E’ un ragazzo adorabile. E molto carino,
come dici tu. Avessi anche solo trentanni di meno....” conclusi e
scoppiammo entrambe a ridere. Il mio nome è Vanessa. Da
quando sono rimasta vedova, qualche anno fa, anziché
continuare a vivere da sola mi sono trasferita da mia figlia
Germana. Siamo sempre stati benestanti e suo marito Aldo è
un grosso commerciante. Hanno un appartamento assai grande
in cui non mancava lo spazio anche per la nonna. Ernesto è
l’unico figlio di Germana e quindi l’unico mio nipote. Ha circa
vent’anni e studia ingegneria all’Università. Diego, è suo amico
e compagno di scuola fin dal liceo. I due ragazzi studiano
insieme da anni, il più delle volte a casa nostra che è più
grande e tranquilla, e quindi siamo tutti abituati alla presenza
di Diego, che ormai è uno di casa. Vincenza aveva ragione:
Ernesto ed Diego sono due ragazzi davvero speciali: saranno i
miei occhi di nonna ma li vedo diversi, migliori!, dai coetanei.
Sono molto assennati, studiosi e senza grilli per la testa. Diego,
poi, dei due è di gran lunga il più maturo e ha sempre avuto
un’influenza molto positiva su Ernesto. Quest’ultimo infatti è un
po’ più scavezzacollo e sfacciato, quanto il suo amico è un tipo
riservatissimo e timido. Non a caso, Ernesto ha avuto diverse
ragazze, mentre delle storie di Diego non si è mai saputo nulla.
A me, la maniere un po’ d’altri tempi di quest’ultimo piacciono
e mi fanno tenerezza, mentre pur volendogli bene, sia
Germana che mio genero lo giudicano eccessivamente formale,
troppo cerimonioso. E’ uno di quei ragazzi che ringrazia
sempre, chiede sempre permesso prima di fare qualcosa, non
alza mai la voce. E’ sempre vestito in modo classico, pulito,
pettinato. Mi è sempre spiaciuto che non avesse la ragazza
perché secondo me è molto carino! , con dei capelli castani, un
paio di bellissimi occhi neri e un fisico atletico. L’ho sempre
trattato con simpatia e lui ricambia con molto rispetto. Spesso,
mentre studiavano, ero io stessa a prendere il vassoio con il tè
e a portarglielo, per poi fermarmi a prenderlo con loro e a
scambiare qualche chiacchiera. Diego in questi casi è sempre
stato molto gentile, mi aiutava a reggere il vassoio e poi a
riempire le tazze, rispondeva con garbo alle mia curiosità.
Quando non mi vedeva si informava con tatto se stessi bene e
non mancava mai di venirmi a salutare se ero in casa, prima di
andar via. “Diego deve avere una cotta per te, nonna” mi
aveva detto Diego qualche tempo fa, ridacchiando. Ero stata al
gioco e avevo chiesto cosa glielo facesse credere.
“Eeeh, dice sempre quanta classe hai, quanto sei elegante. Una
volta ha perfino detto che la sua donna ideale deve avere lo
stile che hai tu.” Queste parole mi fecero sorridere e, in cuor
mio, mi lusingarono. In effetti Diego dimostrava nei miei
confronti un attaccamento che non aveva per nessun altro,
eccetto Ernesto. Gli capitava spesso di fermarsi a chiacchierare
con una scusa. O di offrirsi di farmi delle commissioni. A mia
volta, di tanto in tanto gli facevo apprezzamenti per il suo
modo di vestire:
“Ma come stai bene oggi, Diego!” Invariabilmente, diventava
rosso come un peperone, cosa che spingeva Ernesto a
prenderlo in giro e me a stuzzicarlo. Lo stesso infatti accadeva
se chiedevo ai due come andasse con le ragazze o se facevo
battute sui loro appuntamenti galanti. Ernesto rispondeva a
tono, mentre Diego distoglieva gli occhi e non replicava o
cambiava discorso. Era talmente timido che quando si parlava
a tu per tu, dopo pochi secondi non ti guardava più negli occhi
e abbassava lo sguardo. Un giorno però questa sua abitudine
fece sì che il suo sguardo finisse dentro la mia scollatura: non
mi ero accorta di avere la camicetta slacciata più di quanto
fosse stato opportuno e così quando vidi lo sguardo del ragazzo
abbassarsi come al solito ma fermarsi improvvisamente
all’altezza del mio petto non realizzai subito cosa stesse
fissando; quando lo capii, imbarazzata, con le mani riaccostai
precipitosamente i lembi della camicia; sentendosi scoperto, il
povero Diego avvampò e fuggì precipitosamente, lasciandomi
lì, un po’ stranita ma anche piacevolmente divertita all’idea che
mi avesse sbirciato il seno. Non che dessi peso a episodi del
genere. Ho cinquantasei anni e non sono una di quelle donne
che con la menopausa pensano solo al sesso. Ho un corpo
ancora snello, solo un po’ arrotondato nelle curve e non mi
dispiace ogni tanto intercettare qualche sguardo o ricevere un
complimento per strada: piccole cose che ti fanno sentire che
sei ancora una donna e di cui ridere poi con le amiche. D’altra
parte non ho smesso di guardare gli uomini e di apprezzare
quelli attraenti. E Diego, come ho detto, sarebbe rientrato fra
questi, salvo il fatto che era poco più di un ragazzino. In quel
periodo i ragazzi preparavano un esame e per questo Diego
trascorreva quasi tutto il giorno a casa nostra. A volte si
fermava anche a pranzo. In tal caso eravamo spesso solo noi
tre, visto che tanto mia figlia che mio genero lavorano tutto il
giorno. In questi momenti avevo sempre modo di apprezzare le
squisite maniere di Diego:
“Vedi com’è galante, dovresti prendere esempio da lui” dicevo
a Ernesto facendogli notare il gesto dell’amico che scostava la
mia sedia dal tavolo mentre prendevo posto.
“Lei con me è troppo buona, signora” rispondeva lui perfino
leggermente inchinandosi. Davvero un ragazzo d’oro, dicevo
tra me, incantata. Anzi, le attenzioni di Diego mi deliziavano al
punto che non di rado ero io a sollecitarle, per esempio
fermandomi davanti a una porta in attesa che lui l’aprisse o
lasciando che si chinasse a raccogliere da terra qualcosa che mi
fosse caduto. Non me ne accorgevo, ma il rapporto con Diego
stava cominciando a essere via via più esclusivo, e se Ernesto,
cogliendo qualche smanceria, la sottolineava esclamando
canzonandoci: “ecco il paggio di nonna!”, lo guardavo male,
indignata che prendesse in giro quell’angelo di Diego. Mia figlia
aveva organizzato un party. Com’era ovvio i due ragazzi furono
lasciati liberi di partecipare o meno, visto che, naturalmente,
non c’erano altri coetanei. Mio nipote storse la bocca, mentre
Diego aderì con entusiasmo e convinse l’amico a partecipare.
Avevano passato tutto il giorno a ripetere e la festa era in
pieno svolgimento quando i due fecero la loro timida
apparizione. Stavo chiacchierando con un’ospite sorseggiando
del vino quando li vidi, vicini, un po’ impacciati, all’altro capo
del salone. Come avevo previsto Diego aveva preso molto sul
serio l’invito di mia figlia Germana a vestirsi eleganti: giacca,
cravatta, pantaloni stretti a tubo e mocassini lucidissimi. D’altra
parte tutti gli invitati erano in abito da sera. Li salutai a
distanza alzando il bicchiere. Ernesto si era già allontanato per
salutare alcuni amici dei genitori che conosceva. Diego rimase
invece solo e un po’ spaesato, appoggiato alla parete. Decisi di
toglierlo dall’imbarazzo e andai verso di lui attraversando il
salone. Quando gli sguardi si incrociarono gli sorrisi. Lui,
anziché ricambiare, mi puntò addosso uno sguardo così fisso
che per un attimo esitai, chiedendomi cosa non andasse. Poi
colsi nei suoi occhi un luccichio di ammirazione che mi sorprese
piacevolmente. Ero anch’io molto elegante quella sera: fresca
di parrucchiere, i capelli, corti alle spalle e divisi in mezzo con
le ciocche che incorniciavano il volto, un corpetto di raso con
una camicetta di voile trasparente, una gonna svasata che
lasciava scoperte le gambe sotto il ginocchio; calze nere velate
e scarpe con i tacchi completavano l’abbigliamento che tanto
stava impressionando Diego. Quando gli fui vicina gli chiesi
come fosse andato il pomeriggio e se avessero finito di
studiare. Lui rispose di sì e, come d’abitudine, prese a roteare
lo sguardo per la sala. Mi sembrava particolarmente intimidito.
“Forse non conosci nessuno, qui. Ti dispiace se ti faccio un po’
di compagnia io?”
“No, assolutamente, signora, non posso che essergliene grato.”
Ebbi l’impressione che cercasse più deliberatamente di altre
volte di evitare di guardarmi. Gli proposi di bere qualcosa e mi
offrii di portargli un bicchiere. Lui invece mi precedette al
tavolo dei liquori e versò lui per me dell’altro vino bianco. Mi
resi conto che in realtà il ragazzo stava facendo sforzi per non
fissarmi e che i suoi occhi, pur continuando a vagare,
tornavano abbastanza spesso addosso a me. Mentre bevevo
non potei trattenere un sorriso di soddisfazione: in fondo ero la
donna probabilmente più anziana presente ed era carino da
parte di Diego rivolgermi in modo così discreto il proprio
apprezzamento. A questo punto Ernesto tornò a riprendersi
l’amico e se lo portò via. Nel prosieguo della serata, come
capita in queste occasioni in cui si passa fluidamente da un
capannello di chiacchiere all’altro, ci incrociammo altre volte.
Sempre ebbi l’impressione che Diego distogliesse lo sguardo da
me all’ultimo momento e un paio di volte lo colsi invece con la
coda dell’occhio che mi osservava attraverso il salone. A un
certo punto mia figlia aumentò il volume della musica, fin lì in
sottofondo, e invitò le coppie a mettersi a ballare. Erano dei
ballabili facili, alcuni dei veri e propri lenti. Mentre alcune
coppie accettando la proposta si posizionavano nel centro del
salone, vidi ancora una volta Diego da solo in un angolo. Lo
raggiunsi e chiesi se si annoiasse. Naturalmente era troppo
educato per dire di sì e cercò di farmi credere che si stesse
divertendo un mondo.
“Non me la dai a bere – ribattei ridendo – mi rendo
perfettamente conto che preferireste stare con vostri coetanei,
tu ed Ernesto. Non ci sono ragazzi e, soprattutto, ragazze: non
è il posto più adatto per ragazzi come voi, vero?” Arrossì e, in
riposta, farfugliò qualcosa sul fatto che anche le feste dei
ragazzi a volte erano noiose.
“Allora anche qui ti annoi! – esclamai – ti sei tradito!” Lui
borbottò scuse che non ascoltai, sorridendo nel vederlo
costernato per quella che riteneva una gaffe.
“Bè, potresti ballare per lo meno. Guarda Ernesto sta facendo
ballare la signora Luisa Potresti invitare Germana” gli proposi.
“E lei? Lei non balla?” fu la sorprendente controrisposta. “Io?
Sono la più anziana. Chi dovrebbe farmi ballare?”
“Non scherzi, non è certo la signora con l’età maggiore, e se
anche lo fosse nessuno se ne accorgerebbe.”
“Grazie, ma non credo comunque di essere la prima donna che
verrebbe invitata a ballare qui. Se no tu, per esempio, l’avresti
già fatto, no?” “Ma io non potrei essere che lietissimo se lei mi
facesse l’onore....” la voce gli si era spenta in un sussurro a
queste ultime parole.
“Mi faresti ballare? davvero?”
“Ne sarei onorato...” ripetè ancora una volta a bassa voce.
“Bene allora, onore concesso!” E, estremamente divertita da
quel dialogo d’altri tempi, scivolai tra le sue braccia. La musica
in quel momento era un lento assai languido. Ballavamo con un
braccio discosto dal corpo, una mia mano sulla sua spalla, la
sua che mi sfiorava il fianco. Eppure avvertii una tensione da
parte sua che mi sorprese e mi intrigò. Gli passai anche l’altro
braccio intorno alla spalla e finii con l’avvicinarlo a me. Il mio
ventre sfiorò il suo e subito lo sentii irrigidirsi e scostarsi da
me. Lo guardai con la coda dell’occhio e ne scorsi le guance
imporporate. Quel ragazzo sembrava davvero enormemente
imbarazzato! Il resto del ballo, Diego rimase rigido e impettito,
concentratissimo ad evitare che i nostri corpi si toccassero.
Quella sua reazione mi turbò: da parte mia non pensavo di
avere messo nei miei movimenti alcuna sensualità e quindi non
riuscivo a capire cosa lo mettesse tanto a disagio. Il giorno
dopo la festa furono consegnati a casa due mazzi di fiori, uno
per mia figlia l’altro per me. Li mandava Diego, con un biglietto
in cui ringraziava per la serata.
“Da manuale di galateo” commentò Germana stracciando il
biglietto e aggiunse:
“questo ragazzo dovrebbe imparare ad essere più naturale e
meno convenzionale!” Io non era d’accordo e fui invece
deliziata da un pensiero così galante anche se, ripensando al
nostro ballo, dovetti darle ragione sul fatto che il giovanotto
non era certo un esempio di spontaneità. La volta successiva
che Diego venne a casa, lo fermai in corridoio per ringraziarlo.
“I tuoi fiori erano bellissimi, Diego. Grazie di cuore.”
“Non ... non c’è di che, signora Vanessa.” Gli presi le mani e le
strinsi leggermente.
“Hai sempre delle premure così ... così ... affettuose” aggiunsi,
“però non ero io l’organizzatrice del party, ma un ospite come
gli altri. I fiori a me sono un po’ usurpati.”
“Lei era la regina della serata, signora Vanessa. E concedermi
di ballare con lei, è stato, ecco, il momento più straordinario
della festa. Almeno per me...” concluse abbassando la voce. A
quelle parole mi sentii francamente sciogliere qualcosa dentro.
Lo guardai negli occhi, sorridendo, senza parlare, tenendogli
ancora le mani. Lui ricambiò lo sguardo e nei suoi occhi colsi
un calore che non avevo mai notato prima. Poi lo lasciai andare
e lui scappò letteralmente via lungo il corridoio senza più
volgermi lo sguardo, mentre il mio invece, non lo lasciò finchè
non sparì entrando nella stanza di Ernesto.
“La regina della serata!” Mi ripetei quella frase per tutta la
giornata. Ragazzi, mai mi sarei aspettata un simile
complimento. Un complimento appassionato, ma che gli era
sgorgato dal cuore e, infatti, se ne era subito pentito. Quella
sera, distesa sul letto nella mia camera, ripensai ancora a
quelle parole, compiacendomi del loro suono e del loro
significato. Ripensavo anche a Diego e a come arrossiva nel
pronunciarle. E al modo in cui mi aveva guardata quella sera e
a come aveva però evitato di accostarsi troppo a me... Dovevo
assolutamente capire se quella di Diego era ammirazione
platonica o qualcosa di più. L’occasione mi si presentò appena
pochi giorni dopo, quando la mia amica Vincenza mi comunicò
che non sarebbe venuta al concerto del giovedì, alla serie dei
quali eravamo abbonate insieme.
“Chi vorrebbe venire al concerto di musica classica?”, chiesi ai
due ragazzi, entrando nella loro stanza e interrompendone lo
studio.
“Musica classica? nonna!” esclamò Ernesto quasi indignato che
potessi pensare che gli interessasse.
“Cafone! anche se non ti piace potresti almeno sacrificarti per
fare compagnia a tua nonna.” gli ribattei. Diego diede un
leggero colpo di tosse per farsi coraggio, poi a voce
bassissima:
“A me la musica classica non dispiace....”
“Oh! vedi la differenza di cultura tra uno zoticone e una
persona fine!”. Ernesto, destinatario dello zoticone, sghignazzò:
“Ma sì, andate voi. Accompagnala tu Diego, voglio vedere se
poi non t’addormenti.” “Ma... veramente ... forse la signora ha
qualche altra amica interessata...” cominciò a farfugliare Diego,
come al solito pronto a indietreggiare subito dopo aver osato.
“No, no,” mi affrettai quindi a precisare:
“Avevo già chiesto ad altri, voi due eravate la mia ultima
speranza di trovare chi mi facesse compagnia.” ! Mi rivolsi
direttamente al ragazzo e prima che potesse tirarsi indietro
buttai lì:
“Allora, come restiamo. Il concerto è domani alle sei del
pomeriggio. Mi vieni a prendere tu? Ce l’hai la macchina?”
“S-sì però...”
“Ce l’ha. E’ la macchina di sua madre, che lei non usa mai.” si
intromise Ernesto.
“Ma è piccola, è solo una Cinquecento, forse non è adatta...”
“Andrà benissimo!”, tagliai corto, “deve portarci a un concerto,
mica dobbiamo farci un viaggio. Ti aspetto domani, allora,
Diego.” Il giorno dopo, mentre mi preparavo, mi sentivo su di
giri all’idea di avere un appuntamento con un uomo. Indossai
un vestito che avevo messo assai raramente perché lo ritenevo
osè, ma avevo deciso appunto di essere un po’ audace: era un
abito di seta, sorretto da spalline che mi lasciavano nude le
braccia e le spalle, e che lasciava la scollatura profonda, tanto
da costringermi a indossare un reggiseno molto ridotto e
decidere di drappeggiarvi di sopra un foulard per non
scandalizzare i vecchi signori che in genere frequentavano i
concerti. L’abito aveva anche uno spacco laterale, non
vertiginoso ma sufficiente a far intravedere la gamba. Dopo
averci pensato un po’ su, decisi di indossare, sotto, calze nere
e un reggicalze. Le scarpe di vernice con i tacchi alti e il
cinghietto alla caviglia come imponeva la moda mi slanciavano,
facendomi più alta e più snella. Peccato per le rughe, mi dissi,
posando davanti lo specchio mentre davo gli ultimi tocchi al
trucco. Quando Diego, puntualissimo, suonò al citofono il cuore
mi saltò in gola neanche fossi stata un’*********te al primo
appuntamento.
Lui mi aspettava per strada, vestito inappuntabilmente in
giacca e cravatta, in piedi accanto alla sua macchinetta, il cui
sportello aprì con galanteria per farmi accomodare. Entrando a
teatro, gli presi il braccio, proprio come fossimo una coppia.
Con gesti attenti lui mi aiutò a togliere la pelliccia per lasciarla
in guardaroba. In sala, cercai con lo sguardo qualche
conoscente: volevo vedere, riflesso sul volto, l’impressione che
provocava questa mia improvvisa apparizione con al fianco un
cavaliere tanto più giovane di me. Prendemmo posto, lui alla
sinistra, appena pochi istanti prima che cominciasse il concerto.
All’inizio Diego mi parve assorto nel seguire la musica, ma
dopo un po’ cominciai a rendermi conto che i suoi occhi erano
più puntati su di me che sui concertisti. Per quasi tutto il tempo
mi sentii osservata dal ragazzo che, evidentemente, era
convinto di esser protetto dall’oscurità e dalla musica. A un
certo punto, il suo sguardo cominciò insistentemente a fissarsi
in basso verso le gambe. Repressi l’istinto di coprirle, anzi a un
certo punto le accavallai facendo in modo che lo spacco si
aprisse leggermente offrendo alle sue sbirciatine qualche
porzione di coscia in più. Da quanto tempo nessuno mi aveva
ammirato così scopertamente le gambe! Lasciai anche cadere il
programma a terra perché lui lo raccogliesse, fantasticando che
chinandosi potesse notare che portavo le calze e che questo
potesse eccitarlo. Lui trascorse praticamente tutto il tempo a
osservarmi e io, perso ogni interesse per la musica, a mia volta
a spiare le sue reazioni ai miei movimenti. Il concerto terminò
verso le otto e trenta. All’uscita decisi che la serata meritava di
continuare.
“Devi tornare a casa presto? C’è un’ora a cui devi rincasare?”
chiesi, mentre di nuovo a braccetto andavamo verso il
parcheggio.
“No.”
“Bene, allora, hai fame? potrei invitarti a cena, così approfitto
del fatto di avere un così bravo cavaliere.” Diego bofonchiò
alcuni convenevoli poco convinto, ma tagliai corto e gli dissi
che saremmo andati a cena insieme e mi sarei fatta
riaccompagnare a casa entro mezzanotte. Al ristorante, scelto
un tavolo discretamente appartato, ci sedemmo l’una davanti
all’altro. Con nonchalance feci scivolare dalle spalle lo scialle di
seta scoprendo le spalle praticamente nude. Diego spalancò gli
occhi e, dopo aver fatto un po’ vagare lo sguardo, lo fermò
sulla sommità del seno. Ero deliziata da quella ammirazione,
tanto scoperta quanto ero sicura che lui fosse convinto che non
me ne accorgessi. Così com’ero certa che non pensasse che
fosse intenzionale il mio chinarsi verso il tavolo a bella posta
per offrirgli migliore visuale. Chiacchierammo del più e del
meno, i suoi occhi che solo quando non ne poteva fare a meno
incontravano i miei per poi essere nuovamente calamitati dal
solco tra i miei seni.
“Spero proprio che non ti dispiaccia.” – esclamai in una pausa
di silenzio.
“Cosa?” “Sopportarmi. Mi sono fatta accompagnare al concerto,
poi anche al ristorante. Mi auguro che tu non stia pensando
‘che pizza!’”
“No. Cosa dice? Mi fa molto piacere farle compagnia.”
“Invece secondo me pensi di aver sprecato la serata e che
avresti potuto essere con una ragazza della tua età.
“Ma no. Mi creda. Stare con lei è molto piacevole.”
“Davvero non ti imbarazza farti vedere in giro con una donna
così vecchia?” replicai fissandolo direttamente negli occhi per
accertarmi che rispondesse la verità.
“No, assolutamente. E lei non è vecchia. E’... è .... – un
principio di rossore si diffuse sulle sue guance – lei è .... una
donna molto bella.” Sollevai il bicchiere davanti le labbra per
nascondere il sorriso che quelle parole ! mi avevano suscitato.
“Molto bella! Addirittura! Grazie, ma il tempo è ormai passato,
Diego. Io ho l’età di tua nonna, come lo sono di Ernesto.”
“Non so quanti anni abbia, signora, ma le giuro che non li
dimostra.” Il suo candore era quasi commovente.
“Ho più di cinquant’anni, Diego. – Lo dissi chinandomi ancor
più verso di lui e spingendo in su il seno. Sentii che i capezzoli
mi si indurivano. – Sul serio pensi che anche alla mia età una
donna possa essere attraente?”
“Certo!!!”, rispose lui stavolta chinando il capo sul piatto.
“Non ti credo – dissi allora raddrizzandomi e tornando a
appoggiarmi allo schienale della sedia – Tu mi trovi ancora
piacente?” Diego mi rivolse uno sguardo, più che di
ammirazione, di devozione e a bassa voce rispose:
“Sì signora. Lei è davvero una donna bellissima.” Smisi di
stuzzicarlo e la cena proseguì tra conversazioni meno
maliziose. A un certo punto non mi sfuggì però che Diego si
chinasse a raccogliere il tovagliolo che gli era caduto. Pensai
subito che l’avesse fatto apposta per guardarmi le gambe sotto
il tavolo e istintivamente le allargai un poco per consentirgli di
guardare meglio. Quando lui si rialzò non potei però avere
conferma del mio sospetto e mi rimproverai per il mio
atteggiamento così sfacciato. Mai prima d’ora avevo fatto cose
del genere e, soprattutto, avuto certi pensieri su un uomo! In
macchina, nel tragitto di ritorno, non parlammo quasi per
niente, ma io non resistetti alla tentazione di tirare un po’ su la
gonna nel sedermi, per scoprire le ginocchia e, un po’, le cosce.
La mia manovra ebbe stavolta successo e Diego, poverino!,
prese a contorcere gli occhi per sbirciarmi le gambe senza
uscire di strada. Quando lui riportava gli occhi sulla strada io
accavallavo le gambe facendo in modo che le calze frusciassero
così da riavere l’attenzione del ragazzo. Una volta arrivati, nel
salutarlo, gli poggiai le mani sulle spalle. Ero più alta di lui e
provai la tentazione di chinarmi e baciarlo. Gli dissi solo invece:
“Grazie. E’ stata una splendida serata per me. E se è vero che
non mi consideri una tardona, spero che ce ne siano altre.” Gli
depositai un bacio il più vicino possibile alla sua bocca e poi
scappai dentro il palazzo come una collegiale impaurita per
essersi spinta troppo oltre. Non avevo più dubbi che Diego si
fosse preso una cotta per me. Ero piena di incertezze, invece,
circa i miei sentimenti. Sapevo quanto ciò fosse folle, ma il
desiderio di quel ragazzo aveva risvegliato i miei sensi e io mi
sentivo terribilmente attratta da un giovane che aveva l’età di
mio nipote. Di notte, il pensiero degli sguardi e delle frasi di
Diego mi teneva sveglia finchè non mi assopivo e, allora,
quell’idea fissa tornava e si trasformava in sogni in cui facevo
l’amore con lui con sfrenata passione. Alla fine mi arresi: lo
volevo, e al diavolo tutto il resto! Difficile si rivelò a questo
punto restare sola con lui. Finchè, un pomeriggio, riuscii a far
allontanare da casa Ernesto con la scusa di una commissione
urgente.
“Ma, nonna, fra un po’ arriverà Diego!”
“Ma sì, gli dirò io che sei dovuto uscire. Non si arrabbierà mica,
no?”. A parte la cameriera, così sarei rimasta sola con lui
quando fosse arrivato. Ero decisa ed eccitata: indossai la
gonna più corta che possedevo e un paio di calze velate nere
tenute su dal reggicalze. Mi truccai, raccolsi i capelli in uno
chignon e indossai una camicetta attillata della quale slacciai i
primi bottoni. Quando il campanello suonò mi precipitai ad
aprire io stessa.
“Ernesto non c’è, Diego, è dovuto uscire.” Lui rimase un po’
incerto sullo zerbino senza sapere che fare.
“Entra pure ad aspettarlo. Ti offro una tazza di tè?” Lo feci
accomodare in salotto e andai a prepararlo. Quando tornai,
sedetti in una poltrona proprio di fronte a lui. Versai il tè, poi
con un gesto languido, e badando a scoprirle quanto più
possibile, incrociai le gambe, ben in alto. Volevo che lui
guardasse quello che gli mostravo e si eccitasse. Volevo che
non avesse dubbi sulle mie intenzioni e si sentisse
incoraggiato. A differenza che al ristorante Diego prese a
lanciare occhiate fugaci e poi a distogliere lo sguardo fingendo
di essere tutto intento a sorseggiare il suo tè, mentre
rispondeva a monosillabi alle mie domande. Incrociai le gambe
più volte sicura che non poteva sfuggirgli la vista del bordo
delle calze oltre l’orlo della gonna. Mi chinai verso di lui un paio
di volte per mettere in evidenza la scollatura e esporgli l’incavo
dei seni. Lui guardava, sudava innervosito, ma non faceva
nulla. Cominciai a spazientirmi io, che invece ero sempre più
eccitata e ormai pronta a mettergli le mani addosso. Lasciai
cadere un cucchiaino per terra, vicino al mio piede. Con la voce
più sensuale di cui fossi capace lo pregai di raccoglierlo. Lui si
alzò, consentendomi di notare con grande emozione che la
stoffa dei pantaloni gli tirava sul davanti, e si chinò fin quasi a
inginocchiarsi davanti a me. Raccolse il cucchiaino, poi, con il
dorso della mano mi sfiorò appena la caviglia. Quella mossa
impacciata s**tenò la mia lussuria.
“Cosa fai, Diego, mi tocchi le gambe?” gli chiesi a bruciapelo.
Lui si alzò di s**tto, come tarantolato. Cominciò a bofonchiare:
“Scusi, scusi!!!, non volevo, non volevo!!!” e fece alcuni passi
all’indietro finchè non urtò il divano finendoci a sedere sopra. A
questo punto io mi alzai e andai a sedermi accanto a lui, molto
accanto, praticamente addosso. Accavallai ancora una volta le
gambe e lo fissai senza dire nulla.
“M-m-mi scusi,” balbettò.
“Scusarti di cosa?” “P-per averle mancato di rispetto.” Gli
passai una mano tra i capelli e gli accarezzai la nuca per
tranquillizzarlo senza cessare di eccitarlo.
“Benedetto ragazzo! – esclamai – Guarda che ci sono due modi
per mancare di rispetto a una donna. Il primo è allungare le
mani quando non si dovrebbe.” A queste parole diventò
paonazzo.
“Il secondo – proseguii prendendogli la mano e guidandogliela
sulla mia coscia lungo la quale cominciai a fargliela scivolare –
è non toccare quello che una donna ti sta offrendo.” Diego
chiuse gli occhi. La sua mano aveva risalito tutta la coscia fino
al gancio del reggicalze. Lì la lasciai e gli presi il viso tra le mie
mani.
“Oh signora Vanessa, io sono innamorato di lei!” Lo baciai: gli
infilai la lingua fra i denti e presi a stuzzicare la sua.
Contemporaneamente mi sdraiai quasi su di lui, sentii la sua
mano che stringeva sulla mia gamba e protesi la mia per
cercare il suo arnese duro attraverso i pantaloni. In quel
momento un rumore nell’altra stanza mi fece ricordare che non
eravamo completamente soli in quella casa.
“Fermiamoci, dissi, Ernesto può tornare.” Riabbottonai la
camicetta e tirai giù la gonna. Diego mi guardava stravolto ma
adorante.
“Ti dirò io quando e dove,” gli sussurrai all’orecchio e uscii dalla
stanza. Quella notte dovetti placare i miei sensi carezzandomi
da sola. L’idea stessa di averlo provocato mi faceva bagnare.
Ormai non ci pensavo più a tornare indietro. Dovevo trovare
assolutamente il modo di scoparmi Diego. Mi venne per fortuna
in mente un monolocale sfitto di proprietà di mia figlia. Rubai
di nascosto le chiavi e andai a vederlo. Era polveroso e puzzava
di chiuso ma c’era un divano letto e un angolo-cucina. Sarebbe
andato benissimo. Lo ripulii e lasciai nel bagno alcune cose che
mi sarebbero potute servire. Ero su di giri al pensiero che mi
ero fatta la garçonniere. Peccato non poterlo confidare a
nessuno. A Diego feci scivolare un biglietto in tasca, indicando
il luogo e dandogli un appuntamento a un certo orario. Il
ragazzo aveva avuto fino a quel momento un’aria assai confusa
perché lo evitavo per timore che si tradisse. La notte prima
dell’appuntamento non dormii. Pensavo al fatto che dopo tanti
anni avrei avuto di nuovo un uomo. Pensavo a Diego e me lo
immaginavo ugualmente sveglio e magari combattuto tra
paura e desiderio. L’idea che magari lui si masturbasse
pensando a me mi faceva impazzire. Il giorno dopo raggiunsi
l’appartamento prima dell’orario. Avevo portato una bottiglia di
champagne che misi in fresco nel minifrigo. Mi controllai allo
specchio. Mi sentivo al massimo: avevo una gonna di pelle al
g i n o c c h i o m a s t r e t t a , c o n u n a z i p c h e t i r a i s u
abbondantemente, una camicetta praticamente trasparente e,
sotto, una guêpière viola con le calze nere con la riga. Ai piedi,
naturalmente, tacchi a spillo. Quando aprii la porta a Diego fui
felice che il suo sguardo rivelasse che mi trovava sexy. Aveva
portato un enorme mazzo di fiori, il tenero! Glielo presi dalle
mani e lui mi abbracciò goffamente mormorando parole
d’amore.
“Quanta fretta! sta’ calmo.” Mi divertivo a stuzzicarlo. Gli dissi
di andare a cercare un vaso. Mentre sistemavo i fiori sentivo il
suo sguardo percorrermi il corpo. Tra le gambe sentivo già un
piacevolissimo calore umido.
“Cosa fai lì impalato come un baccalà?” lo apostrofai andando
verso di lui che stava ritto in piedi in mezzo alla stanza
chiaramente non sapendo cosa fare.
“Si-signora, io ... è la prima volta,” mi confessò con aria mogia.
Lo sapevo che era vergine ma il modo mortificato in cui lo disse
mi piacque. Dall’alto dei tacchi lo sovrastavo di una testa. Mi
strusciai su di lui cingendogli le spalle con il braccio mentre con
la mano libera gli tastai la patta. Sentii qualcosa di duro e
grosso che mi soddisfece.
“Non preoccuparti,” gli soffiai nell’orecchio, “mi eccita l’idea di
insegnarti.” Gli mordicchiai l’orecchio, poi con la bocca scesi a
cercare la sua. Ricambiò goffamente il mio bacio cercando di
seguire le acrobazie della mia lingua.
“C’è una bottiglia di champagne in frigo. Vai a prenderla per
brindare.” Lui si staccò da me e mi voltò la schiena verso il
frigo. Io mi accomodai sul divano letto facendo in modo che la
gonna lasciasse scoperta le cosce. Quando si girò e mi vide
sussultò.
“Allora, come nonnetta sono sexy?” “Lei è bellissima”.
“Sei tu che mi fai sentire sexy, Diego. Su siediti qui e stappa
questa bottiglia.” Diego obbedì e prese ad armeggiare con il
tappo. Io allungai le mani verso la sua patta e cominciai a
tirargli giù la lampo. Lui si fermò ma gli feci cenno di
continuare. Gli tirai fuori l’uccello. Era lungo e rigido, presi ad
accarezzarglielo mentre lui con gli occhi chiusi cercava
inutilmente di togliere il tappo di sughero.
“Il cazzo è come una bottiglia di champagne – presi a
sussurrargli all’orecchio – bisogna fare dei piccoli movimenti sul
tappo per farlo venir via.” Così dicendo gli avevo scappellato il
glande e presi a stuzzicarglielo facendo ruotare il pollice.
“E come lo champagne se lo si agita troppo finisce con
schizzare tutto fuori.” Gli maneggiavo l’asta con la mano stretta
intorno su e giù, masturbandolo, e continuando a strofinargli il
glande. Diego aveva lasciato perdere la bottiglia. I suoi piccoli
gemiti e l’aria estatica mi fecero capire che era sul punto di
veni re . Abba s sai la te s ta e glielo p re si in bo c ca ,
mordicchiandolo e continuando con la punta della lingua il
massaggio al glande che avevo fatto con il pollice. Gli strizzai i
testicoli e sentii che il flusso di sperma arrivava. Lo sentii in
bocca e lo bevvi avidamente continuando a succhiarglielo tra i
singulti di Diego e i movimenti sussultori del suo cazzo.
Buffamente, il primo pensiero che lì per lì mi venne fu quello di
calcolare esattamente quanto tempo era trascorso dall’ultima
volta che avevo fatto un bocchino a un uomo. Mi rialzai e
guardai Diego. Era ridicolo, con i pantaloni slacciati, il pisello
pendente tutto impiastricciato, lo sguardo velato.
“Su, non ti spogli?” Si alzò faticosamente e si tolse lentamente
i vestiti. Aveva un bel corpo giovane ed arrapante, che presto
sarebbe stato mio. Il pensiero mi provocò una scossa di
eccitazione che mi costrinse a stringere le cosce. “Adesso
spogliami tu, Diego”, gli dissi quando fu nudo. Con mani
tremanti mi sbottonò la camicetta e poi mi tolse la gonna.
Quando rimasi con la guêpière e le calze vidi con piacere che il
cazzo gli tornava eretto.
“Mi trovi eccitante sul serio. Il tuo cazzo non mente. Dimmi che
mi vuoi.” Borbottando parole incoerenti Diego mi si buttò
addosso cercando di toccarmi le tette, le cosce, il culo. Ridendo
frenai la sua impazienza.
“D’accordo. Ho capito. Vuoi fare l’amore. Ma guarda che mi
devi togliere anche le mutandine prima.” Lui si inginocchiò tra
le mie gambe e cominciò a sfilarmele. Io allargavo le cosce per
permettergli di guardarmi le labbra rosse e pulsanti della fica.
Non mi ero mai comportata così da troia, non avevo mai fatto
certe cose con mio marito, ma il desiderio da parte di un
ragazzo così giovane aveva s**tenato i mei sensi. Diego si
fermò all’improvviso, guardando fisso tra le gambe.
“Signora, posso chiederle una cosa?” Lo guardai perplessa. Che
diavolo gli passava per la testa proprio adesso?
“Posso baciarla lì, in mezzo alle sue gambe? E’ una cosa che ho
sempre desiderato fare....” Sospirai:
“Diego, tesoro, sei l’unico uomo che chiede il permesso di fare
la cosa che alle donne piace di più. Vieni, caro, ma lecca bene,
sai?, non voglio che mi deludi.” Gli presi la testa fra le mani e
la spinsi contro il pube. Quando poggiò le labbra sulla porta
della mia fica sentii un brivido elettrico risalirmi la schiena.
Diego prese a baciarmela, facendomi gemere di piacere. Gli
urlai di leccarmela e di succhiarmi la clitoride e lui eseguì
subito mentre gli tenevo la testa e stringevo le cosce e urlavo
dal piacere. Sentii che venivo mentre la sua lingua mi frugava
la fica come fosse un piccolo cazzo.
“Non avevo mai goduto tanto!” sospirai dopo averlo lasciato.
Anche lui aveva il respiro affannoso e la faccia bagnata dai miei
liquidi.
“Vieni qua,” gli dissi con voce roca aiutandolo a rialzarsi e poi
mettendolo a sedere. Gli salii in grembo, feci sgusciare i seni
dalle coppe della guêpière e mi impalai sul bel randello diritto,
mentre gli ficcavo un capezzolo in bocca per farmelo succhiare.
Cominciai a strofinarmi su e giù sul suo cazzo, sentendomelo
arrivare fino al ventre.
“Godo, godo!” gridai mentre acceleravo il ritmo.
“Signora, sto per venire!!!” sentii dire a Diego che lasciò per un
attimo il mio seno.
“E vieni!” fu la mia risposta, finchè una fontana di sperma
caldo mi inondò mentre anch’io godevo e lo baciavo in bocca
spingendogli dentro la lingua con la stessa foga con cui lui mi
stava penetrando la fica. Passammo tutto il pomeriggio nel
monolocale, e facemmo l’amore altre volte. Quando alla fine ci
rivestimmo per andar via, Diego mi chiese timidamente se ci
saremmo rivisti. Gli presi il viso tra le mani e lo costrinsi a
guardarmi negli occhi.
“Tu mi piaci tantissimo. Mi hai fatto fare cose di cui non mi
sarei mai immaginata capace. Ero una donna molto seria: tu
mi hai fatta sentire giovane, e sexy.” Gli scarmigliai capelli.
“Ho cinquantasei anni Diego. Per svezzarti forse vado bene ma
tu sei un bel ragazzo e puoi avere tutte le ragazze che vuoi.”
“Ma io sono pazzo di lei!!!,” protestò lui debolmente. Lo
abbracciai e lo baciai. Non capivo bene cosa trovasse nella
nonna del suo migliore amico, ma finchè stava bene a lui non
avrei certo rinunciato a fami riempire da quel bel pezzo di
carne che già sentivo cominciare a riprendere vita dentro i suoi
pantaloni. Da allora sono trascorsi sei mesi e questa follia
continua. Io e Diego siamo amanti e ci vediamo nel monolocale
più o meno due volte la settimana. Lui a letto è diventato
delizioso: è tenero ed appassionato, e mi colma di premure. Io
non mi sono mai sentita tanto desiderata in vita mia e non
credevo di scoprire, così tardi, il piacere che provo tra le
braccia di questo giovane maschio. Mi sento più giovane e più
bella, me lo dice anche Vincenza. L’unico problema è che Diego
continua a ripetere che mi ama e che non può fare a meno di
me. Spero che non esageri e non si faccia venire idee strane
come quella di vivere insieme. Potrei accettare. Perché due
scopate a settimana già non mi bastano più.
2年前