Teresa
Arrivai così, sempre sola, al primo anno di Università. Mi iscrissi alla Facoltà di Legge a Torino, contenta di essere fuori dalla portata della mia famiglia, del giro di conoscenze del mio paese…libera di essere me stessa, mi dicevo. E invece la routine delle lezioni universitarie e della preparazione degli esami mi catturò. Non del tutto, ovviamente. Abitavo in un appartamentino microscopico con altre tre ragazze per risparmiare sull’affitto. La convivenza non era sempre facile, con un solo bagno e un solo frigorifero per tutte e quattro, ma molto istruttiva. A volte mi sentivo come una volpe in un pollaio, stordita da tutti quei corpi femminili così vicini, come non mi era mai capitato…una volpe sì, ma senza artigli, ero costretta ad ammettere. Spiavo la mia compagna di stanza che si cambiava o sfioravo distrattamente un reggiseno abbandonato su una sedia, fingevo di restare indifferente quando una di loro girava per casa solo con le mutandine addosso e di mostrarmi interessata quando si parlava di ragazzi e di pomiciate rigorosamente etero…
Uscivamo insieme tutte le volte che si poteva, destinazione cinema, birreria e a volte in discoteca. Certe volte, quando bevevo, mi prendeva il panico di diventare brilla e di tradirmi con loro.
Quando due di loro trovarono un ragazzo, qualche volta organizzarono una serata con possibili “candidati” per me e Teresa, l’altra ragazza che abitava con noi. Non potevo ovviamente rifiutare e non volevo fare la guastafeste, così uscivamo tutti insieme, ma quando le coppie si separavano e io rimanevo sola con il mio cavaliere, non appena possibile lo salutavo cortesemente, lasciandolo apparentemente molto deluso per non aver ceduto subito al suo fascino virile, e tornavo a casa. Una di queste serate fui un po’ sorpresa di trovare Teresa che riordinava la cucina. Mi misi ad aiutarla e cominciammo a parlare nel silenzio solitario dell’appartamento in penombra; fu forse quello che ci aiutò a confidarci. Anche a Teresa, scoprii quella sera, piacevano le ragazze e, come me, non aveva mai avuto alcuna vera esperienza.
Alta, con i fianchi larghi, poco seno, i capelli rossi stopposi, miliardi di lentiggini e lineamenti molto comuni, Teresa non era il tipo da farsi notare; a questo si aggiungeva la scarsa attenzione nel vestirsi. Aveva però due bellissimi occhi azzurri, limpidi e gentili. Parlava poco e quando lo faceva, si sentiva molto la cantilena del suo accento veneto.
Il fatto che fossimo entrambe lesbiche non significava automaticamente che saremmo andate a letto insieme. E infatti non accadde, non subito almeno. Ma servì per creare un rapporto più stretto ed esclusivo tra noi due, anche perché le nostre compagne di appartamento erano impegnate con i rispettivi ragazzi e quindi le occasioni di uscire tutte quattro insieme si erano diradate. Teresa abitava in provincia di Treviso e tornava a casa una volta al mese, mentre io trascorrevo in genere tutti i weekend a casa, come le altre due nostre compagne. Fu lei a propormi, di punto in bianco, di restare a Torino quel fine settimana. E io, senza neppure pensarci, accettai. Telefonai a mamma, inventandomi la scusa di un esame e, per salvare le apparenze con le altre compagne, finsi di andare alla stazione, ma in realtà mi infilai in un grande magazzino e ci restai fino a quando Teresa mi raggiunse, per fare la spesa insieme al supermercato.
Percorrevamo le corsie spingendo il carrello e parlavamo, parlavamo, forse per nascondere la sotterranea eccitazione che ci aveva preso, perché sapevamo che qualcosa sarebbe successo. Ripensavo alle volte che avevo visto coppie di donne fare la spesa insieme e mi ero chiesta perché erano insieme: vicine di casa? amiche? parenti? amanti? E adesso noi. Cos’eravamo Teresa ed io?
Teresa era la più brava delle due a cucinare e si mise lei a scegliere cosa comprare, mentre io spingevo il carrello. A volte, per raggiungere un prodotto nello scaffale più alto tendeva tutto il suo corpo, vedevo il suo volto di profilo e, in quel momento preciso, mi sembrava che i suoi lineamenti cambiassero, si addolcissero. Ritornava verso il carrello, deponeva quel che aveva scelto e la sua mano si posava sulla mia.
Mi guardai intorno, nella corsia non c'era nessuno e i nostri volti erano così vicini. La baciai sulla guancia. Arrossì violentemente, si girò verso di me e l nostre bocche si incontrarono. Fu un bacio rapido, clandestino eppure riuscii a sentire il sapore delle sue labbra e della sua lingua. Da quel momento non ci scambiammo più una parola, la tensione tra noi era troppo forte.
Caricammo la spesa nel portapacchi delle biciclette e ci preparammo a ripartire verso casa. Questa volta fu Teresa a guardarsi intorno prima di baciarmi a sua volta. Allungai la mano verso la sua coscia. La toccai, trasalì, ma non smise di baciarmi. “Andiamo a casa” le dissi.
Arrivate davanti alla porta dell’appartamento, mi tremava forte la mano e all’inizio non riuscivo ad infilare la chiave nella serratura.
Lasciammo le borse della spesa nel corridoio. Presi Teresa per mano e, sedute sul mio letto, abbracciate, cominciammo a baciarci. Respiravo l'odore del suo corpo, un misto del bagnoschiuma che piaceva a lei e di un lieve sentore di sudore nervoso. Non sapevamo ancora bene dove mettere le mani, c'era il desiderio di impadronirsi del corpo dell'altra, di esplorarlo e nello stesso tempo di darle piacere e questa specie di fretta, creata da anni di desiderio frustrato. Eppure, nonostante tutto, sentirsi desiderate, sentire la bocca, il seno, i fianchi, tutto di un'altra ragazza aperto a te, concesso a te e come tu ti apri a lei era un'esperienza così straordinariamente forte che quasi piangevamo di gioia.
Ci toccavamo, ci stringevamo, ci accarezzavamo attraverso i vestiti e i vestiti uno dopo l'altro finirono sul pavimento, libere di sentire le dita scorrere sulla pelle, chiudere le mani sui seni, tenere i capezzoli induriti tra le dita. E poi il sapore della pelle, il profumo che si sprigionava tra le cosce, le nostre patatine che colavano...
Trascorremmo il week-end a letto, facendo l’amore fino a restare senza fiato, fino ad addormentarci l’una nelle braccia dell’altra, per poi risvegliarci e rifarlo. Eravamo tutte e due abbastanza inesperte, ma se ripenso a quei primi momenti di intimità, il ricordo di quella gioia travolgente che ci riempiva nello stare insieme, senza nulla addosso, cancella quello delle nostre insicurezze di allora.
...
“Sono le sette. A che ora hai detto che arriva Chiara di solito?”
“In genere verso le nove”
“Vado a fare una doccia. Dopo dovremo riordinare preparare una scusa sostenibile”. Mentre parlavo, la osservavo mentre si alzava da letto, completamente nuda, i capelli rossi scompigliati, le tracce dei miei baci su tutta la sua pelle candida. La seguii e mi infilai con lei sotto l'acqua. Dove saremmo restate chissà quanto tempo se la paura di essere sorprese dalle nostre compagne di appartamento non ci avesse imposto di sbrigarci.
...
Iniziò un periodo completamente nuovo nella mia vita, bellissimo ma anche molto faticoso, perché né io né Teresa ce la sentivamo di dirlo anche solo alle nostre compagne di appartamento. Una sera, mentre cenavamo tutte insieme, Teresa aveva pronunciato, in modo apparentemente casuale e neutro, la parola “lesbica” riferendosi non so se ad una professoressa della sua facoltà o a una scrittrice o a chissà quale altro personaggio. Ci scambiammo un rapidissimo sguardo d’intesa, mentre le nostre amiche storcevano il naso e si lanciavano in commenti disgustati.
Eravamo ancora molto insicure e così furono continui sotterfugi e bugie raccontate a destra e a manca. L’unico modo per stare insieme era restare a Torino per il weekend, ma non potevamo farlo sempre, perché le nostre famiglie, soprattutto la mia, avrebbero pensato a chissà quale mistero. Così, presi l’abitudine di tornare a casa ogni due settimane e questo aveva anche l’effetto di rendermi più indipendente dalla mia famiglia, rinunciando prima di tutto al servizio di lavanderia della mamma e alla borsa di provviste che preparava ogni domenica sera.
La nostra storia durò due anni accademici, quelli che mancavano a Teresa – più grande di me – per laurearsi e riprendere, definitivamente, la strada di casa, dove la attendeva un lavoro nella farmacia di famiglia, nella piazza principale del suo paese. Ci abbracciammo a lungo e ci promettemmo reciprocamente di rivederci a Torino, a Treviso, a metà strada a Milano. Ma non accadde, se non molti anni dopo.
Uscivamo insieme tutte le volte che si poteva, destinazione cinema, birreria e a volte in discoteca. Certe volte, quando bevevo, mi prendeva il panico di diventare brilla e di tradirmi con loro.
Quando due di loro trovarono un ragazzo, qualche volta organizzarono una serata con possibili “candidati” per me e Teresa, l’altra ragazza che abitava con noi. Non potevo ovviamente rifiutare e non volevo fare la guastafeste, così uscivamo tutti insieme, ma quando le coppie si separavano e io rimanevo sola con il mio cavaliere, non appena possibile lo salutavo cortesemente, lasciandolo apparentemente molto deluso per non aver ceduto subito al suo fascino virile, e tornavo a casa. Una di queste serate fui un po’ sorpresa di trovare Teresa che riordinava la cucina. Mi misi ad aiutarla e cominciammo a parlare nel silenzio solitario dell’appartamento in penombra; fu forse quello che ci aiutò a confidarci. Anche a Teresa, scoprii quella sera, piacevano le ragazze e, come me, non aveva mai avuto alcuna vera esperienza.
Alta, con i fianchi larghi, poco seno, i capelli rossi stopposi, miliardi di lentiggini e lineamenti molto comuni, Teresa non era il tipo da farsi notare; a questo si aggiungeva la scarsa attenzione nel vestirsi. Aveva però due bellissimi occhi azzurri, limpidi e gentili. Parlava poco e quando lo faceva, si sentiva molto la cantilena del suo accento veneto.
Il fatto che fossimo entrambe lesbiche non significava automaticamente che saremmo andate a letto insieme. E infatti non accadde, non subito almeno. Ma servì per creare un rapporto più stretto ed esclusivo tra noi due, anche perché le nostre compagne di appartamento erano impegnate con i rispettivi ragazzi e quindi le occasioni di uscire tutte quattro insieme si erano diradate. Teresa abitava in provincia di Treviso e tornava a casa una volta al mese, mentre io trascorrevo in genere tutti i weekend a casa, come le altre due nostre compagne. Fu lei a propormi, di punto in bianco, di restare a Torino quel fine settimana. E io, senza neppure pensarci, accettai. Telefonai a mamma, inventandomi la scusa di un esame e, per salvare le apparenze con le altre compagne, finsi di andare alla stazione, ma in realtà mi infilai in un grande magazzino e ci restai fino a quando Teresa mi raggiunse, per fare la spesa insieme al supermercato.
Percorrevamo le corsie spingendo il carrello e parlavamo, parlavamo, forse per nascondere la sotterranea eccitazione che ci aveva preso, perché sapevamo che qualcosa sarebbe successo. Ripensavo alle volte che avevo visto coppie di donne fare la spesa insieme e mi ero chiesta perché erano insieme: vicine di casa? amiche? parenti? amanti? E adesso noi. Cos’eravamo Teresa ed io?
Teresa era la più brava delle due a cucinare e si mise lei a scegliere cosa comprare, mentre io spingevo il carrello. A volte, per raggiungere un prodotto nello scaffale più alto tendeva tutto il suo corpo, vedevo il suo volto di profilo e, in quel momento preciso, mi sembrava che i suoi lineamenti cambiassero, si addolcissero. Ritornava verso il carrello, deponeva quel che aveva scelto e la sua mano si posava sulla mia.
Mi guardai intorno, nella corsia non c'era nessuno e i nostri volti erano così vicini. La baciai sulla guancia. Arrossì violentemente, si girò verso di me e l nostre bocche si incontrarono. Fu un bacio rapido, clandestino eppure riuscii a sentire il sapore delle sue labbra e della sua lingua. Da quel momento non ci scambiammo più una parola, la tensione tra noi era troppo forte.
Caricammo la spesa nel portapacchi delle biciclette e ci preparammo a ripartire verso casa. Questa volta fu Teresa a guardarsi intorno prima di baciarmi a sua volta. Allungai la mano verso la sua coscia. La toccai, trasalì, ma non smise di baciarmi. “Andiamo a casa” le dissi.
Arrivate davanti alla porta dell’appartamento, mi tremava forte la mano e all’inizio non riuscivo ad infilare la chiave nella serratura.
Lasciammo le borse della spesa nel corridoio. Presi Teresa per mano e, sedute sul mio letto, abbracciate, cominciammo a baciarci. Respiravo l'odore del suo corpo, un misto del bagnoschiuma che piaceva a lei e di un lieve sentore di sudore nervoso. Non sapevamo ancora bene dove mettere le mani, c'era il desiderio di impadronirsi del corpo dell'altra, di esplorarlo e nello stesso tempo di darle piacere e questa specie di fretta, creata da anni di desiderio frustrato. Eppure, nonostante tutto, sentirsi desiderate, sentire la bocca, il seno, i fianchi, tutto di un'altra ragazza aperto a te, concesso a te e come tu ti apri a lei era un'esperienza così straordinariamente forte che quasi piangevamo di gioia.
Ci toccavamo, ci stringevamo, ci accarezzavamo attraverso i vestiti e i vestiti uno dopo l'altro finirono sul pavimento, libere di sentire le dita scorrere sulla pelle, chiudere le mani sui seni, tenere i capezzoli induriti tra le dita. E poi il sapore della pelle, il profumo che si sprigionava tra le cosce, le nostre patatine che colavano...
Trascorremmo il week-end a letto, facendo l’amore fino a restare senza fiato, fino ad addormentarci l’una nelle braccia dell’altra, per poi risvegliarci e rifarlo. Eravamo tutte e due abbastanza inesperte, ma se ripenso a quei primi momenti di intimità, il ricordo di quella gioia travolgente che ci riempiva nello stare insieme, senza nulla addosso, cancella quello delle nostre insicurezze di allora.
...
“Sono le sette. A che ora hai detto che arriva Chiara di solito?”
“In genere verso le nove”
“Vado a fare una doccia. Dopo dovremo riordinare preparare una scusa sostenibile”. Mentre parlavo, la osservavo mentre si alzava da letto, completamente nuda, i capelli rossi scompigliati, le tracce dei miei baci su tutta la sua pelle candida. La seguii e mi infilai con lei sotto l'acqua. Dove saremmo restate chissà quanto tempo se la paura di essere sorprese dalle nostre compagne di appartamento non ci avesse imposto di sbrigarci.
...
Iniziò un periodo completamente nuovo nella mia vita, bellissimo ma anche molto faticoso, perché né io né Teresa ce la sentivamo di dirlo anche solo alle nostre compagne di appartamento. Una sera, mentre cenavamo tutte insieme, Teresa aveva pronunciato, in modo apparentemente casuale e neutro, la parola “lesbica” riferendosi non so se ad una professoressa della sua facoltà o a una scrittrice o a chissà quale altro personaggio. Ci scambiammo un rapidissimo sguardo d’intesa, mentre le nostre amiche storcevano il naso e si lanciavano in commenti disgustati.
Eravamo ancora molto insicure e così furono continui sotterfugi e bugie raccontate a destra e a manca. L’unico modo per stare insieme era restare a Torino per il weekend, ma non potevamo farlo sempre, perché le nostre famiglie, soprattutto la mia, avrebbero pensato a chissà quale mistero. Così, presi l’abitudine di tornare a casa ogni due settimane e questo aveva anche l’effetto di rendermi più indipendente dalla mia famiglia, rinunciando prima di tutto al servizio di lavanderia della mamma e alla borsa di provviste che preparava ogni domenica sera.
La nostra storia durò due anni accademici, quelli che mancavano a Teresa – più grande di me – per laurearsi e riprendere, definitivamente, la strada di casa, dove la attendeva un lavoro nella farmacia di famiglia, nella piazza principale del suo paese. Ci abbracciammo a lungo e ci promettemmo reciprocamente di rivederci a Torino, a Treviso, a metà strada a Milano. Ma non accadde, se non molti anni dopo.
7ヶ月前