Faceva freddo quella sera
Faceva freddo quella sera. Ormai l’inverno era alle porte, eravamo a metà Novembre e quella pioggerellina sottile, unita a quella leggera nebbiolina, formavano un quadro decisamente autunnale. Le ultime foglie rimaste sugli alberi tremavano tutte, frustate dal vento che le spingevano a cadere, seguendo tutte le altre che ormai erano già state spazzate via. Non avevo nessuna voglia di prepararmi, ma dovevo andare a lavorare, il turno di notte mi attendeva. Il mutuo e la rata dei mobili che la banca mi addebitava ogni fine mese, mi costringeva ad accettare i turni di notte, per racimolare un po’ più di soldi. Mi domandavo, ma quando finiranno tutte le rate per iniziare a vivere più tranquillamente, magari per fare quella crociera che Antonella, mia moglie, desiderava tanto. E per fortuna che non avevamo figli, al momento non ce lo potevamo di certo permettere, con un solo stipendio e con quelle poche centinaia di euro al mese che Antonella racimolava con il suo lavoro part-time in un negozio.
Lanciai uno sguardo verso il salotto, dove Antonella era semisdraiata sul divano avvolta nella sua vestaglia di casa pesante. Aveva in mano una confezione di crackers che stava mordicchiando, un pò alla volta, nemmeno fossero l’ultima delle prelibatezze da gustare, centellinare, una ad una, un po’ alla volta. Avrei voluto anch’io stare lì con lei, davanti al televisore, magari passandole la mano su per lo cosce, come facevo solitamente per farle capire che avrei gradito fare l’amore. Cacciai dalla mente quei pensieri, il lavoro mi attendeva, così racimolai le mie cose, presi la busta con il panino dentro, che avrei mangiato durante la pausa insieme con gli altri, ridendo e scherzando. Generalmente si prendeva in giro qualcuno assente, in modo particolare Paolo, un collega con una bella moglie, del quale però si diceva che scopava con il suo padrone di casa. Il paese non è grande e si sa tutto di tutti.
Con quel pensiero in mente, presi le chiavi della macchina, mi avvicinai a mia moglie, sempre più raggomitolata nella sua vestaglia. Ai piedi aveva le mie calze di lana e, come al solito le chiesi: ma ti piacciono tanto quei calzini? Vederti così, con quelle calze antistupro, passerebbe la voglia a qualsiasi uomo. Lei come al solito si mise a ridere e, cosa che mi stupì molto, si aprì la vestaglia mostrandomi tutte le sue splendide gambe tornite senza un grammo di cellulite. Aveva le mutandine rosa trasparenti che mi fanno arrapare tanto e mi disse: ma ne sei proprio sicuro che nessuno mi scoperebbe anche con queste calze? Mi misi a ridere, le diedi un buffetto sulla figa e le dissi: fammi andare che si sta facendo tardi, quando torno ne riparliamo.
Uscii così da casa con l’immagine di mia moglie con la vestaglia aperta e con il cazzo che dentro iniziava a formicolare. La pioggerellina mi arrivò subito addosso, ricordandomi subito che avevo lasciato un luogo caldo per entrare nel freddo e nell’umidità. Mi avvicinai alla macchina ed entrai, cercai di mettere in moto ma il motore stentava a partire: Porca puttana, la batteria sta andando, le devo cambiare. Il mese prossimo, col prossimo stipendio, devo assolutamente andare dall’elettrauto, prima che mi lasci a piedi. La fabbrica non era molto distante e, a quell’ora, le strade erano completamente deserte, così arrivai in un attimo.
Avanti al cancello della fabbrica salutai Selim, la guardia giurata magrebbina all’ingresso che mi riconobbe subito e premette il pulsante per alzare la sbarra d’ingresso. Ricevetti il solito sorriso ed il suo saluto, sempre cordiale e gentile. Pensai: Cazzo, con tutti i guai che hanno questi qui, guarda come sono gentili. Parcheggiai e mi incamminai verso l’ingresso, alzandomi il bavero del giaccone per ripararmi dal freddo pungente e umido che penetrava sino alle ossa.
Davanti allo spogliatoio incontrai Mauro che mi disse: E tu, che cazzo ci fai qui?
Come che ci faccio qui, ho il turno di notte.
Ma Enrico (il nostro caposquadra) non ti ha detto niente? Sono stati cambiati tutti i turni, il tuo è quello di domani mattina.
Ma non dire stronzate, dai
No è vero, chiedilo a Enrico, guarda è lì.
Mi girai verso la direzione indicata da Mauro e vidi Enrico con l’eterna sigaretta in bocca che camminava verso di noi.
Ciao Davide, non hai ricevuto il mio messaggio?
No, non credo, perché?
Abbiamo invertito i turni, tu sei domani mattina. Noi stiamo andando al bar per un cicchetto prima di tornare a casa, vuoi venire?
Non sapendo che fare, colto così alla sprovvista, dissi, OK, va bene dai. Andiamo
Fu così che ci ritrovammo in sei tutti al solito bar a parlare del lavoro, degli aumenti che ci erano stati promessi ma che non arrivavano mai. Le solite cose, insomma, le solite frasi dette e ridette un migliaio di volte. Enrico offrì a tutti un giro, poi fu la volta di Romeo, e poi di Carlo, e poi di Giancarlo. Alla fine, dopo aver pagato il mio giro, dissi: ragazzi, è meglio che si torna a casa, se ci fermano i carabinieri e ci fanno gonfiare il palloncino stasera, vedremo delle mongolfiere in aria! Tutti scoppiarono in una fragorosa risata e ci incamminammo verso le nostre macchine. La mia come al solito, stentò a partire, ma poi di controvoglia si mise in moto. La distanza non era molta, solo qualche kilometro. Al bivio avrei dovuto girare a destra per andare a casa, ma trovai la strada sbarrata per i soliti lavori in corso, che sai quando iniziano e mai quando finiscono. La deviazione mi costrinse ad allungare il tragitto di quasi un kilometro, facendomi girare diverse volte. Ero quasi arrivato a casa quando mi parve di vedere la macchina di Luigi parcheggiata al bordo della strada.
Solo lui poteva avere una Golf arancione, ma lì per lì pensai: cazzo, qualcun altro ha comprato un’auto come quella di Luigi, domani gli telefono e glielo devo dire che c’è un altro sfigato con la stessa auto.
Parcheggiai sul viottolo di casa e notai che la luce in sala era rimasta accesa. Siamo alle solite pensai, Antonella si è addormentata sul divano con la tele e la luce accesa.
Aprii la porta piano, senza far rumore perché volevo farle una sorpresa, ricordandomi della visione di lei con la vestaglia aperta e gli slip trasparenti sotto che facevano vedere il nero della sua peluria. Non mi sono mai piaciute le donne completamente depilate, sembrano bambine, mentre la visione il triangolo nero di venere mi ha fatto sempre eccitare all’istante, facendomi intuire tutto quello che nasconde. Pensai di iniziarla a toccarle le gambe, dal basso verso l’alto, delicatamente e leggermente, senza svegliarla per poi arrivare lì, nel punto che mi faceva dimenticare di tutto e che mi proiettava in uno stato di goduria ed estasi totale. Il solo pensiero mi fece eccitare all’istante, e sentii subito la cappella premere contro il cotone dei miei boxer. In quello stato di leggera sbronza e forte eccitazione entrai e vidi però che il divano era vuoto, anzi sopra c’era un reggiseno di pizzo bianco. E di chi cazzo è questo? Pensai. Iniziai a salire le scale al buio, cercando di non fare rumore, salendo le scale in punta di piedi. Arrivato in cima, notai che un fascio di luce usciva fuori dalla porta semichiusa della mia, della nostra camera da letto, e finiva sul pavimento in diagonale, come se un coltello avesse inferto una ferita alle mattonelle. Nello stesso tempo udii un gemito: mmmmmhh.
Ancora in punta di piedi mi avvicinai alla porta, senza fare il minimo rumore e sbirciai da dietro la porta. Quello che vidi mi paralizzò all’istante e mi catapultò in una dimensione dalla quale non sarei mai più tornato indietro. Al momento non avrei mai potuto immaginare tutto quello che poi sarebbe successo.
Antonella era sdraiata sul letto, con le gambe di fuori che poggiavano per terra. Indossava calze trasparentissime bianche tenute su da un reggicalze dello stesso colore. Indossava anche delle micro mutandine di pizzo bianche. Non l’avevo mai vista così, non le avevo mai visto addosso quella lingerie. Quando l’aveva comprato evidentemente non pensava di indossarle avanti a me, ma davanti a qualcun altro. I capelli erano buttati all’indietro, e aveva un’espressione sul viso che conoscevo bene, la smorfia di quando ormai si è lasciata andare al piacere più puro, di quando ormai si è concessa completamente e inizia a gustarsi quei piccoli sussulti che solitamente precedono un lungo ed intenso orgasmo.
Il mio carissimo amico Luigi invece, era in ginocchio ai piedi del letto ed aveva la testa affondata tra le gambe di Antonella, le passava tutta la lingua sulla sua figa completamente aperta e bagnata, tanto che, seppure in penombra, potevo vedere il luccichìo dei suoi umori. Le faceva passare la lingua su e giù, mentre una mano era sopra di lei, arrivandole sul seno e strizzandole i capezzoli a tratti, usando le dita come se dovessero azionare dei pulsanti, come se dovesse far fare contatto a due estremità. Ed ogni volta che stringevo, sentivo Antonella mugulare più forte dal piacere. Le piaceva, eccome, alla troia. Pensai che io, invece, non glielo avevo mai fatto. Con l’altra mano Luigi invece stringeva il suo cazzo, sbattendolo lentamente, come se si volesse gustare tutto il godimento di lei e bere tutti gli umori che sarebbero di lì a poco, fuoriusciti dalla sua apertura.
La scena, tutta la situazione che stavo vivendo all’improvviso, mai da me immaginata di poter vivere, mi ammutolì ma, soprattutto, blocco ogni mia iniziativa. Rimasi semplicemente sbalordito, incredulo e senza fiato a quella visione. Una parte di me voleva spalancare la porta e urlare tutto il mio dolore che da dentro lancinante saliva sino alla gola, ma mi resi conto che non ne sarei stato capace, perché avevo qualcosa dentro di me che mi bloccava muto, inerme ed estasiato dalla visione che avevo davanti agli occhi. Avevo due sentimenti dentro di me che combattevano l’un l’altro, da un lato la rabbia ed il dolore, dall’altra l’eccitazione enorme che avevo e che mi faceva pulsare il cazzo in un modo che non avevo mai sperimentato.
Intanto Antonella stava raggiungendo l’orgasmo e lo capii immediatamente da quel: “cazzo, cazzo, cazzo” ripetuto più volte e che diceva sempre un attimo prima di venire. Ma Luigi, che sicuramente conosceva bene i suoi tempi, i suoi ritmi e le sue abitudini, si fermò all’improvviso, lasciandola in uno stato d’estasi e di attesa lacerante, vogliosa solo di sentire tutto il suo cazzo dentro quella figa oscenamente aperta, offerta e desiderosa di essere completamente riempita. Si alzò in piedi e così potei vedere il suo cazzo dritto, in alto, come un’asta della bandiera. Era molto simile al mio, con l’unica differenza che il suo era perfettamente dritto, mentre il mio ha una forma che ricorda proprio una banana. Si curvò su di lei e, tenendoselo con una mano per farlo entrare, si abbassò inarcandosi tra le gambe di Antonella che lanciò un gemito nel momento stesso che lo accoglieva dentro. Con una mano in tasca io intanto sentivo il glande turgido del mio cazzo che reclamava la sua voglia di venire ed iniziai a toccarmelo solo sul glande. Sentivo la stoffa dei boxer che strisciava contro facendomi ansimare e godere. Luigi intanto stava pompando Antonella sempre con maggiore intensità e velocità quando lei iniziò, questa volta senza fermarsi a ripetere cazzo, cazzo, cazzo, si,si vengooo.
Anche Luigi iniziò a venire, riconobbi subito quegli spasmi che ti arrivano nel momenti stesso che esplodi tutto lo sperma che hai dentro. Il loro orgasmo coinvolse anche me e iniziai a venire soffrendo in silenzio, non potendo gemere e urlare per il godimento. Mi ritrovai con la fodera della tasca completamente bagnata, la mano bagnata e le ginocchia che si erano piegati dagli spasmi che l’orgasmo mi aveva procurato. Luigi invece era rimasto fermo sopra Antonella che continuava ad ansimare, stremata dall’orgasmo che, ero certo, conoscendola bene, le avrebbe procurato un giramento di testa.
Mi girai sgomento, quasi indeciso su cosa fare, ma non potevo entrare e farmi vedere con i pantaloni bagnati dallo sperma. Iniziai a scendere le scale in punta di piedi, senza farmi sentire, cercando di evitare ogni più piccolo rumore. Arrivai così alla porta di ingresso, aprendola e richiudendola con la chiave nella toppa, per evitare il classico clack che solitamente fa quando si chiude il blocchetto della serratura. E mi ritrovai solo, al freddo pungente della notte, con i pantaloni bagnati.
Entrai in macchina, misi a folle sfruttando la piccola discesa del viottolo di casa, mi volevo allontanare il più possibile, senza essere visto da nessuna, volevo fuggire da quella situazione irreale, volevo fuggire da quello che ora mi sembrava un incubo e che mi aveva catapultato in una realtà nuova, diversa, non voluta. In strada vidi la Golf arancione di Luigi e pensai, che cazzone che sono stato a pensare che ci fosse un altro sfigato ad avere una macchina di quel colore. Era lui che si stava sbattendo mia moglie a casa mia, in camera mia, sul mio letto. Fu così che iniziai a piangere, pensando che ormai avevo perso tutte le certezze, tutti i punti fermi sui quali avevo basato la mia vita, i miei sforzi, i miei sacrifici. Cosa avrei fatto non lo sapevo e non mi interessava, tanto era grande il groppo che avevo alla gola, il dolore che mi stringeva forte la bocca dello stomaco provocandomi quasi dei rigurgiti di *****o.
Mi facevo anche schifo, sentendo quell’umido dei pantaloni e nelle mutande e mi chiedevo continuamente: ma come hai potuto, come hai potuto, come cazzo è stato possibile, venire vedendo lei montata dal mio migliore amico.
Lanciai uno sguardo verso il salotto, dove Antonella era semisdraiata sul divano avvolta nella sua vestaglia di casa pesante. Aveva in mano una confezione di crackers che stava mordicchiando, un pò alla volta, nemmeno fossero l’ultima delle prelibatezze da gustare, centellinare, una ad una, un po’ alla volta. Avrei voluto anch’io stare lì con lei, davanti al televisore, magari passandole la mano su per lo cosce, come facevo solitamente per farle capire che avrei gradito fare l’amore. Cacciai dalla mente quei pensieri, il lavoro mi attendeva, così racimolai le mie cose, presi la busta con il panino dentro, che avrei mangiato durante la pausa insieme con gli altri, ridendo e scherzando. Generalmente si prendeva in giro qualcuno assente, in modo particolare Paolo, un collega con una bella moglie, del quale però si diceva che scopava con il suo padrone di casa. Il paese non è grande e si sa tutto di tutti.
Con quel pensiero in mente, presi le chiavi della macchina, mi avvicinai a mia moglie, sempre più raggomitolata nella sua vestaglia. Ai piedi aveva le mie calze di lana e, come al solito le chiesi: ma ti piacciono tanto quei calzini? Vederti così, con quelle calze antistupro, passerebbe la voglia a qualsiasi uomo. Lei come al solito si mise a ridere e, cosa che mi stupì molto, si aprì la vestaglia mostrandomi tutte le sue splendide gambe tornite senza un grammo di cellulite. Aveva le mutandine rosa trasparenti che mi fanno arrapare tanto e mi disse: ma ne sei proprio sicuro che nessuno mi scoperebbe anche con queste calze? Mi misi a ridere, le diedi un buffetto sulla figa e le dissi: fammi andare che si sta facendo tardi, quando torno ne riparliamo.
Uscii così da casa con l’immagine di mia moglie con la vestaglia aperta e con il cazzo che dentro iniziava a formicolare. La pioggerellina mi arrivò subito addosso, ricordandomi subito che avevo lasciato un luogo caldo per entrare nel freddo e nell’umidità. Mi avvicinai alla macchina ed entrai, cercai di mettere in moto ma il motore stentava a partire: Porca puttana, la batteria sta andando, le devo cambiare. Il mese prossimo, col prossimo stipendio, devo assolutamente andare dall’elettrauto, prima che mi lasci a piedi. La fabbrica non era molto distante e, a quell’ora, le strade erano completamente deserte, così arrivai in un attimo.
Avanti al cancello della fabbrica salutai Selim, la guardia giurata magrebbina all’ingresso che mi riconobbe subito e premette il pulsante per alzare la sbarra d’ingresso. Ricevetti il solito sorriso ed il suo saluto, sempre cordiale e gentile. Pensai: Cazzo, con tutti i guai che hanno questi qui, guarda come sono gentili. Parcheggiai e mi incamminai verso l’ingresso, alzandomi il bavero del giaccone per ripararmi dal freddo pungente e umido che penetrava sino alle ossa.
Davanti allo spogliatoio incontrai Mauro che mi disse: E tu, che cazzo ci fai qui?
Come che ci faccio qui, ho il turno di notte.
Ma Enrico (il nostro caposquadra) non ti ha detto niente? Sono stati cambiati tutti i turni, il tuo è quello di domani mattina.
Ma non dire stronzate, dai
No è vero, chiedilo a Enrico, guarda è lì.
Mi girai verso la direzione indicata da Mauro e vidi Enrico con l’eterna sigaretta in bocca che camminava verso di noi.
Ciao Davide, non hai ricevuto il mio messaggio?
No, non credo, perché?
Abbiamo invertito i turni, tu sei domani mattina. Noi stiamo andando al bar per un cicchetto prima di tornare a casa, vuoi venire?
Non sapendo che fare, colto così alla sprovvista, dissi, OK, va bene dai. Andiamo
Fu così che ci ritrovammo in sei tutti al solito bar a parlare del lavoro, degli aumenti che ci erano stati promessi ma che non arrivavano mai. Le solite cose, insomma, le solite frasi dette e ridette un migliaio di volte. Enrico offrì a tutti un giro, poi fu la volta di Romeo, e poi di Carlo, e poi di Giancarlo. Alla fine, dopo aver pagato il mio giro, dissi: ragazzi, è meglio che si torna a casa, se ci fermano i carabinieri e ci fanno gonfiare il palloncino stasera, vedremo delle mongolfiere in aria! Tutti scoppiarono in una fragorosa risata e ci incamminammo verso le nostre macchine. La mia come al solito, stentò a partire, ma poi di controvoglia si mise in moto. La distanza non era molta, solo qualche kilometro. Al bivio avrei dovuto girare a destra per andare a casa, ma trovai la strada sbarrata per i soliti lavori in corso, che sai quando iniziano e mai quando finiscono. La deviazione mi costrinse ad allungare il tragitto di quasi un kilometro, facendomi girare diverse volte. Ero quasi arrivato a casa quando mi parve di vedere la macchina di Luigi parcheggiata al bordo della strada.
Solo lui poteva avere una Golf arancione, ma lì per lì pensai: cazzo, qualcun altro ha comprato un’auto come quella di Luigi, domani gli telefono e glielo devo dire che c’è un altro sfigato con la stessa auto.
Parcheggiai sul viottolo di casa e notai che la luce in sala era rimasta accesa. Siamo alle solite pensai, Antonella si è addormentata sul divano con la tele e la luce accesa.
Aprii la porta piano, senza far rumore perché volevo farle una sorpresa, ricordandomi della visione di lei con la vestaglia aperta e gli slip trasparenti sotto che facevano vedere il nero della sua peluria. Non mi sono mai piaciute le donne completamente depilate, sembrano bambine, mentre la visione il triangolo nero di venere mi ha fatto sempre eccitare all’istante, facendomi intuire tutto quello che nasconde. Pensai di iniziarla a toccarle le gambe, dal basso verso l’alto, delicatamente e leggermente, senza svegliarla per poi arrivare lì, nel punto che mi faceva dimenticare di tutto e che mi proiettava in uno stato di goduria ed estasi totale. Il solo pensiero mi fece eccitare all’istante, e sentii subito la cappella premere contro il cotone dei miei boxer. In quello stato di leggera sbronza e forte eccitazione entrai e vidi però che il divano era vuoto, anzi sopra c’era un reggiseno di pizzo bianco. E di chi cazzo è questo? Pensai. Iniziai a salire le scale al buio, cercando di non fare rumore, salendo le scale in punta di piedi. Arrivato in cima, notai che un fascio di luce usciva fuori dalla porta semichiusa della mia, della nostra camera da letto, e finiva sul pavimento in diagonale, come se un coltello avesse inferto una ferita alle mattonelle. Nello stesso tempo udii un gemito: mmmmmhh.
Ancora in punta di piedi mi avvicinai alla porta, senza fare il minimo rumore e sbirciai da dietro la porta. Quello che vidi mi paralizzò all’istante e mi catapultò in una dimensione dalla quale non sarei mai più tornato indietro. Al momento non avrei mai potuto immaginare tutto quello che poi sarebbe successo.
Antonella era sdraiata sul letto, con le gambe di fuori che poggiavano per terra. Indossava calze trasparentissime bianche tenute su da un reggicalze dello stesso colore. Indossava anche delle micro mutandine di pizzo bianche. Non l’avevo mai vista così, non le avevo mai visto addosso quella lingerie. Quando l’aveva comprato evidentemente non pensava di indossarle avanti a me, ma davanti a qualcun altro. I capelli erano buttati all’indietro, e aveva un’espressione sul viso che conoscevo bene, la smorfia di quando ormai si è lasciata andare al piacere più puro, di quando ormai si è concessa completamente e inizia a gustarsi quei piccoli sussulti che solitamente precedono un lungo ed intenso orgasmo.
Il mio carissimo amico Luigi invece, era in ginocchio ai piedi del letto ed aveva la testa affondata tra le gambe di Antonella, le passava tutta la lingua sulla sua figa completamente aperta e bagnata, tanto che, seppure in penombra, potevo vedere il luccichìo dei suoi umori. Le faceva passare la lingua su e giù, mentre una mano era sopra di lei, arrivandole sul seno e strizzandole i capezzoli a tratti, usando le dita come se dovessero azionare dei pulsanti, come se dovesse far fare contatto a due estremità. Ed ogni volta che stringevo, sentivo Antonella mugulare più forte dal piacere. Le piaceva, eccome, alla troia. Pensai che io, invece, non glielo avevo mai fatto. Con l’altra mano Luigi invece stringeva il suo cazzo, sbattendolo lentamente, come se si volesse gustare tutto il godimento di lei e bere tutti gli umori che sarebbero di lì a poco, fuoriusciti dalla sua apertura.
La scena, tutta la situazione che stavo vivendo all’improvviso, mai da me immaginata di poter vivere, mi ammutolì ma, soprattutto, blocco ogni mia iniziativa. Rimasi semplicemente sbalordito, incredulo e senza fiato a quella visione. Una parte di me voleva spalancare la porta e urlare tutto il mio dolore che da dentro lancinante saliva sino alla gola, ma mi resi conto che non ne sarei stato capace, perché avevo qualcosa dentro di me che mi bloccava muto, inerme ed estasiato dalla visione che avevo davanti agli occhi. Avevo due sentimenti dentro di me che combattevano l’un l’altro, da un lato la rabbia ed il dolore, dall’altra l’eccitazione enorme che avevo e che mi faceva pulsare il cazzo in un modo che non avevo mai sperimentato.
Intanto Antonella stava raggiungendo l’orgasmo e lo capii immediatamente da quel: “cazzo, cazzo, cazzo” ripetuto più volte e che diceva sempre un attimo prima di venire. Ma Luigi, che sicuramente conosceva bene i suoi tempi, i suoi ritmi e le sue abitudini, si fermò all’improvviso, lasciandola in uno stato d’estasi e di attesa lacerante, vogliosa solo di sentire tutto il suo cazzo dentro quella figa oscenamente aperta, offerta e desiderosa di essere completamente riempita. Si alzò in piedi e così potei vedere il suo cazzo dritto, in alto, come un’asta della bandiera. Era molto simile al mio, con l’unica differenza che il suo era perfettamente dritto, mentre il mio ha una forma che ricorda proprio una banana. Si curvò su di lei e, tenendoselo con una mano per farlo entrare, si abbassò inarcandosi tra le gambe di Antonella che lanciò un gemito nel momento stesso che lo accoglieva dentro. Con una mano in tasca io intanto sentivo il glande turgido del mio cazzo che reclamava la sua voglia di venire ed iniziai a toccarmelo solo sul glande. Sentivo la stoffa dei boxer che strisciava contro facendomi ansimare e godere. Luigi intanto stava pompando Antonella sempre con maggiore intensità e velocità quando lei iniziò, questa volta senza fermarsi a ripetere cazzo, cazzo, cazzo, si,si vengooo.
Anche Luigi iniziò a venire, riconobbi subito quegli spasmi che ti arrivano nel momenti stesso che esplodi tutto lo sperma che hai dentro. Il loro orgasmo coinvolse anche me e iniziai a venire soffrendo in silenzio, non potendo gemere e urlare per il godimento. Mi ritrovai con la fodera della tasca completamente bagnata, la mano bagnata e le ginocchia che si erano piegati dagli spasmi che l’orgasmo mi aveva procurato. Luigi invece era rimasto fermo sopra Antonella che continuava ad ansimare, stremata dall’orgasmo che, ero certo, conoscendola bene, le avrebbe procurato un giramento di testa.
Mi girai sgomento, quasi indeciso su cosa fare, ma non potevo entrare e farmi vedere con i pantaloni bagnati dallo sperma. Iniziai a scendere le scale in punta di piedi, senza farmi sentire, cercando di evitare ogni più piccolo rumore. Arrivai così alla porta di ingresso, aprendola e richiudendola con la chiave nella toppa, per evitare il classico clack che solitamente fa quando si chiude il blocchetto della serratura. E mi ritrovai solo, al freddo pungente della notte, con i pantaloni bagnati.
Entrai in macchina, misi a folle sfruttando la piccola discesa del viottolo di casa, mi volevo allontanare il più possibile, senza essere visto da nessuna, volevo fuggire da quella situazione irreale, volevo fuggire da quello che ora mi sembrava un incubo e che mi aveva catapultato in una realtà nuova, diversa, non voluta. In strada vidi la Golf arancione di Luigi e pensai, che cazzone che sono stato a pensare che ci fosse un altro sfigato ad avere una macchina di quel colore. Era lui che si stava sbattendo mia moglie a casa mia, in camera mia, sul mio letto. Fu così che iniziai a piangere, pensando che ormai avevo perso tutte le certezze, tutti i punti fermi sui quali avevo basato la mia vita, i miei sforzi, i miei sacrifici. Cosa avrei fatto non lo sapevo e non mi interessava, tanto era grande il groppo che avevo alla gola, il dolore che mi stringeva forte la bocca dello stomaco provocandomi quasi dei rigurgiti di *****o.
Mi facevo anche schifo, sentendo quell’umido dei pantaloni e nelle mutande e mi chiedevo continuamente: ma come hai potuto, come hai potuto, come cazzo è stato possibile, venire vedendo lei montata dal mio migliore amico.
11年前