In treno, p.1
La carrozza di I classe era quasi deserta e mi lasciai cadere sulla poltrona, esausta. Mi addormentai quasi subito dopo il passaggio del controllore, risvegliandomi una mezz’ora dopo, all’arrivo alla stazione di Bologna. Non so se a causa della decelerazione del treno o per un profumo delizioso che poco dopo la fermata riempì l’aria intorno a me.
Aprii gli occhi, nel posto davanti al mio si era seduta una bellissima donna, con un abitino semplice ed elegante ed accessori all’apparenza molto costosi. Capelli neri leggermente ondulati che le sfioravano le spalle ricadendo in ciocche e incorniciandole il volto dai lineamenti perfetti. Si sedette sistemandosi sulla poltrona con studiata lentezza – non una piega del suo abito doveva cadere fuori posto – e si tolse il paio di occhiali scuri. Mi guardò con i suoi occhi grigio-verdi e mi fece un semplice cenno di saluto. Ricambiai il saluto e estrassi dalla valigetta un libro che mi ero ripromessa di leggere. Lei diede un’occhiata veloce allo smartphone e lo ripose nella pochette, poi si mise a sfogliare un’edizione straniera di Vogue. Era impossibile resistere alla tentazione di guardarla, anche di nascosto.
Non era giovanissima, doveva avere forse quarant’anni, e le sue mani, la parte del corpo più vicina ai miei occhi di miope, erano curatissime, niente fede, solo una veretta di diamanti.
Il suo vestito era una sorta di tubino bianco panna con un bolerino color nocciola che le copriva le spalle, ma era generosamente aperto sul petto, stretto dal tubino che ne faceva risaltare le rotondità. Mi parve un abbigliamento fin troppo elegante anche in una carrozza di I classe. Mi scoccò un’occhiata fugace e con un movimento veloce si liberò del bolerino, come se avesse voluto mostrarmi sue spalle ben tornite e una pelle color del miele, dopodiché si rigettò nella lettura della sua rivista.
Cominciò allora una specie di guardie e ladri giocata sugli sguardi: lei cercava di sorprendere il mio e io il suo. Lei però era in vantaggio grazie alle sue gambe fasciate dalle calze, che ogni tanto cambiavano posizione – bastava un lieve guizzo di quei muscoli agili sotto la seta – trascinando i miei occhi in quel movimento.
Potevo vedere anche che si era soffermata su un servizio dedicato ad una collezione di biancheria intima: non ne coglievo i dettagli ma, curiosamente sembrava seguire chissà quali linee sulle foto con la punta delle dita di una mano.
Tutto questo non era senza conseguenze, nonostante la lunga giornata di lavoro, cominciata quasi all’alba: un senso di calore tra le gambe che non potevo ignorare. Accavallando le gambe nascoste da un paio di pantaloni scuri molto professionali, mi resi pienamente conto di quanto ero umida. Avrei avuto bisogno di andare al bagno ma la sconosciuta viaggiatrice davanti a me era una calamita troppo forte, volevo continuare a guardarla, sapendo di essere io stesso guardata.
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Semicroma-semicroma-croma, croma-croma-croma croma… con la punta delle unghie tamburellava piano sul tavolino, con un ritmo ipnotico. La mia insegnante di solfeggio, mi fece tornare in mente dopo tanti anni la maestra di solfeggio alla scuola di musica che frequentavo da ragazzina. Chiusi un istante gli occhi e ripensai a quella donna già matura – o almeno così sembrava a me – severa, inflessibile, che qualche anno dopo sarebbe comparsa frequentemente nelle mie fantasie…
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Provai a pensare ad altro, a riguardare le bozze dei documenti su cui avevamo lavorato tutto il giorno, cercando di decifrare le note a matita che avevo vergato ai bordi.
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Lei era sempre lì, apparentemente assorta nella lettura di quel servizio di moda, le dita affusolate della mano destra che ripetevano quel ritmo. Qualcosa pareva interessarle molto, perché da qualche minuto non aveva distolto per un momento lo sguardo da quella rivista. Perfettamente immobile, se non per quel tamburellare, che mi impediva di concentrarmi sul mio lavoro. La spiavo, percorrevo con gli occhi il profilo del suo volto, le curve di quel corpo snello, le gambe agili che spuntavano da sotto l’abito. Era la donna più bella che avessi mai visto, così vicina a me. Così vicina che ne sentivo perfettamente il profumo e credevo di percepirne il respiro lieve.
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Senza muovere la testa alzò lo sguardo e sorprese il mio, su di lei. Mi accorsi di arrossire violentemente e cercai rifugio tra le mie carte.
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Si alzò e, dopo avermi lanciato un ultimo sguardo, si diresse verso il fondo della carrozza. La spia della toilette si accese. Fissai il suo posto vuoto. Non sentivo più quel tamburellare leggero delle sue dita. “Meglio così” pensai per un istante, come se un terribile pericolo fosse improvvisamente svanito; ma nello stesso tempo sentivo, quasi dolorosamente, la sua assenza. L’assenza della sua bellezza.
Mi alzai anch’io e mentre percorrevo il corridoio della carrozza pensai che ero impazzita, e mi fermai con il cuore in gola davanti alla porta della toilette chiusa. Mi guardai intorno, nella penombra nessuno mi vedeva. Nessun rumore all’interno. Appoggiai il palmo della mano sulla porta scorrevole e sentii la lieve vibrazione della carrozza in movimento.
Tatatac, tac-tac-tac-tac. Tamburellai piano sulla porta. Una volta. Due volte.
La porta si aprì. Intravvidi il suo sguardo nello spiraglio che si allargava. La sua mano verso la mia, mi attirò dentro la cabina della toilette, richiudendo immediatamente. Ero dentro, insieme a lei.
Aprii gli occhi, nel posto davanti al mio si era seduta una bellissima donna, con un abitino semplice ed elegante ed accessori all’apparenza molto costosi. Capelli neri leggermente ondulati che le sfioravano le spalle ricadendo in ciocche e incorniciandole il volto dai lineamenti perfetti. Si sedette sistemandosi sulla poltrona con studiata lentezza – non una piega del suo abito doveva cadere fuori posto – e si tolse il paio di occhiali scuri. Mi guardò con i suoi occhi grigio-verdi e mi fece un semplice cenno di saluto. Ricambiai il saluto e estrassi dalla valigetta un libro che mi ero ripromessa di leggere. Lei diede un’occhiata veloce allo smartphone e lo ripose nella pochette, poi si mise a sfogliare un’edizione straniera di Vogue. Era impossibile resistere alla tentazione di guardarla, anche di nascosto.
Non era giovanissima, doveva avere forse quarant’anni, e le sue mani, la parte del corpo più vicina ai miei occhi di miope, erano curatissime, niente fede, solo una veretta di diamanti.
Il suo vestito era una sorta di tubino bianco panna con un bolerino color nocciola che le copriva le spalle, ma era generosamente aperto sul petto, stretto dal tubino che ne faceva risaltare le rotondità. Mi parve un abbigliamento fin troppo elegante anche in una carrozza di I classe. Mi scoccò un’occhiata fugace e con un movimento veloce si liberò del bolerino, come se avesse voluto mostrarmi sue spalle ben tornite e una pelle color del miele, dopodiché si rigettò nella lettura della sua rivista.
Cominciò allora una specie di guardie e ladri giocata sugli sguardi: lei cercava di sorprendere il mio e io il suo. Lei però era in vantaggio grazie alle sue gambe fasciate dalle calze, che ogni tanto cambiavano posizione – bastava un lieve guizzo di quei muscoli agili sotto la seta – trascinando i miei occhi in quel movimento.
Potevo vedere anche che si era soffermata su un servizio dedicato ad una collezione di biancheria intima: non ne coglievo i dettagli ma, curiosamente sembrava seguire chissà quali linee sulle foto con la punta delle dita di una mano.
Tutto questo non era senza conseguenze, nonostante la lunga giornata di lavoro, cominciata quasi all’alba: un senso di calore tra le gambe che non potevo ignorare. Accavallando le gambe nascoste da un paio di pantaloni scuri molto professionali, mi resi pienamente conto di quanto ero umida. Avrei avuto bisogno di andare al bagno ma la sconosciuta viaggiatrice davanti a me era una calamita troppo forte, volevo continuare a guardarla, sapendo di essere io stesso guardata.
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Semicroma-semicroma-croma, croma-croma-croma croma… con la punta delle unghie tamburellava piano sul tavolino, con un ritmo ipnotico. La mia insegnante di solfeggio, mi fece tornare in mente dopo tanti anni la maestra di solfeggio alla scuola di musica che frequentavo da ragazzina. Chiusi un istante gli occhi e ripensai a quella donna già matura – o almeno così sembrava a me – severa, inflessibile, che qualche anno dopo sarebbe comparsa frequentemente nelle mie fantasie…
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Provai a pensare ad altro, a riguardare le bozze dei documenti su cui avevamo lavorato tutto il giorno, cercando di decifrare le note a matita che avevo vergato ai bordi.
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Lei era sempre lì, apparentemente assorta nella lettura di quel servizio di moda, le dita affusolate della mano destra che ripetevano quel ritmo. Qualcosa pareva interessarle molto, perché da qualche minuto non aveva distolto per un momento lo sguardo da quella rivista. Perfettamente immobile, se non per quel tamburellare, che mi impediva di concentrarmi sul mio lavoro. La spiavo, percorrevo con gli occhi il profilo del suo volto, le curve di quel corpo snello, le gambe agili che spuntavano da sotto l’abito. Era la donna più bella che avessi mai visto, così vicina a me. Così vicina che ne sentivo perfettamente il profumo e credevo di percepirne il respiro lieve.
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Senza muovere la testa alzò lo sguardo e sorprese il mio, su di lei. Mi accorsi di arrossire violentemente e cercai rifugio tra le mie carte.
Tatatac, tac-tac-tac-tac.
Si alzò e, dopo avermi lanciato un ultimo sguardo, si diresse verso il fondo della carrozza. La spia della toilette si accese. Fissai il suo posto vuoto. Non sentivo più quel tamburellare leggero delle sue dita. “Meglio così” pensai per un istante, come se un terribile pericolo fosse improvvisamente svanito; ma nello stesso tempo sentivo, quasi dolorosamente, la sua assenza. L’assenza della sua bellezza.
Mi alzai anch’io e mentre percorrevo il corridoio della carrozza pensai che ero impazzita, e mi fermai con il cuore in gola davanti alla porta della toilette chiusa. Mi guardai intorno, nella penombra nessuno mi vedeva. Nessun rumore all’interno. Appoggiai il palmo della mano sulla porta scorrevole e sentii la lieve vibrazione della carrozza in movimento.
Tatatac, tac-tac-tac-tac. Tamburellai piano sulla porta. Una volta. Due volte.
La porta si aprì. Intravvidi il suo sguardo nello spiraglio che si allargava. La sua mano verso la mia, mi attirò dentro la cabina della toilette, richiudendo immediatamente. Ero dentro, insieme a lei.
16日前