La contessina
Quella sera, come sempre Giovanna sistemò il bidet al centro della sala da bagno lo riempì d’acqua calda versandola dalla brocca e aprì il paravento. La contessina Isabella, già parzialmente svestita, sparì lì dietro, finì di spogliarsi e si lavò come era solita fare. Giovanna sentiva il profumo del sapone di lavanda spandersi per la camera insieme al vapore dell’acqua calda e lo sciacquio dell’acqua nel bacile sagomato di ceramica appoggiato su un telaio di ferro forgiato; teneva pronte le salviette con cui la contessina si sarebbe asciugata e la camicia da notte. La contessina era molto pudica e non si mostrava mai nuda agli occhi di Giovanna , a differenza di Madame – secondo quanto le raccontava Marta, la cameriera personale della contessa.
Qualche volta, come in quel momento, Giovanna intravvedeva il profilo del seno della contessina attraverso la scollatura della camicia e rimaneva incantata da quel piccolo seno bianchissimo coronato da un capezzolo di un rosa delicato, ben diverso dai suoi, stretti da una camicia ruvida sotto la divisa da cameriera.
Aiutò la contessina a mettersi a letto, ripose il paravento e il bidet dopo aver vuotato l’acqua profumata e ancora tiepida in un secchio, spense le luci della sala da bagno, piegò scrupolosamente gli abiti, mise in un cesto la biancheria da lavare e, prima di lasciare la camera, si fermò un ancora momento vicino alla porta, nel caso la contessina avesse ancora qualche incombenza da affidarle.
“Buonanotte contessina” disse, come sempre.
“Aspetta un momento, Giovanna , vieni qui” la contessina le indicò il bordo del letto. Questo non era mai successo e Giovanna si impensierì di fronte all’inattesa richiesta. Mentre si sedeva con grande cautela proprio sul bordo del letto, la contessina, la guardò seria, esitò un momento, le prese una mano e, guidandola sotto le coperte, la posò sul suo grembo nudo. Giovanna arrossì fino alla radice dei capelli, ma la contessina la fissava con uno sguardo tranquillo e nello stesso tempo teneva una mano sopra la sua, che così premeva sul sesso. Giovanna non si era mai accarezzata e non aveva idea di cosa la contessina volesse da lei, ma la contessina, senza dire una parola con la mano guidò la sua, mostrandole cosa desiderava. Le sue dita premevano su quelle di Giovanna come se fossero tasti di un pianoforte
Giovanna aveva il volto in fiamme e non osava guardare in viso la sua padrona, concentrata sulle sensazioni che riceveva dalle dita e su quella vibrazione che sentiva dentro di sé e che localizzava lì, nello stesso punto dove teneva la mano. Le sue dita sfioravano delicatamente la carne morbida e coperta da una lieve impalpabile peluria, sulla fessura che separava le due grandi labbra gonfie sentiva spandersi qualcosa di umido e caldo. Nel silenzio della stanza il fruscio della mano sotto le coperte le pareva un rimbombo, ma di lì a poco avvertì un altro suono. Era il respiro della contessina, che gradualmente si faceva più rapido e talvolta si mutava in un debole gemito. Osò guardarla in volto: ora aveva gli occhi chiusi, il capo reclinato un po’ indietro. Sotto le coperte, le sue gambe si allargavano per lasciare che la mano di Giovanna ne percorresse l’interno più agevolmente. “piano, piano” sussurrava. I fianchi della contessina Isabella iniziarono a muoversi lentamente, come ad assecondare la carezza della mano di Giovanna , raggiungendo poco per volta un ritmo più convulso, il suo respiro si fece affannoso i gemiti più frequenti, un vago sorriso le si disegnava in volto.
…
Giovanna rientrò nella sua camera sconvolta, con il cuore che le batteva forte e la mano che faticava a tenere ferma la candela con cui illuminava il corridoio immerso nell’ombra. Si chiuse dentro e si sedette sul letto. Avvicinò la mano ancora umida al volto e sentì quell’odore intenso e si passò le dita sulle labbra, poi, con cautela cominciò a spogliarsi al lume della candela. Provava una sensazione sconosciuta di calore tra le cosce e, dopo che si fu coricata, nel buio, allungò una mano. Si sentì tutta bagnata e, con un fazzoletto, provò a tamponarsi. A poco a poco però il movimento divenne altro e si ritrovò ad accarezzarsi proprio come aveva fatto con la contessina e allora comprese.
…
Il mattino dopo si alzò molto presto, come sempre, ma con la mente piena delle immagini e delle sensazioni della notte precedente. Aprì le imposte per fare entrare più aria nella stanzetta e la brezza dell’alba che odorava di bosco e di erba bagnata le colpì il viso. Era ancora buio nella porzione di cielo che poteva vedere dalla sua finestra.
Si lavò accuratamente, si spazzolò i lunghi capelli neri, ne fece delle trecce che poi fissò al capo con delle forcine e si vestì. Scese in cucina dalle scale di servizio e, insieme al personale di casa, fece una veloce colazione mangiando un panino inzuppato nel latte caldo aromatizzato con vecchio cognac, poi mentre si dirigeva nella camera della contessina, ripassò mentalmente gli incarichi per quel giorno. Niente da fare, il volto in estasi della contessina non la abbandonava, così come quel profumo ancora esalava dalla sua mano.
Guardò l’ora che segnava la pendola nel corridoio e bussò alla porta, esitante, chiedendosi cosa mai la contessina le avrebbe detto riguardo la sera prima.
In realtà, non accadde proprio nulla. La contessina Isabella non accennò minimamente a quello che era accaduto la sera prima e si comportò verso di lei come al solito, gentilmente, ma un po’ distaccata, forse un po’ più sorridente. La giornata trascorse monotona con le solite incombenze. Dopo colazione vide attraverso le vetrate la contessina uscire a cavallo con il fratello. In lontananza scorse una coppia di cavalieri che li attendevano in fondo al viale, ma non riuscì a capire chi fossero. Quando rientrò verso l’ora di pranzo, Giovanna l’aiutò a cambiarsi e a ripulirsi, e come sempre la contessina si barricò dietro il paravento facendosi porgere le salviette e la biancheria pulita. Nel pomeriggio, mentre si dedicava al cucito, Giovanna la udì cantare, accompagnata al pianoforte da sua madre.
Nel corso della giornata Giovanna aveva finito per convincersi che si era trattato di un momento di stramberia della contessina. Di storie sulle pazzie dei signori ne aveva sentite tante dagli altri servitori e probabilmente anche questa era della medesima categoria. Era sicura, tuttavia, che non ne avrebbe parlato con nessuno, forse nemmeno con il parroco in confessionale. Erano forse questi gli “atti impuri”? Fino a quel momento aveva pensato che riguardassero gli uomini, da cui i genitori e le cameriere più sagge le avevano sempre detto di stare alla larga, se non si voleva ritrovare incinta e messa alla porta del castello…
Con l’avvicinarsi della sera Giovanna sentì crescere in sé un’agitazione che non aveva mai conosciuto e poco per volta si rese conto che non era agitazione, ma desiderio. Desiderio di toccarla ancora, di sentire quella pelle morbida animarsi sotto il suo tocco, di sentirla gemere piano, di vedere quel sorriso sul suo volto…
Giunse infine l’ora di coricarsi. In camera, nel prepararsi per andare a dormire, la contessina era più silenziosa del solito, ma per il resto era una sera come tante altre, da quando Giovanna era diventata la cameriera personale della contessina.
Dopo averle augurato la buonanotte, Giovanna si avvicinò alla porta per andarsene e in quel momento sentì di nuovo quelle parole: “Giovanna , aspetta”.
Qualche volta, come in quel momento, Giovanna intravvedeva il profilo del seno della contessina attraverso la scollatura della camicia e rimaneva incantata da quel piccolo seno bianchissimo coronato da un capezzolo di un rosa delicato, ben diverso dai suoi, stretti da una camicia ruvida sotto la divisa da cameriera.
Aiutò la contessina a mettersi a letto, ripose il paravento e il bidet dopo aver vuotato l’acqua profumata e ancora tiepida in un secchio, spense le luci della sala da bagno, piegò scrupolosamente gli abiti, mise in un cesto la biancheria da lavare e, prima di lasciare la camera, si fermò un ancora momento vicino alla porta, nel caso la contessina avesse ancora qualche incombenza da affidarle.
“Buonanotte contessina” disse, come sempre.
“Aspetta un momento, Giovanna , vieni qui” la contessina le indicò il bordo del letto. Questo non era mai successo e Giovanna si impensierì di fronte all’inattesa richiesta. Mentre si sedeva con grande cautela proprio sul bordo del letto, la contessina, la guardò seria, esitò un momento, le prese una mano e, guidandola sotto le coperte, la posò sul suo grembo nudo. Giovanna arrossì fino alla radice dei capelli, ma la contessina la fissava con uno sguardo tranquillo e nello stesso tempo teneva una mano sopra la sua, che così premeva sul sesso. Giovanna non si era mai accarezzata e non aveva idea di cosa la contessina volesse da lei, ma la contessina, senza dire una parola con la mano guidò la sua, mostrandole cosa desiderava. Le sue dita premevano su quelle di Giovanna come se fossero tasti di un pianoforte
Giovanna aveva il volto in fiamme e non osava guardare in viso la sua padrona, concentrata sulle sensazioni che riceveva dalle dita e su quella vibrazione che sentiva dentro di sé e che localizzava lì, nello stesso punto dove teneva la mano. Le sue dita sfioravano delicatamente la carne morbida e coperta da una lieve impalpabile peluria, sulla fessura che separava le due grandi labbra gonfie sentiva spandersi qualcosa di umido e caldo. Nel silenzio della stanza il fruscio della mano sotto le coperte le pareva un rimbombo, ma di lì a poco avvertì un altro suono. Era il respiro della contessina, che gradualmente si faceva più rapido e talvolta si mutava in un debole gemito. Osò guardarla in volto: ora aveva gli occhi chiusi, il capo reclinato un po’ indietro. Sotto le coperte, le sue gambe si allargavano per lasciare che la mano di Giovanna ne percorresse l’interno più agevolmente. “piano, piano” sussurrava. I fianchi della contessina Isabella iniziarono a muoversi lentamente, come ad assecondare la carezza della mano di Giovanna , raggiungendo poco per volta un ritmo più convulso, il suo respiro si fece affannoso i gemiti più frequenti, un vago sorriso le si disegnava in volto.
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Giovanna rientrò nella sua camera sconvolta, con il cuore che le batteva forte e la mano che faticava a tenere ferma la candela con cui illuminava il corridoio immerso nell’ombra. Si chiuse dentro e si sedette sul letto. Avvicinò la mano ancora umida al volto e sentì quell’odore intenso e si passò le dita sulle labbra, poi, con cautela cominciò a spogliarsi al lume della candela. Provava una sensazione sconosciuta di calore tra le cosce e, dopo che si fu coricata, nel buio, allungò una mano. Si sentì tutta bagnata e, con un fazzoletto, provò a tamponarsi. A poco a poco però il movimento divenne altro e si ritrovò ad accarezzarsi proprio come aveva fatto con la contessina e allora comprese.
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Il mattino dopo si alzò molto presto, come sempre, ma con la mente piena delle immagini e delle sensazioni della notte precedente. Aprì le imposte per fare entrare più aria nella stanzetta e la brezza dell’alba che odorava di bosco e di erba bagnata le colpì il viso. Era ancora buio nella porzione di cielo che poteva vedere dalla sua finestra.
Si lavò accuratamente, si spazzolò i lunghi capelli neri, ne fece delle trecce che poi fissò al capo con delle forcine e si vestì. Scese in cucina dalle scale di servizio e, insieme al personale di casa, fece una veloce colazione mangiando un panino inzuppato nel latte caldo aromatizzato con vecchio cognac, poi mentre si dirigeva nella camera della contessina, ripassò mentalmente gli incarichi per quel giorno. Niente da fare, il volto in estasi della contessina non la abbandonava, così come quel profumo ancora esalava dalla sua mano.
Guardò l’ora che segnava la pendola nel corridoio e bussò alla porta, esitante, chiedendosi cosa mai la contessina le avrebbe detto riguardo la sera prima.
In realtà, non accadde proprio nulla. La contessina Isabella non accennò minimamente a quello che era accaduto la sera prima e si comportò verso di lei come al solito, gentilmente, ma un po’ distaccata, forse un po’ più sorridente. La giornata trascorse monotona con le solite incombenze. Dopo colazione vide attraverso le vetrate la contessina uscire a cavallo con il fratello. In lontananza scorse una coppia di cavalieri che li attendevano in fondo al viale, ma non riuscì a capire chi fossero. Quando rientrò verso l’ora di pranzo, Giovanna l’aiutò a cambiarsi e a ripulirsi, e come sempre la contessina si barricò dietro il paravento facendosi porgere le salviette e la biancheria pulita. Nel pomeriggio, mentre si dedicava al cucito, Giovanna la udì cantare, accompagnata al pianoforte da sua madre.
Nel corso della giornata Giovanna aveva finito per convincersi che si era trattato di un momento di stramberia della contessina. Di storie sulle pazzie dei signori ne aveva sentite tante dagli altri servitori e probabilmente anche questa era della medesima categoria. Era sicura, tuttavia, che non ne avrebbe parlato con nessuno, forse nemmeno con il parroco in confessionale. Erano forse questi gli “atti impuri”? Fino a quel momento aveva pensato che riguardassero gli uomini, da cui i genitori e le cameriere più sagge le avevano sempre detto di stare alla larga, se non si voleva ritrovare incinta e messa alla porta del castello…
Con l’avvicinarsi della sera Giovanna sentì crescere in sé un’agitazione che non aveva mai conosciuto e poco per volta si rese conto che non era agitazione, ma desiderio. Desiderio di toccarla ancora, di sentire quella pelle morbida animarsi sotto il suo tocco, di sentirla gemere piano, di vedere quel sorriso sul suo volto…
Giunse infine l’ora di coricarsi. In camera, nel prepararsi per andare a dormire, la contessina era più silenziosa del solito, ma per il resto era una sera come tante altre, da quando Giovanna era diventata la cameriera personale della contessina.
Dopo averle augurato la buonanotte, Giovanna si avvicinò alla porta per andarsene e in quel momento sentì di nuovo quelle parole: “Giovanna , aspetta”.
7ヶ月前