Autobus p.2

Era passata una settimana, un mese da quando l’avevo incontrata nuovamente? Non ricordo, ma un pomeriggio, mentre ero al lavoro e stavo ricontrollando una relazione per il mio responsabile, suonò il telefono. Non avevo salvato il contatto, era rimasto su quel biglietto nella borsa, così quando sentii la sua voce rimasi senza parole
“Ciao, sono Elle. Ti aspetto in via … fra un’ora”
Alle 16 ero sul pianerottolo del secondo piano di un palazzo degli anni ’50 nella prima periferia, un po’ sciupato, ma ancora decoroso. Il portone di ingresso era socchiuso e sulle scale non avevo incontrato nessuno. Magari mi imbatto in un conoscente, pensai, che mi chiede come mai sono qui. Intorno a me, però, stavano tre porte e nulla che mi indicasse quale scegliere. Rimasi per qualche minuto senza sapere che fare e il sospetto che si trattasse di uno scherzo fu forte. Dietro uno spioncino poteva esserci una webcam per immortalare la mia faccia perplessa…
Stavo per andarmene, quando una porta si aprì. “Ciao” mi disse e mi fece entrare. Era uno di quegli appartamenti con un lungo corridoio e le stanze che vi si affacciavano tutte dallo stesso lato. Mobili della stessa età del palazzo. Sembrava disabitato da tempo. Continuavo a chiedermi se era uno scherzo o una trappola e mi sentivo un po’ a disagio. Dopotutto che cosa sapevo di lei? Cosa volevo da lei?
Senza dirmi una parola mi fece strada e mi fece entrare in una camera da letto matrimoniale. Le tapparelle erano sollevate e la luce lattiginosa del pomeriggio invernale filtrava attraverso le tende tirate. Ad un suo cenno mi sedetti su un divanetto posto a fianco del letto, dove invece si sedette lei.
“Mi piacerebbe iniziare una cosa con te” disse, guardandomi negli occhi “ma non so se vorrai seguirmi”. La fissai con aria interrogativa, ricambiando il suo sguardo, ma senza rispondere.
“Ti chiedo solo di fare quello che ti dico. Nient’altro. Se quello che ti propongo non ti va, non devi spiegarlo o giustificarti. Puoi…devi alzarti e andare via, quando vuoi”.
“Cosa vuoi che faccia?”
“Nulla. Stai seduta lì, non muoverti” disse, con la sua voce tranquilla.
“Come desideri”. Mi rilassai, appoggiandomi indietro, sullo schienale del divanetto, accavallando le gambe, senza perderla di vista.
Era lì, davanti a me, seduta sul bordo del letto; esitò un momento poi, sempre guardandomi dritto negli occhi, appoggiò la mano sul grembo e cominciò a premere ritmicamente, prima delicatamente e poi con maggior vigore. Chiuse gli occhi e si abbandonò alle sensazioni che si stava procurando, lì davanti a me, che non perdevo un solo movimento. Perché rimanevo seduta lì, davanti a lei? Cosa mi impediva di alzarmi e andarmene? Perché quell’espressione concentrata, quel movimento ritmico della mano, mi ipnotizzavano. Non ripeterò le parole che rivolgevo a me stessa in quei lunghi minuti, per convincermi ad abbandonarla. I suoi occhi si riaprirono, appena una fessura, ma scorgevo bene che fissava me, con un’ombra di sorriso sulle labbra. Il sorriso della Medusa, pensai, quello che trasformava gli uomini in pietra. E io? Io potevo sentire che qualcosa si scioglieva in me, il mio corpo non restava indifferente a ciò che vedevo.
Si stimolò a lungo in quel modo, poi dopo aver divaricato leggermente le gambe, tuffò la mano sotto la gonna. Vedevo solo un movimento tra le pieghe del tessuto, il suo seno che si alzava e si abbassava ansimante, sentivo i suoi sospiri, mi sembrava addirittura di avvertire il suo profumo che si mescolava agli aromi del suo grembo.
Non ricordo per quanto tempo rimasi lì, davanti a lei, che si accarezzava lentamente, estenuata, quasi che l’orgasmo fosse un traguardo irraggiungibile. Per quanto mi disprezzassi, sentivo qualcosa che si rimescolava in me, ero eccitata. Cambiai impercettibilmente posizione, non potevo più tenere le cosce così serrate, avrebbe avuto l’effetto opposto, ma le sensazioni che provavo erano familiari. Provavo mentalmente a “cambiare canale” cercando di raffigurarmi mio marito, nudo e con la sua verga puntata minacciosamente verso di me, ma senza successo. Mi rendevo conto che l’unica cosa che catturava la mia attenzione era lì, sotto quella gonna, sotto quelle dita che si muovevano.
Non colsi l’accelerazione del suo battito o il movimento più rapido delle dita, ma finalmente raggiunse il piacere, a ondate che scuotevano il suo corpo, il capo rovesciato indietro, da cui proveniva un gemito lontano, la mano immobile sotto la gonna per difendere quel momento. Quando vidi nuovamente il suo viso, un sorriso disteso di soddisfazione la illuminava.
Si alzò e venne davanti a me, ancora ansimante, si chinò e mi diede un bacio sulla guancia, sussurrando solo “Grazie” e, sempre vicinissima al mio volto, portò alla bocca la mano madida dei suoi umori intimi. Era così vicina che ne sentivo distintamente il profumo. La guardavo negli occhi, in silenzio.
Avvicinò le dita al mio viso, per offrirmele. Non so cosa mi prese in quel momento, ma le baciai e le presi in bocca. Lei si lasciò succhiare da me le dita a lungo e mentre facevo questo lei sfiorò il profilo del mio seno e sentì sicuramente il capezzolo inturgidito.
Quando mi alzai da quella poltrona, mi sembrava che le gambe non mi reggessero e di avere le mutandine fradice. Eppure non mi aveva toccato, né io mi ero toccata e non avevo raggiunto l’orgasmo, come lei…
Davanti alla porta di ingresso, prima di lasciarci, le chiesi
“Ci rivedremo?”
In realtà, avrei voluto domandarle, perché aveva fatto questo, davanti a me. Un uomo, credo si sarebbe eccitato a morte, ma io sono una donna, una donna che in tutta la sua vita non ha mai pensato ad un’altra donna come ad un oggetto di desiderio.
“Non lo so. Credo di sì, perché hai fatto quel che ti chiedevo ed era esattamente quel che desideravo da te. Ti chiamerò io e ti dirò quando”.
Mi accompagnò alla porta e quando mi voltai per salutarla un’ultima volta, mi diede un bacio impalpabile su una guancia e mi disse ciao.
Andai a casa sconvolta ed eccitata, con l’immagine di lei, seduta su quel letto, che si accarezzava.
発行者 alliston
7ヶ月前
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