In treno, p.5

“Vieni dentro”
Esitai un attimo a seguirla. Mi chiedevo cosa mi avrebbe aspettato in quella villa, ma il suo sguardo, la carezza della sua mano sulla mia furono più forti della paura ed entrai.
Sulla porta ci attendeva un cameriere orientale, che salutò cortesemente. Il mio volto era un disastro, ma lui non sembrò farci caso.
Salimmo lo scalone e ci fermammo al primo piano. Lei aprì una porta e disse “Se ti serve il bagno…”. Feci cenno di sì e accese la luce. Restai sulla soglia, interdetta. Era uno spazio non molto più grande della toilette del treno, con un box doccia sulla destra, un minuscolo lavabo e davanti a me, un gabinetto alla turca, le pareti tutt’intorno rivestite di specchi, che sembravano moltiplicare la luce che proveniva dall’alto.
Era tutto rifinito alla perfezione con materiali di primissima scelta e una doccetta stava agganciata nei pressi della toilette.
“ti conviene togliere le scarpe o, se vuoi farti una doccia, puoi darmi i tuoi abiti, li faccio sistemare”
Mi spogliai sotto i suoi occhi, sentendo il suo sguardo che mi esaminava, non diversamente forse, riflettei da come in passato si esaminavano gli schiavi prima dell’acquisto.
Quando fui completamente nuda, lei chiamò il cameriere e gli passò i miei abiti. Si avvicinò a me, con le dita cancellò le righe di trucco colate con le lacrime. Mi posò le mani sui fianchi e mi baciò teneramente. “Su, fatti una doccia, ti voglio ancor più incantevole di quanto sei in questo momento”
Stavo per aprire il box, quando sentii la vescica richiamarmi all’ordine. Se era questo che lei voleva…Mi misi accosciata sulla toilette e feci pipì, vedendomi per la prima volta mentre lo facevo. Vedevo il getto dorato zampillare giù, tra le cosce, e scomparire nel foro. Lei era dietro di me e osservava il mio riflesso nello specchio. Quando mi rialzai mi disse:
“Ora ti lascio, avrai bisogno di un po’ di privacy per farti bella” e uscì, chiudendo la porta.
Avvolta dai getti di acqua calda della doccia, mi ponevo mille domande: perché ero lì, perché accettavo di sottomettermi come stavo facendo, cosa mi aspettava nella sua camera…Da un lato, volevo far durare all’infinito questa doccia, ma dall’altro, non vedevo l’ora di essere con lei.
Mi asciugai come meglio potevo con le salviette appese al muro, ma non c’era traccia di accappatoi o altro che potessi indossare. Aprii la porta: nel corridoio c’era il cameriere che stava aspettando. Cercando di coprirmi come potevo, gli chiesi se potevo avere qualcosa da mettermi, ma l’unica risposta fu:
“da questa parte, prego”
Uscii dunque dal bagno, completamente nuda e senza nulla ai piedi. Il cameriere sembrava perfettamente indifferente e così rinunciai a coprirmi con le mani. Evidentemente, pensai, deve averne viste altre in questa condizione…
Bussò ad una porta, l’aprì e mi fece cenno di entrare.
Era seduta sul letto, con la schiena su una panoplia di cuscini disposti a raggiera sulla testata; ancora vestita, le gambe accavallate l’una sull’altra, scalza, un piede dondolava nervosamente.
“Vieni, avvicinati e fatti guardare. Girati, voglio vedere se…sì, brava, non lo hai tolto” evidentemente si riferiva al plug, saldamente incastonato tra le mie natiche.
Feci un passo verso di lei, lei stese la gamba, fasciata da una calza di seta, nella mia direzione. Mi voleva respingere? No, aveva altro in mente, me ne resi conto subito. Mi inginocchiai davanti a lei e presi quel piede tra le mani, come se fosse un oggetto prezioso e fragile, per baciarlo, baciarlo e leccarlo.
Lei accettò silenziosa il mio omaggio, porgendomi l’altro piedino perché lo replicassi anche su di esso, mentre utilizzava il primo per accarezzarmi il seno. Mi azzardai a salire con i miei baci sulla gamba e, quando arrivai all’altezza del ginocchio alzai lo sguardo tra le sue cosce leggermente aperte, quel poco consentito dal suo abito e che mi permetteva di scorgere un pizzo nero, là, all’inforcatura delle gambe.
Di più non potevo vedere, ma in quel momento sentii scorrere una zip e lei si liberò dell’abito.
“Toglimi le calze”
Erano autoreggenti e allungai le mani sulle sue cosce per sfilarle. La sua pelle sembrava intessuta della stessa seta delle sue calze. Cominciai a baciarla inebriandomi del profumo del suo sesso, così vicino eppure finora irraggiungibile. Lei, però, aveva deciso altrimenti.
All’improvviso mi prese le mani e mi trascinò sul letto e si gettò su di me, facendomi quasi male con la foga con cui mi baciava e mi mordeva, sul collo, sulle spalle e sul seno. Sentivo il suo corpo flessuoso, la sua pelle nuda contro la mia. Le labbra incollate alle mie, la sua lingua mi esplorava la bocca, mentre una sua gamba s’infilava tra le mie fino a premere contro il mio grembo.
Le sue mani mi tenevano inchiodati i polsi al letto con una forza che non riuscivo a vincere e la sua gamba era come un palo intorno a cui mi dimenavo. Quando lasciò la mia bocca ero quasi senza fiato.
Scivolò su di me e si mise a cavalcioni del mio volto, su cui premeva e si strusciava inebriandomi del suo profumo, poi scostando il lembo selle sue mutandine, offrì alla mia bocca il suo sesso.
“Leccami, tesoro. Voglio sentire la tua lingua dentro di me, ora”
Ben presto, semisoffocata, il mio volto si era ricoperto dai suoi umori che scendevano copiosi mentre facevo del mio meglio per soddisfarla.
Sentivo i suoi gemiti e i suoi movimenti sempre più violenti, quasi fuori controllo, seguiti, infine da un ultimo lungo sospiro soddisfatto.
発行者 alliston
4日前
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