IL TUTOR
IL TUTOR
Capitolo I.
La vita offre sempre diverse opportunità.
Molti credono nel destino, nel fato.
Io credevo nelle scelte.
La mia teoria si basava sul fatto che ogni individuo, privo di impedimenti fisici o mentali, nella vita, potesse avere tutte le opportunità; doveva solo coglierle, viverle e subirne le conseguenze, positive o negative, quali esse fossero.
Travolta dagli eventi, ho dovuto rivalutare questa mia teoria, poiché le scelte a volte non ci accorgiamo nemmeno di farle, le subiamo.
Io, Giulia, ingegnere informatico, racconto questo spaccato di vita, la mia, che ha segnato e cambiato profondamente il corso dei miei presunti eventi, quelli che credevo di poter gestire con delle scelte e che ora, mi vien da pensare, fossero invece fatti predestinati, difficilmente controllabili e gestibili.
Scelte? Opportunità? Fatalità?
A questo punto sono ancora molto confusa.
Mi laureai precocemente, a pieni voti, e subito venni chiamata da una multinazionale che mi assunse. Mi trovai subito bene con loro, venni seguita da competenti professionisti per specializzarmi nello studio e nella ricerca di nuovi obbiettivi del settore informatico.
Furono tempi bellissimi, di appassionato studio affiancato da una stimolante pratica; mi resi immediatamente conto che le nozioni acquisite duranti gli anni, da sole, non erano sufficienti a fare nulla. L’applicazione nel mondo del lavoro, mi fece apprezzare il fascino della ricerca, facendomi sognare lo sbarco verso nuovi confini e nuove realtà.
Dopo un paio di anni, la direzione generale mi incaricò di seguire lo sviluppo di un nuovo progetto, presso un’azienda affiliata. Ritenevano che io fossi già adeguatamente preparata e competente per questo incarico.
Non avrei operato in completa autonomia, sarei stata affiancata e seguita da un Tutor, posto a capo del progetto presso la stessa azienda.
Ero contenta; un lavoro di ricerca, la mia specializzazione.
L’unico neo di questo felice evento era la distanza che intercorreva tra la nuova destinazione e la mia dimora.
Distavano circa di ottocento chilometri e pertanto avrei necessariamente dovuto traferirmi, anche se temporaneamente, nei paraggi di questa azienda; dovetti entrare nell’idea di vivere il mio prossimo futuro in un alloggio pro-tempore, limitrofo al mio nuovo posto di lavoro, che, fortunatamente, questa società mi avrebbe messo a disposizione. Almeno non avrei dovuto perdere del tempo a cercarmi un appartamento!
Ciò significava distaccarmi dai miei luoghi, dalle mie abitudini e soprattutto dai miei affetti, rappresentati da poche amicizie che rallegravano i miei fine settimana. Questo mi rattristava.
La mia vita sociale mi dava poco ma a quel poco tenevo tantissimo!
Per quanto tutti dicessero che ero una gran bella ragazza, io mi sentivo come un piccolo topolino di biblioteca, condizione che aveva modellato e delineato il mio carattere, chiuso e schivo.
Una piccola Cenerentola che, aldilà dei sogni, era perfettamente conscia che non avrebbe mai avuto la benché minima possibilità di trovare il suo principe azzurro. Ero troppo pretenziosa, troppo calcolatrice, troppo superiore alla normale condizione maschile; se un principe, adatto a me, avesse mai dovuto esistere, probabilmente era perché io l’avevo costruito e programmato! Non avendolo ancora fatto, non potevo essere fiduciosa di trovare un degno compagno per la vita.
Affacciandomi sul mondo femminile, trovavo le donne eccessivamente vezzose e vuote, non destavano insomma il mio interesse; soprattutto non mi eccitavano. Quelle valutazioni mi rassegnarono.
Condividevo il mio tempo libero con tre persone, Roberta e Clara, biologhe, un po’ bruttine e sicuramente più sfigate di me, che passavano giornate intere nel laboratorio analisi dell’università a far finta di avere un impiego, e Roberto, ingegnere, assunto da uno studio di progettazione locale, di spiccata intelligenza ed umorismo ma fisicamente un po’ bruttino, tanto che, se lo si intravedeva nella penombra, pareva un cadavere vivente!
Avevo un unico hobby, che adoravo profondamente: nuotare.
Tutte le sere, prima di rincasare, andavo in piscina a farmi una cinquantina di vasche. Era uno sport che cominciai da bambina e che non smisi mai di praticare; mi faceva sentire bene, nuotavo, in totale assenza di rumori, ero libera e leggera nell’acqua, io ed i miei pensieri.
Sicuramente, negli anni, quell’attività fisica ha sagomato e modellato il mio corpo, divenendo agile, sinuoso e ben definito.
Il mio modo di vestire, scialbo e ordinario certo non lo esaltava, non lo metteva nella giusta mostra, non lo valorizzava.
Ma per chi dovrei farlo? – mi chiedevo- per qualche idiota cascamorto?
Quando all’età di diciannove anni, ebbi una relazione di qualche mese con un ragazzo, al quale concessi per la prima ed unica volta il mio corpo; immediatamente mi resi conto di quanto squallidi fossero i rapporti con l’altro sesso senza amore e passione. Io, nella circostanza, utilizzai quel ragazzo, bravo ed educato, per perdere la mia verginità, così da mettermi in qualche modo in pari con le mie coetanee, liberandomi, finalmente, di un peso, un impedimento, una sensazione di inferiorità fisica e psicologica. Ma, con quel gesto, compromisi in qualche modo la mia disponibilità psicologica per allacciare nuovi rapporti con altri ragazzi.
Archiviai quell’esperienza con un bel “fatto!” chiudendomi in me stessa.
Paradossalmente mi sentii più libera di gestire il mio corpo, in modo autonomo, soddisfacendo tutti i miei quotidiani desideri sessuali, che la mia fantasia generava.
Il tutto senza impegni interpersonali, perdite di tempo e distrazioni varie.
Così facendo, potevo vivere la vita con massima efficienza, risparmiando tempo, ansie inutili ed imbarazzanti dovute ad ingannevoli innamoramenti.
Conseguii così una sfilza di 30 agli esami universitari.
Mi laurearmi in pochissimo tempo.
Avevo trovato un equilibrio tra la mia mente ed il mio corpo e stavo bene. Il solo pensiero di dover cercare qualcuno, come un ragazzo, per ascoltarlo e perderci del prezioso tempo, mi creava disagio.
E poi per cosa, per una scopata magari anche malfatta?
Nel mio nuovo modo di pensare, potevo gestirmi con manici di spazzole ed altro, nei tempi e nei modi che desideravo, soprattutto senza alcun impegno; dovevo solo lasciare spazio alla mia fantasia.
Capitolo II.
Alla data stabilita, partii ed arrivai finalmente alla mia nuova destinazione; era un lunedì mattina. Dovetti cambiare ben due treni e percorrere l’ultima ora di viaggio in pullman, prima di giungere alla meta.
Subito mi rassegnai al fatto di dover trascorrere anche molti weekend in quel posto, visto che il ritorno alla mia città sarebbe stato lungo e snervante.
Giunta sul luogo, con il mio trolley, entrai in un sontuoso palazzo vetrato, poco distante dal piccolo centro cittadino. All’ingresso mi presentai alla reception, dove una gentile e premurosa ragazza mi fece accomodare in una sala riunioni del piano, chiedendomi di aspettare un piccolo attimo in quanto il mio referente, già avvisato del mio arrivo, in pochi minuti sarebbe giunto; mi chiese anche se volevo del caffè o acqua od altro.
Presi un caffè ed aspettai.
Poco dopo arrivò un ragazzo, giovane e molto gentile che, dopo una veloce presentazione, si premurò di scusarsi, avvisandomi che il mio referente aveva avuto un contrattempo e quindi avrebbe tardato. Mi disse che, nel frattempo, come da disposizioni della direzione, mi avrebbe accompagnato nell’alloggio che mi era stato assegnato.
Percorremmo una serie di corridoi molto eleganti che facevano intravedere decine di uffici colmi di personale, apparentemente operativo ed impegnato, per poi uscire e sfociare in un piccolo parco retrostante l’imperioso palazzo vetrato; era circondato da una serie di costruzioni a carattere residenziale, terrazzate e generosamente piantumate.
Seguendo un viale elegantemente pavimentato, entrando in un vano scala comune, prendemmo l’ascensore, panoramico, che ci condusse al piano della mia nuova residenza.
Nell’androne vidi due sole porte di ingresso agli alloggi, una alla destra ed una alla sinistra. Entrammo nell’appartamento di destra.
Era un piccolo alloggio, nuovo e modernamente arredato, pulito; generose vetrate davano l’affaccio ai terrazzi, così arricchiti di piante che parevano giardini pensili.
“Spero sia di tuo gradimento” mi disse il ragazzo.
“E’ bellissimo”, risposi, anche se un po’di malinconia cominciava già a farsi sentire dentro me.
Lasciai al suo interno il mio bagaglio e tornammo nella struttura principale; scoprii in quel mentre che veniva definita location operativa.
Durante il percorso, quel ragazzo mi spiegò come si svolgeva la quotidianità all’interno della struttura; facendomi fare un giro esplorativo, mi fece vedere dove fossero il bar, la sala mensa, la direzione, la sala fitness ed altri punti di interesse collettivo. Mi spiegò come raggiungere il centro cittadino, porgendomi una lista degli orari dei servizi pubblici che facevano fermata lì davanti; chiesi infine dove avrei potuto trovare una struttura per poter nuotare e lui, conducendomi all’ascensore interno della location, mi portò ad un piano seminterrato dove era presente una generosa piscina, che mi confermò essere dotata di spogliatoi, docce, sauna, fitness e altro.
Mi sentii meglio. Quel posto era dotato di tutto ciò che mi serviva, piscina compresa per farmi le vasche quotidiane.
Alla fine mi condusse in quello che sarebbe stato il mio nuovo ufficio; un enorme salone posto all’ottavo piano del palazzo.
Disponeva di una quindicina di scrivanie tutte attrezzate con tastiere e monitor, due grandi tavoli lavoro, diversi ed enormi monitor appesi alle pareti, una sontuosa scrivania direzionale circondata da piante in vaso di indubbio valore economico; poi, dislocati in angoli e meno in evidenza, c’erano stampanti, plotter ed altra attrezzatura specifica, a me ben nota, che veniva utilizzata per i progetti di ricerca.
Entrando, mi presentò ai miei nuovi colleghi, una decina in tutto, di cui sette donne e tre uomini.
L’età media non superava i trentacinque anni. Un ambiente giovane, dinamico.
Mi piace, pensai.
Mi fece accomodare alla mia scrivania mentre tutti, circondandomi, cercarono di farmi sentire immediatamente a mio agio. Mentre il mio accompagnatore si congedava, lasciandomi un numero di interno per poterlo cercare nel caso necessitassi ancora di aiuto, alcuni dei miei nuovi colleghi iniziarono a tempestarmi di domande su chi fossi e da dove venissi. Altri cercavano di spiegarmi come funzionasse il lavoro all’interno di quella sezione operativa.
Quando finalmente entrò il responsabile del progetto, chiamato comunemente Tutor, ci fu come un esplosione di gioia da parte di tutti, coinvolgendolo nelle presentazioni.
Simone, il Tutor, era un uomo che non arrivava alla cinquantina, alto circa un metro ed ottanta, corpulento e massiccio; quel giorno era vestito tutto di nero con un lupetto, dei jeans modaioli aderenti che evidenziavano un bel culo rotondo e pieno, scarpe Prada nere, abbronzato, capelli folti, brizzolati e mossi, una generosa bocca carnosa che faceva da cornice ad una perfetta dentatura bianchissima.
************ile, pareva decisamente affabile anche se il suo portamento era sicuro e deciso.
Dopo il cabaret iniziale, mi invitò alla sua scrivania, quella direzionale, per espormi il progetto di ricerca ed i miei obbiettivi. Parlammo per diverse ore; mi spiegò tutto del nuovo lavoro, dell’idea, inizialmente rinchiusa nella sua mente per diversi anni, alimentata da approfonditi studi, ricerche e verifiche, sino alla presentazione al consiglio che, dopo accurate indagini ed approfondimenti, alla fine, la approvò e ne stanziò i necessari fondi per poterla realizzare; alla formazione dell’equipe con la scelta di persone preparate e determinate, a dove fossero arrivati sino ad oggi con i lavori, alle problematiche da risolvere ed ai tempi per la consegna del modello sperimentale. Insomma, un viaggio emozionante che descriveva la realizzazione di un sogno, raccontato in modo dettagliato e passionale da quella voce calda ed un po’ roca di Simone. Le sue mani che continuavano a gesticolare durante il racconto, davano senso di forza, determinazione ed al tempo stesso di seduzione.
Verso sera, sospendemmo quell’emozionante chiacchierata pianificando il lavoro da svolgere il giorno successivo. Mi congedai da Simone con una dispensa di appunti da studiare ed un disco rigido contenete tutti i risultati del lavoro svolto sino a quel momento.
Cenai in mensa in compagnia di tre colleghe e poi mi ritirai nel nuovo alloggio.
Ero stanca, stravolta ma estremamente eccitata della nuova condizione. Sistemai la mia valigia, ordinando negli armadi e nel bagno le mie cose, mi feci una doccia; poi distesa sul letto cercai di cominciare a decifrare quel tomo di appunti quando la stanchezza ebbe il sopravvento.
Ci misi qualche giorno per trovare il giusto ritmo ed equilibrio ma alla fine riuscii ad organizzarmi; mi inserii bene nella nuova compagine di lavoro, trovai un punto di sviluppo del progetto che avrei dovuto risolvere, trovai il tempo per farmi la mia consueta nuotata serale. Dopo una settimana parevo una persona che avesse sempre vissuti lì.
Gli stimoli erano veramente tanti e mi sentivo costantemente eccitata adrenalinica. Riuscii anche a mantenere la mia buona abitudine, quella di focalizzare e memorizzare dettagli fisici di avvenenti colleghi durante il giorno per utilizzarli la sera nelle mie fantasie erotiche, masturbandomi nel letto gratificando corpo ed mente per l’impegno, dedizione e stress riversati nella giornata lavorativa.
Erano ormai passati diversi giorni e mi ero perfettamente integrata nel nuovo ambiente.
Capitolo III.
Una mattina, uscendo da casa mi ritrovai sul pianerottolo Simone che usciva dall’appartamento a fianco del mio.
“Buongiorno!” dissi meravigliata.
“Ciao!” Mi rispose stupito e con un generoso sorriso, mentre stava chiudendo la porta.
“Non sapevo fossimo vicini di casa” gli dissi.
“Mi sono trasferito ieri sera” rispose lui. ”L’alloggio di cui disponevo ha un problema di infiltrazione d’acqua e così me ne son fatto assegnare un altro. Mi sa che per un po’ dovrò pernottare qui”.
“Bene” risposi
“Così quando avrò dubbi relativi al progetto, potrò romperle le s**tole anche di sera!” gli dissi con la massima ingenuità.
Lui, quasi imbarazzato mi rispose “Oh, si, certo, cioè… basta che mi avvisi prima e non ci sono problemi! Comunque ricordati che la sera è fatta anche per rilassarsi!”.
Non capii quella risposta ma soprassedetti, pensando che io il modo per rilassarmi lo avevo; ricominciai parlando di lavoro, mentre ci incamminavamo verso l’ufficio.
Per tutto il giorno Simone mi parve un po’ strano nei miei confronti, più distaccato e freddo del solito. Ma non ci diedi molto peso.
Quella sera, ero distesa sul mio letto a leggere degli appunti, un po’ controvoglia; la mia mente non era concentrata sul lavoro, divagava.
Sapere che nell’appartamento a fianco c’era Simone mi rendeva un po’ nervosa.
Essendo tutti gli alloggi speculari, ero anche certa che le nostre camere fossero contigue ed addirittura i nostri letti esattamente specchiati nella mezzeria di quel muro divisorio.
Nel letto, ora, mi sentivo meno protetta, più esposta, più vulnerabile.
Non che io facessi chissà cosa, non avevo mai invitato nessuno.
Il pensiero di sentirmelo così a ridosso, mi faceva sentire un po’ violata, curata, sempre sotto osservazione come se fossi ancora al lavoro, invasa da una presenza forte ed autoritaria come quella di Simone.
Ma proprio lui dovevano mettere vicino a me?
Continuando a riflettere che il letto dietro alla parete era di Simone, non potei fare a meno di pensare a lui in modo diverso dal solito, ovvero non come Tutor ma come uomo.
Era sicuramente attraente, affascinante, sensuale e dava l’impressione di maschio esperto.
Aveva un corpo massiccio, un bel culo; non avevo potuto far meno di notare anche una generosa protuberanza in mezzo alle sue gambe.
Sembrava avere un grosso fardello che, più di qualche volta, mi sono sentita strusciare sul culo mentre mi passava dietro cercando di dirmi qualcosa, oppure mentre io ero piegata sulla mia scrivania.
Non avevo mai dato peso a quegli atteggiamenti, forse perché non volevo pensarci, non volevo distrarmi, non volevo crearmi pensieri imbarazzanti su di lui.
Ora che la testiera del suo letto era a ridosso della mia, separata dolo da una parete di cartongesso, mi pareva di averlo in casa, in camera con me.
Proprio mentre pensavo a tutto ciò, sentii dei rumori, provenire dalla sua camera.
Sentii chiaramente accendere la luce, la sua voce roca che diceva qualcosa a me incomprensibile ed una risatina femminile.
Oddio è in camera, con una donna, e qui si sento tutto!
Cercai curiosa di ascoltare nel silenzio della mia casa cosa stessero dicendo, ma non riuscivo a distinguere le parole; sentivo le voci ma erano confuse, lontane.
Poco dopo ci fu silenzio.
Provai a riaccomodarmi nel letto, cercando di allontanare dalla mia mente pensieri impuri e maliziosi, quando ad un tratto sentii uno schiocco tonante, come quello di una ventosa che si distacca da una parete; poi ne sentii uno ancora ed un altro ancora.
Il mio cuore cominciò a battere forte, sempre più forte.
Cosa staranno facendo?
Inizialmente pensai che si stessero baciando. Ma che schiocchi di bacio erano quelli? Così forti, così rumorosi? Cosa diavolo stavano combinando? Era intuibile che non stessero giocando a scacchi ma la curiosità di poter vedere od udire chiaramente ciò che stava accadendo in quella stanza, mi stava rodendo.
Ebbi la tentazione di mettere l’orecchio sulla parete per poter sentire meglio ma poi decisi di rifugiarmi sotto il mio cuscino.
Mi sentivo il cuore in gola, tremavo.
Che imbarazzo.
Cercai di calmarmi pensando che l’imbarazzo avrebbe dovuto essere il loro, non il mio.
Poi, scusando le mie vergogne, pensai che nel buio e nel silenzio della mia camera nessuno poteva vedermi, nessuno poteva sentirmi.
Cercai quindi di calmarmi; tirai fuori la testa da sotto il mio cuscino e rimasi in attesa di sentire ancora qualcosa, nuovi rumori.
Ad un tratto sentii un botto contro la parete unito a degli scricchiolii. A quel punto di s**tto mi alzai leggermente e tesi l’orecchio sulla parete. Fu più forte di me.
Mi pareva di sentire degli strani sospiri che poco a poco aumentavano di intensità; ora stavano chiaramente ansimando.
Come attaccata ad una leggera tensione elettrica, cominciai ad eccitarmi. Una eccitazione strana, non premeditata, non controllata.
Mi tremavano le gambe, il cuore rimbombava dentro me, mi lacrimavano persino gli occhi dall’agitazione e deglutivo a vuoto, senza saliva.
Cercavo di immaginare cosa stesse accadendo dietro quel muro di cartone che tutto mi permetteva di udire, chi fosse lei, come fosse lui nudo e quali atteggiamenti potesse avere in quella intimità, cosa stessero facendo per provare quel piacere; un piacere che io fondamentalmente non avevo mai provato.
Ad un tratto sentii dei movimenti fruscianti, continui, uno snervante cigolio di molle, tutto accompagnato da profondi e sonori lamenti fino a quando un colpo mi fece sobbalzare, poi un altro ed una altro ed un altro ancora.
I colpi si scandivano con ritmo, inizialmente costante per poi crescere rapidamente e lentamente diminuire, con intermezzi di raffiche che parevano provenire da un motore a scoppio.
In preda all’eccitazione, la mia mente cercava in qualche modo di immaginare le sagome ed i dettagli più intimi della scena che si stava svolgendo dietro quella parete.
Me ne stavo seduta sul letto con la faccia praticamente appiccicata al muro; volevo udire ogni rumore, fantasticando quanto stava accadendo dall’altra parte.
Ogni colpo che Simone affondava dentro quella donna, veniva trasmesso tramite le vibrazioni al mio orecchio e quindi al mio cervello; per percepire meglio quelle vibrazioni e trametterle anche nel mio corpo, appoggiai la mano al muro.
Non so quanto durò il tutto, ma non fu certo una cosa breve. Se da un lato volevo che Simone raggiungesse l’orgasmo per udire ed immaginare il piacere che stesse provando, dall’altra volevo continuasse, perché ogni colpo che sentivo era un’eccitante e straordinaria vibrazione che entrava nel mio corpo e nella mia testa.
Alla fine sentii lei gemere in modo quasi soffocato; poco dopo arrivò anche il gemito di lui.
In un attimo scese un profondo silenzio ed uno strano senso di solitudine mi avvolse.
Ero eccitata e stordita. Una cosa simile non mi era mai capitata e a dir il vero non l’avevo neanche mai immaginata.
Aspettai ancora un po’, tremolante e riversa con la faccia alla parte per sentire se qualcos’altro stesse accadendo.
Nulla. Tutto taceva.
Mi misi sotto il lenzuolo, la mia mano scese immediatamente per accarezzarmi ed appena mi toccai il clitoride sentii una scossa; era sensibilissimo.
Provai a ritoccarlo ed un'altra scossa invase letteralmente tutto il mio corpo, come se degli spilli stessero punzecchiando ogni poro della mia pelle, dai piedi al cuoio capelluto.
Mi accarezzai le cosce, divaricai per bene le gambe e sentii la mia vagina fradicia e dilatata.
Allungai la mano e cominciai a masturbarmi, prima solleticando il clitoride e poi penetrandomi con le dita. Stavo godendo, anche se mi pareva di poggiare sopra ad un letto di chiodi.
Toccandomi provavo una sorta di piacevole dolore, un masochistico solletico che contraeva ogni singolo muscolo del mio corpo, dandomi un piacere smisurato, tanto che ad un tratto mi parve di soffocare.
Mentre affondavo le dita dentro me, nella testa mi rimbombavano ancora quei colpi, cadenzati ed allo stesso tempo irregolari. Sentii un’onda di fuoco generarsi dentro le vene che risalì dai piedi al cervello, contraendomi e piegandomi; mi sentivo agonizzante con queste scariche che continuavano ad invadermi.
Credo che inconsciamente emisi anche un forte urlo.
Il mio respiro era rotto, sentivo queste scosse di piacere che rallentavano ma ancora non si erano placate e, data la loro intensità, continuavano a tenermi contratta.
Ci volle un bell’attimo per riprendermi.
Quando mi calmai, mi sentii a pezzi, spossata, distrutta.
Non volli più pensare a niente, anche se avevo provato un orgasmo di una intensità incredibile spiando altre persone. Non pensavo fosse giusto ma non volevo neanche vergognarmi di questo. Io non c’entravo nulla. Ero stata vittima di quell’episodio, quasi fossi stata violentata.
Ed avevo goduto tantissimo.
Svenni in un sonno profondo.
Capitolo IV.
La mattina mi svegliai di buon ora. Avevo le gambe intorpidite e tremolanti; mi sentivo ancora particolarmente ansiosa ed eccitata.
Andai a farmi una doccia come di consuetudine; le forti emozioni della sera prima erano ancora dentro me, intatte, come se tutto fosse accaduto un istante prima.
Cercavo di riprendere controllo dei miei pensieri ma l’adrenalina circolava ancora nel mio corpo. Con grande fatica evitai di far scivolare il soffione della doccia giù, in mezzo alle mie gambe; dovetti abbassare la temperatura dell’acqua per raffreddare quei bollori.
Una volta asciugata tornai in camera per vestirmi, aprii l’armadio e per la prima volta in vita mia, guardando i miei vestiti, mi venne la nausea.
Li scartai uno ad uno, chiedendomi come potessi avere un guardaroba tanto schifoso.
Mi ripromisi che, quel pomeriggio, avrei staccato qualche minuto prima il lavoro, così da poter andare in centro a fare un minimo di shopping.
Trafficando nel mio beauty-case trovai anche un rossetto, che mi pareva ricordare di aver utilizzato un capodanno di qualche anno fa. Pensai se metterlo o meno; alla fine, visto il colore rosso fuoco, decisi di soprassedere.
Diedi cura ai miei capelli, cercando di asciugarli in modo tale da renderli vaporosi, evitando di legarli come ero solita fare.
Uscii di casa alquanto imbarazzata per la paura di trovarmi a faccia a faccia con Simone fuori dal mio uscio. Non vidi nessuno.
Arrivai al mia postazione di lavoro alquanto elettrizzata, Simone non era ancora arrivato.
Dovetti subirmi le lusinghe e gli apprezzamenti scherzosi dello staff, per il mio nuovo look.
Iniziai a lavorare cercando di concentrarmi, anche se ero trepidante ed ansiosa; non vedevo l’ora dell’arrivo di Simone, che invece tardò.
Quando arrivò mi sentii gelare.
Lui, con la solita disinvoltura, entrò, e con un grande sorriso, salutò tutti.
Poi, come di routine, cominciò il suo giro di colloqui e confronti, passando da una scrivania all’altra, valutando gli sviluppi individuali relativi al nostro progetto, pianificando il proseguo. Tremavo, pensando a quando fosse toccato a me.
Alla fine, dopo aver concluso con gli altri, mi si avvicinò, mettendosi, come era solito fare, alla mia destra e poggiandomi una mano sulla spalla; cominciò a chiedermi come proseguiva il mio lavoro.
Era un’azione che faceva quasi tutti i giorni, sempre allo stesso modo, ma questa volta, per me, era diverso. Sentivo la sua mano calda, che poggiata sulla mia spalla leggermente mi massaggiava, il suo alito fresco, il suo profumo a base di agrumi, non troppo dolce ma intenso.
Io, con la voce leggermente rotta, facevo fatica a concludere i periodi delle mie frasi.
Cominciai a sudare freddo; non mi riconoscevo. Io, Giulia, impervia e caparbia, colei che ha sempre domato le emozioni e gli impulsi, decisa e determinata, ora agitata ed in preda alle mille emozioni che la mente ed il corpo generavano in quella situazione, come una timida scolaretta al suo primo giorno di scuola.
Cercando a gran fatica di attivare tutte le sinaspi del mio cervello, per meglio comprendere il ragionamento logico che Simone mi stava esponendo, concernente il processo di sviluppo del mio lavoro, la coda del mio occhio cercava inesorabile quella protuberanza dei suoi pantaloni che nascondeva, al suo interno, il fallo, per poter scorgere qualche dettaglio in più di quell’attrezzo del piacere che stanotte aveva fisicamente soddisfatto una donna a me ignota e, indirettamente, mi aveva fatto sognare e godere come non mai.
La sagoma delineata ed in rilievo, che si vedeva pronunciata sul pantalone, era imponente.
Era evidente che Simone fosse un uomo ben dotato.
Vederlo lì, a circa quaranta centimetri dal mio viso, mi fece perdere, per qualche frazione di secondo, il senso della realtà.
Immaginavo il calore, l’odore ed il sapore del suo sesso.
Tutto ciò mi pareva di sentirlo proprio in quel momento, come se potesse passare così facilmente dai suoi pantaloni.
Mi sentivo il viso bollente, come se il calore emanato dal quel possente fallo surriscaldasse la pelle della mia faccia, le mie narici invase di fumi, come se percepissi i profumi del suo umore, l’acquolina in bocca, immaginando di assaporare il gusto della pelle sapida ed intima del suo pene.
La sua mano, calda e decisa, che nel mentre massaggiava la mia spalla, non aiutava a distogliermi da quei pensieri.
Il suo pene, procuratore di piacere sessuale, era lì, vicino a me; avrei voluto vederglielo, appoggiargli sopra il mio viso, strusciarmelo addosso, baciarglielo, leccarglielo.
Come un doccia gelata mi sentii richiamare, forse due volte.
“Giulia, Giulia.. tutto bene?”
“Si.. si..” balbettai.
Lui mi guardò con un sorriso, mi accarezzo dolcemente la testa ed allontanandosi mi disse “Prenditi qualche ora libera, Giulia, svagati, altrimenti mi scoppi!”.
Più che “mi scoppi” direi che volentieri “mi farei scopare”!
L’unica cosa che stava veramente scoppiando era dentro le mie mutandine.
Ero ancora bagnata fradicia; non ero abituata a tutta questa attività lubrificante da parte dei miei genitali.
Il pomeriggio me ne andai in centro a fare shopping, come peraltro avevo già programmato la mattina. Feci un gran lavoro, se così si può dire!
Diedi quasi totalmente fondo alla disponibilità mensile della mia carta di credito, che era ben di tremila euro, e per la prima volta comperai vestiti ed accessori con la massima serenità mentale; non mi parve di aderire al consumismo, non mi sentii scialacquare denari, avevo un guardaroba osceno ed era giunto il momento di rinnovarlo.
Mi sentivo elettrizzata.
Acquistai gonne sopra il ginocchio, camicette da tenere leggermente aperte, due giubbottini, diversi leggings da indossare con dei maglioncini lunghi ed aderenti, delle gonnellone lunghe in lana, scarpe con il tacco, stivali di pelle ed anche un paio di anfibi neri; comprai anche fondotinta, del mascara, rossetti di vario colore e smalti per le unghie.
Incredibile.
Se i miei amici di sempre mi avessero visto in quel momento, avrebbero pensato che non fossi più io!
Mi sentivo bene, frizzante ed eccitata.
Rientrai, lasciai tutte le borse a casa, indossai alcuni vestiti nuovi, ed uscii a cenare.
Ritornai in centro, entrai in una trattoria abbastanza elegante. Questa cosa non l’avevo mai fatta in vita mia.
Dopo essermi accomodata ad un tavolo, vidi varie coppiette, sedute davanti a calici di vino, che elegantemente chiacchieravano.
Non mi sentivo in alcun modo sola.
Stavo bene.
L’eccitazione della sera prima era ancora dentro di me, proiettando i miei sensi in un altra dimensione e facendomi scoprire un mondo nuovo.
Meno buio, meno triste, meno silenzioso ed apatico.
Cercavo di chiedermi se per caso stessi andando fuori di testa; pur quanto cercassi di analizzarmi, ora tutto mi pareva chiaro, visibile.
Mi si erano svegliate le emozioni, si erano liberate; sapevo che ora non sarebbe stato più possibile rimetterle al loro posto, nasconderle, come in precedenza facevo.
Mentre mi gustavo un filetto con del buon vino rosso, già assaporavo la mia serata; non vedevo l’ora di rientrare nel mio appartamento nella speranza di sentire ancora Simone.
Capitolo V.
Quando rientrai la prima cosa che feci fu origliare alla parete della camera.
Nulla. Silenzio totale. Non c’era nessuno.
Riordinai i miei acquisti, preparando in un sacchetto, destinato alla lavanderia, gli indumenti che dovevano essere lavati prima che potessi indossarli.
Sistemai il resto negli armadi e nei cassetti, mi spogliai, mi misi la vestaglia e cominciai un’improvvisata manicure.
Alla fine delle operazioni estetiche, mi distesi sul letto con il mio Tablet.
Cominciai a cercare qualcosa da vedere ed alla fine, fuorviata dall’eccitazione, mi ritrovai a guardare siti pornografici.
Fino a quel momento avevo sempre evitato di entrarci, se non in rare occasioni.
Questa volta, feci una selezione dei filmati proposti, affinando la ricerca; volevo vedere qualche scena che in qualche modo rappresentasse ciò che avevo vissuto e soprattutto udito. Dopo circa un’oretta, non trovando nulla di affine, mi rassegnai e spensi tutto. I video trovati avevano tutti un impronta commerciale, caratterizzati dalle solite scene, i soliti cliché, nulla che potesse coinvolgermi, emozionarmi; mi soffermai solo a visionare qualche scena tra un uomini maturi e ragazzine, ritenendole banali e scontate.
Spensi la luce e cercai di addormentarmi.
Nella stanza a fianco tutto taceva.
Non riuscendo a prendere sonno, con la mente tempestata di immagini pornografiche che avevo appena visto, decisi di alzarmi e cercare qualche artigianale strumento di piacere, giusto per giocare un po’.
Andai in bagno e presi la mia solita spazzola; non convinta, andai anche in cucina, per vedere se qualche altro oggetto poteva fare al mio caso.
Non trovai nulla di interessante fino a quando, aprendo un cassetto del mobile del soggiorno, trovai in una confezione arancione dell’Ikea, un grosso cacciavite, corredato da una lunga serie di punte intercambiabili.
Aprii la confezione ed impugnai quell’attrezzo.
Mio dio! Aveva un manico imponente, ben sagomato, aveva la forma stilizzata di un pene. Presentava una parte tondeggiante iniziale per restringersi a circa un terzo della sua lunghezza per poi riallargarsi sino alla fine.
Un’impugnatura perfettamente ergonomica, morbida al tatto, poiché rivestita di una specie di plastica siliconica, che in quel momento tutto mi fece pensare tranne che utilizzarlo per avvitare qualcosa.
Allora è vero che Ikea pensa a tutto e per tutta la famiglia!
Eccitatissima lo presi ed andai in bagno a lavarlo con il detergente intimo. Lo asciugai e lo portai con me nel letto. Mentre lo accarezzavo, nel buio della mia camera, immaginai di avere il membro di Simone tra le mani. Pensai di lasciarmi andare con quel pensiero, perdermi nella fantasia erotica, per provare quell’arnese quanto prima; decisi di aspettare ancora un po’.
Senza accorgermi, continuando a sognare con quel cacciavite in mano, mi addormentai stremata; tutte quelle emozioni, che avevano invaso la mia giornata, si erano fatte sentire sul mio corpo.
“Sbam!”fu il rumore che mi svegliò.
Balzai seduta sul letto, con l’angoscia che Simone già rientrato, nel mentre che io ero addormentata, avesse consumato.
Con il cuore in gola tesi l’orecchio e sentii uno sghignazzare provenire dall’altra camera.
Focalizzai che probabilmente fossero appena rientrati, quindi, non mi ero persa niente.
Cercai di distendermi sul letto in attesa di nuovi rumori, quelli inequivocabili.
Sentivo l’adrenalina invadere il mio corpo rendendomi ansiosa ed impaziente.
Poco dopo mi rimisi con la faccia appiccicata alla parete; non riuscivo a stare rilassata, dovevo sentire.
Cosa staranno facendo?
Si staranno baciando, toccando?
Lui la starà leccando o viceversa?
Nulla di tutto ciò.
Sentivo piccoli rumori, lontani, e non riuscivo a ricondurli a nessuna immagine creata dalla mia fantasia, nessuna probabile scena erotica. Mi ridistesi nel letto nervosa ed insofferente, appoggiai il cacciavite sul comodino e mi avvinghiai al cuscino cercando di cancellare tutto e riprendere il sonno.
Mica scoperanno tutte le sere, pensai!
Mi sentivo stupida, ingenua ed allo stesso tempo piena di vergogna.
Come sono arrivata a dipendere da queste situazioni, violando la loro intimità?
Ad un tratto sentii il letto cigolare.
Immediatamente tutti i miei pensieri, le mie congetture, i miei ripensamenti, le mie vergogne, sparirono; ritornai con un balzo appiccicata al muro con l’orecchio teso per origliare. Sentivo chiaramente ansimare; il letto, se dapprima saltuariamente cigolava, ora scricchiava in un modo più cadenzato, generando un rumore più forte, intenso.
Mi ritornarono le vampate di caldo nel corpo, le stesse della sera prima, accompagnate da un formicolio alle gambe ed il cuore pulsante nel mio cervello.
Ero eccitatissima.
Decisi che, in quell’occasione, mi sarei toccata seguendo la loro cadenza; più aumentavano il ritmo, più io avrei incalzato le mie sensazioni con le mani sui miei genitali.
Sentivo parole soffocate, ansimanti.
Staccai l’orecchio dalla parete e mi resi conto che sentivo comunque tutto e bene. Pareva fossero dietro alla mia testa, nella stessa stanza.
Quindi mi distesi nel letto, presi il cacciavite, e dopo averlo coperto di saliva, cominciai a strofinarlo piano intorno alle mie labbra vaginali, disegnando piccoli cerchi intorno al mio clitoride; ad ogni passata, non mancavo di premerlo leggermente, con la testa di quella grossa impugnatura.
Mentre sentivo aumentare la loro passione, incrementava il livello della mia eccitazione.
Mi immaginavo Simone, intento a leccarmi, toccarmi e strizzarmi i seni e le natiche, sfiorando la mia pelle con la sua verga calda e possente.
Quando cominciai a sentire il letto sbattere fragorosamente contro la fragile parete, con il cacciavite mi penetrai completamente, in un solo colpo, provando una strana sensazione di sfondamento; era goduriosissimo.
Mi sentivo gli occhi lacrimare dalla tensione e dall’eccitamento. Cercavo di penetrarmi infierendo con il cacciavite allo stesso ritmo ed intensità dei colpi uditi, emulando, con il gesto, il fallo di Simone.
Era una sensazione incredibile. Tutto si udiva così bene che immaginavo di avere sul collo la faccia estasiata con il respiro ansimante di Simone, illudendomi, grazie al cacciavite, di provare, nello stesso modo ed allo stesso tempo della sua donna, una penetrazione efficace, piena e possente.
Gemevo a voce alta; non riuscivo a trattenermi.
Volevo attenuare il mio affannato respiro, per non sovrastare le voci ed i rumori che provenivano dall’altra stanza, ma era troppo difficile.
Godevo, stavo per raggiungere un orgasmo stellare, quando cercai di fermarmi e trattenermi; dovevo aspettare loro, volevo godere con Simone.
Rallentai, per riprendere lucidità, per detonare quella bomba di goduria che ormai stava per brillare nel mio corpo, con enorme fatica.
Tremavo tutta, sentivo caldo, il mio clitoride cominciava a pulsare, quasi fosse pronto per esplodere. Pensavo a Simone, al suo generoso membro, al suo culo tondo e sodo che in modo deciso si muoveva su e giù, affondando precisi colpi che permettevano di far sbattere quella suo turgido e tornito fallo dentro me, in punti così sensibili che non avrei neanche pensato di avere.
Mentre la sua donna cominciava ad incitarlo urlandogli “sii… sii… ahhh… sii..” anch’io sottovoce chiedevo la mia parte “Sii.. dai.. sbattimi.. sbattimi.. ti prego, fammi godere, dai…!”
Iniziai sussurrando e poco dopo mi trovai a dire quelle cose ad alta voce.
Mi zittii con il cuore in gola.
Nella stanza accanto, intanto, i toni si erano particolarmente accesi; con un sospiro di sollievo, ritenni improbabile che qualcuno mi avesse sentito.
Ad un tratto cominciarono delle raffiche di colpi, generate dal loro letto che *****santemente sbatteva sulla parete, che echeggiavano nella mia camera.
Sincronizzai i movimenti del mio cacciate a quei colpi sonori e decisi; totalmente coinvolta esplosi il mio orgasmo, in simultanea con quello di Simone!
Mi uscì un urlo.
Non riuscii proprio a contenerlo.
Quello che il mio corpo stava generando non era un semplice orgasmo, era una sensazione di goduria così violenta, piena, ustionante nelle vene, che mi fece perdere ogni tipo di controllo.
Sussultavo e singhiozzavo.
Come la sera prima una scarica elettrica di corrente alternata mi aveva colpito, nel corpo e nella mente.
Capitolo VI.
Nei giorni seguenti cercai, in qualche modo, di gestire le emozioni diurne, per sfogarle poi la sera nel mio letto con uno spettacolo sonoro del tutto personale.
Lavoravo abbastanza serena, condividendo la presenza di Simone cercando di non farmi trasportare da strane ansie o ******ili imbarazzi.
Era il mio giocattolo notturno, colui che mi faceva scaricare le negatività e ristabiliva il giusto equilibrio nel corpo e nella mente.
Avevo anche la convinzione che lui, tutto questo, lo ignorava totalmente.
Simone, nel frattempo, nel contorno dei suoi modi gentili, aveva aumentato i nostri contatti fisici; le sue mani sempre più frequentemente cercavano il mio corpo.
Certo non mi davano fastidio, anzi, cercavo di assaporarmi quelle toccatine sfuggenti, apparentemente fatte senza malizia tra persone che condividono gli stessi spazi, in un comune ambiente di lavoro.
C’era la presa ai fianchi per spostarmi leggermente quando passava, la mano sulla schiena, che inevitabilmente scendeva sempre sul culo mentre gli porgevo qualche documento da firmare, la mano sulla coscia mentre eravamo seduti ed affiancati al computer, mossa questa utilizzata per sporgersi verso lo schermo per indicare qualcosa con l’indice dell’altra mano (il gesto implicava la scusante di una ricerca di appoggio per potersi sporgere); anche qui, la mano, inizialmente la poggiava verso il ginocchio e poi, nelle azioni successive, la appoggiava sempre più in su fino a quando la metteva praticamente sul mio pube.
Anche io, comunque, con molta non-calanche, con l’aumentare della nostra confidenza, nelle frequenti occasioni di contatto cercavo di strisciare il dorso della mia mano sul suo pene, per poterne prenderne le misure; questo poteva avvenire sia durante la firma di documenti, mentre cercavo di tenere parte degli stessi con una mano protesa a sottoporglieli per poter apporre la firma ed mentre con l’altra che tendeva ad appoggiarsi al suo membro, sia quando si presentava in piedi a fianco della mia scrivania mentre io, allungando il braccio per prendere qualche fascicolo posto all’estremità del tavolo, nella confusione del movimento non mancavo di dargli una bella strofinata. Apparentemente, ripeto, senza alcuna malizia.
Il mio nuovo look, infine, mi aveva fortemente stimolata.
Mi sentivo molto più a mio agio con gli altri, ricevevo continui apprezzamenti ed inviti anche se, fondamentalmente, preferivo dedicarmi al mio lavoro; la compagnia di quei quattro sfigati che continuavano a ronzarmi intorno, comunque, sempre poco mi interessava.
Io avevo il mio sfogo serale, non mi mancava nulla, stavo benissimo.
Simone, intanto, dimostrava doti da stallone; praticamente aveva rapporti sessuali quasi tutte le sere. Non che io fossi da meno. Seguire il suo ritmo certo non era un sacrificio, dato che un rapporto sessuale quotidiano, masturbandomi, lo avevo dall’età *********ziale, quando scoprii il benessere che mi procurava a fine giornata tale pratica.
L’unica differenza era che, avendolo a ridosso di una misera parete e sentendolo battere il tempo con cigolii ed urli ansimanti, anche quando avevo il mio ciclo mi trovavo praticamente costretta a farlo; forse perché non avevo intenzione di perdermi neanche una delle sue prestazioni, le volevo condividere tutte con il mio corpo. E poi sentirli era così eccitante. Fortunatamente, da quando cominciai a prendere la pillola anticoncezionale dall’età di diciannove anni, il mio ciclo durava solo qualche giorno e le scariche erano abbastanza ridotte. Quindi la fase del ciclo era abbastanza breve. In quei due o tre giorni, mi limitavo a giocare con la parte esterna dei miei genitali; tutti gli altri giorni ero perfettamente attiva e pronta all’uso!
Spesso mi chiesi anche come facesse la sua compagna, moglie o chi diavolo fosse, ad esser sempre pronta; poi mi balenarono delle fantasie sessuali sulle probabili soluzioni alternative ma decisi che non era ancora giunta per me l’ora di affrontarle.
Capitolo VII.
Il desiderio di poter vedere all’opera Simone durante le sue prestazioni sessuali diventava sempre più grande. Molte sere fantasticai su come poterlo spiare; micro telecamere, fori nel muro, virus nel suo pc per poterlo visualizzare con la web-cam, qualora lo lasciasse aperto in camera.
Una sera, seduta sul mio letto, guardavo oltre le finestre, presa da mille pensieri,.
Ammiravo il panorama che si scorgeva dal grande serramento che ormai lasciavo totalmente aperto per rinfrescare l’ambiente in quanto detestavo utilizzare il sistema di climatizzazione di cui l’appartamento ero dotato; rivolto ad est, si affacciava su una grande distesa di campi perfettamente coltivati a mais, graminacea che veniva utilizzata per la produzione di energia elettrica dell’azienda.
Nessuna casa, nessun segno di civiltà moderna, nessuna contaminazione.
C’erano solo questi filari, ordinati e composti, fitti, che nel periodo di maturazione diventavano dorati; con la luce del sole mattutino poi diventavano talmente luccicanti da generare un riflesso pressoché abbagliante che veniva proiettata sul mio finestrone.
Mentre contemplavo ciò, mi accorsi di possedere anche un piccolo terrazzino in camera. Non l’avevo mai notato prima!
Sbarrai gli occhi, le gambe cominciarono a tremarmi ed il mio battito cardiaco aumentò vertiginosamente; mi alzai di s**tto, uscii sul quel terrazzino e... quasi svenni!
Oddio, quel terrazzino collegava tutti gli appartamenti del piano ed era interrotto da una semplice ringhiera, alta circa un metro, posta in corrispondenza del muro divisorio degli appartamenti.
Uscii ed avvicinandomi a questo divisorio di ferro, posto a pochi centimetri dalla mia finestra, con il cuore in gola, vidi il corrispondente e speculare serramento dell’appartamento di Simone; attraverso il vetro si vedeva perfettamente la sua camera!
Rientrai velocemente e mi buttai sul letto con le mani sul volto.
Quando le tolsi, fissando il soffitto dissi “stasera lo faccio, stasera esco e vado a spiarlo”!
Finalmente, avevo una possibilità; era solo legata alla speranza che Simone non abbassasse completamente l’oscurante interno, prima di “consumare”.
Quella sera attesi il rientro di Simone più agitata che mai.
Conoscevo perfettamente i suoi orari di rientro, che peraltro erano abbastanza regolari; verso le ventidue e trenta rincasava, perdeva circa una mezz’ora a fare non so cosa, e poi cominciava a copulare!
Aspettai. Finalmente lo sentii rincasare; dovetti implorare a me stessa di attendere e pazientare prima di uscire sul terrazzino. Non potevo rovinare tutto; dovevo aspettare il momento giusto, cioè quando avrebbe cominciato la sua prestazione sessuale.
Quindi attesi ancora. I minuti parevano scorrere ancora più lenti del solito. Deglutivo secchiate intere di saliva. Quando udii il rumore dell’interruttore che accendeva la luce della sua camera, mi sentii trasalire il ******.
“Calma Giulia, calma” mi imploravo.
Avevo lasciato la finestra della camera totalmente spalancata e le luci tutte spente. Da fuori, anche se ci fosse stato qualcuno, non avrebbe potuto vedere niente.
Dopo un po’, cominciai a sentire i cigolii del letto; ecco, era giunto il momento.
Uscii sul terrazzino con le gambe tremolanti dall’agitazione e mi avvicinai, a piedi scalzi per non fare il minimo rumore, alla ringhiera divisoria.
Simone non aveva abbassato gli oscuranti e la camera era illuminata da una piccola luce soffusa. Scorsi, molto piano, la mia testa verso il suo finestrone e vidi due sagome avvinghiate nel letto.
Non riuscivo a credere a quello che stavo facendo.
Io, Giulia, laureata con la lode alla facoltà di ingegneria informatica a soli ventiquattro anni, master di specializzazione pagato da una multinazionale, assunta poi con contratto “atipico” di ricercatore molto ben remunerato, mi trovavo in vestaglia, accasciata e tremolante su un balcone, a spiare un cinquantenne mentre si accingeva a consumare nella sua intimità un rapporto sessuale!
Misi velocemente da parte questi pensieri, con promessa ed impegno di affrontarli seriamente l’indomani.
Ora dovevo soddisfare una grande curiosità, dovevo vedere con i miei occhi Simone all’opera; quella virtuale presenza notturna che da ormai parecchio tempo faceva parte delle mie fantasie erotiche, della mia intimità sessuale, ora era lì e dovevo vedere il più possibile.
Si strusciavano avvinghiati nelle lenzuola. Si baciavano passionalmente mentre le loro mani cercavano con foga le loro rispettive parti intime. I loro corpi ballavano una danza morbida, ondulante.
Lei era una donna mora, con capelli lunghi, corpo snello e ben tornito. Seno naturale ma pieno, senza pancia, gambe lunghe e ben delineate, glutei morbidi; il suo corpo non palesava una evidente attività fisica anche se lasciava trasparire una certa tonicità.
Bella moglie, bella compagna, insomma chiunque lei fosse, una gran bella ragazza.
Simone era esattamente come me lo ero immaginato, corpulento, massiccio, con un filo di pancetta che assolutamente non disturbava l’armonia del suo corpo. Poco peloso.
Lui, dopo le lunghe effusioni, cominciò a leccarle i seni, con calma e dedizione.
La sua gestualità era sensuale, morbida, particolarmente sceneggiata, al punto tale che potevo immaginare anche il rumore generato dal risucchio di quelle labbra sui seni di lei, lo schioccò che producevano nella fase di rilascio e distacco.
Vedevo chiaramente la sua lingua che ripuliva la saliva precedentemente lasciata sui capezzoli per poi riprendere a succhiarli. I capezzoli di lei erano ritti e lunghi. Eccitati.
Poi, sempre leccandola, scese sul suo ventre, si soffermò un poco sull’ombelico per poi scendere ancor più giù. Lei divaricò le gambe e, inarcando la schiena, cominciò a gemere.
Vedevo il corpo di lui avvinghiato a lei, con la testa china ed immersa in mezzo alle sue gambe.
Simone aveva una schiena possente e generosa; la sua spina dorsale, evidenziata dal contrasto di ombre e luci, disegnava una forma perfettamente sinuosa che partendo dalla nuca culminava nel suo culo rotondo e pieno.
Mentre lei, afferrandogli i capelli, cominciò ad avere degli spasmi, intravedevo un movimento meccanico, deciso e costante, del braccio di Simone, che probabilmente la stava penetrando con le dita.
Poi lui, risalendo sul letto, pose il ventre frontalmente a lei, che rialzatasi leggermente, gli si avvicinò con la testa, afferrò con una mano il suo rigonfio membro e cominciò a succhiarglielo.
E fu lì che finalmente vidi il suo fallo, chiaramente definito in tutta la sua imponenza. Era spettacolare.
Anche se presa dall’eccitazione, da buon ingegnere, cercai comunque di valutarne le dimensioni.
Poco dopo, Simone, prese la donna da sotto le ginocchia e comincio letteralmente ad inforcarla.
Gli vedevo la muscolosa schiena, il sedere che si stringeva nelle natiche ad ogni movimento, le gambe corpulente e ferme come se fossero inchiodate al letto.
Infieriva colpi decisi, roteando il bacino di tanto in tanto, mentre lei affondava sue unghie nei suoi glutei.
Poi la fece girare, a pancia sotto, poggiò una mano sulla schiena e mentre l’altra afferrava una caviglia ricominciò a penetrarla.
La mano di Simone, che inizialmente sembrava massaggiale la schiena, si spostò lentamente scendendo verso i suoi glutei, poi ne afferrò uno e cominciò a strizzarglielo; infine si mise a darle decise pacche a mano aperta, sculacciandola!
Rimasi impietrita per quella scena, che paradossalmente mi stava eccitando ancora più di quanto già lo fossi; ma la cosa non finì lì. Iniziò a far cadere dalla bocca della saliva, indirizzata sul sedere di lei, si leccò vistosamente il dito medio della sua mano e poi glielo infilò da dietro.
Muoveva in contemporanea, in un melodioso accordo, il suo bacino e il suo possente braccio, atti tendenti ad infierire dentro lei, sia nella vagina con il suo grosso membro, sia con il dito nel suo ano.
Vedevo lui, possente e deciso sopra lei, dominarla, procurandole un piacere palesemente evidente.
Quando cominciarono i colpi più efferati, compresi che Simone stava giungendo all’atto finale; erano i colpi che ogni notte sentivo nella mia camera, quelli vibravano nel mio letto e si trasmettevano nel mio corpo, facendomi esplodere ogni volta in un orgasmo devastante.
Lui inclinò la testa all’indietro.
Lei, stremata, si lasciò andare sul letto.
Simone fuoriuscì da lei, prendendo con irruenza e grande virilità il suo membro in mano; mentre ancora continuava ad agitarlo, le inondò la schiena del suo liquido seminale.
Le sue natiche mostravano evidenti segni di contrazione.
Si accasciarono entrambi esausti, l’uno sopra l’altra; il tempo sembrò fermarsi.
Rientrai con passo felpato in camera, evitando di fare il benché minimo rumore, mi adagia sul letto, tremolante come una foglia al vento. Il cuore mi batteva all’impazzata.
Aspettai. Cercai di calmarmi. Tutta la scena appena vista continuava a scorrere nella mia mente. Ero incredibilmente eccitata.
Più ricordavo le immagini e più evidenziavo i dettagli. Sia di lui che di lei.
Presi il mio cacciavite e cominciai a masturbarmi: ero un fremito unico; l’ansia, l’eccitazione, la paura, mi avevano reso percettiva e sensibile come mai avevo provato.
Venni, raggiunsi un orgasmo smisurato, soffocando le mie gioie ed i miei spasmi nel cuscino.
Capitolo VIII.
L’indomani provai una sensazione terribile quando Simone entrò in ufficio.
La mia coscienza, sporca, insinuava dubbi e paure nella mia testa. Cominciai a chiedermi se per caso mi avesse visto o sentito, se si fosse accorto di essere stato violato nella sua intimità.
Riuscii leggermente a calmarmi solo quando, dopo il suo consueto giro, parlandomi, non t****lò nulla di strano.
Uffa che fatica. Ero combattuta dentro, la voglia di scoprire, di vedere, di soddisfarmi, era costantemente contrapposta alla vergogna di tutto ciò che stavo facendo.
Se quel giorno Simone non mi disse nulla che potesse farmi capire che lui era sospettoso di qualcosa, calmandomi, nei due giorni successivi dalla camera non udii più nulla, spaventandomi.
Alla fine, logorata da quel silenzio, quando rincasai decisi di uscire sul terrazzo per sbirciare dentro al suo appartamento, per carpire qualche dettaglio che giustificasse la sua assenza; mi avvicinai al suo serramento e trovai la tenda oscurante abbassata.
Mi crollò il mondo addosso.
Allora, probabilmente, quella sera mi aveva vista, accovacciata ed appiccicata alla piccola ringhiera; perciò aveva pensato bene di oscurarsi abbassando le tende, per evitare sguardi indiscreti ed imbarazzanti. E magari aveva anche deciso di non copulare più nella sua camera, ritenendola poco sicura dal punto di vista della privacy.
Che vergogna!
Mi sentii sprofondare sotto terra.
Una cosa mi tratteneva dal prendere le mie cose e scappare, tornare a casa mia, il dubbio.
Forse c’era un’altra spiegazione. Lo speravo, doveva esserci.
Decisi che sarei andata in avanscoperta; dovevo sapere se Simone dubitasse di qualcosa, se mi avesse in qualche modo vista o sentita.
Così, durante le seguenti giornate lavorative, cercai di creare mille pretesti per poter parlare da sola con lui. Cominciavo con argomentazioni del lavoro per poi divagare, cambiando discorso; cercavo di carpire qualsiasi elemento, parola, atteggiamento che potesse scagionarmi, che mi desse la conferma che non dubitasse di me.
Non ne ricavai nulla fino a quando, durante la pausa pranzo, parlando con lui in modo generico sulla qualità degli alloggi assegnati, scoprii che era particolarmente infastidito dal riverbero che la luce mattutina creava nella sua stanza, effetto particolarmente accentuato dalle piantagioni di mais che riflettevano ancor più la luce del sole, e pertanto, suo malgrado, era stato costretto ad oscurare la stanza da letto con la tenda interna.
In quel momento mi sentii sollevata, libera, leggera, innocente ed al settimo cielo! Non mi aveva visto e di me non dubitava nulla.
Potevo ritornare a vivere tranquilla, riprendere le mie fantasie. Quella sera, moralmente sollevata, mentre attendevo nel letto speranzosa un suo rientro, guardavo e fantasticavo con il cacciavite. Mi coccolavo con le immagini della mia memoria di quando lo vidi in intimità.
In quel momento, mi fu inevitabile provare a paragonare le dimensioni del suo pene in erezione, che in qualche modo avevo stimato, con quelle del mio cacciavite.
Secondo me il suo era più grosso.
Si, non avevo dubbi.
Pur ammettendo errori di stima era sicuramente più generoso, sia in lunghezza che in larghezza, di quel cacciavite.
Per esserne ancora più certa, mi alzai, mi sedetti al tavolo della zona giorno munita di carta penna e righello; cominciai a disegnare, cercando di riprodurre in scala reale la sagoma del suo pene, utilizzando i dati di stima visiva che erano rimasti impressi nella mia memoria. Quando l’ebbi disegnato, misi il manico di cacciavite a confronto; era graficamente evidente che Simone aveva un pene significativamente più grande del mio cacciavite.
Ritenni così che lo strumento che stavo utilizzando per simulare un ipotetico rapporto sessuale con Simone, era inadeguato, troppo piccolo.
La donna che sottostava alla sua mascolinità veniva penetrata da un fallo di dimensioni nettamente superiori.
Conclusi che le mie sensazioni, sicuramente condizionate dallo strumento che stavo adottando, non potevano rispettare quelle che avrei provato con il pene di Simone.
Decisi immediatamente di sostituirlo con uno che si avvicinasse alle dimensioni che avevo appena disegnato su quel foglio. Cominciai a frugare per tutta la casa, alla ricerca di qualcosa che, per lunghezza e diametro, potesse in qualche modo avvicinarsi alla sagoma delineata e che, allo stesso tempo, fosse anche ergonomico.
Scartando frutta e verdura, in quanto ne ero completamente sprovvista, cercai in bagno, nei cassetti del soggiorno e persino nel frigorifero; volevo identificare un oggetto che potesse essere idoneo da utilizzare a scopi sessuali.
Non trovai niente.
Alla fine, non rassegnata, presi il Tablet e cominciai a cercare in rete “oggettistica per il piacere sessuale”.
Trovai una serie infinita di siti che vendevano vibratori, dildo e falli, più o meno realistici, di diverse dimensioni, colori e materiali.
Approfondii la ricerca su internet cercando di capire quali fossero i migliori materiali impiegati per realizzare questi oggetti, quelli meno irritanti, quelli certificati, quelli che, a condizione di una costante ed idonea pulizia, non fossero portatori impliciti di infezioni vaginali od altro.
Nel giro di una mezz'ora mi feci una cultura che non mi sarei mai aspettata di poter, o meglio dover, conoscere.
Ripresi quindi la mia indagine attraverso i siti di oggettistica sessuale fino a quando individuai un fallo, nella sezione “realistici”, che somigliava molto a quello di Simone; visivamente era il suo, sembrava lui.
Guardai le specifiche tecniche per verificare che fosse realizzato con materiali idonei e certificati. Ritornai alle dimensioni, espresse in pollici, le trasformai in centimetri, e cominciai a misurare quanto avevo abbozzato sul mio foglietto.
Trascurando i millimetri, le dimensioni corrispondevano! Guardai e riguardai quelle scarne immagini pubblicate che descrivevano il prodotto, sino a quando mi convinsi che era quello giusto.
Al costo di 79,90 euro, spese di spedizione comprese, veniva consegnato nel giro di 24 ore!
Che fare?
Mi alzai, presi un bicchiere d’acqua, e cominciai a camminare intorno al tavolo.
Lo ordino?
Tutto avrei pensato di poter fare nella mia vita, ma ordinare una fallo “realistico” da internet mi pareva un tantino esagerato.
D’alto canto, anche utilizzare un cacciavite per penetrarmi, non era il massimo; avevo utilizzato per anni il manico della mia spazzola, dicendomi che quello era il limite da non oltrepassare.
Adesso, ero comunque andata oltre.
Il fatto che quel cacciavite lo vendevano all’Ikea e non ad un sexy-shop non era un buon motivo che potesse giustificare le mie azioni od i miei pensieri.
Inoltre un fallo come quello, frutto di studi e ricerche, realizzato appositamente per dare piacere, era sicuramente più idoneo; e qui, acquistando quell’oggetto, si premiava gente come me, che dava tutta la vita per lo sviluppo e la ricerca, anche se in un campo diverso dal mio.
Dopo mille elucubrazioni, forse un po' tendenziose, decisi.
Lo acquistai, via internet, con pagamento in addebito sulla mia carta di credito.
Ero perplessa sul luogo di consegna, che sarebbe avvenuto alla reception della location operativa, non avendo modo di dare recapiti diversi a me vicini; senza alternative, effettuai l’ordine con grande paura e timore, confidando nella spedizione “sicura” con “pacco anonimo”, tanto vantata da quel sito.
Fatto, l’avevo fatto.
Tutta eccitata mi rimisi a letto, aspettando il rientro di Simone.
Nulla.
Quella sera, come le precedenti, forse aveva deciso di non rientrare.
Aspettai invano fino a quando cedetti alle braccia di Morfeo.
Capitolo IX.
Alle cinque del pomeriggio del giorno seguente ricevetti una chiamata dalla receptionist: c’era un pacco per me. Imbarazzata, risposi che sarei immediatamente scesa a ritirarlo.
Con il cuore in gola mi avvicinai al bancone della reception e la ragazza preposta, dopo essermi identificata, mi allungo con un sorriso il pacco.
Temevo avesse intuito qualcosa; firmai una ricevuta della SDA e presi quella enorme confezione in mano, cercando di vedere se in qualche modo si potesse immaginarne il contenuto o identificarne la provenienza.
Mi rasserenai quando, già lontana dalla gentile signorina, compresi l’impossibilità di determinare da chi fosse stato spedito e soprattutto il suo contenuto.
Per una volta, gli annunci commerciali di questi siti di dubbia etica, avevano scritto il vero: pacco anonimo!
Corsi nel mio alloggio, lo riposi sul tavolo, e tornai velocemente alla mia postazione di lavoro. Ero eccitatissima e tremendamente curiosa.
Quella sera evitai la mia quotidiana nuotata per rientrare quanto prima nel mio appartamento ad aprire quel pacchetto. Mi sentivo in fibrillazione, eccitata ed ansiosa, la stessa sensazione che provavo da bambina la mattina di Natale mentre correvo verso quell’albero luccicante e colorato per cercare i miei pacchettini e scartarli. Il paradosso fu provare un emozione tanto pulita ed ingenua, costellata da immacolati angioletti ed avvolta di magia e mistero per i regali natalizi, e paragonarla a questo evento, già sapendo cosa conteneva il pacco che stavo per scartare ed aprire; un attrezzo studiato e creato per il soddisfare il proprio desiderio sessuale, disegnato e prodotto dallo stesso Satana, un oggetto moralmente squallido e perverso.
Ma l’eccitazione era tale che di tutto ciò poco me ne importava.
Entrata in casa lo aprii velocemente e, finalmente, potei ammirare dal vivo il nuovo oggetto del mio piacere.
Era perfetto.
Lo estrassi dalla confezione e lo impugnai; sentivo delle vibrazioni nella mano che saldamente lo teneva, sentivo che era lui, era l’emblema della virilità di quell’uomo, era l’enorme fallo di Simone.
Lo lavai accuratamente, lo asciugai e lo cosparsi di borotalco; non sentendomi ancora sicura, ripetei l’operazione più volte. Alla fine lo misi sul tavolo in modo ritto e saldamente fissato grazie alla ventosa posta alla sua base. Mi misi a scrutarlo, scorgendo ed apprezzando ogni minimo dettaglio.
Era bellissimo, stupendo.
Presa dalla suggestiva tentazione, cominciai a leccarlo, facendo scivolare la mia lingua dentro alle insenature che delineavano ed evidenziavano l’asta ed il glande. Me lo misi tutto in bocca, tentando di ingoiarlo e succhiarlo.
Stavo emulando quello che veniva definito volgarmente “pompino”, come sporadicamente vidi fare in qualche filmato pornografico da qualche avvenente ragazza.
Non l’avevo mai fatto con uno vero; quindi per me fu una specie di prima volta!
Certo, mancava di sapore umano, mancavano gli umori maschili. Però, immerso nella mia bocca, dava comunque una bella sensazione. Sentivo dettagliatamente tutti i suoi rilievi, perfettamente ricreati in quello stampo, lo sentivo riempirmi; chissà inserito in altre parti, pensai. Continuai a leccarlo ed a succhiarlo; mentre con una mano lo impugnavo facendo scorrere la mia mano su e giù, con l’altra massaggiavo quei generosi testicoli ben riprodotti e posti alla base di quella verga.
Mi stavo eccitando, pensavo che lo stessi facendo ad un pene vero.
Decisi controvoglia di fermarmi; lo riposi sopra il comodino della camera. Non volevo anticipare la sensazione del primo utilizzo senza la virtuale presenza di Simone.
Come solito, anche quella sera, aspettai sdraiata nel letto il suo rientro.
Nell’attesa, cercai di distrarmi con il mio Tablet, navigando in internet qua e là, anche se i miei pensieri erano rivolti a quel generoso fallo appoggiato sul comodino.
Sentii dei rumori.
Ecco, stava arrivando.
Chiusi il Tablet, spensi la luce e presi in mano il mio nuovo gioco!
Cominciai subito a ricoprirlo di saliva.
Lo baciavo, lo leccavo, lo succhiavo; cominciavo a prendere confidenza e gusto ad esercitare quella pratica, la trovavo molto eccitante e stimolante.
Non avevo mai messo in bocca il manico del cacciavite, non ci avevo neanche mai pensato poiché credevo non avesse avuto alcun senso; al limite lo imbrattavo di saliva, nell’intento di lubrificarlo, ma mai fui tentata di leccarlo. Inoltre ritenevo quell’azione un gesto meramente altruista, atto a procurare un piacere individuale, per chi lo riceveva; per colei che lo faceva, lo ritenevo faticoso, un lavoro, un dovere, privo di emozioni.
Dovetti ricredermi, succhiare e leccare quel coso mi eccitava tantissimo, solleticava piacevolmente l’interno della mia bocca.
Me lo stavo letteralmente strusciando addosso, sul viso, sulle labbra, sul collo, sui seni dove mi soffermavo stuzzicandomi i capezzoli che a loro volta, con il contatto, si inturgidivano; poi riprendevo a lubrificarlo succhiandolo e leccandolo.
Nel fare ciò, ritenni che quell’azione, da quel momento in poi, sarebbe per me stata un atto dovuto prima di passare oltre, considerandola una tappa obbligatoria ed indispensabile, un rito preparatorio atto a stimolare i miei pensieri e le mie fantasie.
Quando sentii i primi cigolii cominciai ad agitarmi.
Sentivo un fuoco alimentarsi in mezzo alle gambe, non vedevo l’ora di infilare dentro me quell’arnese, come se potesse in qualche modo domare quel calore.
Decisi di aspettare, volevo prima sentire i colpi della testiera del suo letto che vibravano e sbattevano sulla parete. Quello sarebbe stato il momento giusto, dovevamo affondare in simultanea la penetrazione, la sua e la mia.
Avvicinai il membro alle labbra vaginali e cominciai a strofinarlo; il glande le allargava e poi morbidamente le stropicciava; erano completamente bagnate. Stimolava il clitoride, pulsante e gonfio, e si preparava la strada per l’imminente penetrazione, lubrificandosi a dovere con il mio abbondante liquido vaginale.
Ero pronta, prontissima, non resistevo più.
Mentre i cigolii del letto di Simone aumentavano, le loro voci ansimanti cominciarono ad udirsi chiaramente anche nella mia camera.
In quel mentre sentii il solito formicolio, che cominciava a generarsi, dalla punta delle dita dei miei piedi fino a trasalire per invadere totalmente il mio corpo.
Mentre con una mano gestivo il fallo, con l’altra mi massaggiavo i seni, ora completamente scoperti, non mancando di strizzarmi i capezzoli, che ad ogni pressione esercitata dalle mie dita, facevano partire una piccola scossa elettrica direttamente collegata al mio clitoride.
Quando sentii il primo colpo, generato dall’urto della sponda del letto di Simone, strizzai gli occhi e, con un gesto deciso, lo infilai dentro me! Mi sentii perforare; un leggero e piacevole dolore accompagnava una sensazione meravigliosa di pienezza e di invasione.
Cercai di tenere in sincronia i colpi di Simone con i movimenti del mio fallo; tra un colpo e l’altro, lo ritraevo dolcemente, facendolo uscire quasi completamente, per poi riaffondarlo con forza e violenza al colpo successivo.
Ad ogni passaggio in uscita sentivo i muscoli vaginali che si ritraevano rilasciando una enorme quantità di liquido; le labbra esterne, che gestivano l’apertura del mio paradiso, morbidamente si spalancavano per far fuoriuscire quell’enorme fallo, accompagnandolo e rilevando, come un lettore scanner tridimensionale, ogni dettaglio della sua perfetta sagoma, dalla base sino alla sua punta, facendomi esattamente percepire nella mente la sua bellissima forma.
Seguiva poi la decisa penetrazione, colpi efferati, che permettevano a quell’enorme glande di raggiungere alcune mie parti intime sino a quel momento inesplorate, che solleticate, mi procuravano sensazioni nuove, intese, devastanti.
Lo avevo dentro tutto; lo muovevo tenendolo dalla ventosa e sentivo i testicoli sbattere sul mio ano.
Seguivo il ritmo di Simone ed era una bellissima sensazione, mi sentivo veramente scopata da lui. Ogni cellula del mio corpo era in fibrillazione, sentivo delle onde calde correre dentro tutte le vene del mio corpo, dai piedi al cervello; ero invasa da vampate di fuoco che ad ogni penetrazione diventavano più intese.
Il cuore pompava ****** così velocemente che ad un tratto pensai che stessi per esplodere. Il mio ansimare era ormai confuso con il loro, all’unisono.
Non badai al volume della mia voce, sentivo chiaramente il loro nelle mie orecchie; ero concentrata su me stessa, stavo godendo.
Quando sentii partire la scarica finale di colpi, sollevai leggermente la testa dal cuscino e cominciai ad affondare il mio fallo allo stesso ritmo concitato impartito da Simone; contrassi i muscoli addominali nel tentativo di portare tutte le emozioni in un solo punto, quel punto.
Esplosi.
Un urlo poco soffocato segnò la liberazione di quell’energia, di quel fuoco che circolava nel mio corpo, per arrivare lì, nelle mie pareti vaginali che ebbero un sussulto compulsivo, violento, irrefrenabile.
Mi sentii fibrillare.
Estrassi il pene e mi riversai in posizione supina; la mia mano premeva quanto più forte possibile i miei genitali, nel tentativo di placarli soffocandone la sensibilità che pareva fuori controllo.
Dall’addome scendevano, a ritmo *****sante, delle dirompenti scariche elettriche in direzione dei miei pertugi; sentivo la mia vagina ed il mio ano pulsare violentemente.
Mentre il mio corpo era invaso dagli spasmi, la mia mente assaporava tutte quelle sensazioni; un godimento pieno, appagante, liberatorio, senza tempo.
Finalmente mi calmai.
Tutto era in silenzio.
Presi il mio fallo, lo guardai nella penombra. Luccicava. Era cosparso dei miei succhi. Lo annusai e cominciai, piano, a succhiarlo.
Volevo assaporare tutto, quel caldo profumo di sesso di cui era intriso, quella bava biancastra che lo ricopriva. Con calma e delicatezza mi gustai qualcosa a me nuovo, me stessa. Me lo strofinai ancora un po’ sul *****. Lo passai delicatamente sul mio clitoride che ancora, stimolandolo, generava degli impulsi; lo rileccai e poi lo misi sotto il mio cuscino.
Lo strumento che tanto mi aveva fatto godere quella sera, riposava sotto la mia guancia, con me.
Capitolo X.
Mi svegliai e vidi il sole che rifletteva glorioso la sua luce nella mia camera.
Da circa quindi anni, la mattina mi svegliavo all’ora che la sera prima mi prefissavo, senza l’ausilio di orologi e suonerie. Non so per quale motivo, il mio cervello era in grado di determinare l’ora e destarmi dal sonno, anche il più profondo!
Verificai molte volte questa cosa e, con grande stupore, vidi che il limite di errore del mio orologio biologico non superava i tre minuti.
Una dote, un caso, non so.
Quel giorno, quando mi alzai, mi sentii strana; qualcosa non andava.
Aprii il Tablet e compresi che avevo dormito due ore in più del previsto! Ero in ritardo! Rimasi male, molto male.
Feci velocemente una doccia, mi preparai ed uscii di casa correndo al mio posto di lavoro.
Che imbarazzo.
Io non sono mai, dico mai, arrivata in ritardo, né al lavoro, né a scuola, né ad un appuntamento.
Entrai in ufficio ed incrociai, prima di tutti gli altri, lo sguardo di Simone.
Imbarazzata lo salutai; lui, con sguardo sornione ed un mezzo ghigno, alzando una mano, rispose al mio saluto. Mi sedetti alla mia postazione, credo visibilmente a disagio, e cominciai e lavorare.
Mi sentivo strana, diversa.
Ed a complicare la situazione, c’erano mille domande che si generavano nella mia testa e per le quali non avevo neanche una banale risposta.
Perché non mi son svegliata questa mattina?
Perché Simone aveva quel ghigno stampato in faccia?
Mi avrà sentito ieri sera?
Avrò urlato troppo?
Con grande difficoltà cercai di concentrarmi sul lavoro.
Quando Simone si avvicinò, come consuetudine, cominciò dapprima a massaggiarmi la spalla, poi accarezzandomi la nuca mi chiese “Tutto a posto Giulia? Hai il viso stanco. Non stai bene per caso?”
Paonazza in viso, balbettando risposi “No.. No.., tutto a posto, la ringrazio!
E’ solo che stamattina non mi è suonata la sveglia e..” lui mi interruppe e continuando a coccolarmi la nuca mi disse “Se hai bisogno di qualcosa, chiedi pure…qualsiasi cosa…”.
Si allontanò facendo lentamente scivolare la sua mano dalla mia spalla.
Raggelai.
Probabilmente mi aveva sentito gemere.
Si, ne ero sicura, avevo tentato di soffocarlo ma credo di non esserci riuscita molto bene.
Devo chiudermi sta bocca quando godo, devo mettermi un bavaglio!
Che figura! Che vergogna!
Mentre mi insultavo mentalmente, una parte di me cominciò a vedere il cosiddetto “bicchiere mezzo pieno”.
Ed anche se mi avesse sentito?
Che male c’era?
Io ero nella mia camera a farmi i cazzi miei.
Lui, quasi tutte le sere, invade la mia privacy, perché scopa ed urla come un a****le.
Se per una volta lui ha sentito me, beh, cazzi suoi!
Sono una donna, anch’io ho le mie voglie, ed in casa mia sono libera di sfogarle senza dover rendere conto a nessuno!
E se mi ha sentito perché quello che divide la nostra intimità è un muro di cartone, non è certo colpa mia!
Alla fine le mie ragioni parevano prevalere sulle mie vergogne anche se restava incognito il suo atteggiamento; era venuto a coccolarmi, chiedendomi se avessi avuto bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa!
Lui si era dichiarato disponibile, a darmi qualsiasi cosa.
Ma avrò capito bene?
Non avrò frainteso?
Non avendo risposte, cercai di allontanarmi da questi pensieri continuando il mio lavoro.
A fine giornata, quando tutti lasciammo l’ufficio, Simone era davanti alla porta, come un usciere pronto a salutare e ringraziare gli ospiti che se ne andavano.
Quando arrivai davanti a lui, sentii le mie gambe che leggermente tremavano. Ero l’ultima.
Lo salutai con un piccolo sorriso.
Cercai di ritenere quel gesto assolutamente normale, quotidiano.
Lui mi mise la sua mano sulla spalla, quasi volesse fermarmi; poi con un generoso sorriso mi salutò, augurandomi una buona serata!
Lo ringraziai ricambiando.
Ma ci stiamo prendendo per il culo? Pensai.
Feci per uscire dalla porta quando sentii la sua mano scivolare lentamente dalla spalle verso il basso, percorrere tutta la mia schiena, delineandomi il fianco per poi, delicatamente, scendere sul mio sedere, palpeggiandolo e toccandolo fin sotto, con una sorta di strizzatina finale.
Allungai la gamba per spostarmi da quella posa e guardandolo mi girai.
Lui mi fece un leggero sorriso che io mi sentii costretta a ricambiare.
Finalmente uscii e velocemente mi incamminai verso casa; ero agitatissima.
Pensai ai suoi atteggiamenti. Mi avevano eccitato.
Cercando di calmarmi, cominciai a ragionare e riflettere, ripensando agli eventi; alla sera prima, al mio urlo malamente soffocato, a quanto aveva detto quella mattina.
Calma Giulia, calma, ragiona!
E’ dato che io sento perfettamente lui; inevitabilmente lui sente me, pur quanto io cerchi di soffocare ed attenuare ogni minimo rumore.
Dunque, se lui sentendomi gemere si fosse offeso, oggi non si sarebbe comportato così. Mi avrebbe sicuramente evitato, snobbato.
Pertanto, escludendo che non mi abbia sentito, il suo atteggiamento inequivocabile di oggi dimostrava che era compiaciuto di udirmi.
Quindi, a lui piace sentirmi gemere mentre fa sesso con la sua donna.
Di conseguenza, lui ha la certezza che io mi masturbo mentre scopa.
Morale: indirettamente si scopa anche.
Questa cosa era veramente intrigante, eccitante.
Vaffanculo la vergogna, i moralismi.
Ormai ero andata ben oltre e di tornare indietro non ci pensavo neanche.
Capitolo XI.
Quella stessa sera, decisi di focalizzare meglio la sua compagna.
Dopotutto, in quel marasma notturno, non c’eravamo solo io e Simone, c’era anche la sua donna. Anzi, a dir il vero, tra loro due c’ero anch’io.
E dato che ogni volta sentivo anche lei ansimare e gemere sul mio collo insieme a Simone, mi pareva giusto farmi un’idea precisa anche di lei.
Tutto sommato non mi dispiaceva essere in compagnia femminile per condividere Simone; io non ne ero certo innamorata.
Lui mi eccitava, avrei voluto essere scopata da uno come lui.
L’idea di farlo in compagnia di un’altra donna, ormai, tutto sommato, non mi sarebbe neanche dispiaciuta o meglio, sicuramente non mi scandalizzava; in fondo, anche se solo virtualmente, mi ero già abituata ad essere in tre.
Rimasi seduta in soggiorno, sul divano; da quella posizione, udendoli nel mentre che rincasavano, avrei potuto velocemente alzarmi per correre allo spioncino della porta di ingresso e spiarla.
Quando arrivarono, corsi verso la porta e guardai dallo spioncino.
Li vedevo, la vedevo. Era una bella ragazza, aveva delle movenze morbide e sensuali.
Elegante ma non troppo, era giovane, sinuosa, semplice.
Entrarono in casa e chiusero la porta.
Mi sentii lusingata. Se Simone, ora accoppiato con quella ragazza, cercava anche me, allora voleva dire che io non ero certamente meno carina ed affascinante di lei.
Pertanto, le attenzioni sino ad ora ricevute da Simone suonavano come un complimento!
Aspettai un attimo e poi mi coricai nel letto, in loro attesa.
Ero pronta ed attrezzata.
Inizialmente sentii dei rumori strani, come se stessero spostando il letto.
Non ci feci molto caso.
Quando sentii i primi cigolii, io ero già immersa nelle mie fantasie.
Ma qualcosa, da quella sera, cambiò.
Quando cominciarono ad ansimare, udii le loro voci molto più nitide, ad un volume più alto rispetto alle altre sere. Sul momento non mi fermai a chiedermi il perché di ciò, ritenni che, oltre a coinvolgermi maggiormente, avrebbero coperto sicuramente anche i miei gemiti, e questa cosa mi rilassò maggiormente.
Quando il loro letto cominciò a sbattere sul muro, sobbalzai!
I colpi non vibravano più solo sulla parete, ora facevano letteralmente vibrare ed oscillare la testiera del mio letto ed il materasso. Me compresa!
Mi trasalì nel corpo una strana ed eccitante sensazione, tanto da sentirmi quasi levitare.
Mi sembrava d’essere con loro ancora più di prima, nella stessa stanza, sullo stesso letto.
Mentre seguivo il ritmo con il mio fallo, ero assordata dal loro ansimare.
Scoppiò nel mio corpo un violento orgasmo, prima del tempo.
Urlai, non riuscii per l’ennesima volta a trattenermi.
Loro continuarono imperterriti.
Io, dopo qualche secondo, ripresi a penetrarmi.
Le vibrazioni dei colpi tenevano il mio livello di eccitazione alle stelle.
Li sentivo gridare, “sii.. spaccami.. porco.. sii..” diceva lei mentre lui le imprecava contro “troia…prendilo tutto.. puttana.. godi..”.
Partì la scarica finale di Simone, le loro voci si sovrastavano, il mio letto sobbalzava ed io con lui; il mio fallo, che sbatteva dentro me, pareva sguazzasse dentro un secchio d’acqua.
Non capivo più nulla!
Nell’altra stanza scoppiava il loro orgasmo con un urla assordanti di entrambi, io imperterrita continuavo la ricerca del più grande amplesso della mia vita; come un frullatore alla massima velocità, una mano roteava sul mio clitoride, mentre l’altra continuava a sbattere dentro di me quell’enorme arnese.
Accompagnato da un tonante spasmo vocale, raggiunsi anch’io, subito dopo del loro, il sospirato secondo orgasmo, dieci volte più possente del primo, sia per intensità sia per durata.
Sentivo ancora qualche rumore provenire dalla stanza acconto, ma ero troppo concentrata sulle mie sensazioni per poter capire cosa stessero facendo o si dicessero.
Come la sera prima, lentamente, avvicinai il pene alla mia bocca, lo leccai in modo accurato, poi, molto passionalmente, me lo strofinai sulle labbra, sulle guance, sul collo; non riuscivo comprende se attribuire il merito di tanta eccitazione e goduria alla situazione o al mio nuovo giocattolo.
Di fatto, cominciai ad adorare quel fantastico strumento di piacere.
Capitolo XII.
La mattina mi alzai ancora in ritardo, meno della precedente, ma sempre in ritardo. E come il giorno prima, in fretta e furia, mi feci la doccia, mi vestii velocemente per poi correre in ufficio.
Cazzo, la mia testa sta andando in tilt, pensai.
Mi ripromisi di mettere la sveglia al Tablet per la mattina successiva, non potevo certo andare avanti così, la cosa mi demoralizzava ed angosciava.
Quando uscii dall’appartamento mi trovai faccia a faccia con la compagna di Simone.
Rimasi senza parole.
Lei cominciò a scrutarmi, dall’alto al basso; poi con un generoso sorriso, compiaciuto, mi salutò. “Ciao!”
“Ciao” risposi un po’ imbarazzata.
“Sei di corsa?” mi disse.
“Leggermente” risposi un po’ ansiosa, “quella maledetta sveglia, non riesco a sentirla; anzi, a dire il vero, quando dormo non riesco a sentire neanche le cannonate!” aggiunsi cercando in qualche modo di far credere che quando scopavano non potessi sentirli, anche se le loro urla ed i colpi inflitti a quella parete li avrebbe uditi anche un sordo.
Lei mi sorrise dolcemente, quasi comprensiva. Quel gesto mi rasserenò, senza comprenderne il motivo.
Scendemmo insieme in ascensore, parlando a vanvera del tempo e poi ci congedammo con un cordialissimo saluto, accompagnato da una sua strizzata di occhio.
Quell’incontro, alla fine, non mi aveva minimamente turbato, anzi, mi aveva rincuorato.
Quando entrai in ufficio, Simone non c’era.
Meglio, mi dissi.
Lasciai sulla scrivania le mie cose ed andai a farmi una bella colazione.
Ero divorata dalla fame.
Poi mi dedicai, con tutta me stessa, al lavoro.
Ero carica, felice, leggera. Stavo veramente bene.
Solo durante la pausa pranzo, che quel giorno feci in solitudine poiché mi fermai oltre tempo ad ultimare parte del lavoro, i miei pensieri ritornarono a quanto accaduto la notte prima.
Ripensando al tutto, cominciai a chiedermi cosa potesse essere cambiato nelle nostre contigue stanze, dal momento che la sera prima il mio letto sobbalzava letteralmente insieme al loro e le loro voci le udivo così chiaramente; mi ritornò in mente il rumore di mobilio che sentii quando entrarono in casa.
Cosa potevano aver fatto per creare quella nuova situazione?
Quando vidi il loro letto, spiando dal terrazzo, non mi pareva fosse posto in mezzo alla stanza; me lo ricordavo appoggiato alla parte, come il mio. Quindi, l’amplificazione dei rumori non poteva essere generata da uno spostamento del letto verso la parete in quanto era già contro la stessa.
Mi ripromisi di indagare, dovevo andare fino in fondo per capire cosa fosse accaduto, quale evento avesse modificato la situazione; la mia testa non accetta una novizia senza giustificazione di causa.
Il risultato di questa indagine mi avrebbe anche aiutato a comprendere se alla base di ciò ci fosse stato un atto volontario o meno, se Simone avesse, intenzionalmente o meno, cercato di coinvolgermi maggiormente nei suoi amplessi.
Se quella fosse stata una provocazione per coinvolgermi maggiormente, ebbene, prova superata.
Se il cercare, in modo sfuggente, di palpeggiarmi durante il giorno, lo aiutava e stimolava a sfogare meglio i suoi istinti sessuali alla sera con la sua donna, nessun problema, le sue effusioni stimolavano anche me.
Se sentirmi gemere, immaginandomi intenta a masturbarmi a ritmo dei suoi colpi dietro quella esile parete, lo portava a raggiungere orgasmi più intensi, perfetto, era la stessa cosa che capitava a me.
Quindi, se così fossero state le cose, stavamo condividendo le stesse identiche emozioni.
Pertanto, se io, in qualche modo, avessi dovuto vergognarmi, per logica conseguenza avrebbe dovuto farlo anche lui; se io ero sbagliata, lo era anche lui. Ma se per lui tutto ero a posto, allora lo era anche per me.
Capitolo XIII.
Quando Simone entrò in ufficio, era quasi sera. Salutò lo staff e cominciò a fare il giro delle consulenze.
Lui era il nostro Tutor.
Stavamo completando un progetto importante, il suo, ed a lui era stato affidato il compito di seguirci e coordinarci.
Era molto preparato ed afferrato; aveva una conoscenza che pareva infinita.
I suoi modi, decisi e sicuri, sapevano mettere a proprio agio qualsiasi persona; se qualcuno entrava in difficoltà, lui interveniva con estrema pazienza e competenza, risolvendo sempre tutto.
Quando arrivò da me era già abbastanza tardi.
Erano andati via quasi tutti; i due rimasti erano piegati sopra le loro tastiere intenti a scrivere velocemente chissà cosa.
Io ero in piedi che stavo riorganizzando la mia scrivania; per quella giornata avevo dato tutto, ero stanca e mi stavo preparando ad uscire per andare a farmi una bella nuotata.
Si avvicino con un sorriso e sedette alla mia postazione, sulla mia poltroncina. Mi chiese se potevo aprirgli il file sul quale stavo lavorando e poi cominciò a scrutalo.
Io dapprima rimasi un po’ li con lui, impalata alla sua sinistra; poi, dato che, silenziosamente ed impassibilmente, fissava il monitor, ripresi a far ordine sulla scrivania.
Mi sentii avvolgere i fianchi dal suo braccio; mi girai verso lui, che in quell’istante mi stava fissando con uno strano sguardo languido, e mi chiese “Giulia, scusa, potresti spiegarmi questo passaggio?” indicando con la mano destra il monitor.
Avvicinandomi perplessa, cominciai a dettagliarli la serie logica che avevo costruito.
Mentre lui annuiva con gesti del capo, la sua mano, ancora sui miei fianchi, lentamente scendeva sui miei glutei.
Poi, delicatamente iniziò a palpeggiarmeli, appuntando qualche strizzatina come se stesse verificandone la tonicità.
Scese ancora, lentamente; ponendomi una domanda, la sua mano afferrò delicatamente la mia gamba, come per spostarmi leggermente verso di lui, verso ciò che indicava con l’indice della mano destra al monitor.
Io mi sentii praticamente costretta a sporgermi un poco verso lo schermo; mentre lui da un lato mi poneva, con tono caldo e sereno, l’ennesima osservazione, la sua mano, dall’altra, cominciò a risalire il mio interno coscia, passando delicatamente sotto la gonna.
La mia voce subì un abbassamento di un mezzo tono; quando poi, la sua mano cominciò a strofinare le mie mutandine, si abbassò immediatamente di altri dieci toni.
Praticamente parlavo sottovoce.
Mentre dolcemente mi sfregava con le dita, portando il mio bacino ad ondeggiare in perfetta armonia con il movimento della sua mano ormai avvinghiata sui miei genitali, il mio rubinetto interno cominciò a perdere qualche goccia.
In una frazione di secondo, qualcuno, quel rubinetto lo aveva letteralmente spalancato.
Mi sentivo fradicia, come se mi fossi fatta la pipì addosso.
Un piacevole brivido invadeva il mio corpo, sentivo il mio clitoride, sensibilissimo, solleticato dallo strofinamento della mutandina, procurato dal massaggio di Simone.
Avrei dovuto spostarmi, ma la sua mano, calda e sicura, afferrava il mio interno coscia bloccandomi.
Forse ero io a non volermi spostare.
Dopo un bell’attimo, fece riscivolare la mano verso il basso, pennellando la mia coscia, uscendo dalla gonna, per poi risalire sulle mie natiche; con un movimento leggero e rotatorio della mano, cominciò a massaggiarmi il sedere, fino a dargli ancora un’altra decisa strizzata, dal basso verso l’alto, mentre le sue dita, affondando, mi premevano sui genitali.
Mi sentii penetrare in entrambi i pertugi.
Poi la distolse e lentamente si alzò, mi sorrise, e se ne andò alla sua scrivania.
Io rimasi lì, impalata, senza parole, forse anche perché non avevo più un filo di voce.
Presi le mie cose, salutai e, tutta tremolante, me ne andai.
Mi girava la testa dallo stordimento che mi procurò quella situazione.
La mia faccia scottava.
Il ****** ribolliva nelle mie vene e affluiva al mio cervello ad un temperatura troppo elevata per permettergli un corretto funzionamento; non riuscivo a riordinare le idee, ero intontita e confusa.
Andai direttamente nel mio appartamento, evitai di andare in piscina.
Ero eccitatissima.
Non avrei mai pensato che una palpata potesse essere così profonda, intensa.
Mi feci subito una doccia. Solo doccia. Volevo godermi quello stato di eccitazione sino alla sera, quando poi, con la sua virtuale compagnia, avrei sfogato tutta la mia libido.
Mi asciugai, mi misi panni comodi e ripresi a pensare.
Voleva veramente scoparmi?
Ed io, ci sarei veramente stata?
Beh, alla seconda domanda la risposta fu immediata e scontata.
Se ci fosse stata una occasione, certo non me la sarei lasciata sfuggire.
Magari non l’avrei cercata, ma neanche evitata!
Sulla prima domanda, invece, tornai ridondante sui mille quesiti che già mi ero fatta, ed ai quali non ero ancora riuscita a dare una probabile e corretta risposta.
Poteva essere un si, ma non ne avevo l’estrema certezza.
Magari voleva solo giocare con me, voleva stuzzicarmi.
In quel momento pensai ancora ai rumori uditi la sera prima, riconducibili a qualche spostamento di mobilio.
Andai in camera e guardai la parete con il letto.
Una parete di circa tre metri, un grande quadro che rappresentava una distesa coltivata a grano, come se quello fuori non bastasse, ed il letto.
In assenza di ulteriori elementi, mi concentrai sulla struttura del letto, cercando di immaginare cosa potesse essere successo nell’altra stanza, cosa avesse potuto generare l’aumento di rumori, di vibrazioni.
Il mio letto era piuttosto essenziale, un bordo perimetrale in legno ed una testiera alquanto semplice, sempre il legno, composta da due tavole orizzontali, distanziate l’una dall’altra da uno spazio di circa una spanna; più volte, dormendo, avevo insultato quel Designer che, progettandolo, non aveva pensato di porre la prima tavola di quella testiera ad altezza cuscino, cosa che avrebbe evitato di farlo scivolare, dormendo, tra la parete ed il materasso.
Cosa potevano aver fatto ad un letto simile, per aumentare così tanto le vibrazioni trasmesse alla parete?
Se i letti fossero stati identici, entrambi già poggiati a quel muro di cartone, cosa poteva essere cambiato?
Decisi di andare in perlustrazione sul terrazzo e sbirciare all’interno della camera di Simone; se non ricordavo male, l’oscurante non era totalmente abbassata, per cui forse, dal basso, qualcosa avrei visto od intuito.
Mi diressi verso il loro finestrone.
Mi ricordavo bene, l’oscurante era abbassata per poco più di metà della sua estensione.
Guardai circospetta che non ci fosse nessuno e mi inginocchiai, tentando si scorgere qualcosa all’interno.
Vidi il letto.
Era diverso dal mio.
Oltre alla testiera, composta da un pezzo unico di legno e non a doghe alternate come la mia, aveva lateralmente dei comodini che parevano integrati nella struttura.
Qualcosa ancora non mi quadrava.
Guardai attentamente e vidi che i comodini erano leggermente distaccati, quindi non integrati. Scorsi poi, appoggiati alla parete, un traverso di legno ed un grosso quadro.
Cosa poteva significare tutto questo?
Mentre cercavo di vedere se notavo altri dettagli, rannicchiata a terra con il sedere all’aria, mi venne chiara tutta la situazione.
Rientrai velocemente in camera mia.
E’ così!
Ci sono!
Aveva staccato la struttura posteriore della testiera che univa saldamente i comodini, cosicché il letto, privo di quell’elemento, risultava debole e meno pesante; pertanto, le sollecitazioni di Simone, venivano assorbite meno dalla struttura, ora labile e leggera, e trasmesse più violentemente sulla parete.
Pertanto, quel divisorio, costituito da miseri pannelli di cartone pressato e sostenuti da leggerissimi profili di alluminio, vista la dimensione della parete, se fortemente sollecitati erano in grado di tramettere anche le vibrazioni, assorbite da una parte e rilasciate dall’altra, come una invisibile onda d’urto.
Il quadro, invece, di dimensioni così importanti e spesso circa un centimetro, composto da materiale pressato, fungeva da pannello fonoassorbente.
Ora le vibrazioni erano più intense e le voci più nitide!
Mi girai, guardai il mio quadro, e senza indugi lo staccai, poggiandolo a terra sulla parete opposta al letto.
Spinsi infine il mio letto il più possibile contro la parete.
Mi ci gettai sopra e cominciai a pensare.
Quindi lo aveva fatto apposta!
Voleva che lo sentissi!
Forse voleva sentire meglio anche me!
Avevo formulato quasi tutte le risposte alle mie domande.
Restava in sospeso se, tutto ciò, lo stava facendo per giocare e provocarmi, per indurmi a concedermi a lui.
Ogni uomo si scoperebbe volentieri una donna, soprattutto se questa è anche carina ed un po’ maliziosa, attributi che sicuramente avevo.
Infine, se dovesse sentirla ansimare la notte mentre lui consuma un rapporto sessuale con un altra, credo che i dubbi scompaiano immediatamente.
Ultima questione era sapere se la sua donna, compagna, moglie, fosse complice o vittima di tutto ciò. Beh, la risposta poteva anche aspettare. Non era nelle mie priorità.
Bene, mi sentivo sollevata. Molto sollevata. Potevamo giocare tranquillamente, in un “quasi silenzioso” accordo, in una divertente ed eccitante complicità.
Io non ero una zoccola; facevo le mie cose in casa mia.
Lui non era un porco; faceva le sue cose in casa sua.
Le toccatine restavano delle simpatiche effusioni, di colleghi che si stimavano ed erano diventati quasi amici.
Capitolo XIV.
Dopo quel momento, riuscii a placare le mie emotività, godendomi serenamente la situazione.
Nel periodo seguente la cosa divenne meno amorale ed intensamente vissuta.
Ero finalmente riuscita a stabilire, calendario alla mano, i giorni in cui Simone non rientrava alla sera; probabilmente tornava a casa sua.
Per una settimana non rientrava il sabato e la domenica sera, per la settimana successiva non rientrava il mercoledì sera, il venerdì ed il sabato sera.
Questa pianificazione fu per me risolutiva.
Non avevo l’ansia del suo rientro e potevo meglio gestire il mio tempo.
Nelle sere in cui era assente, non mancavo di masturbarmi.
Sicuramente meno intensamente del solito, magari in un modo leggermente più sbrigativo, ma in quelle occasioni potevo fantasticare senza condizionamenti.
Questo, anche se era diverso, comunque mi piaceva.
Sperimentai nuove posizioni, nuovi modi di utilizzare il mio compagno di giochi; provavo in solitudine, senza l’ansia di perdere il ritmo; quando poi mi ritenevo pronta, applicavo quanto appreso dalle solitarie esperienze con Simone che, dalla parte opposta del muro, dettava un tempo che io non volevo perdere.
Una posizione molto carina, che inizialmente facevo fatica a fare, era quella di sedermi sopra il pene. Tendeva sempre a sprofondare nel morbido supporto che creavo, tipo cuscini, costringendomi a reggerlo con entrambe le mani, limitando la libertà dei miei movimenti; un pasticcio, troppo scomodo, perdevo l’equilibrio.
Urgeva una soluzione, semplice e brillante!
Mi procurai, raccogliendolo da un mucchio di scarti del “fu’ cantiere” del nostro complesso, un residuato di davanzale in pietra lucida; ecco, avevo la soluzione.
Poggiandolo sopra un cuscino, gli appiccicavo, dalla parte liscia e lucida, la ventosa del mio pene, che poi inforcavo con le gambe, come se lo stessi cavalcando.
In questa posizione, così corretta, avevo le mani libere che utilizzavo sia per aggrapparmi da qualche parte per gestire l’equilibrio ed i movimenti, sia per stimolare altre parti del mio corpo, seni e clitoride. Inoltre, se fatta in contemporanea con l’amplesso di Simone, mi consentiva di sentire bene le vibrazioni del mio letto, al quale mi attaccavo con le mani dalla testiera; ad ogni sobbalzo, io mi abbassavo, penetrandomi.
Un’altra posizione che mi piaceva assumere, la mia preferita, era stare a quattro zampe e sentirmi penetrare da dietro.
In questo caso la soluzione pratica fu abbastanza semplice, mi bastò guardare il letto.
Fu lì che rivalutai immediatamente il Designer che progettò quella testiera; o era un genio o era una donna!
Sfruttando una delle doghe, disponevo di un valido supporto per la ventosa del mio pene, ma soprattutto, alla giusta altezza; inoltre, lo spazio vuoto a livello materasso, che tanto avevo insultato, era perfetto per infilarci i piedi. Quelle doghe sembravano studiate e posizionate appositamente, non per puro caso. Grande Ikea!
Così facendo, quando Simone dall’altra parte infieriva i suoi colpi, questi venivano direttamente trasmessi alla testiera e di conseguenza al mio pene, che in simultanea penetrava me.
Ormai, tra rumori e suoni, non c’era più nessun freno.
Tanto Simone faceva sbattere il suo letto a ridosso del mio, che poco mi preoccupavo se il mio facesse altrettanto.
Tanto loro ansimavano e gemevano, tanto lo facevo io.
Alla fine, mi pareva fossimo tutti d’accordo!
Avevo creato un equilibrio apparentemente perfetto nella mia vita, a parte la sveglia mattutina che ormai impostavo sul Tablet.
Il mio orologio biologico si era rotto, pazienza.
Pratica ed operativa, potevo lavorare lucidamente, fare le mie nuotate serali, uscire con i colleghi nelle sere “buche”.
La programmazione era troppo importante nella vita.
Durante il giorno, non mancavano le palpatine di Simone alle quali, senza dar troppo a vedere, sottostavo con estremo piacere.
Ormai, sempre più spesso, le sue dita entravano nei miei genitali; lo lasciavo fare, soprattutto per mio piacere, poi, giusto per stuzzicarlo, mi distaccavo leggermente, in attesa che venisse ancora a cercarmi.
Quando alla fine si allontanava, notavo soddisfatta il suo impaccio nel tentativo di nascondere il rigonfiamento che aveva in mezzo alle gambe.
Capitolo XV.
I giorni a venire trascorsero velocemente, tanto che, in men che potessi pensare, arrivammo alla conclusione del progetto. Eravamo tutti molti eccitati.
Il nostro lavoro nell’ultimo periodo era diventato di equipe, in senso veramente stretto.
Passavamo le giornate appiccicati agli enormi schermi del nostro ufficio, tutti in piedi, per vedere simulato il risultato finale; ogni tanto qualcuno s**ttava, correndo alla propria postazione di lavoro, per correggere in tempo reale difetti ed eventuali bug presenti.
Quando ritenemmo che tutto funzionasse, per ulteriore sicurezza passammo ancore tre giorni consecutivi a collaudare il programma di progetto, supervisionati dal nostro Tutor che verificava il tutto.
Funzionava!
Era perfetto!
Al concludersi della terza serata, quando Simone disse “Ok..., bravi....,bravi ragazzi..., bravi tutti”, scoppiò un applauso generale che ci commosse.
Seguirono strette di mano e calorosi abbracci.
Quella sera, anche Simone aveva gli occhi lucidi.
Fu organizzato al volo un happy-hour, presso un locale modaiolo del centro.
Appuntamento per le ore venti alla reception.
Simone riuscì, con una telefonata, a mettere a disposizione di quell’iniziativa, una navetta aziendale, che potesse portare ma soprattutto riaccompagnarci, quando presumibilmente ******hi, avremmo deciso di rincasare.
Mentre rientrai nel mio alloggio per lavarmi e prepararmi, mi sentii particolarmente agitata, una strana eccitazione mi avvolgeva; inizialmente pensai che fosse dovuta per il traguardo raggiunto, il nostro obbiettivo di lavoro, poi pensai che le motivazioni potevano essere anche altre.
Forse, quella sera, sarebbe potuto accadere qualcosa tra me e Simone; magari l’euforia, generata dalla felicità o dall’alcool, avrebbe in qualche modo potuto essere un pretesto ed una scusante per oltrepassare il limite tenuto sino ad ora.
Io mi sentivo pronta!
Era la serata perfetta!
Mi feci una doccia, mi truccai accuratamente, mi vestii dando attenzione ogni minimo dettaglio; mi cambiai i vestiti almeno quattro volte, sino a quando, specchiandomi, non mi sentii a posto!
Mi ritenni perfetta, sobriamente elegante, attraente, seducente, ma soprattutto vogliosa!
Ci trovammo nella sala di ingresso della location operativa e quando ci fummo tutti salimmo sulla navetta, che immediatamente partì, dirigendosi in direzione centro.
Simone non venne con noi, ci seguì a bordo della sua grossa Mercedes nera.
Questa cosa mi fece rimanere un pochino male.
Pensai che fosse un atteggiamento da stronzi non condividere quella trasferta in comitiva.
Va bene, sei il Tutor, ma potevi venire con noi?
Oppure hai già programmato di andartene prima e lasciarmi lì mentre ti vai a scopare la tua donna?
Ecco. mi stavo già incazzando, quando due colleghi, Paolo e Roberto, cominciarono gentilmente ad importunarmi.
L’euforia generale e la voglia di strafare, era una sensazione palpabile è comprensibile.
Avevamo lavorato tutti per mesi, seguendo un idea, un progetto.
Nessuno di noi inizialmente aveva ben chiaro cosa dovesse esattamente fare, non esisteva alcun modello similare esistente da seguire, solo un protocollo.
Eravamo partiti tutti da zero seguendo un utopia, un sogno.
Dopo tanto lavoro, seguendo con fiducia la nostra guida, il nostro mentore, il nostro Tutor, siamo riusciti a sviluppare un progetto difficile, quasi impossibile.
Eravamo tutti soddisfatti ed orgogliosi.
Una serata come quella che stavamo per trascorrere, tutti insieme, era dovuta, meritata.
Avevamo lavorato quasi sempre divisi, invisibilmente uniti solo dal nostro Tutor che prendendo ogni pezzo di ciò che ognuno di noi aveva fatto, con pazienza e devozione lo unì, uno per uno, sino ad ottenere un risultato impensabile.
La stessa cosa, alla fine, la fece con le nostre menti, le nostre anime; in pochi giorni le aveva legate una ad una ed ora ci sentivamo paradossalmente complementari.
Che magia che aveva fatto il nostro Tutor!
Arrivati a destinazione, entrammo nel locale e ci sedemmo al tavolo a noi riservato.
Cominciammo a parlare, ridere, scherzare, ci sentivamo tutti amici, vecchi amici, legati da un qualche cosa che sino a pochi giorni prima ignoravamo totalmente.
Arrivò finalmente Simone accompagnato, mentre faceva ingresso nel locale, dal nostro sentito e caloroso applauso.
Ci strinse con un caldo abbraccio uno ad uno, dando poi una pacca sulla spalla ai ragazzi ed un triplo bacio sulle guance alle ragazze.
Quando toccò a me, oltre al gesto di rito che spettava a chi apparteneva al rango femminile, sentii anche una bella palpata sul mio culo, cosa che mi rese ancora più felice.
Si mise a capo della tavolata e, alzando le mani, chiese attenzione.
Fece un gesto al cameriere che si avvicinò immediatamente al tavolo munito di due enormi bottiglie di campagne, chiamate tecnicamente magnum.
Furono stappate e servite in eleganti flûte, il tutto accompagnato da mugugni di apprezzamento dei commensali.
Quando tutti fummo serviti, Simone cominciò a parlare.
“Ragazze, ragazzi, grazie! La vostra dedizione, il vostro impegno, la vostra caparbietà ma soprattutto la vostra preparazione, vi rendono unici. Credo che voi siate i cervelli migliori che l’industria della ricerca internazionale oggi possa offrire. Magari vi sentite ancora impreparati, acerbi; vi assicuro che il vostro unico limite è rappresentato dalla vostra età, dalla vostra inesperienza! Avete tutti, e dico tutti, per i vostri specifici settori di appartenenza, le carte in regola per divenire un giorno i migliori scienziati di livello mondiale. Io ho solo avuto la fortuna, in questa occasione di lavoro, di apprezzare l’alto grado della vostra intelligenza, del vostro dono. Avete sviluppato un progetto che, fino a sei mesi fa, pareva di impossibile realizzazione. Ma voi ce l’avete fatta, avete cambiato in qualche modo la storia. Sono pertanto a ringraziarvi, dichiarandomi onorato per aver avuto l’occasione di lavorare al vostro cospetto. Grazie, grazie di cuore!”
Scoppiò un secondo applauso interminabile, accompagnato da abbracci e pianti singhiozzanti. Poi, ristabilito l’ordine, Simone, alzando il flûte aggiunse “Ora, prima di deteriorate le vostre arterie, mescolando il vostro ****** ad alcool malamente annacquato e chimicamente colorato, vi prego di brindare con me, sorseggiando questo prezioso ricavato d’uva, minuziosamente coltivata e selezionata, deliziosamente lavorata e custodita sino alla sua completa maturazione, affinché, questo ricercato vino, possa in qualche modo nel vostro futuro, dare esempio al vostro bere! Salute!”
Una somma risata generale, accompagnata da tintinnii di bicchieri che sbattevano l’un contro l’altro, diedero inizio alla festa. Subito pervennero al tavolo generosi cabaret di cibo, dal pesce alla carne, diversi generi di verdure, il tutto sia crudi che cotti; non mancavo salumi e formaggi di ogni genere con svariate salse e marmellate di accompagnamento. Una fusion di alimenti diametralmente opposti, per coltivazione e allevamento, cultura e preparazione.
Ero felice ed euforica, forse troppo.
Già da parecchio tempo, in laboratorio, avevo ricevuto attenzioni da due ostinati colleghi, Paolo e Roberto, i quali coglievano ogni occasione per lusingarmi ed intrattenermi con inutili discorsi. Quella sera, durante il tragitto sul pullmino, avevano dimostrato sfacciatamente il loro interesse nei miei confronti.
Forse perché si erano immaginati programmi particolari da condividere con me, fuorviati dal mio atteggiamento gioviale e dal mio look provocante, alimentando le loro aspettative.
Mentre io mi preparavo psicologicamente per affrontare una serata diversa, esprimendo gioia e fascino inusuali, loro si illudevano che, data l’occasione, avrei ceduto alle loro avance; ma il mio stato, la mia apparente disponibilità non era destinata a loro.
Io pensavo che quella serata potesse rappresentare la svolta del rapporto virtuale con Simone che, in via del tutto eccezionale, magari perché entrambi presi dall’euforia e dall’alcool, ci saremmo spinti ben oltre a quanto avessimo già fatto, un rapporto vero, carnale; insomma, per dirla tutta, speravo che in quell’occasione Simone mi avesse cercata e scopata.
Si rideva e si scherzava; Simone nel frattempo faceva un po’ lo sposo, girando intorno al tavolo per fermarsi qua e là, chiacchierando affabilmente e poi spostarsi ancora, nel gruppetto successivo.
Arrivò a noi.
Chiese un po’ di spazio a Paolo, seduto alla mia sinistra, e si sedette in mezzo a noi due. Abbracciandoci, cominciò fare domande generiche sul come ci sentissimo; poi iniziò a raccontare una storiella di quando lui era piccolo.
Nel mentre, tolse la mano dalla mia spalla e lentamente la fece scivolare sul mio sedere.
Io aspettavo solo quello.
Lo guardavo negli occhi estasiata.
In risposta ad una sua battuta, facendo finta di parlare direttamente con Paolo, posto alla sinistra di Simone, appoggiai la mia mano sinistra sulla gamba di Simone, quasi cercassi sostegno per meglio vedere Paolo.
La mano non la misi in un posto a caso; la appoggiai praticamente sul suo pene.
Il mio equilibrio, gestito dal mio braccio destro appoggiato al tavolo, lasciava libera la mano sinistra che poté palpeggiarlo comodamente.
Era morbido e caldo.
Dopo qualche secondo percepii una pulsazione accompagnata da un rigonfiamento.
Mi piaceva. Gli piaceva!
Lo sentivo diventare pieno e duro, direttamente nella mia mano.
Facendo finta di niente, paventando una inconscia naturalezza, alternavo alle improvvisate risate con Paolo delle strizzate al pacco di Simone, come se fossero delle reazioni incidentali.
Mentre mi sporgevo verso Paolo, sceneggiando una concitata discussione, cercavo di strusciare quanto più potevo i mie seni sul petto di Simone che, apparentemente attento alla diatriba, pareva gradire.
Simone, ad una tratto, cercando di placare la mia discussione con Paolo, spostò la sua mano sulle mia gamba; era sotto il tavolo e quindi nessuno la poteva vedere.
Mi stinse la coscia, premendola al suo interno, con le dita e poi, delicatamente, con molta non-calanche, cercò di spostarla più su, in mezzo alle mie gambe.
Io, alimentando sempre di più il teatrino intrapreso con Paolo, sovrastai Simone ed allargai le mie gambe, invitando la sua mano a manipolare i miei genitali con più facilità.
Lui, non perdendo l’occasione, cominciò ad affondare le sue dita.
Mi cominciò a masturbare, con pacatezza e sensualità; il suo dito medio si fece largo nelle pieghe delle mie mutandine, arrivando alle mie labbra vaginali ormai fradice; con un leggero sfregamento rotatorio cercò di divaricarmele, stimolando e lubrificando il mio vestibolo che subito fu pronto ad essere penetrato.
La mia mano intanto continuava ad accarezzare il suo pene, cercando in qualche modo di ricambiarne il piacere.
Per la prima volta, nei confronti di Simone, non ero una figura passiva; volevo fargli sentire che ero in sua attesa, pronta; poteva prendermi e farmi tutto ciò che voleva.
Ero finalmente a sua completa disposizione.
Negli ultimi mesi avevo sentito in tutti i suoi amplessi, li avevo apprezzati cercando di farglielo capire in qualche modo.
Lui si era fatto sentire da me ed io mi ero fatta sentire da lui.
Ora eravamo pronti per prenderci, possederci e passionalmente violentarci.
Tutto sembrava correre nella giusta direzione, quella di un degno finale per questa storia; eravamo arrivati alla conclusione del nostro progetto, avevamo assolto il nostro compito.
Era giunta l’ora della meritata ricompensa, il giusto premio, quello fisico.
Bisognava solo creare l’occasione; con qualsiasi pretesto, potevamo andare nel bagno del locale o all’esterno, dietro l’angolo, per fumarci una sigaretta. Insomma, qualsiasi posto andava benissimo, giusto per consumare; era la ripaga della nostra attesa.
Ma un imprevisto, forse il mio imprevisto, distrusse tutto.
Al tavolo si presentò lei, la sua compagna, moglie, o chi cazzo fosse!
Ma che cosa ci fa qui?
Che cazzo vuole?
E’ la nostra festa, il nostro premio, il mio traguardo e tu, con quella merda di sorriso, ti presenti tra noi?
A far cosa?
A portarmi via il giusto riconoscimento, che tanto avevo atteso?
Mi sentii morire.
Morire dentro.
Tutto sfumò davanti a me.
Con molta probabilità, vista la conclusione della nostra missione, l’indomani la direzione mi avrebbe congedato; il mio vecchio lavoro, la mia vecchia sede operativa, i miei vecchi colleghi, mi stavano aspettando.
Quella era l’ultima occasione utile, l’unica e sola possibilità che io avessi per essere presa, in qualche modo, in un qualsiasi modo, da Simone!
Ed invece niente, perso, sfumato, vaffanculo tutto!
Il mio desiderio, il mio sogno proibito, arrivato sino al limite del suo avveramento, ora era sfumato e probabilmente per sempre.
Quando lei si presentò Simone ritrasse immediatamente la sua mano, lasciando un freddo incolmabile dentro di me.
Si alzò, presentò la megera, fece due battute alle quali tutti risero, mentre io neanche le udii, si alzò ed inforcando il suo braccio l’accompagnò a capotavola.
Si sedettero e cominciarono a confabulare, come se fossero appartati in un qualche angolo invisibile del locale; lei, al fianco di lui, sorniona, gli sorrideva e lo abbracciava.
Delusa, affranta e sconsolata, presi il flûte, che per ben quattro volte avevo riempito di nettare d’uva di quello stronzo e con un gesto veloce e deciso lo buttai a terra, simulando un incidente.
Poi, afferrai il bicchiere ancora colmo di mojito alla fragola di Paolo, e me lo scolai in due sorsate. Ne ordinai immediatamente un altro.
Con Paolo alle costole, invaghitosi ancor più di me, mal interpretando la precedente discussione, mi scolai altri tre mojito.
Nel frattempo Simone, abbracciato a quella che ormai avevo soprannominato “la sua puttana”, si congedò, ringraziandoci nuovamente per il nostro lavoro e precisando che il conto della serata sarebbe stato offerto da lui.
Vaffanculo, le mie consumazioni potevo benissimo pagarmele, pensai.
Capitolo XVI.
Eravamo ancora tutti lì nel locale, tranne Simone, ormai fuggiasco con la stronza.
Quando riuscii leggermente a calmarmi, la mia mente, anche se annebbiata dai fumi dell’alcool, cominciò ad interrogarsi ed a riconsiderare tutto quello che era successo in quei tre mesi.
Ero arrivata in quel posto acerba; la mia personalità, il mio modo di essere e di confrontarmi, erano terribilmente condizionati da ritmi, abitudini e preconcetti che avevano controllato ed inesorabilmente condizionando il mio equilibrio, il mio tempo, la mia vita.
Questa parentesi lavorativa, questa esperienza, in qualche modo mi aveva segnata, cambiata; mi aveva fatto scoprire tanti lati intimi oscuri, soprattutto sessuali, regalandomi fiducia, conoscenza e benessere.
Infine, professionalmente ero maturata e la mia esperienza accresciuta.
Tirando le somme, l’esperienza fin qui vissuta era stata bellissima, mi aveva dato tanto, sicuramente molto più di quanto potessi mai immaginare.
Ero anche certa che, rincasando, i miei amici non mi avrebbero più riconosciuta, visti i cambiamenti.
E probabilmente anch’io avrei rivisto loro sotto una diversa luce.
Con questo non volevo minimamente pensare di allontanarmi da loro, volevo solo dire che ero cambiata, ero in qualche modo diventata un’altra persona, a mio avviso migliore.
Simone era stato il nostro Tutor!
Con me lo era stato oltre il lavoro, oltre quello che doveva essere il suo compito.
Per una serie di coincidenze e combinazioni, alla fine lui, forse inconsapevolmente, è stato il mio Tutor sessuale; mi ha portato a fare esperienze nuove alla scoperta della mia sessualità, alla scoperta di me stessa, creando dentro me fiducia e stima.
Una marcia in più; mi ha fatto lavorare per farmi tirar fuori il meglio, in entrambi i sensi.
I suoi fugaci e continui approcci sessuali erano la mia conferma, avevo raggiunto anche un altro obbiettivo.
Adesso però dovevo camminare da sola, con le mie gambe.
Il mio Tutor mi aveva instradato; il resto dovevo farlo io!
Le cose, devono essere sempre fatte bene; e per saperle fare bene, bisogna anche fare esperienza.
Se vengono fatte tanto per fare, il risultato è solo una perdita di tempo, oltretutto male impiegato!
Da poco sappiamo di essere riusciti, lavorando su noi stessi, a creare un progetto meraviglioso, esplorando, cercando, capendo, migliorando.
Analogamente, grazie alla parete della mia camera, lavorando su me stessa, ho scoperto nuove emozioni, i limiti del mio piacere, i miei desideri.
Nulla al caso, nulla tanto per fare.
Nel frattempo, l’insistenza di Paolo cominciava a non darmi più così fastidio.
Mi girai e lo guardai.
Lui, imperterrito ed ignaro, continuava a ricercare le mie attenzioni.
Fisicamente era carino, abbastanza ben messo, asciutto ed atletico.
Cercai con gli occhi di vedere se in mezzo alle gambe nascondesse altre qualità ma non scovai nulla di apparentemente vistoso.
Aveva comunque un bel culo ed i jeans che indossava gli rendevano merito.
Dopo le elucubrazioni, ritenni fosse giunta l’ora di tagliare il cordone ombelicale da Simone.
Paolo, ragazzo pulito e piacevole, poteva, essere l’inizio del cambiamento, il mio cambiamento.
Mangiai qualcosa nel tentativo assorbire i liquidi ingeriti, limitando così l’invasione di alcool nel mio cervello, e cominciai a parlare piacevolmente con Paolo.
Mi resi conto, finalmente ascoltandolo, che tutto sommato era un ragazzo discretamente interessante; accettai così le su avance.
Verso la mezzanotte, decidemmo di fare rientro.
Roberto, durante la serata, si era dedicato alla ricerca delle attenzioni di Barbara, una collega molto carina dello staff; quando uscimmo dal locale, vedendoli camminare a braccetto con le loro mani che palpeggiavano i rispettivi sederi, ritenni che aveva trovato un degno conforto serale.
Io invece tenevo a braccetto Paolo, che cercava insistentemente di baciarmi sul collo.
Rientrati con il pullmino, ci riunimmo tutti al centro dell’ingresso della location operativa.
Ci salutammo calorosamente, con baci ed abbracci.
Fu emozionante. Anche se non ci eravamo frequentati assiduamente per tutto quel periodo, cominciai a sentirmi affezionata a loro.
Erano persone fantastiche, speciali.
Chiesi a Paolo se volesse accompagnarmi nel mio appartamento per bere ancora una cosa; ovviamente lui, compiaciuto, annuì.
Mi chiese se avevo delle birre ma il mio frigorifero era completamente vuoto. Mi chiese di attenderlo qualche minuto nella hall di ingresso; corse in sala mensa ad acquistare dal distributore automatico due Corona’s per poi tornare con un enorme sorriso stampato in viso.
Ci incamminammo abbracciati, salimmo al mio piano ed entrammo in casa.
Entrati, mi resi conto che da quando Simone se ne andò dal locale non lo avevo più pensato.
Solo in casa ebbi la percezione della sua presenza.
Cominciai ad agitarmi.
Era rientrato?
Sarebbe rientrato?
Taglia il cordone ombelicale, mi ripetei nella mente!
Cercai di tranquillizzarmi, pensando che quella era la mia prova finale.
Che lui in quel momento, fosse o meno nel suo appartamento, io dovevo fare quel che volevo fare, senza condizionamenti.
E se fosse stato sveglio od addormentato, dietro a quella parete, questa volta sarebbe stato lui a sentire, a subire. Stranamente a quanto avrei potuto pensare in precedenza, questa situazione non mi generava una perversa eccitazione.
Paolo aprì una birra ed io spensi le luci del soggiorno, lasciando accesa solo una piccola abajour.
Seduti sul divano, appoggiai le mia gambe sulle sue; in quell’istante, Paolo prese l’occasione per abbracciarmi.
Cominciò a baciarmi ed io ricambiai.
Non provavo particolare attrazione ma decisi comunque di lasciarmi andare.
Quando le sue mani, scendendo dal mio collo, cercarono i miei seni, io appoggiai le mie mani sulle sue gambe, risalendo piano il suo interno coscia.
Lui, preso dalla passione, mi afferrò i glutei, tirandomi verso sé; io gli misi la mano lì, sopra il suo pene.
Percepivo la sua erezione; mi resi immediatamente conto che le sue dimensioni erano sicuramente molto più contenute rispetto a quelle di Simone.
Quindi anche rispetto al mio attrezzo ludico.
Un po’ delusa, spostai la mano e cercai il suo culo, tentando di convincermi che le dimensioni non erano determinati per provare piacere.
Ci stavamo baciando, lui con un crescente impeto ed eccitazione; la sua lingua tormentava le mie labbra ed i miei denti con una rotazione velocissima ed asciutta.
Io tentai di ricambiare; senza impeto e senza molta eccitazione, con la lingua praticamente ferma e rigida nel tentativo di placare la sua! Era fastidiosa!
Cominciai a slacciarmi la camicetta, accelerando il più possibile questi preliminari che non mi stavano regalando nessuna emozione; volevo passare la fase per fare altro.
Ad un tratto, uno strano rumore attirò la nostra attenzione.
Un sordo ronzio.
Sia io che Paolo prendemmo i nostri cellulari per verificare la presenza di messaggi od avvisi.
Io, che sinceramente per tutta la sera non ebbi occasione di guardare il telefono, pensai che qualcuno più volte aveva cercato di chiamarmi e nelle confusione non l’avevo sentito. Niente.
Anche Paolo, guardandomi, fece un segno di diniego con il viso. Niente anche lui.
Riprendemmo le nostre effusioni. O meglio, le sue!
Una frazione di secondo dopo udimmo ancora quel ronzio, leggermente più lungo.
Pensai al mio Tablet, alla sveglia, a qualche messaggio di qualche applicazione.
Mi irrigidii, chiedendo scusa a Paolo; dovevo verificare.
Non feci in tempo ad alzarmi che quel suono ronzante riprese, per te volte consecutive.
La Porta!
Il campanello della porta!
Non avevo la più pallida idea di che rumore potesse fare il mio campanello, nessuno mai aveva suonato alla mia porta.
Mi riallacciai velocemente la camicetta e , mentre Paolo cercava di risistemarsi alla bene e meglio, dissi “arrivo” ed andai verso l’uscio.
Ero abbastanza agitata e preoccupata. Chi mai poteva venire a chiamarmi nel mezzo della notte? Era successo qualcosa di grave?
Aprii e mi trovai davanti Simone!
Capitolo XVII.
Teneva con un braccio un pc portatile e con ’altro braccio uno spesso fascicolo di fogli.
L’espressione del suo viso era seria.
Guardò prima Paolo sul divano e poi me.
“Giulia, perdonami; scusa Paolo dell’intromissione. Scusatemi per l’ora e per il modo.”
Lo guardai spaventata
“Buonasera Simone, che succede?”
“Giulia, abbiamo un problema, il programma…” mi rispose, entrando diretto in casa.
Appoggiò il pc e, sbattendo il fascicolo di carta sul tavolo, prese una sedia e si accomodò.
Aprì il portatile e cominciò a sparpagliare i fogli come se ne cercasse uno in particolare.
Io ero rimasta impalata all’ingesso, con la porta ancora aperta, cercando di mettere insieme le idee. Paolo intanto si era alzato dal divano ed aveva acceso la luce.
Simone, immerso nel marasma di carta, bofonchiava.
Poi, senza guardare nessuno, disse
“Scusa Paolo, mi dispiace rovinarti la serata ma dobbiamo risolvere un problema. Ti prego di lasciarci soli. Giulia, per favore, prendi il tuo disco, con la copia del programma, e vieni qui!”.
Le sue parole non lasciarono indugi. Non c’era nulla di cui scherzare. C’era un problema e pareva anche grave. Bisognava risolverlo, dovevamo risolverlo, subito!
Paolo si congedò immediatamente, abbozzandomi un timido sorriso e salutando in modo reverenziale Simone. Uscì, chiudendo la porta dietro sé.
Io corsi immediatamente in camera, presi il mio disco rigido e tornai in soggiorno.
Simone, intanto, si era preso una delle birre di Paolo e si accese una sigaretta.
Gli porsi il mio disco e lui prontamente lo collegò al pc tramite il cavetto USB.
Ricurvo sulla tastiera del pc, guardava con aria passiva il monitor; il gomito del braccio destro era poggiato al tavolo mentre pollice, anulare e mignolo, sorreggevano la sua fronte. Indice e medio, trattenevano la sua sigaretta.
Con l’altra mano, impugnava la bottiglia di birra.
Il programma si stava lentamente caricando.
Non riuscivo a proferire parola.
Non sapevo cosa stesse accadendo, ero frastornata; l’atteggiamento di Simone, piombato nel mio appartamento nel bel cuore della notte, ed ora seduto in un silenzio di ghiaccio, lasciava supporre che quel qualcosa di grave fosse ancora più grave e probabilmente dipendente da un mio errore, una mia svista.
Mi sentii il mondo crollarmi addosso; fino a due ore fa, una decina di persone brindavano e festeggiavano, allegri e spensierati poiché avevano compiuto bene il loro dovere, avevano raggiunto un obbiettivo, avevano concluso un progetto, un grande progetto, perfettamente funzionante.
Si erano meritati la festa, la remunerazione, i complimenti ed il prestigio che quel risultato avrebbe generato nel prossimo futuro.
Tanti sacrifici, rappresentati da ore ed ore di duro lavoro, finalmente trovavano luce, significato.
Invece no, qualcosa non aveva funzionato; l’irruzione di Simone, a quell’ora, in casa mia, non lasciava indugi. Era colpa mia.
Io avevo rovinato tutto.
Simone probabilmente era lì per dirmi che un mio errore avevo compromesso il lavoro di quelle persone, di tutti.
Quindi, la festa, l’euforia, gli abbracci, le lacrime versate, erano stati vani, inutili, superflui, fuori luogo.
Eppure avevamo controllato tutto, per tre giorni di fila, e tutto funzionava, era perfetto.
Cosa mai poteva essere accaduto?
Cosa ci era sfuggito?
Una volta che il programma fu caricato, Simone spense la sigaretta dentro la bottiglia di birra ormai vuota e cominciò a scrutare lo schermo.
Poi, dopo qualche minuto, mentre anch’io, dietro le sue spalle, cercavo di rileggere le stringe del programma senza trovare apparenti od evidenti errori, Simone si alzò dalla sedia ed accese una seconda sigaretta.
Mi lasciò sola, davanti a quel monitor, davanti a quella schermata, a guardare, scrutare, mentre lui aspirando il suo fumo in modo molto enfatico, camminava intorno al tavolo.
Si avvicinò al finestrone del soggiorno, lo spalancò ed uscì sul terrazzo.
Io continuavo a fissare il monitor, con le mani appoggiate al tavolo; quel maledetto programma, non ci trovavo nulla di starno.
Ero in panico.
C’era silenzio.
Molto silenzio.
Il silenzio della notte.
Lo vidi spegnere la sigaretta in una delle fioriere e con calma rientrare, chiudere il finestrone ed avvicinarsi a me.
Ero in uno stato confusionale totale, non riuscivo a focalizzare nulla di significativo.
Nulla.
Lui non parlava ed io non volevo chiedere.
Se quel disastro era dipeso da un mio errore, io dovevo trovarlo ed immediatamente correggerlo. Non avevo diritto a suggerimenti.
Le mie chance erano finite. Ora dipendeva solo da me.
Scorrevo, con le freccette della tastiera, le stringhe del programma, su e giù.
Le informazioni logiche dettate filavano, mi parevano corrette.
Ad un tratto, finalmente, Simone ruppe quel silenzio.
La sua voce era particolarmente pacata, calda e serena, al contrario dell’espressione del suo viso, quando entrò in casa mia.
“Vedi niente?” mi chiese.
“Sinceramente…cioè, ho rivisto tutto ma…”balbettai io.
Si avvicinò ancor di più a me, da dietro.
Mi sentivo Simone praticamente addosso, sulla mia schiena.
La sua bocca si avvicinò al mio orecchio e sussurrandomi, dolcemente mi chiese “Vedi niente?”
Io non risposi.
Ero intontita. Non vedevo veramente niente di strano.
Lui, ancora bisbigliandomi e poggiando entrambe le mani sui miei fianchi, mi disse
“E’ perfetto!”.
Baciandomi il collo, dietro all’orecchio mi disse ancora
“E’ tutto perfetto!”.
Poi, facendo scivolare le sue mani, dai fianchi agli inguini e tirandomi leggermente a sé, mentre le sue labbra rilasciavano un umido calore sul mio collo, bisbigliando, mi disse
“Tu sei perfetta!”
Mi sentii sprofondare!
Reggendomi a malapena con le braccia, ancora poggiate al tavolo, poiché le mie gambe orami avevano ceduto, pensai
Stronzo! Era tutta una messinscena. Sei un bastardo!
Cercai velocemente di abbozzare la logica di quel gesto, il perché; ma il mio cervello si spense.
I miei sensi avevano avuto il sopravvento, la ragione sulle mie logiche e sul mio corpo.
C’era tempo per pensare e capire, ci sarebbe stato tutto il tempo del mondo.
Dopo però. Ora no!
Capitolo XVIII.
Con una mano posta sull’inguine mi spingeva all’indietro per farmi sentire il suo enorme pene, che turgido e ritto cercava spazio dentro i miei glutei che nel frattempo si erano rilassati, mentre con l’altra, scese davanti, sulla mia gonna, arrivò alla mia coscia. Risalì da sotto infilando la mano dentro la mia mutandina, strattonandomi ancor più verso lui e premendo con le dita le mie labbra ed il mio clitoride.
Dalla sua carnosa bocca fuoriuscì una grossa lingua, calda e salivosa; con prepotenza trovò dapprima la mia guancia e poi le mie labbra. Girai leggermente il mio viso nella direzione del suo, nell’intento di baciarlo, ma la sua lingua, violentemente, entrò e penetrò la mia bocca, facendomi sentire e gustare i suoi succhi.
Ero in estasi, completamente abbandonata a lui, nelle sue mani, nelle sue decisioni. Poteva disporre del mio corpo, in qualsiasi modo avesse ritenuto opportuno.
Ero finalmente sua.
Mi alzò la gonna da dietro, estrasse il suo fallo e con la mano mi spinse leggermente sulla schiena, invitandomi a distendermi verso il tavolo.
Mi preparai a riceverlo.
Mi spostò la mutandina e poggiò il suo enorme e caldo glande sulle mie labbra vaginali, sfregandole dolcemente; io nel frattempo mi ero già abbondantemente lubrificata, tanto per cambiare.
Lo inserì leggermente e poi lo ritrasse. Lo reinserì, affondandolo poco più di prima e poi lo ritrasse nuovamente.
Quando lo fece ancora, tenendomi saldamente con le mani per il bacino, lo affondo violentemente, facendomi quasi venire di piacere e svenire dal dolore!
Rimase li fermo, dentro a me, per un lungo attimo, il tempo necessario per permettere la mia muscolatura interna di adattarsi a quella presenza, così invadente, calda.
Sentivo il ****** pompare nei miei genitali, mentre le contrazioni vaginali, pulsanti come un cuore, premevano e risucchiavano il suo fallo, affondandolo ancora di più.
Accarezzandomi dolcemente da dietro, mi spostò la camicetta verso il collo, liberando la mia schiena, ormai nuda. Poi, delicatamente, una sua mano scivolò sul mio petto, sui miei seni, ed afferrandone uno cominciò lentamente a strizzarmelo; l’altra mano salì verso il mio collo, spostò i miei capelli da un lato, mi toccò grezzamente il viso cercando la mia bocca.
Quando la trovò, le sue dita me la invasero.
Mentre cercavo di leccargliele, si avvinghiarono alla mia lingua, roteando ed affondando prepotentemente dentro la mia gola. Passavano poi sui miei denti, sul palato e, con un movimento a spirale, scendevano a toccarmi l’ugola. Estraendole morbidamente, trascinavano una enorme quantità di saliva che utilizzava per massaggiare le mie labbra, le mia guance, il mio mento.
Iniziò a ritrarsi, come per caricarsi ad affondare il secondo colpo; la sua mano si spostò dal mio viso per prendermi i capelli, inarcandomi la schiena. L’altra mano, lasciando la presa dal mio seno, senza mai distaccarsi dal mio corpo, scivolò sulla mia pancia, delineò il mio fianco, raggiunse il mio gluteo e lo afferrò, stringendolo ed allargandolo verso l’esterno, preparandomi alla imminente penetrazione.
Partì un efferato colpo.
Tentai di sobbalzare in avanti ma la sua presa, salda ed efficace sui miei capelli e sul mio gluteo, mi aveva violentemente trattenuta tirandomi verso lui, come una specie di contraccolpo.
Non riuscii a soffocare un urlo, determinato da una sorta di dolore estremamente piacevole, godurioso.
Cominciò ad incalzare un crescendo ritmo, affondando e ritraendosi.
Il suo fallo scorreva senza impedimenti, aveva sfondato quella gigantesca diga che ora pareva rilasciare enormi getti di liquido lubrificante.
Mi sentii schiaffeggiare, pacche decise della sua mano sul mio gluteo.
Un leggero dolore, mescolato all’inteso piacere generato da suo pene, che aveva incendiato i miei organi interni esaltando una serie di sensazioni estremamente goduriose, dava la giusta sensazione di sottomissione; la giusta punizione inflitta per espiare i miei peccati, per averlo sedotto, origliato, spiato.
Provavo un piacere liberatorio, fisico e psicologico.
Stavo letteralmente delirando, non riuscivo a gestire gli spasmi del mio corpo. Ad ogni sua penetrazione fuoriusciva dalla mia gola un agonizzante grido. Avevo appena raggiunto un orgasmo violento, devastante. Ripiegata goffamente su quel tavolo, dopo che le mie gambe avevano definitivamente perso la loro naturale funzione ovvero quella di sorreggermi, la mia mano, alla ricerca del suo ventre, tentava in qualche modo di placare quella furia, quella mostruosa macchina umana di piacere.
Fortunatamente lui comprese e si fermò, sfilandosi delicatamente. Estrasse il suo membro, eretto, gonfio, duro, ancora voglioso di mostrarsi e proseguire ad esplorare le mie cavità.
Mi abbracciò da dietro e stringendomi forte a sé, cominciò passionalmente a baciarmi sul collo, dietro alle mie orecchie.
Ci misi qualche secondo per riordinare l’accaduto, il mio equilibrio; mi sentivo come de avessi capitombolato lungo una lunga scarpata schiantandomi sul fondo.
Cercavo in qualche modo di ristabilire una funzione minima ed essenziale dei miei sensi, tanto da potermi almeno sorreggere, ricominciare a vedere, mettere a fuoco, udire.
Mi girò e, schiacciando i nostri ventri l’uno contro l’altro, iniziò a baciarmi amorevolmente; ricambiai, con grande passione, aggrappandomi al suo collo e spingendo la mia lingua dentro la sua bocca, tutta, quasi cercassi di soffocarlo.
Non immaginavo potessi fare tanto. Non credevo potessi provare tanto.
Ci distaccammo, piano.
Ripresi contatto con il pavimento. Lui mi slacciò delicatamente la camicetta, facendola scorrere dalle mie spalle sulle mie braccia, sfilandomela. Io mi feci scivolare sulle gambe, ondeggiando i fianchi, la mia gonna. Mi tolsi le mutandine.
Ero nuda, davanti a lui, che con stupore e meraviglia guardava attentamente il mio corpo, sinuoso e scolpito.
Si levò la maglietta, mentre io allentavo la sua cintura; slacciai i suoi pantaloni e li feci lentamente scivolare in basso. Lui, come scalciando, si estrasse le scarpe e sfilò tutto quanto ancora lo ricopriva.
Libero.
Liberi.
Eravamo completamente spogliati e senza minimo imbarazzo o pudore, scrutammo i nostri corpi, le parti intime che reciprocamente più ci eccitavano.
Lo presi per la mano e, guidandolo, ci dirigemmo in camera.
Quel locale mi faceva ormai pensare a tutto, tranne che all’ambiente della casa destinato al riposo, al sonno. Ogni volta che entravo sentivo profumo di sesso, il mio.
La visione del letto, appiccicato a quella parte, stimolava le mie fantasie erotiche, eccitandomi.
Adesso lo ero più del solito e, mentre varcavo la porta di ingresso tenendo per mano Simone, sentii trasalire nel mio corpo una scossa, un brivido straordinario, disorientante.
Mi sedetti sul letto e Simone si pose davanti a me.
A pochi centimetri dal mio viso c’era il suo pene.
Lo presi con una mano e cominciai a guardarlo. Volevo lasciare impresso nella mia mente ogni singolo dettaglio.
Le vene, di diversa dimensione, colme di caldo ******, erano in completo rilievo, dando un’impressione di potenza e forza a quel muscolo, ora duro e bollente.
Il suo glande, più largo di quella parte terminale del fusto, pareva esser stato scolpito nella pietra da un abile scalpellino, curato in ogni particolare, perfettamente sagomato e liscio.
Alla base, due morbide e generose sacche, contenevano i suoi enormi testicoli; erano particolarmente allungate verso il basso come se a stento riuscissero a reggere il peso del contenuto.
Me lo avvicinai e lo annusai. Anche se contaminato dai miei umori, profumava di buono, di sesso.
Cominciai a leccarlo; partii dal suo vertice con la punta della mia lingua, gli solleticai il frenulo e poi scesi giù, utilizzando tutta la larghezza della mia bocca, come se stessi succhiando la parete di un enorme e cilindrico ghiacciolo; risalii e me lo infilai nella bocca.
Piano piano, spingendolo e ritraendolo, cercavo di risucchiarlo, tentando, ad ogni passaggio di imboccarlo sempre di più, fino a sentirlo sbattere contro la mia ugola.
Questo gesto solleticava la mia gola, generandomi piccoli conati e contemporaneamente una enorme quantità di saliva che poi rilasciavo e spargevo con le mie labbra su tutto il suo pene.
Ad un tratto, mi prese le spalle e con un gesto deciso mi scaraventò con la schiena sul letto.
Le sue mani saldamente impugnavano le mie cosce, divaricandomi le gambe e spingendole con forza contro il mio ventre. Ero sdraiata e poggiavo tutto il mio peso sulla schiena; il mio sedere stava ben sollevato dal materasso. Cominciò a leccarmi, in entrambi i pertugi.
Stavo godendo di quelle bellissime sensazioni generate dalla sua lingua quando sentii le mie gambe ricadere; lui si era sollevato, mollando la sua forte presa.
Lo vidi buttarsi sopra me afferrandomi i polsi con forza, stringendoli e pressandoli sul materasso; mi sentii immobilizzata.
Avvicinò piano le sue labbra alla mie; la sua possente lingua spalancò la mia bocca invadendola mentre con una sferzata decisa il suo grosso fallo mi penetrò, facendomi trasalire.
Cominciò una serie di colpi fluidi e regolari, profondi e possenti. Mi sentivo piacevolmente invasa, quasi soffocata. Il suo ritmo costante stimolava la mia vagina, svegliando ogni minima cellula di cui era composta per portarla a danzare al tempo di una melodiosa musica, creando un infinito piacere nel mio corpo.
Mi abbandonai a lui, alla sua violenza, alla sua passione.
Lo sentii risollevarsi; quel momento fu come se mi avessero svegliata da un sogno fantastico. Pensai che avesse raggiunto l’orgasmo mentre ero immersa godere di quelle nuove sensazioni che il mio corpo stava generando.
Invece no, era ancora pronto e focoso.
Mi accompagnò nei movimenti facendomi bene intendere che voleva penetrarmi da dietro. Mi accomodai, impugnando la testiera del letto.
Lui divaricò i miei glutei con la mani. Erano talmente rilassati che poté tirarli senza alcuno sforzo.
Sentivo l’aria che mi entrava, dappertutto. Anche il mio ano, che ancora era vergine, si era dilatato a tal punto da poter accogliere qualcosa, qualcuno.
Il suo pene ricominciò a penetrare la mia vagina mentre sentivo che dalla sua bocca faceva ricadere della saliva. In men che non si dica il suo dito cominciò a sfondarmi da dietro.
Pene e dito si muovevano sincronizzati, premendo quella leggera membrana che separava i due orifici, stimolandone le infinite terminazioni nervose e ricettive.
Nuove e meravigliose sensazioni si stavano diffondendo nel mio corpo e nella mia mente.
Il letto sbatteva con forza e violenza sulla parete; credetti che continuando così sarebbe ceduta, crollando dalla parte opposta.
Sentivo la sua carica aumentare, stava per giungere alla raffica finale.
Mi lasciai andare, completamente rilassata. Sentivo che un secondo orgasmo caricava dentro me, pronto ad esplodere.
Non feci a tempo ad immaginarlo che era già alle porte, stava detonando.
Ancora prima che lui cominciasse a dare il tempo per il suo ultimo assolo, io già urlavo il piacere di quel calore generato da un orgasmo mai provato prima, che si stava diffondendo in tutto il mio corpo.
In uno stato completamente confusionale, sentii dentro me i suoi colpi concitati che inesorabilmente prolungavano il mio piacere quasi a farmi impazzire; poi si arretrò fuoriuscendo da me, ed un focoso ed ansimante urlo accompagnò una generosa colata, calda ed intermittente che si riversava sulla mia schiena.
Mi afflosciai agonizzante sul letto, in posizione fetale; Simone si accasciò ansimante dietro me, abbracciandomi.
Lo sentivo contrarsi in concitati spasmi, trasmettendo ancora le sue scariche stizzose sul mio sedere. Piano piano i nostri ritmi cardiaci tornarono alla normalità.
Avvolta nelle sue braccia, mi addormentai.
La mattina, quando ripresi conoscenza, ero sola.
Simone, silenziosamente, se ne era già andato.
Mi alzai ed andai in soggiorno. Sul tavolo c’era ancora il portatile, ormai spento, con collegato il mio disco rigido e la bottiglia di birra vuota con dentro il mozzicone di sigaretta. Oltre a questo, di Simone, non c’era altra traccia. La scena di ieri sera era ancora viva nei miei pensieri, come se stesse accadendo in quel momento, scorrendomi davanti agli occhi.
Guardai il pc e notai la matricola; era un cosiddetto muletto che utilizzavamo in ufficio. Non era il suo. Pertanto supposi che Simone, rientrando, si era recato in ufficio, avesse scollegato il pc dalla rete per poi venire da me, improvvisando quella sceneggiata.
Sorrisi.
Era nello stile di quell’uomo, era stato sicuramente il miglior modo per avermi. Un uomo che non chiede, prende.
La sera prima aveva già deciso tutto, e lo fece esattamente nel modo e nel tempo che lui aveva programmato.
Si era liberato in qualche modo della sua donna, aveva improvvisato un pretesto, si era sbarazzato di Paolo in men che non si dica fregandosene altamente di tutto ciò che stavamo facendo, di ciò che potevamo aver fatto, di ciò che avremmo potuto fare.
Insistendo con il campanello, entrò gradasso da quella porta e prese ciò gli spettava, ciò che riteneva suo!
Questa cosa, tutto sommato, era lusinghiera.
Mi ero sottomessa a lui!
Ritornai in camera e lanciandomi sul letto, cercai di odorare quanto più possibile fosse ancora rimasto in quelle lenzuola. Sentivo il profumo di sesso, dei suoi umori. Mi eccitai all’istante. Presi un cuscino, le lo infilai in mezzo alle gambe e cominciai a strusciarmici sopra, cercando un orgasmo liberatorio; premendolo il più possibile con la mano verso i miei genitali, la mia faccia, appiccicata al lenzuolo, cercava di inalare, per inebriare il mio cervello, gli odori di lui ancora lì imprigionati. Venni e mi riaddormentai estasiata.
Capitolo XIX.
Quando mi risvegliai, dedicai il resto della giornata a riordinare le mie cose, mettendo tutto nel mio trolley; molte abiti della precedente Giulia, li buttai. Anche perché non ci stavano!
Dati i miei recenti acquisti, dovetti farmi dare un borsone dall’azienda, uno di quelli che utilizzavano per le sponsorizzazioni sportive.
Sbrigai le mie pratiche presso la direzione e programmai il rientro, partenza per l’indomani mattina.
Arrivò sera e, dopo aver rifiutato una decina di chiamate di Paolo con altrettanti messaggi ai quali rispondevo con quello automatico che recitava “Ora non posso parlare. Ti richiamo più tardi. Grazie!”, alla fine, decisi di richiamarlo.
Mi rispose subito, cominciando una serie infinita di domande del tipo “Tutto bene? Ci sono stati problemi? Il progetto non funziona?”, quando decisi di stopparlo con un invito a cena per la sera stessa che lui accettò immediatamente.
Bene, pensai. Ho il tempo necessario per inventarmi la nuova favola di cappuccetto rosso!
Ci trovammo direttamente in un locale del centro, un piccolo ristorante. Lui era lì all’ingresso, ad aspettarmi.
Per tutto il giorno non ebbi notizie di Simone. Io non lo cercai. Non pensavo neanche di farlo. Se voleva, poteva chiamarmi lui ma, per quel poco che lo conoscevo, non l’avrebbe mai fatto. Al limite, mi sarebbe piombato in casa, come la sera prima, ma dubitavo anche di quello.
Dedicai la serata a Paolo, prima raccontandogli la storiella che avevo improvvisato sotto la doccia prima di uscire, poi, cercando di scusarmi per la sera prima, per la mia disponibilità generata dall’euforia dell’evento e dell’alcool ingerito.
Gli dissi che ero fidanzata con un militare graduato, ora in missione, e che le cose tra noi si erano leggermente raffreddate ma, per coerenza e serietà, avevo deciso di aspettare il suo rientro per chiarire la situazione prima di farmi coinvolgere in nuove relazioni.
Paolo, da bravo ragazzo che era, generosamente condivise le mie argomentazioni, scusandosi di conseguenza se in qualche modo avesse cercato di approfittarsi della situazione, del mio stato di debolezza.
Mentre diceva ciò, lo ritenni maggiormente più idiota di quanto pensassi la sera prima.
Per poco non gli *****ai nel piatto.
Finito di cenare, uscimmo ed insieme tornammo alla nostra base. Nella hall ci scambiammo un piccolo abbraccio e, con la promessa di risentirci a breve aggiornandoci sulla mia situazione sentimentale, ci congedammo, rientrando rispettivamente nei propri alloggi.
Quella sera mi ripromisi di cambiare numero di cellulare.
Rientrai, con una stana eccitazione che, man mano mi avvicinavo al mio appartamento, aumentava, divenendo quasi ansia.
Entrai in casa, chiusi la porta e corsi in camera per appoggiare l’orecchio alla parete del letto.
Nulla, non sentii nulla.
Delusa, mi rassegnai al pensiero che Simone, forse, non ci sarebbe stato più, per sempre.
E, tutto sommato, probabilmente, era giusto così.
Mi guardai intorno, scrutai quella camera dove, in qualche modo, al suo interno la mia vita era definitivamente cambiata.
Mi pareva ancora di udire i colpi sulla parete, le voci ansimanti di Simone e della sua donna che si mescolavano alla mia, i miei urli, inizialmente soffocati per divenire poi irrispettosamente squillanti, alimentati dalla passione che bruciava nel mio corpo.
Le immagini ed i suoni che la mia memoria mi stava facendo rivivere, delineavano un percorso di crescita, di evoluzione; la mia mente aveva preso coscienza del corpo in cui era contenuta, sincronizzando le azioni con le reazioni. Avevo ampliato il mio panorama sessuale, scoprendo un mondo a me sconosciuto che, con il passare dei giorni, avevo imparato a c ed apprezzare. Vedevo davanti a me nuovi orizzonti, nuovi confini da esplorare; ero solo all’inizio.
Non avrei mai pensato che i miei tabù, i miei pregiudizi, potessero nascondere una nuova dimensione, dove, all’interno della stessa, i miei sensi erano in grado di regalarmi appagamenti fisici e psicologici impensabili, raggiungendo emozioni indescrivibili.
Mi resi conto, nonostante cercassi quotidianamente un rapporto con la mia sessualità, di quanto male lo facessi, di quanto la mia incomprensione limitava il mio corpo e la mia mente. Gestualità monotone che cercavano di stimolare i miei sensi per un appagamento minimo, superficiale, un millesimo di quanto in realtà ero in grado di provare; la mia mente, malamente istruita, atrofizzata ed indisponente, non generava quegli impulsi necessari per far esplodere stimoli, fantasie e curiosità.
Nell’ultimo periodo, nel dopocena, avevo anche cominciato a visitare qualche sito pornografico, nella ricerca di immagini che incentivassero ed accrescessero la mia fantasia; compresi anche che contenitore e contenuto potevano essere elementi perfettamente distinti, senza pregiudicare il mio desiderio o il mio eccitamento.
In precedenza, i miei sogni erotici erano prevalentemente costruiti sulla base di sensazioni, risultando appannati ed ombrosi; ora invece erano ben definiti nei dettagli.
Questa evoluzione aveva sicuramente contribuito a farmi godere appieno il rapporto sessuale avuto con Simone, non solo nell’emotività e nell’eccitazione generata da quella situazione ma anche nella consapevolezza di quello che stavo veramente desiderando, il suo corpo, il suo membro.
Queste considerazioni mi fecero sentire immediatamente meno sola.
Non mi ero innamorata di quell’uomo.
Era stato la mia guida, il mio personale Virgilio, il mio Tutor; ora toccava a me proseguire.
Non significava che da ora in poi mi sarei facilmente concessa ad altri; avevo solo compreso meglio me stessa, trovando un equilibrio emotivo importante, capace di farmi sentire bene anche con gli altri, con ciò che mi circondava, con il mio lavoro. La mia mente non era più oppressa, il mio corpo non era più imprigionato; mi sentivo finalmente libera, lucida, leggera.
Preparai le mie cose, in vista della partenza.
Guardai per tutto l’appartamento, rovistando cassetti ed armadietti, verificando di aver preso tutto. Quando feci per andare a letto, scorsi nell’angolo della camera, dietro alla porta, appoggiato al muro, il marmo che avevo recuperato nel giardino.
Ritenendo impossibile e sciocco anche il solo pensiero di poterlo portare via con me, mi ripromisi che uscendo l’indomani l’avrei riposto dove lo avevo preso.
Guardandolo mi venne da sorridere, quasi malinconicamente!
All’istante, pensai di utilizzarlo ancora una volta, l’ultima, con il mio attrezzo sessuale, in quella camera che era stata fonte di tante emozioni; fu nuovamente fantastico, anche se dall’altra parte ormai non c’era più nessuno.
Capitolo XX.
Dopo il lungo viaggio, arrivai finalmente a destinazione, nella mia città, nel mio vecchio appartamento, acquistato dai miei genitori qualche anno prima, mal arredato e nettamente meno luminoso di quello che avevo appena lasciato.
Decisi che il suo contenuto necessitava di una completa revisione.
Avrei buttato via quella miseria di mobili che lo occupavano per sostituirli con qualcosa di più moderno.
Mi dedicai alle pulizie generali, lavando e spolverando. Per tutto quel periodo, chiuso ed abbandonato, polvere ed incrostazioni avevano trovato un ambiente ideale per accumularsi e calcificarsi.
Verso sera suonò il citofono; pensai subito ad un’improvvisata dei miei amici, anche se eravamo d’accordo di trovarci in centro verso le venti per cenare insieme.
“Consegna”, rispose l’uomo al citofono.
Lo feci salire. Mentre aspettavo nel corridoio delle scale, cercando di immaginare chi potesse avermi mandato qualcosa, vidi uscire dall’ascensore un gigantesco mazzo di fiori.
L’omino che a stento cercava di reggerlo senza rovinarlo, avvicinandosi a me con la ricevuta in bocca, mi farfugliò qualcosa; chiedeva dove potesse appoggiarlo.
Lo feci entrare premurosamente indicandogli il tavolo.
Lo distese, mi fece firmare la ricevuta e complimentandosi con me se ne andò.
Complimenti? Di cosa? Forse per la generosità di quel mazzo di fiori, bellissimi e profumati, che avevano completamente occupato il tavolo.
Cercai un biglietto, un indizio su chi fosse il mittente. Trovai nel mezzo una busta con scritto “Per Giulia”.
Con il cuore in gola, morsa dalla curiosità, velocemente la aprii estraendone il biglietto contenuto.
“Ci rivedremo presto. Simone”
Stavo per svenire.
Ecco, la mia testa cominciava già a riempirsi di domande, congetturare risposte, ipotizzare scenari ed eventi.
Calma, Giulia calmati!
Apprezza il gesto, il saluto che aspettavi, la telefonata o il messaggio che non ti sono mai arrivati e che fondamentalmente ti hanno fatto sentire un po’ usata, anche se avevi già archiviato la cosa pensando che fossi stata tu, alla fine, ad usare lui.
Quindi, una volta calmata, lasciai che orgoglio e soddisfazione mi invadessero.
La sera mi ritrovai con i miei amici che immediatamente mi sommersero di complimenti ed elogi, dicendo di trovarmi più bella, più affascinante ed anche meglio vestita!
Dissero che questa esperienza mi aveva cambiata, parevo più aperta, socievole, simpatica. Trovarono che le mie battute fossero diventate più pungenti e maliziose.
Mi fecero stare bene, passai una bellissima serata.
Avevo dieci giorni di ferie da trascorrere prima di rientrare al lavoro, che dedicai al rinnovo del mio appartamento. Acquistai divani, tavolo, sedie e mobiletti vari.
Anche un nuovo letto, ovviamente Ikea!
Chiamai un imbianchino per rinfrescare le pareti, dando nuovi colori.
Rientrata al lavoro ebbi un encomio da parte del Direttore Generale e fui affidata ad un nuovo incarico interno.
Avrei vigilato sullo sviluppo di un nuovo progetto affiancando uno staff di persone che erano appena state convocate.
Questa volta restavo in sede, nel laboratorio posto al primo piano; dovevo seguirne lo svolgimento, apportare la mia conoscenza ed esperienza nella parte di mia competenza e rendicontare, in modo riservato e confidenziale alla direzione, gli eventuali progressi.
Dopo aver con calma sommariamente studiato il mio nuovo compito, presi la lista dei ricercatori impegnati in quella nuova sfida, così per mera curiosità.
Volevo vedere se qualche nominativo mi era noto, se conoscevo qualcuno.
Quando arrivai alla fine, mi si gelò il ******. Il Tutor del progetto era ancora Simone!
Solo in quel momento compresi il gesto dei fiori ma soprattutto la frase scritta sul biglietto!
Ero felice, anche se lui non mi aveva detto niente.
Sicuramente era a conoscenza di tutto ma non mi aveva coinvolta. Lui era già lì, aveva già cominciato mentre io ero in ferie e sapeva benissimo che mi avrebbe ritrovata. Nonostante ciò non mi aveva cercata.
Mi rasserenai, cercando di non prendermela.
Dovevo solo aspettare che si facesse vedere o sentire, sapendo che non sarebbe passato molto tempo.
Quella mattina ero in laboratorio quando improvvisamente vidi i colleghi che di s**tto si alzarono in piedi. Era entrato Simone. Era entrato il Tutor.
Salutò tutti, con l’affabilità che lo contraddistingueva.
Lui, nei giorni precedenti, in mia assenza ebbe modo di conoscerli. L’unica novità in quella sala, quel giorno, ero io.
Mi rivolse un grande sorriso salutandomi con la mano. Ricambiai.
Cominciò il suo rituale giro di confronti con tutti gli altri, uno per uno, lasciandomi ovviamente per ultima. Quando lo vidi arrivare cominciai ad agitarmi.
Cercai di calmarmi e, tentando di prendere il controllo, lo salutai per prima.
“Ciao!”, esclamai alzandomi tendendogli la mano.
Dopo l’episodio di quella sera, mi pareva opportuno dargli del tu, anche se tra colleghi in genere è una prassi che io non adottavo.
Lui, calmo, mi si avvicinò e ricambiando apertamente il mio saluto, mi abbracciò, baciandomi sulle guance.
Partì uno scambio di convenevoli alquanto banali e privi di particolari riferimenti, se non lavorativi.
Prese una sedia, posta li vicino, si avvicinò alla mia postazione e sedendosi mi invitò a fare altrettanto. Stemmo lì a parlare piacevolmente del nuovo progetto, degli obbiettivi.
Ogni tanto, sorridendomi, la sua mano mi prendeva la spalla, massaggiandola; ma li si fermava. Non tentò di fare altro.
Meglio, perché io in quell’occasione non glielo avrei concesso.
Alla fine, prima di congedarsi, mi chiese se per la sera avessi già impegni poiché avrebbe avuto piacere di cenare insieme.
Giocando in casa, gli risposi che ero già impegnata ma che in un’altra occasione avrei accettato volentieri il suo invito. Abbassò la sguardo, accompagnato da un piccolo cenno della testa e, sorridendomi, mi disse che ci contava.
Si alzò e si allontanò sereno.
E che cazzo! Va bene tutto, sei stato il mio Tutor, ma ora basta.
Non compri il tuo silenzio con un mazzo di fiori.
Inoltre adesso avevo deciso di camminare da sola, ed ero conscia di poterlo fare anche bene!
Mentre lo dicevo tra me e me, sapevo che non sarebbe andata così.
Nel senso che nulla stava intaccando i miei sentimenti, non mi ero innamorata e neanche invaghita, ma il mio corpo si sarebbe volentieri concesso ancora un po’ a lui.
Avevo ancora voglia di provare, sperimentare, esplorare e Simone andava benissimo, il suo fallo era perfetto.
Stavo per applicare la teoria del contenitore e del suo contenuto.
Quella sera, a casa, sfogai in diversi modi tutta la mia eccitazione con il mio giocattolo sessuale. Mi divertii, più del solito. Cercai e raggiunsi per ben due volte l’orgasmo. Mi sentivo carica!
Nei giorni seguenti tutto seguì l’ordinario.
Simone, nel suo giro di colloqui quotidiano, si fermava serenamente anche da me; parlavamo del lavoro, di qualche buffo episodio avvenuto in laboratorio e poi se ne andava.
Le mani stavano al loro posto, se non per farmi quei soliti e piacevoli massaggi alle spalle.
Io non volevo tentarlo e tantomeno provocarlo.
Aspettavo, nella mia apparente tranquillità, la sua prossima mossa.
La nostra confidenza intanto era aumentata notevolmente. Parlavo con estrema serenità e nulla di lui mi intimoriva più.
Un pomeriggio, dopo aver discusso per ore del progetto, prendemmo una pausa andando a berci un caffè nella hall. Quando risalimmo in laboratorio, seduti alla mia postazione, cominciammo a chiacchierare del più e del meno. Stanchi ed esausti, avevamo bisogno di divagare un po’.
Nei mille discorsi, sempre a carattere piuttosto generale, mi disse si era fatto assegnare una nuova sistemazione dalla direzione; fino a quel momento aveva alloggiato in un albergo ma lui preferiva la privacy di un appartamento.
Su quel punto mi venne da ridere.
Dato che anche la nostra società disponeva di una struttura residence composta da diversi appartamenti che venivano concessi a dipendenti, affiliati o ricercatori che frequentavano i nostri laboratori solo per brevi periodi, e che poco distava dalla sede, Simone disse che proprio quel giorno era riuscito a farsi concedere un alloggio di quelli.
In mattinata aveva già portato lì i suoi effetti personali e quella sera avrebbe dormito lì.
Si riteneva contento e soddisfatto; era solo dispiaciuto che nell’albergo dove alloggiava c’era anche il ristorante interno mentre ora doveva arrangiarsi, cenando in qualche trattoria locale oppure accontentarsi della mensa interna.
Così cominciò a chiedermi, essendo io del posto, quali locali potevano fare al caso suo e quali invece avrebbe dovuto evitare.
Mentre cercavo di stillare un elenco dettagliato dei posti dove a mio avviso poteva saziarsi senza implicare la salute del suo fegato, s**ttò la sua trappola!
“Senti Giulia, già che non conosco nulla di questa città, perché stasera non mi accompagni e mi fai vedere di persona? Poi magari, se vuoi, ci mangiamo un boccone insieme, in uno di questi locali, così eliminerei ogni dubbio a tuo carico!”
“Dubbi? Scusa, di cosa?” chiesi perplessa non cogliendo la battuta.
“Eh si, ipotizzando che questo sia un tuo subdolo tentativo per eliminarmi per prendere poi il mio posto come Tutor in questo progetto, essendo tu la persona più competente e preparata dello staff, un mio avvelenamento alimentare contratto in una qualsiasi trattoria malfamata sarebbe perfetto!”
Cazzo che mente contorta, pensai.
Poi mi venne il dubbio che la sua mente non fosse così contorta.
Aveva per caso scoperto che io, a sua insaputa, in modo estremamente riservato, aggiornavo costantemente la direzione sullo sviluppo del progetto? Che monitoravo quello che alla fine era il suo lavoro? E rendicontavo tutto alle persone alle quali lui doveva rendicontare per primo?
Che l’avesse saputo o anche solo ipotizzato, in qualche modo questo dovevo scoprirlo.
Ed ecco che così, piano piano, scivolai dentro la sua trappola, precedentemente tesa, studiata, calibrata; ero dentro fino al collo!
“Va bene dai, stasera son libera” gli dissi sorridendo. Avrei anche potuto dirgli che tutte le sere ero libera, ma questo non doveva saperlo! Almeno per adesso!
“Passo a prenderti?”
“Ok, alle 20?” Risposi.
“Perfetto, alle 20 sarò sotto casa tua!”. Si alzò e se ne andò.
E certo, sapeva pure dove abitavo.
Mi aveva mandato i fiori.
Capitolo XX.
La sera, alle venti, scesi da casa, puntuale; lo vidi vicino alla sua macchina che mi stava aspettando.
Incrociammo i nostri sguardi sorridendoci e senza convenevoli salimmo a bordo.
Ci dirigemmo verso il centro; non feci a meno di notare che le mie indicazioni circa le direzioni da seguire parevano superflue in quanto lui, precedendomi di qualche attimo, imboccava sempre in anticipo le vie giuste.
Mi venne da sorridere.
Io, come un oca, stavo ancora al suo gioco.
Smisi di dare indicazioni.
Arrivammo vicino ad un locale, scelto da lui senza mie ulteriori indicazioni e, parcheggiata l’auto entrammo. Era un bel locale che io, ovviamente, non avevo mai frequentato. O meglio, proprio non ci avevo mai messo piede; il tenore dei ristoranti a me affini erano molto più simili a dei circoli di paese, dove la musica la tavolo, al limite, era rappresentata da un signore corpulento che, con la maglia corta ed un ombelico peloso ben esposto, suonava la fisarmonica.
Ci accomodammo in questo lussuoso ristorante, sedendo ad un tavolo elegantemente apparecchiato. Mi piacque subito, e dentro me mi dissi “Giulia, vedi di non farci troppo l’abitudine!”. Battute a parte, quello sfarzo certo non mi impressionava; la mia famiglia era economicamente agiata e tante cose per me non rappresentavano un traguardo. Per contro, i miei genitori, sono sempre state persone modeste e questa qualità me l’avevano trasmessa.
Il lusso, per scelta, non rientrava nelle nostre abitudini.
Ordinammo e cenammo.
Passammo una piacevolissima serata, sorseggiando un ottimo Chianti che ci accompagnò per tutta la cena e del Passito di Pantelleria con il dolce.
Parlammo di tutto.
Mi raccontò che aveva un figlio, che era separato e che tornava nei week end per stare con lui. A volte anche il mercoledì.
Mentre raccontava queste cose mi pareva di spulciare la lista della spesa; ad ogni sua affermazione corrispondeva uno spunto nella lista.
Quando cercò di glissare sulla sua compagna, io infierii, con domande specifiche; lui, prima tergiversò e poi si mise a raccontare.
Mi disse che era una nostra collega con la quale aveva lavorato insieme qualche tempo prima. Si erano piaciuti ma lei aveva una relazione sentimentale con un’altra persona e pertanto soprassedettero. Poi in quell’occasione, si erano rincontrati e lei si mostrò disponibile in quanto era diventata libera, aveva troncato quel rapporto. Continuò dicendo che alla fine tra loro c’era solo una grande attrazione fisica ed ora si erano lasciati.
Ma che bella storia del cazzo, pensai.
Sul fatto dell’attrazione fisica, ci poteva anche stare, ma la storiella del fidanzato che aveva intralciato il loro approccio iniziale e poi lei se ne era sbarazzata per poter tranquillamente scopare con lui, beh, se la poteva anche risparmiare.
Come se io non fossi lì a spiarlo e sentirlo.
Come se lui non sapesse che io origliavo.
Come se si fosse dimenticato che mi sentiva ansimare e godere.
Gli risi in faccia!
Ma di gusto.
Sarà stata l’euforia del vino, la confidenza che ormai aveva superato i livelli della decenza che gli dissi, spingendolo leggermente con la mano “Ma non mi prendere per il culo!”
Si mise a ridere anche lui. Poi avvicinandosi a me, infilò la mano sotto il tavolo e toccandomi le gambe partendo dal ginocchio e risalendo su fino al mio inguine, mi disse a bassa voce “Ti sentivo godere dall’altra parte del muro”.
Io allungai la mia mano sul suo pacco e gli dissi scoppiando a ridergli in faccia per la seconda volta “Ti sentivo scopare dall’altra parte del muro; ho anche pensato che una notte o l’altra, a furia di colpi, vi avrei trovati entrambi nel mio letto!”.
Scoppiò a ridere anche lui.
Sempre a voce bassa, riavvicinando la sua bocca al mio orecchio inumidendomelo con le sue labbra, ed affondando la sua mano in mezzo alle mie gambe che aprii leggermente per facilitarlo, mi disse “Ti piaceva sentirmi scopare? Ti toccavi mente mi sentivi? So che lo facevi, porca!”
Chiusi di colpo le mie gambe, stringendole con forza; sentii la sua mano, intrappolata, mollare la presa. Lui, quasi imbarazzato per la mia reazione si distacco leggermente da me. Io lo stavo fissando. Qualche secondo di gelido silenzio.
Poi gli dissi ”A dirla tutta, mi eccitava di più sentire lei che te, porco!”
Rimase impietrito con un mezzo ghigno impresso in faccia.
Rilasciai la presa delle gambe, la divaricai leggermente, gli presi la mano e la appoggiai sopra al mio caldo e umido apparato genitale; lui, scuotendo e tirando un sospiro di sollievo, mi disse “Sei perfetta! Lo sapevo!”.
Avevamo rotto tutti gli indugi, ci eravamo praticamente dichiarati; lui voleva scoparmi c*** una puttana ed io, consenziente, volevo prendere il fallo di quel porco. Indirettamente avevamo dato anche il via libera all’utilizzo di termini osceni, parole apparentemente volgari ma, dette in certe occasioni, risultavano particolarmente stimolanti ed eccitanti.
In laboratorio era una cosa, fuori un’altra.
Non mi interessava la sua vita personale, non mi interessavano le sue storie amorose.
Era una persona, pulita, affabile, brillante ed intelligente. Il contenuto era più che sufficiente.
Aveva una postura possente, era molto maschio ed era ben dotato, con un pene tonico e di un buon sapore che ben sapeva usare. Il contenitore era perfetto.
Scaldati gli animi, potevamo rincasare. Volevo consumare! Ero eccitatissima, Sapere di aver rotto finalmente ogni indugio ed ogni apparente formalità, mi faceva sentire molto meglio. Potevamo essere complici, ovviamente solo a livello sessuale. Il resto poteva, ed in certi versi doveva, rimanere riservato.
Cominciavo a prenderci gusto anche nel prenderlo in giro. Smontavo la sua autorità, quella che, professionalmente meritata, palesava fiero per tutto il giorno, durante le ore di lavoro. Non volevo assolutamente passare al ruolo di dominatrice, non ci pensavo neanche. L’uomo era lui e doveva anche farlo bene.
Mi piaceva solo stuzzicarlo, potevo tranquillamente immaginare che in qualche modo lo infastidivo, insomma, cercavo di farlo incazzare un po’ così poi mi avrebbe sicuramente scopata meglio!
Non avevo esperienza con gli uomini, tantomeno con la loro psicologia sessuale, ma non volevo neanche sentirmi la ragazzina sedotta e usata, che intimorita dalla sua autorità si concedeva. Se mi aveva preso era solo perché io lo volevo, lo desideravo. E se gli concedevo di usarmi in qualche modo, durante le fugaci palpatine, era un piacere anche mio.
Quindi, che mi usasse pure, mi violentasse; io volevo ardentemente che lo facesse e lo sapesse.
Pertanto, farlo incazzare, sfidando la sua autorità, ritenni che servisse a s**tenare, come conseguenza logica, la sua passione sul mio corpo, infliggendomi punizioni sessuali con il suo membro e le sue oscenità.
Il pensiero di portarlo a casa mia, però, non mi aggradava. Non volevo contaminare il mio rifugio con la sua presenza. Per lui provavo attrazione, non amore.
Quindi cominciai a sperare nella classica richiesta da protocollo maschile. E così fu. Non facemmo in tempo a salire in macchina che mi chiese “Vuoi vedere il mio nuovo appartamento?”
Eccolo!
Precisandogli che comunque quella non era una priorità delle cose che avrei voluto fare nella mia vita, ridendo acconsentii.
Capitolo XXI.
Arrivammo al residence.
Parcheggiammo e cominciai a guardare quella struttura dall’esterno.
Qualcosa stava già attirando la mia curiosità ma la lasciai in sospeso ancora per un po’; percorremmo un piccolo vialetto ed entrammo nel vano scala comune. Salimmo due rampe di scale e non potei fare a meno di notare ad ogni piano due sole porte, una di fronte all’altra,
La mia curiosità si cominciò a trasformare in un leggero sospetto.
Entrammo nell’appartamento. Meno signorile di quello che ci avevano messo a disposizione nell’altra azienda, era comunque ben arredato e pulito. Guardai il soggiorno, la cottura, il disimpegno con il bagno e la camera, arredata con un mobile contenitore ed il letto, una semplice struttura in ferro in stile provenzale.
Curiosità soddisfatta, sospetto confermato.
Non ci potevo credere. Era una struttura con appartamenti speculari, due per piano e le rispettive camere da letto divise da una parete. Fu più forte di me andare a picchiettarla con le nocche della mano.
Cartongesso!
Cominciai a ripetermi che tutto ciò non era possibile, non era veramente possibile.
Simone intanto mi guardava sornione, con un mezzo sorriso stampato. Non reggendo alla sfacciata similitudine, gli chiesi “Scusa, per caso, di là c’è qualche ragazzina sola?”
Lui, un po’ imbarazzato “Secondo te come faccio a saperlo? Son arrivato oggi! Però, tutto può essere!”, rispose strizzando l’occhio.
Sorrisi, forse anche un po’ divertita.
Anche se dubbiosa, questa volta decisi di credergli, non avevo altri elementi.
Lui aprì una birra, estraendola dal figo.
Fu più forte di me chiedermi come avesse fatto a rifornire il frigorifero di birre, visto che si era appena trasferito.
Subito stoppai quel pensiero, non volevo che mi stimolasse a paranoiche elucubrazioni.
Giulia, sei qui per consumare, non per indagare! Mi dissi.
Eravamo in soggiorno, lui appoggiato al tavolo intento a bersi la birra, io che girovagavo nell’ambiente, come se stessi facendo un sopralluogo peritale, esprimendo giudizi e commenti sui vari articoli di arredo.
Ad un tratto, mentre ero appoggiata allo stipite della porta parlando a vanvera di quel complesso residenziale, lo vidi posare la bottiglia di birra sul tavolo e con sguardo serio avvicinarsi a me. Quasi mi spaventò.
Cazzo, ho detto qualcosa di male?
Ho offeso il suo appartamentino? pensai.
Mi prese con la mano dietro alla nuca che tirò con decisione verso la sua bocca, cominciando a baciarmi in modo caldo e passionale. Con l’altra mano mi prese da dietro, in mezzo ai glutei, premendo le sue dita con vigore; spinse il suo bacino sul mio facendomi sentire il suo fallo già rigonfio e duro sul mio ventre.
Le nostre salive si mescolavano calde e strabordavano dai lembi delle nostre bocche.
Sentii la sua mano che da dietro la nuca scivolò sulla mia schiena e, continuando sensualmente a baciarmi, mi sollevò da terra; sorreggendomi dalla schiena e dal sedere con entrambe le braccia, mi trasportò in camera, quasi totalmente buia, vagamente illuminata dalla fievole luce accesa in soggiorno.
Arrivati al bordo del letto, mollò di colpo la sua presa, lasciandomi cadere con la schiena sul materasso. Il suo viso truce, mi intimoriva ed eccitava nello stesso momento.
Si tolse la camicia e si slacciò i pantaloni, senza sfilarseli.
Pareva Minotauro, che dopo sette lunghi anni, era pronto a sacrificare la sua agognata preda.
Io rimasi immobile.
Il mio ruolo era quello della vittima, costretta e spaventata.
Il suo ruolo, di divorarmi sessualmente!
Mi fece scivolare la gonna verso l’alto, mi divarico le gambe; mi lasciò così per un attimo, contemplando il suo paradiso. Mi levò le scarpe e poi, con un gesto morbido e sensuale, mi sfilò i collant. Iniziò a leccarmi un piede, partendo dal tallone e risalendo piano sino alla sua punta dove cominciò a succhiarmi le dita, una ad una, passando la sua generosa lingua tra un dito e l’altro; lo fece anche con l’altro piede. Pareva pregustarsi il boccone. Mi sfilò le mutandine, le annusò ripetutamente sfregandosele sul volto; poi, lanciandole a terra, si inginocchio davanti a me.
La sua lingua, che partì con una abbondante *****a di saliva, scorse, partendo dal mio tallone e seguendo il marcato profilo del mio polpaccio, fino a percorrere il mio interno coscia, arrivando al mio linguine, dove di soffermò. Poi mi diede un piccolo morso, succhiandomi voracemente con le sue carnose labbra.
Sollevandosi leggermente con il capo, cominciò a guardare i miei genitali, come se stesse per azzannare qualcosa; si fiondò in mezzo alle mie gambe, inondò della sua saliva, sapientemente rimescolata dalla sua lingua, le mie labbra vaginali, aprendole ed esponendo completamente il mio clitoride già pulsante.
Stavo entrando in una sorta di fibrillazione mentale.
Sentire quelle parti intime del mio corpo così apprezzate dalla sua bocca mi estasiava. Mi voleva tutta.
La sua lingua si muoveva con estrema diligenza, stuzzicando e stimolando i miei sensi.
Quando si ritrasse, mi sfilò la gonna, ed abbassando i pantaloni insieme alle sue mutande, mi mostrò la sua virilità, il suo generoso fallo eretto e pulsante, pronto ad entrare dentro me.
Sdraiandosi lentamente su di me, mi afferrò il viso con le mani e, avvicinandosi con il bacino, lasciò il suo pene perfettamente duro farsi strada tra le mie labbra vaginali, alla ricerca di quell’orifizio che già abbondantemente lubrificato, poteva assicurargli dimora. Mi sfondò, un colpo. Trasalii. Emisi un urlo liberatorio. Quel piacevole dolore godurioso invadeva il mio corpo e la mia mente. Si soffermò per poi ripartire, una serie di colpi sempre più frequenti, sempre più incisivi. La sua lingua invadeva la mia bocca, soffocandomi con la saliva.
Il letto sbatteva violentemente sull’esile parete, cigolando ripetutamente mentre assecondava i suoi movimenti. Fu un delirio di emozioni.
Lo sentii fuoriuscire da me, letteralmente inondandomi di quel caldo sperma che aveva generato e trattenuto nei suoi testicoli per tutto il tempo della sua eccitazione ma anche sicuramente per la sua astinenza.
Spossato ed ansimante si accasciò vicino a me.
Io non avevo raggiunto l’orgasmo ma ero comunque intorpidita da quelle sensazioni che mi avevano invaso, violente ed estremamente piacevoli.
Quando lui si accomodò meglio sul letto, togliendosi definitivamente i vestiti e porgendomi una salvietta, io, dopo essermi ripulita, mi denudai, abbracciandolo. Lui ricambiò, baciandomi la fronte e massaggiandomi la nuca.
Guardavo nella penombra il suo corpo. Era lì, tutto mio, alla mia mercé.
Cominciai a baciarlo e leccarlo, partendo dal suo collo e scendendo piano sul suo petto. Gli succhiai i capezzoli, alternando piccoli mordicchi, poi scesi più giù, verso il suo membro, gocciolante dei nostri umori. Cominciai a leccarglielo, ripulendolo accuratamente, con la lingua e le labbra, dallo sperma residuo, deglutendo ed ingoiandomi quanto rimasto.
Scesi sulle sue gambe, sempre baciandolo e leccandolo sino alle sue caviglie.
Risalii di nuovo leccando e mordicchiando i suoi interni coscia soffermandomi poi sui suoi testicoli. Li succhiai dolcemente, inondandoli di tutta la saliva che potevo generare in quel momento.
Erano morbidi.
Mi accorsi che il suo membro stava riprendendo vigore. Lo impugnai, strofinandomelo delicatamente su tutto il mio viso, in gesto di sottomissione e rispetto per quell’organo che tanto mi faceva fantasticare e godere, e poi cominciai a leccarlo fino ad ingoiarmelo. Lo sentivo rigenerarsi, pulsante, dentro la mia bocca, ad ogni ingoio. Il suo calore aumentava ad ogni impulso. Quando finalmente lo sentii duro e turgido, accavallandomi sopra lui, lo infilai in mezzo alle mie gambe, penetrandomi morbidamente. Cominciai a muovermi lentamente, poggiando le mie mani sul suo petto e inarcando leggermente la mia schiena, cercando di sentire tutte le emozioni generate quel fallo rigonfio che, invadendomi, premeva corposamente le mie parti più intime e profonde. Contemporaneamente, il mio clitoride pulsante strofinava più o meno intensamente sul suo pube, solleticandomi e deliziandomi di vibrazioni; i miei liquidi lubrificavano abbondantemente il suo pene, addolcendone la penetrazione.
Iniziai a prendere ritmo, accelerando sempre più; sentivo uno strano surriscaldamento delle mie pareti interne che probabilmente preannunciavano un imminente orgasmo. Ad un tratto diventò tutto così concitato che quasi persi il controllo di me stessa; i miei colpi erano divenuti più profondi e violenti, complici anche le sue mani che, tenendomi i glutei, accompagnavano i miei movimenti sussultori rimarcandoli negli affondi. Una strana opera musicale si stava componendo in quella stanza; il rumore del letto che sbatteva sulla parete, accompagnato dal persistente cigolio della struttura di ferro, i nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro, i liquidi generati dalle mie parti intime che amplificavano il sordo suono della penetrazione, facevano da accompagnamento alle nostre voci, che ansimanti, esternavano il piacere provato, come vocalizzi assordanti. Il culmine giunse quando lui, con un rapido movimento del bacino, scaricò una veloce serie di colpi che parevano perforarmi.
Emisi un lungo gemito urlante di piacere. Raggiunsi un orgasmo devastante. Lui continuò la sua scarica fino a quando, scostandomi, fuoriuscì da me, sfogando con un tonante urlo, il raggiungimento del suo piacere.
Quando lui mi spostò delicatamente sul suo fianco, riuscii a ristabilire un minimo contatto tra la mia mente ed il mio corpo; solo in quel mentre, cercai di gestire le mie incontrollate contrazioni.
Mentre ancora mi pareva di udire i suoni echeggianti di ciò che fu, sfinita, mi addormentai abbracciata a lui.
Capitolo XXII.
Nei giorni seguenti, cercammo di organizzammo al meglio, onde poterci frequentare e sfogare i nostri istinti sessuali, senza che nessuno potesse sospettare o dubitare di qualcosa.
Durante gli incontri in laboratorio cercavamo di essere sfuggenti, senza soffermarci a parlare più di tanto, se non per quanto concerneva il progetto. Non mancava qualche toccatina fugace, giusto per accendere un po’ di passione che poi, durante la notte, sfogavamo.
Io, dopo il lavoro, rientravo nel mio appartamento, mi lavavo e cambiavo, andavo al residence dove ci incontravamo, uscivamo a cenare e poi rientravamo nel suo appartamento per passare la notte.
La mattina, distintamente, raggiungevamo il posto di lavoro.
Io potevo muovermi facilmente ed indipendentemente, con una piccola automobile, una Smart che l’azienda mi aveva messo a disposizione.
Simone rispettava i rientri a casa per andare da suo figlio, esattamente nei giorni e con le cadenze settimanali che aveva in precedenza.
In quelle giornate libere, a volte frequentavo i miei amici altre volte mi svagavo in centro a fare shopping.
La sera la dedicavo a qualche piacevole e stimolante lettura, nel comodo e pratico letto Ikea di casa mia.
Il tempo passava ed intanto, il progetto in laboratorio, era quasi giunto alla sua conclusione. I ragazzi dello staff erano in fermento, eccitati. Con uno di questi, Davide, avevo ultimamente stretto amicizia. Era un bel ragazzo, simpatico e spigliato. Aveva un bel sedere ed davanti pareva abbastanza generoso.
In questi ambienti è difficile incontrare personaggi che suscitino una qualche emozione fisica; generalmente sono persone che dedicano tutte le loro attenzioni allo studio ed alla ricerca, trascurando vistosamente l’aspetto estetico della loro persona.
Ed io, fino a qualche tempo fa, potevo tranquillamente annoverarmi tra loro, eccezion fatta per lo sport che praticavo, permettendo al mio corpo, grazie a quell’attività fisica, di preservare le naturali forme che caratterizzavano una donna.
Con Davide ci siamo frequentati anche in qualche giornata buca, quelle in cui Simone era assente.
Niente di che, passeggiate in centro, aperitivo in qualche locale; due volte abbiamo cenato fuori ma poi ognuno è rientrato nelle proprie dimore.
Il limite del contatto fisico era rappresentato dal prenderci a braccetto mentre si camminava e qualche bacio sulle guance nei vari saluti.
Non lo vedevo come un amico e sapevo che neanche lui mi vedeva come tale.
Era il tipico approccio per conoscerci meglio, dove lui attendeva la giusta occasione per affondare il colpo; da ragazzo brillante che era, non si sarebbe mai permesso di tentarlo più volte, uno al momento giusto, o la va o la spacca.
E questo lo avevo ben intuito; ed il gioco mi piaceva.
Anche lui mi piaceva.
Ad essere sincera, qualche fantasia me la ero fatta, soprattutto distesa sul mio letto Ikea e la cosa non mi dispiacque.
Questa nuova situazione fu per me una riconferma, comprendendo che non ero innamorata di Simone. Giocavamo a fare sesso, liberamente e senza impegni.
Per me lui era una palestra, dove potevo sbizzarrirmi ed allenarmi, approfondire la conoscenza del mio corpo e contestualmente condividerla con quello di un uomo.
Data ormai l’amicizia e la confidenza instaurata, la sua naturale sicurezza e la sua esperienza mi permettevano di esprimermi liberamente, di assumere diversi ruoli, comprendendo, giorno dopo giorno, quale effettivamente fosse il mio, quale mi piaceva di più, cosa mi faceva veramente provare piacere.
Era perfetto.
I sentimenti nel sesso spesso diventano un ostacolo soprattutto per noi donne; cerchiamo di assecondare, per affetto e amore, i desideri del partner senza mai privilegiare noi stesse. Il risultato è deludente, rapporti amorosi che alla fine vanno a deteriorarsi, lasciando spazio all’abitudine. E questa era la cosa che forse più mi spaventava di un rapporto. Tendenzialmente l’egoismo maschile prevale su quello femminile, lasciando solo un grande vuoto; e se per colmare quel vuoto avrei dovuto arrangiarmi da sola, allora tanto valeva avere un uomo.
Ecco forse perché alla fine mi sono sempre rifiutata di cercarne uno, per paura.
L’esperienza con Simone invece mi stava facendo apprezzare l’uomo, la sua virilità e nel contempo mi stava aiutando a definire gli aspetti e le caratteristiche essenziali di cui doveva essere dotato, e non parlo solo di quelle fisiche. La passionalità, il desiderio, la fantasia, la sicurezza, la voglia di mettersi a disposizione dell’altra, erano solo alcune doti che delineavano il profilo della persona alla quale potevo concedermi; erano la garanzia che, almeno sessualmente, proprio a bocca asciutta non sarei rimasta!
Ero anche conscia che un futuro con Simone non poteva esserci, lui, molto più grande di me, non avrebbe mai potuto darmi tutte quelle cose che mi aspettavo da una relazione duratura con un uomo, come per esempio una famiglia.
E se avessi mai dovuto fare una scelta di questo tipo nella mia vita, come ad esempio rimanere sola, avrei cercato di vivere anche esperienze nuove; e se di interessanti non me ne fossero mai più capitate, pazienza, Simone volendo poteva rimanere lo strumento per sfogarmi, per continuare a giocare; sicuramente meno assiduamente di come stavamo facendo, non avrei più voluto impegni quotidiani o periodici.
Simone, intanto, si era accorto che avevo instaurato una particolare confidenza con Davide, ma non mostrava apparenti atteggiamenti di gelosia. Io, invece, ultimamente, lo avevo visto dedicare del tempo ad una assistente tecnica, estranea al nostro staff, Debora; era una ragazza timida e carina. Chiamata in prestito da una ditta consociata al nostro gruppo, stava prestando supporto al progetto. Lei lavorava con altri tecnici nel laboratori a fianco al nostro.
Non l’avevo mai notata; Simone spesso andava da loro per verificare alcuni dati di analisi ma a lei proprio non avevo mai fatto caso. Non che io entrassi in quelle stanze frequentemente, forse ci sarò andata uno o due volte.
Pensai che quell’atteggiamento di Simone fosse il suo modo di ricambiare le mie attenzioni per Davide.
Questa nuova situazione stimolò anche i nostri incontri sessuali, nei quali, durante le fasi concitate, non mancavano le imprecazioni reciproche ben contornate di oscenità, in riferimento agli atteggiamenti avuti con i rispettivi Davide e Debora.
Veramente un rapporto splendido, fino a quando un fatto cambiò tutto!
Capitolo XXIII.
Una sera, durante un nostro amplesso, udii un gemito provenire dalla parete; sbarrai gli occhi e mi irrigidii, quasi a voler fermare Simone per creare il silenzio e meglio udire. Lui si fermò un attimo e guardandomi, cercò di capire cosa mi stesse accadendo. Sentii ancora, chiaramente, altri gemiti; provenivano dall’altra stanza, quella contigua alla parte del nostro letto! Simone riprese imperterrito, cercando di coprire quella voce.
Un brivido invase il mio corpo.
Certo, poteva esserci chiunque oltre quella parete e con il baccano che ogni volta facevamo, difficilmente poteva desistere dal partecipare passivamente alla nostra festa.
Mi sentii immediatamente proiettata nell’altra stanza, rivivendo i miei periodi, di qualche mese prima, quando sul letto della parete opposta c’ero io.
Simone raggiunse il suo amplesso, io no.
Ero turbata, curiosa, in qualche modo anche eccitata, ma la confusione del momento non mi faceva riordinare le idee.
Nel silenzio, continuavo a tendere il mio orecchio verso la parete, ma non udii più nulla.
Guardai anche la finestra della camera, per vedere se adduceva ad un balcone; niente, era solo una finestra.
Mi ridistesi sul letto; Simone ormai già dormiva.
Calma, Giulia, calma! Ragiona!
Possibile che ci sia un’altra ragazza nell’appartamento a fianco? Un ragazzo certo non poteva essere, primo perché il gemito era di una voce chiaramente femminile, secondo, non avevo mai sentito i ragazzi gemere, era una cosa da donne.
Una coppia certo non poteva essere, altrimenti avrei sentito i sobbalzi del letto. Forse lui stava facendo gemere lei senza infierire, magari un rapporto orale.
Ma se vero era che dall’altra parte c’era una ragazza, era credibile che capitassero tutte a lui?
Su questo dovevo indagare, dovevo scoprire chi occupasse l’appartamento a fianco.
Ero invasa da ansia, tormento.
Cercai di ascoltarmi, di indagare dentro di me.
Che sensazione mi faceva provare sapere che dalla parte opposta della parete c’era qualcuno che mi ascoltava mentre gemevo?
Stavo interrogando la mia perversione sessuale.
Sapere di essere origliata da una coppia che prendeva spunto per le loro pratiche erotiche poco mi entusiasmava, mentre l’idea che potesse essere un ragazzo focoso e voglioso oppure una ragazza inesperta che fantasticava su di noi, ad essere sincera, un po’ mi eccitava.
Abbandonai gli aspetti emozionali.
Dovevo capire se quel porco di Simone era veramente all’oscuro di tutto o meno.
Non che ciò cambiasse qualcosa, ma ad una persona intelligente e scaltra come lui, le coincidenze non potevano capitare; la sua mente era come una grande matrice matematica, dove all’interno c’erano i risultati di una serie di equazioni logiche.
Pertanto, se una cosa accadeva, se ne prendeva atto studiandola, se riaccadeva, o era voluta o era un errore.
La coincidenza non era contemplata.
La mattina, quando mi svegliai, la prima cosa che feci fu appiccicare il mio orecchio alla parete. Volevo sentire se c’era qualcuno ed ipotizzare cosa stesse facendo.
Silenzio.
Quando uscii per andare al lavoro, guardai quella porta di ingresso, posta frontalmente alla nostra. Non mi dava nessuna indicazione, nessun dettaglio che potesse aiutarmi a decifrare chi poteva occupare quell’appartamento.
Me ne andai, pensando a cosa e come potevo fare per sapere di più, evitando imbarazzanti appostamenti.
Dovevo scoprire se Simone c’entrava qualcosa.
Aldilà che la situazione potesse piacermi o meno, eccitarmi o infastidirmi, innanzitutto dovevo scoprire se io fossi la vittima di un gioco, di qualche perversione di Simone.
Ed anche se lo fossi, non volevo parteciparvi ingenuamente, al limite coscientemente!
Capitolo XXIV.
Seduta davanti al mio pc, in laboratorio, quel pomeriggio lo dedicai a frugare nei database dell’azienda, alla ricerca di qualche documento che annotasse gli ospiti del residence.
Indirizzai la mia ricerca nelle cartelle dell’amministrazione.
Accedevo a qualsiasi dato, conoscevo tutte le password chiave; uno dei miei primi incarichi fu quello di lavorare allo sviluppo della sicurezza dei sistemi dell’azienda, quindi lo conoscevo perfettamente.
Dopo ore di ricerca, in un file di Excel, trovai il foglio nel quale erano inseriti gli occupanti di quel benedetto residence, chiamato “Paradiso”.
Che cazzo di nome, pensai. Ho buttato via mezzo pomeriggio scoprire che quella merda di complesso si chiamava Paradiso.
Aperto il file, cercai di interpretarlo; c’erano date di arrivo, partenze previste, cognomi e nomi degli occupanti di tutto l’ultimo anno.
Quando trovai quello di Simone identificai il numero di appartamento, una sorta di interno; cercai nel numero successivo e nel precedente, il nominativo corrispondente.
Eccolo! Cazzo non poteva essere vero. A fianco c’era Debora!
Focalizzai tutte le date e vidi che Debora si era insediata da subito, da quando cominciò il progetto. Simone invece si era insediato dopo; erano trascorsi diversi giorni.
Notai anche che il precedente occupante non aveva lasciato il residence ma era stato spostato in un altro interno.
Pertanto Simone, in qualche modo si era fatto trasferire lì, appositamente, vicino a Debora, sfrattando l’ignaro occupante.
Che bastardo! Porco e bastardo!
Quindi, il maiale, si era insediato nel nuovo ambiente, aveva studiato tutte le possibili vittime individuandone una, la prescelta, che, secondo il profilo psicologico delineato da quell’infido porco, sicuramente sarebbe caduta nella sua trappola, sottostando al suo perverso gioco psicologico, quello di essere visto come insegnante, protettore, guida, mentore. Il Tutor.
Mi distesi sulla poltroncina con le braccia a penzoloni.
Mi sentivo svuotata. Quell’uomo era veramente una macchina da guerra, nulla al caso, tutto previsto, tutto calcolato. Non sapevo come sentirmi.
Usata?
No, alla fine mi ero sempre detta che io stavo usando lui, al limite ci stavamo usando. Non ero innamorata e neanche ci pensavo. Non poteva essere, ne per me , ne per lui.
Tradita?
Ed in cosa dato che io ero pronta a tradirlo con Davide, che, se fino ad oggi non ci aveva provato era solo perché io, da stronzetta, stavo prendendo tempo giocando con lui.
Gelosa?
Ma neanche per sogno, anzi pensare che qualcun’altra mi potesse sostituire ogni tanto, lasciandomi un po’ di spazio per farmi anche i cazzi miei, tutto sommato era una bella soluzione.
Umiliata?
Non ne vedevo il motivo, se quando stavamo scopando lui pensava anche a Debora che nell’altra stanza si stava masturbando, spesso io avevo dedicato i miei pensieri a Davide, giusto per cambiare un po’. E se invece fosse per il fatto che lei violava la mia privacy, beh, per mesi io avevo fatto la stessa. Poi, se proprio avessi tenuto alla mia privacy, avrei evitato di urlare come un oca a pieni polmoni. Quindi, non me ne fregava niente.
Esclusa?
Ecco, forse si, in qualche modo mi aveva escluso dal suo progetto e questo mi feriva. Ma pensandoci bene, se mi avesse reso partecipe, avrei accettato? Quando lui giunse qui, lo vidi come il mio giocattolo sessuale, tutto per me; lo desideravo ancora, forse più di prima, volevo ancora godermelo, gustarmelo, fino in fondo, fino a saziarmi. Quindi no, non avrei accettato!
Ad oggi sarebbe diverso; se me lo chiedesse adesso, ci penserei.
Tutto sommato, vale sempre ciò che ho detto della gelosia.
Ovvio è, che non potrebbe dirmelo ora, il gioco era iniziato prima.
Quindi, unica soluzione, era escludermi, facendomi partecipare ignara.
Ma che stronzo! Intelligente, astuto e stronzo! Ed anche porco!
Cominciai a sorridere.
Mi venne da pensare all’intensa eccitazione che provava in questo momento quella ragazza; l’avevo provata ed un po’mi mancava. Era stata una cosa strana, straordinaria.
Non che oggi mi eccitassi di meno ma quella era diversa.
Risorrisi pensando a quella ragazza.
Scoppiai poi a ridere quando cominciai ad immaginare cosa la stava aspettando!
L’avevo solo intravista, carina, gentile, timida, impacciata.
Sotto le mani di quel porco, e non solo le mani, in poco tempo si sarebbe trasformata in una macchina del piacere!
Vero, Simone lo aveva fatto con me, spazzando via dalla mia testa tabù, timidezza, sensi di colpa, moralismi ed altro!
La stava iniziando, la guidava verso il mondo del piacere. La stava facendo crescere!
Alzandomi dalla sedia, mentre chiudevo i vari file, mi venne ancora un dubbio; mi avrebbe anche lei definita “la sua puttana”?
Beh, se puttana voleva dire prendere coscienza di se stesse e riuscire a godersi nella propria totalità, anche utilizzando il corpo dell’uomo, che in qualche modo Dio aveva minuziosamente progettato e realizzato appositamente per noi donne, per esprimere la propria sessualità e far sprizzare gioiose sensazioni da ogni poro della pelle, allora orgogliosamente mi sentivo una puttana!
Spensi il monitor e sorridente me ne andai.
Capitolo XXV.
Quella sera ero ancora nell’appartamento di Simone.
Sapevo che probabilmente sarebbe stata l’ultima sera. Il giorno successivo avrebbero dichiarato la conclusione del progetto e quindi come di rito, sarebbero usciti a festeggiare.
Io questa volta non partecipavo; alla fine non facevo parte dello staff, ero un supervisore interno dell’azienda.
Il lavoro lo avevano fatto quasi tutto loro, e tra di loro dovevano gioire e festeggiare.
Ero anche curiosa di sapere se Simone mi avrebbe invitato, magari per una semplice comparsa, come la mia predecessora.
Ora ero in camera con lui, particolarmente elettrizzata, forse anche perché immaginavo con quale eccitazione ed ansia, la ragazza dietro al nostro letto, attendeva l’inizio delle danze!
Immaginavo anche quante palpate le aveva rifilato Simone nel pomeriggio, dato che non l’avevo nemmeno visto in laboratorio.
E quanto potesse essere carica lei in questo momento, stimolata e stuzzicata dalle mani di quel porco!
Alla fine mi sentivo più eccitata per lei che per me! Ma il risultato era uguale.
Scopammo con foga, non lasciai tregua a quel maiale, anche se forse anche lui non ne lasciava a me. Mentre il letto sbatteva furiosamente sulla parete, non mancavo, senza fingere, di trasmettere vocalmente e liberamente le mie gioie, cercando di rendere emozionalmente partecipe la coinquilina.
La immaginavo dietro a me con qualche oggetto strano intenta a perforare le sue cavità, godendo sino allo spasmo; questa cosa mi eccitava tremendamente, la sua purezza, la sua incoscienza, i suoi limiti morali, mentre si inondava di assoluto piacere, venivano travolti e definitivamente sgombrati per lasciare spazio al suo egoismo carnale, alla sua sensualità, lussurie che una donna per sentirsi veramente tale, almeno in alcuni momenti, deve avere, e con vigore difenderli, cercando di preservarli per tutta la vita.
Fu una serata fantastica, gemetti con il corpo di Simone per ben tre volte. Ero sfinita.
La mattina mi svegliai presto e sentii dei rumori provenire dalla parete del letto. Accostai l’orecchio e percepii il rumore dell’acqua della doccia! Perfetto, pensai, sono in tempo.
Velocemente mi lavai, mi vestii, ed attesi dietro alla porta che lei uscisse di casa.
Controllavo dallo spioncino.
Simone dormiva ancora.
Quando la vidi uscire, uscii anch’io.
Lo feci con estrema indifferenza, chiusi la porta e mi girai verso lei.
Era più piccola di me, almeno una decina di centimetri.
Impacciata e leggermente spaventata, divenne rossa in viso. Mi scappò un generoso sorriso. La salutai.
“Ciao!”
“Buongiorno” mi rispose imbarazzata.
Cazzo, aveva si e no tre anni meno di me e mi dava del lei?
“Dimmi ciao, non buongiorno, mi fai sentire vecchia!” le dissi appoggiandole la mano sulla spalla.
Mi faceva veramente simpatia quella ragazza, era carina e dolce.
Poi, giusto per divertirmi un po’ le chiesi “Si va al lavoro eh? Qui si passa il tempo a lavorare e a dormire!”
Lei abbassò lo sguardo e quasi inciampando nello zerbino, rispose” Eh, si. Poi io dormo come un sasso e la mattina non sento neanche la sveglia”!
Scoppiai a ridere. Cazzo quella battuta l’avevo già detta io, qualche mese fa’!
Scendemmo le scale e parlai di lavoro. Non volevo infierire oltre. Non se lo meritava.
Con me, l’altra ragazza, non l’aveva fatto.
E poi, a breve, qualcun altro avrebbe infierito, non tanto su lei tanto quanto dentro lei!
Quando arrivai alla mia macchina, la salutai con un generoso sorriso, strizzando un occhio!
Lei, dolcemente, con la mano mi salutò.
Andai in ufficio, smontai e ripulii la mia postazione; poi, andai al piano superiore, nel mio vero ufficio, a redigere la relazione finale e confidenziale del progetto.
Quando Simone mi chiamò, nel tardo pomeriggio non risposi.
Questa volta ti inventerai un nuovo siparietto la tua preda. Io non partecipo!
Avevamo fatto tutto con grande riservatezza, nessuno aveva sospettato nulla; adesso non venivo a mettermi in mostra per istigare la tua nuova vittima. E poi con loro ci sarebbe stato anche Davide.
Ecco, pensai, potrei presentarmi e stare vicino a lui! Così faccio un po’ incazzare il maiale!
Sarei arrivata dopo gli altri, dopo il patetico discorso che Simone avrebbe fatto alla ciurma.
Approvato!
Sentii Davide per sapere quale fosse il locale prescelto per la serata e corsi a casa a prepararmi.
Rovinare il programma di Simone lo trovavo divertente!
Intanto Simone mi scrisse un messaggio invitandomi a raggiungerlo, nel locale prescelto, per un veloce brindisi. Mi scrisse anche che, dopo i festeggiamenti, sarebbe partito per ritornare a casa per qualche giorno.
Mi scoppiò una risata!
Ma certo maialone mio, e chi si offende?
Lui continuava imperterrito nel suo teatrino mentre io programmavo come rovinarglielo; dovevo in qualche modo farlo rimanere male, ma non troppo; tutto sommato gli ero veramente affezionata, gli volevo bene.
Sapevo che questa storia doveva finire, anzi, un po’ lo desideravo. Ora, nella mia testa, c’era anche Davide. Mi piaceva, mi affascinava, ero attratta da lui, in modo diverso da come lo ero da Simone.
Con Davide sarebbe stata un’altra cosa, un rapporto più equilibrato, magari non basato solo sul sesso. Me lo sentivo. Avrei avuto la possibilità, frequentandolo, di conoscere nuove emozioni, nuovi sentimenti che fino ad oggi avevo precluso a chiunque mi si fosse avvicinato. Mi sentivo veramente pronta ad iniziare una nuova avventura, diversa, eccitante anche se meno intrigata.
Capitolo XXVI.
Arrivai nel locale circa un ora dopo gli altri; stavano brindando seduti al tavolo.
Quando si accorsero che ero entrata, un caloroso richiamo mi attirò a loro.
Simone, seduto vicino a Debora, quando mi vide si alzò dal tavolo, come per invitarmi a raggiungerlo, alzando leggermente la mano sinistra con la sicurezza e la benevolenza di un padre verso il figlio prodigo; dava per scontato che io sarei andata immediatamente lì ad omaggiarlo, mostrando pubblicamente la mia riverenza.
Così facendo, avrebbe fatto ingelosire la sua preda, innescandole un risentimento nei miei confronti, atto a renderla molto ben disposta a concedersi nel momento in cui lui avrebbe cercato di prenderla.
Peccato che contemporaneamente anche Davide si alzò dal tavolo, venendomi incontro a braccia aperte. Reazione che avevo previsto, lo avevo avvisato nel pomeriggio del mio arrivo e quindi mi attendeva!
A quel punto, come se fossi totalmente ingenua, interpretai il gesto della mano di Simone come un modesto saluto e lo ricambiai alzando timidamente la mia mano destra; venni poi soffocata dal caloroso abbraccio di Davide, che mi accompagnò al tavolo facendomi sedere accanto a lui!
Simone abbassò il capo e rosso paonazzo, si ricompose sedendosi compostamente.
Mentre del miserabile alcool, malamente annacquato e chimicamente colorato, deteriorava il ****** che circolava nelle mie vene, intorpidendomi il cervello, Simone, mogio e pensoso, distrattamente chiacchierava con le persone dello staff a lui vicine.
Sapevo benissimo a cosa stesse pensando.
Al modo di recuperare quella situazione.
Lui aveva illuso fino a qualche secondo prima la sua vittima, facendole ben sperare per la serata; ormai cotta a puntino, era desiderosa di essere presa da lui. Ma questa condizione a lui non piaceva, era troppo banale; doveva cuocere psicologicamente la sua vittima per poterla rendere fedele e disponibile per il suo soddisfacimento, anche futuro.
Diversamente, avrebbe approfittato di lei ma poi sarebbe finita lì, senza il dovuto pretesto di poter continuare, fatta salva l’ipotesi di lei che si innamora di lui, evento che Simone voleva assolutamente evitare.
La mente di lei doveva sottostare ad un’altra condizione psicologica, quella che lui aveva studiato e perfezionato nel tempo.
Lei, convinta in quella specifica serata di poter finalmente approfittare di lui, o viceversa, veniva disillusa dalla improvvisa entrata in scena della rivale, che istantaneamente frantumava i suoi sogni; e qui s**ttava la serratura che modificava gli eventi.
Se fino a poco prima, la vittima, era l’intrusa in quella coppia, in quella specifica serata cambiava il suo ruolo poiché lei pensava che, dopo tante fatiche e tanta attesa, lui, sfuggendo alla quotidianità per l’evento, poteva dedicarle tutte le attenzioni, dandole il meritato premio, alle spalle dell’ignara e parimenti vittima compagna di lui!
Questo ammettendo che la donna di lui fosse sempre la stessa; non era prevedibile e determinabile sapere se la vittima era a conoscenza o meno che la compagna di lui fosse sempre la stessa, durante le focose notti.
Nello scenario, questo non cambiava il pensiero della vittima.
Se le donne di lui fossero state sempre diverse, ebbene stasera toccava a lei!
Se la donna fosse stata sempre la stessa il ragionamento della vittima cambiava ma portava sempre allo stesso risultato, poiché, avendo lei dovuto subire per svariati notti il gemere della compagna, ora un piccolo premio le era dovuto.
Quindi, per una volta, toccava alla vittima poter giocare e godersi quest’uomo, tanto virile e possente, capace di far urlare così tante emozioni sessuali ad una donna.
Questo comportava due scenari conseguenti; la vittima ci stava solo per quella sera come conseguenza logica di premio, mente Simone voleva molto di più da lei, oppure ci stava anche dopo perché innamorata e questa conseguenza Simone la voleva assolutamente evitare.
Quindi, l’entrata in scena della compagna di lui.
A questo punto si presumeva che la compagna delle nottate sessuali fosse una sola, sempre la stessa, altrimenti lui non le avrebbe mai permesso di venire, in quanto le sue attenzioni e le sue mani erano già impegnate con la vittima.
Pertanto lei, irrompendo nella serata premio, quella dove la vittima doveva venire ricompensata, diventava, nella logica femminile, una rivale, colei che arrivando prima del tempo le sottraeva il premio.
La competizione femminile creatasi, generava nel pensiero della vittima una voglia di ris**tto che, se prima si poteva limitare a godersi la serata e poi basta, quell’affronto, spudoratamente sfacciato, doveva essere ris**ttato, punendo immediatamente lui, facendolo ingelosire in qualche modo, magari sfogandosi con il primo che si trovava a portata di mano!
Il colpo finale veniva inflitto con l’uscita di scena di entrambi, lui e lei che se ne andavano, e ormai conoscendoli, sicuramente in camera da letto!
La vittima, a questo punto, era cotta a puntino.
Quando lui, a fine serata, si ripresentava alla vittima, in tutta tranquillità completava la sua opera, possedendola con passione ed ardore, per poi sparire, lasciando in lei un segno indelebile.
A conclusione del processo, la vittima, quando poi veniva richiamata, anche a distanza di tempo, sarebbe stata sicuramente disponibile, senza chiedere più di tanto a lui; avrebbe voluto solo essere ancora posseduta, sicuramente più volte.
Oltre al piacere fisico, la vittima avrebbe anche pensato alla tanto attesa rivincita sulle sua rivale!
Il tutto escludendo il temuto innamoramento, poiché lui è un uomo troppo assente, sfuggente.
Nella realtà, la fantomatica rivale, anch’essa vittima di quel gioco, in quella serata veniva gentilmente scaricata per lasciare il suo posto ad una nuova.
Un piano perfetto, geniale, studiato e creato sulla logica femminile, dove la vittima, accuratamente scelta, era una ragazza ancora acerba, vagamente casta, estremamente curiosa e bisognosa di essere iniziata ad una buona e corretta vita sessuale!
Ora io avevo rovinato il suo giochetto, non avevo fatto s**ttare l’ultima parte del processo; pertanto, lui, approfittandosi della vittima in quella sera, rischiava di averla per una sola notte oppure, ancor peggio, di averla anche dopo ma innamorata di lui.
Conoscendolo, avrebbe mollato il colpo, sperando che io accettassi di fare un doppio giro.
Avrebbe ancora avuto bisogno di me, e per quanto mi riguardava, in quel momento, mi andava anche bene.
Se le condizioni per me fossero cambiate, sarei stata io a scaricarlo, e non lui.
Scacco al re! Scacco al Tutor!
Quando lo vidi alzarsi, salutando tutti i presenti precisando che la serata l’avrebbe offerta lui, pensai, oltre che fosse il minimo che potesse fare, che quella sera mi sarei ******ata!
Uscì dal locale, solo. Aveva mollato il colpo!
Mi alzai e corsi fuori.
Lo chiamai. Lui si girò, con un leggero sorriso, e mi fissò, con lo sguardo di chi, persa la partita, ne aveva esattamente capito il motivo.
Mi avvicinai a lui sorridendogli fiera, allargando le mie braccia e inclinando leggermente la testa. Lui mi abbracciò forte. Poi mi disse “Hai capito tutto, vero?”
Io restai in silenzio, stringendomi forte a lui. “Lo sapevo! Sei perfetta!” mi disse, “Un troia perfetta!”.
Lo guardai e sorridendogli gli dissi “E tu un perfetto porco!”
Mi sorrise e mi diede un bacio sulla fronte.
Io a testa bassa gli dissi ”Grazie di tutto! Mi hai insegnato tanto, grazie di cuore!”
Lui appoggiò la sua bocca sulla mia fronte, come un lungo bacio.
Poi mi disse “Guarda che c’è Davide lì che ti aspetta”; mi girai e vidi Davide che, uscito dal locale, fumava una sigaretta davanti all’ingresso.
Poi guardandomi negli occhi mi disse
“Stasera ho consegnato un rapporto in azienda colmo di elogi nei tuoi confronti. Te li sei meritati. Mi hanno anche detto che nel prossimo progetto verrai nominata come Tutor…complimenti!”
Rimasi sbalordita.
Io Tutor!
“Vai, divertiti. Magari qualche volta ti cercherò ancora!” mi disse distaccandosi da me.
“Ci conto!” gli risposi.
Mentre lui salì sulla sua grossa Mercedes nera, io andai da Davide, lo presi sottobraccio e lui, sorridendomi, mi prese e mi baciò, un lungo e focoso bacio.
Ricambiai stupita; se il resto è come questo bacio, allora sono in buone mani, mi dissi!
Udivo la Mercedes nera rombare nella via, allontanandosi per sempre.
Io e Davide rientrammo nel locale.
Nel futuro una nuova avventura mi aspettava!
Questa volta da Tutor!
Capitolo I.
La vita offre sempre diverse opportunità.
Molti credono nel destino, nel fato.
Io credevo nelle scelte.
La mia teoria si basava sul fatto che ogni individuo, privo di impedimenti fisici o mentali, nella vita, potesse avere tutte le opportunità; doveva solo coglierle, viverle e subirne le conseguenze, positive o negative, quali esse fossero.
Travolta dagli eventi, ho dovuto rivalutare questa mia teoria, poiché le scelte a volte non ci accorgiamo nemmeno di farle, le subiamo.
Io, Giulia, ingegnere informatico, racconto questo spaccato di vita, la mia, che ha segnato e cambiato profondamente il corso dei miei presunti eventi, quelli che credevo di poter gestire con delle scelte e che ora, mi vien da pensare, fossero invece fatti predestinati, difficilmente controllabili e gestibili.
Scelte? Opportunità? Fatalità?
A questo punto sono ancora molto confusa.
Mi laureai precocemente, a pieni voti, e subito venni chiamata da una multinazionale che mi assunse. Mi trovai subito bene con loro, venni seguita da competenti professionisti per specializzarmi nello studio e nella ricerca di nuovi obbiettivi del settore informatico.
Furono tempi bellissimi, di appassionato studio affiancato da una stimolante pratica; mi resi immediatamente conto che le nozioni acquisite duranti gli anni, da sole, non erano sufficienti a fare nulla. L’applicazione nel mondo del lavoro, mi fece apprezzare il fascino della ricerca, facendomi sognare lo sbarco verso nuovi confini e nuove realtà.
Dopo un paio di anni, la direzione generale mi incaricò di seguire lo sviluppo di un nuovo progetto, presso un’azienda affiliata. Ritenevano che io fossi già adeguatamente preparata e competente per questo incarico.
Non avrei operato in completa autonomia, sarei stata affiancata e seguita da un Tutor, posto a capo del progetto presso la stessa azienda.
Ero contenta; un lavoro di ricerca, la mia specializzazione.
L’unico neo di questo felice evento era la distanza che intercorreva tra la nuova destinazione e la mia dimora.
Distavano circa di ottocento chilometri e pertanto avrei necessariamente dovuto traferirmi, anche se temporaneamente, nei paraggi di questa azienda; dovetti entrare nell’idea di vivere il mio prossimo futuro in un alloggio pro-tempore, limitrofo al mio nuovo posto di lavoro, che, fortunatamente, questa società mi avrebbe messo a disposizione. Almeno non avrei dovuto perdere del tempo a cercarmi un appartamento!
Ciò significava distaccarmi dai miei luoghi, dalle mie abitudini e soprattutto dai miei affetti, rappresentati da poche amicizie che rallegravano i miei fine settimana. Questo mi rattristava.
La mia vita sociale mi dava poco ma a quel poco tenevo tantissimo!
Per quanto tutti dicessero che ero una gran bella ragazza, io mi sentivo come un piccolo topolino di biblioteca, condizione che aveva modellato e delineato il mio carattere, chiuso e schivo.
Una piccola Cenerentola che, aldilà dei sogni, era perfettamente conscia che non avrebbe mai avuto la benché minima possibilità di trovare il suo principe azzurro. Ero troppo pretenziosa, troppo calcolatrice, troppo superiore alla normale condizione maschile; se un principe, adatto a me, avesse mai dovuto esistere, probabilmente era perché io l’avevo costruito e programmato! Non avendolo ancora fatto, non potevo essere fiduciosa di trovare un degno compagno per la vita.
Affacciandomi sul mondo femminile, trovavo le donne eccessivamente vezzose e vuote, non destavano insomma il mio interesse; soprattutto non mi eccitavano. Quelle valutazioni mi rassegnarono.
Condividevo il mio tempo libero con tre persone, Roberta e Clara, biologhe, un po’ bruttine e sicuramente più sfigate di me, che passavano giornate intere nel laboratorio analisi dell’università a far finta di avere un impiego, e Roberto, ingegnere, assunto da uno studio di progettazione locale, di spiccata intelligenza ed umorismo ma fisicamente un po’ bruttino, tanto che, se lo si intravedeva nella penombra, pareva un cadavere vivente!
Avevo un unico hobby, che adoravo profondamente: nuotare.
Tutte le sere, prima di rincasare, andavo in piscina a farmi una cinquantina di vasche. Era uno sport che cominciai da bambina e che non smisi mai di praticare; mi faceva sentire bene, nuotavo, in totale assenza di rumori, ero libera e leggera nell’acqua, io ed i miei pensieri.
Sicuramente, negli anni, quell’attività fisica ha sagomato e modellato il mio corpo, divenendo agile, sinuoso e ben definito.
Il mio modo di vestire, scialbo e ordinario certo non lo esaltava, non lo metteva nella giusta mostra, non lo valorizzava.
Ma per chi dovrei farlo? – mi chiedevo- per qualche idiota cascamorto?
Quando all’età di diciannove anni, ebbi una relazione di qualche mese con un ragazzo, al quale concessi per la prima ed unica volta il mio corpo; immediatamente mi resi conto di quanto squallidi fossero i rapporti con l’altro sesso senza amore e passione. Io, nella circostanza, utilizzai quel ragazzo, bravo ed educato, per perdere la mia verginità, così da mettermi in qualche modo in pari con le mie coetanee, liberandomi, finalmente, di un peso, un impedimento, una sensazione di inferiorità fisica e psicologica. Ma, con quel gesto, compromisi in qualche modo la mia disponibilità psicologica per allacciare nuovi rapporti con altri ragazzi.
Archiviai quell’esperienza con un bel “fatto!” chiudendomi in me stessa.
Paradossalmente mi sentii più libera di gestire il mio corpo, in modo autonomo, soddisfacendo tutti i miei quotidiani desideri sessuali, che la mia fantasia generava.
Il tutto senza impegni interpersonali, perdite di tempo e distrazioni varie.
Così facendo, potevo vivere la vita con massima efficienza, risparmiando tempo, ansie inutili ed imbarazzanti dovute ad ingannevoli innamoramenti.
Conseguii così una sfilza di 30 agli esami universitari.
Mi laurearmi in pochissimo tempo.
Avevo trovato un equilibrio tra la mia mente ed il mio corpo e stavo bene. Il solo pensiero di dover cercare qualcuno, come un ragazzo, per ascoltarlo e perderci del prezioso tempo, mi creava disagio.
E poi per cosa, per una scopata magari anche malfatta?
Nel mio nuovo modo di pensare, potevo gestirmi con manici di spazzole ed altro, nei tempi e nei modi che desideravo, soprattutto senza alcun impegno; dovevo solo lasciare spazio alla mia fantasia.
Capitolo II.
Alla data stabilita, partii ed arrivai finalmente alla mia nuova destinazione; era un lunedì mattina. Dovetti cambiare ben due treni e percorrere l’ultima ora di viaggio in pullman, prima di giungere alla meta.
Subito mi rassegnai al fatto di dover trascorrere anche molti weekend in quel posto, visto che il ritorno alla mia città sarebbe stato lungo e snervante.
Giunta sul luogo, con il mio trolley, entrai in un sontuoso palazzo vetrato, poco distante dal piccolo centro cittadino. All’ingresso mi presentai alla reception, dove una gentile e premurosa ragazza mi fece accomodare in una sala riunioni del piano, chiedendomi di aspettare un piccolo attimo in quanto il mio referente, già avvisato del mio arrivo, in pochi minuti sarebbe giunto; mi chiese anche se volevo del caffè o acqua od altro.
Presi un caffè ed aspettai.
Poco dopo arrivò un ragazzo, giovane e molto gentile che, dopo una veloce presentazione, si premurò di scusarsi, avvisandomi che il mio referente aveva avuto un contrattempo e quindi avrebbe tardato. Mi disse che, nel frattempo, come da disposizioni della direzione, mi avrebbe accompagnato nell’alloggio che mi era stato assegnato.
Percorremmo una serie di corridoi molto eleganti che facevano intravedere decine di uffici colmi di personale, apparentemente operativo ed impegnato, per poi uscire e sfociare in un piccolo parco retrostante l’imperioso palazzo vetrato; era circondato da una serie di costruzioni a carattere residenziale, terrazzate e generosamente piantumate.
Seguendo un viale elegantemente pavimentato, entrando in un vano scala comune, prendemmo l’ascensore, panoramico, che ci condusse al piano della mia nuova residenza.
Nell’androne vidi due sole porte di ingresso agli alloggi, una alla destra ed una alla sinistra. Entrammo nell’appartamento di destra.
Era un piccolo alloggio, nuovo e modernamente arredato, pulito; generose vetrate davano l’affaccio ai terrazzi, così arricchiti di piante che parevano giardini pensili.
“Spero sia di tuo gradimento” mi disse il ragazzo.
“E’ bellissimo”, risposi, anche se un po’di malinconia cominciava già a farsi sentire dentro me.
Lasciai al suo interno il mio bagaglio e tornammo nella struttura principale; scoprii in quel mentre che veniva definita location operativa.
Durante il percorso, quel ragazzo mi spiegò come si svolgeva la quotidianità all’interno della struttura; facendomi fare un giro esplorativo, mi fece vedere dove fossero il bar, la sala mensa, la direzione, la sala fitness ed altri punti di interesse collettivo. Mi spiegò come raggiungere il centro cittadino, porgendomi una lista degli orari dei servizi pubblici che facevano fermata lì davanti; chiesi infine dove avrei potuto trovare una struttura per poter nuotare e lui, conducendomi all’ascensore interno della location, mi portò ad un piano seminterrato dove era presente una generosa piscina, che mi confermò essere dotata di spogliatoi, docce, sauna, fitness e altro.
Mi sentii meglio. Quel posto era dotato di tutto ciò che mi serviva, piscina compresa per farmi le vasche quotidiane.
Alla fine mi condusse in quello che sarebbe stato il mio nuovo ufficio; un enorme salone posto all’ottavo piano del palazzo.
Disponeva di una quindicina di scrivanie tutte attrezzate con tastiere e monitor, due grandi tavoli lavoro, diversi ed enormi monitor appesi alle pareti, una sontuosa scrivania direzionale circondata da piante in vaso di indubbio valore economico; poi, dislocati in angoli e meno in evidenza, c’erano stampanti, plotter ed altra attrezzatura specifica, a me ben nota, che veniva utilizzata per i progetti di ricerca.
Entrando, mi presentò ai miei nuovi colleghi, una decina in tutto, di cui sette donne e tre uomini.
L’età media non superava i trentacinque anni. Un ambiente giovane, dinamico.
Mi piace, pensai.
Mi fece accomodare alla mia scrivania mentre tutti, circondandomi, cercarono di farmi sentire immediatamente a mio agio. Mentre il mio accompagnatore si congedava, lasciandomi un numero di interno per poterlo cercare nel caso necessitassi ancora di aiuto, alcuni dei miei nuovi colleghi iniziarono a tempestarmi di domande su chi fossi e da dove venissi. Altri cercavano di spiegarmi come funzionasse il lavoro all’interno di quella sezione operativa.
Quando finalmente entrò il responsabile del progetto, chiamato comunemente Tutor, ci fu come un esplosione di gioia da parte di tutti, coinvolgendolo nelle presentazioni.
Simone, il Tutor, era un uomo che non arrivava alla cinquantina, alto circa un metro ed ottanta, corpulento e massiccio; quel giorno era vestito tutto di nero con un lupetto, dei jeans modaioli aderenti che evidenziavano un bel culo rotondo e pieno, scarpe Prada nere, abbronzato, capelli folti, brizzolati e mossi, una generosa bocca carnosa che faceva da cornice ad una perfetta dentatura bianchissima.
************ile, pareva decisamente affabile anche se il suo portamento era sicuro e deciso.
Dopo il cabaret iniziale, mi invitò alla sua scrivania, quella direzionale, per espormi il progetto di ricerca ed i miei obbiettivi. Parlammo per diverse ore; mi spiegò tutto del nuovo lavoro, dell’idea, inizialmente rinchiusa nella sua mente per diversi anni, alimentata da approfonditi studi, ricerche e verifiche, sino alla presentazione al consiglio che, dopo accurate indagini ed approfondimenti, alla fine, la approvò e ne stanziò i necessari fondi per poterla realizzare; alla formazione dell’equipe con la scelta di persone preparate e determinate, a dove fossero arrivati sino ad oggi con i lavori, alle problematiche da risolvere ed ai tempi per la consegna del modello sperimentale. Insomma, un viaggio emozionante che descriveva la realizzazione di un sogno, raccontato in modo dettagliato e passionale da quella voce calda ed un po’ roca di Simone. Le sue mani che continuavano a gesticolare durante il racconto, davano senso di forza, determinazione ed al tempo stesso di seduzione.
Verso sera, sospendemmo quell’emozionante chiacchierata pianificando il lavoro da svolgere il giorno successivo. Mi congedai da Simone con una dispensa di appunti da studiare ed un disco rigido contenete tutti i risultati del lavoro svolto sino a quel momento.
Cenai in mensa in compagnia di tre colleghe e poi mi ritirai nel nuovo alloggio.
Ero stanca, stravolta ma estremamente eccitata della nuova condizione. Sistemai la mia valigia, ordinando negli armadi e nel bagno le mie cose, mi feci una doccia; poi distesa sul letto cercai di cominciare a decifrare quel tomo di appunti quando la stanchezza ebbe il sopravvento.
Ci misi qualche giorno per trovare il giusto ritmo ed equilibrio ma alla fine riuscii ad organizzarmi; mi inserii bene nella nuova compagine di lavoro, trovai un punto di sviluppo del progetto che avrei dovuto risolvere, trovai il tempo per farmi la mia consueta nuotata serale. Dopo una settimana parevo una persona che avesse sempre vissuti lì.
Gli stimoli erano veramente tanti e mi sentivo costantemente eccitata adrenalinica. Riuscii anche a mantenere la mia buona abitudine, quella di focalizzare e memorizzare dettagli fisici di avvenenti colleghi durante il giorno per utilizzarli la sera nelle mie fantasie erotiche, masturbandomi nel letto gratificando corpo ed mente per l’impegno, dedizione e stress riversati nella giornata lavorativa.
Erano ormai passati diversi giorni e mi ero perfettamente integrata nel nuovo ambiente.
Capitolo III.
Una mattina, uscendo da casa mi ritrovai sul pianerottolo Simone che usciva dall’appartamento a fianco del mio.
“Buongiorno!” dissi meravigliata.
“Ciao!” Mi rispose stupito e con un generoso sorriso, mentre stava chiudendo la porta.
“Non sapevo fossimo vicini di casa” gli dissi.
“Mi sono trasferito ieri sera” rispose lui. ”L’alloggio di cui disponevo ha un problema di infiltrazione d’acqua e così me ne son fatto assegnare un altro. Mi sa che per un po’ dovrò pernottare qui”.
“Bene” risposi
“Così quando avrò dubbi relativi al progetto, potrò romperle le s**tole anche di sera!” gli dissi con la massima ingenuità.
Lui, quasi imbarazzato mi rispose “Oh, si, certo, cioè… basta che mi avvisi prima e non ci sono problemi! Comunque ricordati che la sera è fatta anche per rilassarsi!”.
Non capii quella risposta ma soprassedetti, pensando che io il modo per rilassarmi lo avevo; ricominciai parlando di lavoro, mentre ci incamminavamo verso l’ufficio.
Per tutto il giorno Simone mi parve un po’ strano nei miei confronti, più distaccato e freddo del solito. Ma non ci diedi molto peso.
Quella sera, ero distesa sul mio letto a leggere degli appunti, un po’ controvoglia; la mia mente non era concentrata sul lavoro, divagava.
Sapere che nell’appartamento a fianco c’era Simone mi rendeva un po’ nervosa.
Essendo tutti gli alloggi speculari, ero anche certa che le nostre camere fossero contigue ed addirittura i nostri letti esattamente specchiati nella mezzeria di quel muro divisorio.
Nel letto, ora, mi sentivo meno protetta, più esposta, più vulnerabile.
Non che io facessi chissà cosa, non avevo mai invitato nessuno.
Il pensiero di sentirmelo così a ridosso, mi faceva sentire un po’ violata, curata, sempre sotto osservazione come se fossi ancora al lavoro, invasa da una presenza forte ed autoritaria come quella di Simone.
Ma proprio lui dovevano mettere vicino a me?
Continuando a riflettere che il letto dietro alla parete era di Simone, non potei fare a meno di pensare a lui in modo diverso dal solito, ovvero non come Tutor ma come uomo.
Era sicuramente attraente, affascinante, sensuale e dava l’impressione di maschio esperto.
Aveva un corpo massiccio, un bel culo; non avevo potuto far meno di notare anche una generosa protuberanza in mezzo alle sue gambe.
Sembrava avere un grosso fardello che, più di qualche volta, mi sono sentita strusciare sul culo mentre mi passava dietro cercando di dirmi qualcosa, oppure mentre io ero piegata sulla mia scrivania.
Non avevo mai dato peso a quegli atteggiamenti, forse perché non volevo pensarci, non volevo distrarmi, non volevo crearmi pensieri imbarazzanti su di lui.
Ora che la testiera del suo letto era a ridosso della mia, separata dolo da una parete di cartongesso, mi pareva di averlo in casa, in camera con me.
Proprio mentre pensavo a tutto ciò, sentii dei rumori, provenire dalla sua camera.
Sentii chiaramente accendere la luce, la sua voce roca che diceva qualcosa a me incomprensibile ed una risatina femminile.
Oddio è in camera, con una donna, e qui si sento tutto!
Cercai curiosa di ascoltare nel silenzio della mia casa cosa stessero dicendo, ma non riuscivo a distinguere le parole; sentivo le voci ma erano confuse, lontane.
Poco dopo ci fu silenzio.
Provai a riaccomodarmi nel letto, cercando di allontanare dalla mia mente pensieri impuri e maliziosi, quando ad un tratto sentii uno schiocco tonante, come quello di una ventosa che si distacca da una parete; poi ne sentii uno ancora ed un altro ancora.
Il mio cuore cominciò a battere forte, sempre più forte.
Cosa staranno facendo?
Inizialmente pensai che si stessero baciando. Ma che schiocchi di bacio erano quelli? Così forti, così rumorosi? Cosa diavolo stavano combinando? Era intuibile che non stessero giocando a scacchi ma la curiosità di poter vedere od udire chiaramente ciò che stava accadendo in quella stanza, mi stava rodendo.
Ebbi la tentazione di mettere l’orecchio sulla parete per poter sentire meglio ma poi decisi di rifugiarmi sotto il mio cuscino.
Mi sentivo il cuore in gola, tremavo.
Che imbarazzo.
Cercai di calmarmi pensando che l’imbarazzo avrebbe dovuto essere il loro, non il mio.
Poi, scusando le mie vergogne, pensai che nel buio e nel silenzio della mia camera nessuno poteva vedermi, nessuno poteva sentirmi.
Cercai quindi di calmarmi; tirai fuori la testa da sotto il mio cuscino e rimasi in attesa di sentire ancora qualcosa, nuovi rumori.
Ad un tratto sentii un botto contro la parete unito a degli scricchiolii. A quel punto di s**tto mi alzai leggermente e tesi l’orecchio sulla parete. Fu più forte di me.
Mi pareva di sentire degli strani sospiri che poco a poco aumentavano di intensità; ora stavano chiaramente ansimando.
Come attaccata ad una leggera tensione elettrica, cominciai ad eccitarmi. Una eccitazione strana, non premeditata, non controllata.
Mi tremavano le gambe, il cuore rimbombava dentro me, mi lacrimavano persino gli occhi dall’agitazione e deglutivo a vuoto, senza saliva.
Cercavo di immaginare cosa stesse accadendo dietro quel muro di cartone che tutto mi permetteva di udire, chi fosse lei, come fosse lui nudo e quali atteggiamenti potesse avere in quella intimità, cosa stessero facendo per provare quel piacere; un piacere che io fondamentalmente non avevo mai provato.
Ad un tratto sentii dei movimenti fruscianti, continui, uno snervante cigolio di molle, tutto accompagnato da profondi e sonori lamenti fino a quando un colpo mi fece sobbalzare, poi un altro ed una altro ed un altro ancora.
I colpi si scandivano con ritmo, inizialmente costante per poi crescere rapidamente e lentamente diminuire, con intermezzi di raffiche che parevano provenire da un motore a scoppio.
In preda all’eccitazione, la mia mente cercava in qualche modo di immaginare le sagome ed i dettagli più intimi della scena che si stava svolgendo dietro quella parete.
Me ne stavo seduta sul letto con la faccia praticamente appiccicata al muro; volevo udire ogni rumore, fantasticando quanto stava accadendo dall’altra parte.
Ogni colpo che Simone affondava dentro quella donna, veniva trasmesso tramite le vibrazioni al mio orecchio e quindi al mio cervello; per percepire meglio quelle vibrazioni e trametterle anche nel mio corpo, appoggiai la mano al muro.
Non so quanto durò il tutto, ma non fu certo una cosa breve. Se da un lato volevo che Simone raggiungesse l’orgasmo per udire ed immaginare il piacere che stesse provando, dall’altra volevo continuasse, perché ogni colpo che sentivo era un’eccitante e straordinaria vibrazione che entrava nel mio corpo e nella mia testa.
Alla fine sentii lei gemere in modo quasi soffocato; poco dopo arrivò anche il gemito di lui.
In un attimo scese un profondo silenzio ed uno strano senso di solitudine mi avvolse.
Ero eccitata e stordita. Una cosa simile non mi era mai capitata e a dir il vero non l’avevo neanche mai immaginata.
Aspettai ancora un po’, tremolante e riversa con la faccia alla parte per sentire se qualcos’altro stesse accadendo.
Nulla. Tutto taceva.
Mi misi sotto il lenzuolo, la mia mano scese immediatamente per accarezzarmi ed appena mi toccai il clitoride sentii una scossa; era sensibilissimo.
Provai a ritoccarlo ed un'altra scossa invase letteralmente tutto il mio corpo, come se degli spilli stessero punzecchiando ogni poro della mia pelle, dai piedi al cuoio capelluto.
Mi accarezzai le cosce, divaricai per bene le gambe e sentii la mia vagina fradicia e dilatata.
Allungai la mano e cominciai a masturbarmi, prima solleticando il clitoride e poi penetrandomi con le dita. Stavo godendo, anche se mi pareva di poggiare sopra ad un letto di chiodi.
Toccandomi provavo una sorta di piacevole dolore, un masochistico solletico che contraeva ogni singolo muscolo del mio corpo, dandomi un piacere smisurato, tanto che ad un tratto mi parve di soffocare.
Mentre affondavo le dita dentro me, nella testa mi rimbombavano ancora quei colpi, cadenzati ed allo stesso tempo irregolari. Sentii un’onda di fuoco generarsi dentro le vene che risalì dai piedi al cervello, contraendomi e piegandomi; mi sentivo agonizzante con queste scariche che continuavano ad invadermi.
Credo che inconsciamente emisi anche un forte urlo.
Il mio respiro era rotto, sentivo queste scosse di piacere che rallentavano ma ancora non si erano placate e, data la loro intensità, continuavano a tenermi contratta.
Ci volle un bell’attimo per riprendermi.
Quando mi calmai, mi sentii a pezzi, spossata, distrutta.
Non volli più pensare a niente, anche se avevo provato un orgasmo di una intensità incredibile spiando altre persone. Non pensavo fosse giusto ma non volevo neanche vergognarmi di questo. Io non c’entravo nulla. Ero stata vittima di quell’episodio, quasi fossi stata violentata.
Ed avevo goduto tantissimo.
Svenni in un sonno profondo.
Capitolo IV.
La mattina mi svegliai di buon ora. Avevo le gambe intorpidite e tremolanti; mi sentivo ancora particolarmente ansiosa ed eccitata.
Andai a farmi una doccia come di consuetudine; le forti emozioni della sera prima erano ancora dentro me, intatte, come se tutto fosse accaduto un istante prima.
Cercavo di riprendere controllo dei miei pensieri ma l’adrenalina circolava ancora nel mio corpo. Con grande fatica evitai di far scivolare il soffione della doccia giù, in mezzo alle mie gambe; dovetti abbassare la temperatura dell’acqua per raffreddare quei bollori.
Una volta asciugata tornai in camera per vestirmi, aprii l’armadio e per la prima volta in vita mia, guardando i miei vestiti, mi venne la nausea.
Li scartai uno ad uno, chiedendomi come potessi avere un guardaroba tanto schifoso.
Mi ripromisi che, quel pomeriggio, avrei staccato qualche minuto prima il lavoro, così da poter andare in centro a fare un minimo di shopping.
Trafficando nel mio beauty-case trovai anche un rossetto, che mi pareva ricordare di aver utilizzato un capodanno di qualche anno fa. Pensai se metterlo o meno; alla fine, visto il colore rosso fuoco, decisi di soprassedere.
Diedi cura ai miei capelli, cercando di asciugarli in modo tale da renderli vaporosi, evitando di legarli come ero solita fare.
Uscii di casa alquanto imbarazzata per la paura di trovarmi a faccia a faccia con Simone fuori dal mio uscio. Non vidi nessuno.
Arrivai al mia postazione di lavoro alquanto elettrizzata, Simone non era ancora arrivato.
Dovetti subirmi le lusinghe e gli apprezzamenti scherzosi dello staff, per il mio nuovo look.
Iniziai a lavorare cercando di concentrarmi, anche se ero trepidante ed ansiosa; non vedevo l’ora dell’arrivo di Simone, che invece tardò.
Quando arrivò mi sentii gelare.
Lui, con la solita disinvoltura, entrò, e con un grande sorriso, salutò tutti.
Poi, come di routine, cominciò il suo giro di colloqui e confronti, passando da una scrivania all’altra, valutando gli sviluppi individuali relativi al nostro progetto, pianificando il proseguo. Tremavo, pensando a quando fosse toccato a me.
Alla fine, dopo aver concluso con gli altri, mi si avvicinò, mettendosi, come era solito fare, alla mia destra e poggiandomi una mano sulla spalla; cominciò a chiedermi come proseguiva il mio lavoro.
Era un’azione che faceva quasi tutti i giorni, sempre allo stesso modo, ma questa volta, per me, era diverso. Sentivo la sua mano calda, che poggiata sulla mia spalla leggermente mi massaggiava, il suo alito fresco, il suo profumo a base di agrumi, non troppo dolce ma intenso.
Io, con la voce leggermente rotta, facevo fatica a concludere i periodi delle mie frasi.
Cominciai a sudare freddo; non mi riconoscevo. Io, Giulia, impervia e caparbia, colei che ha sempre domato le emozioni e gli impulsi, decisa e determinata, ora agitata ed in preda alle mille emozioni che la mente ed il corpo generavano in quella situazione, come una timida scolaretta al suo primo giorno di scuola.
Cercando a gran fatica di attivare tutte le sinaspi del mio cervello, per meglio comprendere il ragionamento logico che Simone mi stava esponendo, concernente il processo di sviluppo del mio lavoro, la coda del mio occhio cercava inesorabile quella protuberanza dei suoi pantaloni che nascondeva, al suo interno, il fallo, per poter scorgere qualche dettaglio in più di quell’attrezzo del piacere che stanotte aveva fisicamente soddisfatto una donna a me ignota e, indirettamente, mi aveva fatto sognare e godere come non mai.
La sagoma delineata ed in rilievo, che si vedeva pronunciata sul pantalone, era imponente.
Era evidente che Simone fosse un uomo ben dotato.
Vederlo lì, a circa quaranta centimetri dal mio viso, mi fece perdere, per qualche frazione di secondo, il senso della realtà.
Immaginavo il calore, l’odore ed il sapore del suo sesso.
Tutto ciò mi pareva di sentirlo proprio in quel momento, come se potesse passare così facilmente dai suoi pantaloni.
Mi sentivo il viso bollente, come se il calore emanato dal quel possente fallo surriscaldasse la pelle della mia faccia, le mie narici invase di fumi, come se percepissi i profumi del suo umore, l’acquolina in bocca, immaginando di assaporare il gusto della pelle sapida ed intima del suo pene.
La sua mano, calda e decisa, che nel mentre massaggiava la mia spalla, non aiutava a distogliermi da quei pensieri.
Il suo pene, procuratore di piacere sessuale, era lì, vicino a me; avrei voluto vederglielo, appoggiargli sopra il mio viso, strusciarmelo addosso, baciarglielo, leccarglielo.
Come un doccia gelata mi sentii richiamare, forse due volte.
“Giulia, Giulia.. tutto bene?”
“Si.. si..” balbettai.
Lui mi guardò con un sorriso, mi accarezzo dolcemente la testa ed allontanandosi mi disse “Prenditi qualche ora libera, Giulia, svagati, altrimenti mi scoppi!”.
Più che “mi scoppi” direi che volentieri “mi farei scopare”!
L’unica cosa che stava veramente scoppiando era dentro le mie mutandine.
Ero ancora bagnata fradicia; non ero abituata a tutta questa attività lubrificante da parte dei miei genitali.
Il pomeriggio me ne andai in centro a fare shopping, come peraltro avevo già programmato la mattina. Feci un gran lavoro, se così si può dire!
Diedi quasi totalmente fondo alla disponibilità mensile della mia carta di credito, che era ben di tremila euro, e per la prima volta comperai vestiti ed accessori con la massima serenità mentale; non mi parve di aderire al consumismo, non mi sentii scialacquare denari, avevo un guardaroba osceno ed era giunto il momento di rinnovarlo.
Mi sentivo elettrizzata.
Acquistai gonne sopra il ginocchio, camicette da tenere leggermente aperte, due giubbottini, diversi leggings da indossare con dei maglioncini lunghi ed aderenti, delle gonnellone lunghe in lana, scarpe con il tacco, stivali di pelle ed anche un paio di anfibi neri; comprai anche fondotinta, del mascara, rossetti di vario colore e smalti per le unghie.
Incredibile.
Se i miei amici di sempre mi avessero visto in quel momento, avrebbero pensato che non fossi più io!
Mi sentivo bene, frizzante ed eccitata.
Rientrai, lasciai tutte le borse a casa, indossai alcuni vestiti nuovi, ed uscii a cenare.
Ritornai in centro, entrai in una trattoria abbastanza elegante. Questa cosa non l’avevo mai fatta in vita mia.
Dopo essermi accomodata ad un tavolo, vidi varie coppiette, sedute davanti a calici di vino, che elegantemente chiacchieravano.
Non mi sentivo in alcun modo sola.
Stavo bene.
L’eccitazione della sera prima era ancora dentro di me, proiettando i miei sensi in un altra dimensione e facendomi scoprire un mondo nuovo.
Meno buio, meno triste, meno silenzioso ed apatico.
Cercavo di chiedermi se per caso stessi andando fuori di testa; pur quanto cercassi di analizzarmi, ora tutto mi pareva chiaro, visibile.
Mi si erano svegliate le emozioni, si erano liberate; sapevo che ora non sarebbe stato più possibile rimetterle al loro posto, nasconderle, come in precedenza facevo.
Mentre mi gustavo un filetto con del buon vino rosso, già assaporavo la mia serata; non vedevo l’ora di rientrare nel mio appartamento nella speranza di sentire ancora Simone.
Capitolo V.
Quando rientrai la prima cosa che feci fu origliare alla parete della camera.
Nulla. Silenzio totale. Non c’era nessuno.
Riordinai i miei acquisti, preparando in un sacchetto, destinato alla lavanderia, gli indumenti che dovevano essere lavati prima che potessi indossarli.
Sistemai il resto negli armadi e nei cassetti, mi spogliai, mi misi la vestaglia e cominciai un’improvvisata manicure.
Alla fine delle operazioni estetiche, mi distesi sul letto con il mio Tablet.
Cominciai a cercare qualcosa da vedere ed alla fine, fuorviata dall’eccitazione, mi ritrovai a guardare siti pornografici.
Fino a quel momento avevo sempre evitato di entrarci, se non in rare occasioni.
Questa volta, feci una selezione dei filmati proposti, affinando la ricerca; volevo vedere qualche scena che in qualche modo rappresentasse ciò che avevo vissuto e soprattutto udito. Dopo circa un’oretta, non trovando nulla di affine, mi rassegnai e spensi tutto. I video trovati avevano tutti un impronta commerciale, caratterizzati dalle solite scene, i soliti cliché, nulla che potesse coinvolgermi, emozionarmi; mi soffermai solo a visionare qualche scena tra un uomini maturi e ragazzine, ritenendole banali e scontate.
Spensi la luce e cercai di addormentarmi.
Nella stanza a fianco tutto taceva.
Non riuscendo a prendere sonno, con la mente tempestata di immagini pornografiche che avevo appena visto, decisi di alzarmi e cercare qualche artigianale strumento di piacere, giusto per giocare un po’.
Andai in bagno e presi la mia solita spazzola; non convinta, andai anche in cucina, per vedere se qualche altro oggetto poteva fare al mio caso.
Non trovai nulla di interessante fino a quando, aprendo un cassetto del mobile del soggiorno, trovai in una confezione arancione dell’Ikea, un grosso cacciavite, corredato da una lunga serie di punte intercambiabili.
Aprii la confezione ed impugnai quell’attrezzo.
Mio dio! Aveva un manico imponente, ben sagomato, aveva la forma stilizzata di un pene. Presentava una parte tondeggiante iniziale per restringersi a circa un terzo della sua lunghezza per poi riallargarsi sino alla fine.
Un’impugnatura perfettamente ergonomica, morbida al tatto, poiché rivestita di una specie di plastica siliconica, che in quel momento tutto mi fece pensare tranne che utilizzarlo per avvitare qualcosa.
Allora è vero che Ikea pensa a tutto e per tutta la famiglia!
Eccitatissima lo presi ed andai in bagno a lavarlo con il detergente intimo. Lo asciugai e lo portai con me nel letto. Mentre lo accarezzavo, nel buio della mia camera, immaginai di avere il membro di Simone tra le mani. Pensai di lasciarmi andare con quel pensiero, perdermi nella fantasia erotica, per provare quell’arnese quanto prima; decisi di aspettare ancora un po’.
Senza accorgermi, continuando a sognare con quel cacciavite in mano, mi addormentai stremata; tutte quelle emozioni, che avevano invaso la mia giornata, si erano fatte sentire sul mio corpo.
“Sbam!”fu il rumore che mi svegliò.
Balzai seduta sul letto, con l’angoscia che Simone già rientrato, nel mentre che io ero addormentata, avesse consumato.
Con il cuore in gola tesi l’orecchio e sentii uno sghignazzare provenire dall’altra camera.
Focalizzai che probabilmente fossero appena rientrati, quindi, non mi ero persa niente.
Cercai di distendermi sul letto in attesa di nuovi rumori, quelli inequivocabili.
Sentivo l’adrenalina invadere il mio corpo rendendomi ansiosa ed impaziente.
Poco dopo mi rimisi con la faccia appiccicata alla parete; non riuscivo a stare rilassata, dovevo sentire.
Cosa staranno facendo?
Si staranno baciando, toccando?
Lui la starà leccando o viceversa?
Nulla di tutto ciò.
Sentivo piccoli rumori, lontani, e non riuscivo a ricondurli a nessuna immagine creata dalla mia fantasia, nessuna probabile scena erotica. Mi ridistesi nel letto nervosa ed insofferente, appoggiai il cacciavite sul comodino e mi avvinghiai al cuscino cercando di cancellare tutto e riprendere il sonno.
Mica scoperanno tutte le sere, pensai!
Mi sentivo stupida, ingenua ed allo stesso tempo piena di vergogna.
Come sono arrivata a dipendere da queste situazioni, violando la loro intimità?
Ad un tratto sentii il letto cigolare.
Immediatamente tutti i miei pensieri, le mie congetture, i miei ripensamenti, le mie vergogne, sparirono; ritornai con un balzo appiccicata al muro con l’orecchio teso per origliare. Sentivo chiaramente ansimare; il letto, se dapprima saltuariamente cigolava, ora scricchiava in un modo più cadenzato, generando un rumore più forte, intenso.
Mi ritornarono le vampate di caldo nel corpo, le stesse della sera prima, accompagnate da un formicolio alle gambe ed il cuore pulsante nel mio cervello.
Ero eccitatissima.
Decisi che, in quell’occasione, mi sarei toccata seguendo la loro cadenza; più aumentavano il ritmo, più io avrei incalzato le mie sensazioni con le mani sui miei genitali.
Sentivo parole soffocate, ansimanti.
Staccai l’orecchio dalla parete e mi resi conto che sentivo comunque tutto e bene. Pareva fossero dietro alla mia testa, nella stessa stanza.
Quindi mi distesi nel letto, presi il cacciavite, e dopo averlo coperto di saliva, cominciai a strofinarlo piano intorno alle mie labbra vaginali, disegnando piccoli cerchi intorno al mio clitoride; ad ogni passata, non mancavo di premerlo leggermente, con la testa di quella grossa impugnatura.
Mentre sentivo aumentare la loro passione, incrementava il livello della mia eccitazione.
Mi immaginavo Simone, intento a leccarmi, toccarmi e strizzarmi i seni e le natiche, sfiorando la mia pelle con la sua verga calda e possente.
Quando cominciai a sentire il letto sbattere fragorosamente contro la fragile parete, con il cacciavite mi penetrai completamente, in un solo colpo, provando una strana sensazione di sfondamento; era goduriosissimo.
Mi sentivo gli occhi lacrimare dalla tensione e dall’eccitamento. Cercavo di penetrarmi infierendo con il cacciavite allo stesso ritmo ed intensità dei colpi uditi, emulando, con il gesto, il fallo di Simone.
Era una sensazione incredibile. Tutto si udiva così bene che immaginavo di avere sul collo la faccia estasiata con il respiro ansimante di Simone, illudendomi, grazie al cacciavite, di provare, nello stesso modo ed allo stesso tempo della sua donna, una penetrazione efficace, piena e possente.
Gemevo a voce alta; non riuscivo a trattenermi.
Volevo attenuare il mio affannato respiro, per non sovrastare le voci ed i rumori che provenivano dall’altra stanza, ma era troppo difficile.
Godevo, stavo per raggiungere un orgasmo stellare, quando cercai di fermarmi e trattenermi; dovevo aspettare loro, volevo godere con Simone.
Rallentai, per riprendere lucidità, per detonare quella bomba di goduria che ormai stava per brillare nel mio corpo, con enorme fatica.
Tremavo tutta, sentivo caldo, il mio clitoride cominciava a pulsare, quasi fosse pronto per esplodere. Pensavo a Simone, al suo generoso membro, al suo culo tondo e sodo che in modo deciso si muoveva su e giù, affondando precisi colpi che permettevano di far sbattere quella suo turgido e tornito fallo dentro me, in punti così sensibili che non avrei neanche pensato di avere.
Mentre la sua donna cominciava ad incitarlo urlandogli “sii… sii… ahhh… sii..” anch’io sottovoce chiedevo la mia parte “Sii.. dai.. sbattimi.. sbattimi.. ti prego, fammi godere, dai…!”
Iniziai sussurrando e poco dopo mi trovai a dire quelle cose ad alta voce.
Mi zittii con il cuore in gola.
Nella stanza accanto, intanto, i toni si erano particolarmente accesi; con un sospiro di sollievo, ritenni improbabile che qualcuno mi avesse sentito.
Ad un tratto cominciarono delle raffiche di colpi, generate dal loro letto che *****santemente sbatteva sulla parete, che echeggiavano nella mia camera.
Sincronizzai i movimenti del mio cacciate a quei colpi sonori e decisi; totalmente coinvolta esplosi il mio orgasmo, in simultanea con quello di Simone!
Mi uscì un urlo.
Non riuscii proprio a contenerlo.
Quello che il mio corpo stava generando non era un semplice orgasmo, era una sensazione di goduria così violenta, piena, ustionante nelle vene, che mi fece perdere ogni tipo di controllo.
Sussultavo e singhiozzavo.
Come la sera prima una scarica elettrica di corrente alternata mi aveva colpito, nel corpo e nella mente.
Capitolo VI.
Nei giorni seguenti cercai, in qualche modo, di gestire le emozioni diurne, per sfogarle poi la sera nel mio letto con uno spettacolo sonoro del tutto personale.
Lavoravo abbastanza serena, condividendo la presenza di Simone cercando di non farmi trasportare da strane ansie o ******ili imbarazzi.
Era il mio giocattolo notturno, colui che mi faceva scaricare le negatività e ristabiliva il giusto equilibrio nel corpo e nella mente.
Avevo anche la convinzione che lui, tutto questo, lo ignorava totalmente.
Simone, nel frattempo, nel contorno dei suoi modi gentili, aveva aumentato i nostri contatti fisici; le sue mani sempre più frequentemente cercavano il mio corpo.
Certo non mi davano fastidio, anzi, cercavo di assaporarmi quelle toccatine sfuggenti, apparentemente fatte senza malizia tra persone che condividono gli stessi spazi, in un comune ambiente di lavoro.
C’era la presa ai fianchi per spostarmi leggermente quando passava, la mano sulla schiena, che inevitabilmente scendeva sempre sul culo mentre gli porgevo qualche documento da firmare, la mano sulla coscia mentre eravamo seduti ed affiancati al computer, mossa questa utilizzata per sporgersi verso lo schermo per indicare qualcosa con l’indice dell’altra mano (il gesto implicava la scusante di una ricerca di appoggio per potersi sporgere); anche qui, la mano, inizialmente la poggiava verso il ginocchio e poi, nelle azioni successive, la appoggiava sempre più in su fino a quando la metteva praticamente sul mio pube.
Anche io, comunque, con molta non-calanche, con l’aumentare della nostra confidenza, nelle frequenti occasioni di contatto cercavo di strisciare il dorso della mia mano sul suo pene, per poterne prenderne le misure; questo poteva avvenire sia durante la firma di documenti, mentre cercavo di tenere parte degli stessi con una mano protesa a sottoporglieli per poter apporre la firma ed mentre con l’altra che tendeva ad appoggiarsi al suo membro, sia quando si presentava in piedi a fianco della mia scrivania mentre io, allungando il braccio per prendere qualche fascicolo posto all’estremità del tavolo, nella confusione del movimento non mancavo di dargli una bella strofinata. Apparentemente, ripeto, senza alcuna malizia.
Il mio nuovo look, infine, mi aveva fortemente stimolata.
Mi sentivo molto più a mio agio con gli altri, ricevevo continui apprezzamenti ed inviti anche se, fondamentalmente, preferivo dedicarmi al mio lavoro; la compagnia di quei quattro sfigati che continuavano a ronzarmi intorno, comunque, sempre poco mi interessava.
Io avevo il mio sfogo serale, non mi mancava nulla, stavo benissimo.
Simone, intanto, dimostrava doti da stallone; praticamente aveva rapporti sessuali quasi tutte le sere. Non che io fossi da meno. Seguire il suo ritmo certo non era un sacrificio, dato che un rapporto sessuale quotidiano, masturbandomi, lo avevo dall’età *********ziale, quando scoprii il benessere che mi procurava a fine giornata tale pratica.
L’unica differenza era che, avendolo a ridosso di una misera parete e sentendolo battere il tempo con cigolii ed urli ansimanti, anche quando avevo il mio ciclo mi trovavo praticamente costretta a farlo; forse perché non avevo intenzione di perdermi neanche una delle sue prestazioni, le volevo condividere tutte con il mio corpo. E poi sentirli era così eccitante. Fortunatamente, da quando cominciai a prendere la pillola anticoncezionale dall’età di diciannove anni, il mio ciclo durava solo qualche giorno e le scariche erano abbastanza ridotte. Quindi la fase del ciclo era abbastanza breve. In quei due o tre giorni, mi limitavo a giocare con la parte esterna dei miei genitali; tutti gli altri giorni ero perfettamente attiva e pronta all’uso!
Spesso mi chiesi anche come facesse la sua compagna, moglie o chi diavolo fosse, ad esser sempre pronta; poi mi balenarono delle fantasie sessuali sulle probabili soluzioni alternative ma decisi che non era ancora giunta per me l’ora di affrontarle.
Capitolo VII.
Il desiderio di poter vedere all’opera Simone durante le sue prestazioni sessuali diventava sempre più grande. Molte sere fantasticai su come poterlo spiare; micro telecamere, fori nel muro, virus nel suo pc per poterlo visualizzare con la web-cam, qualora lo lasciasse aperto in camera.
Una sera, seduta sul mio letto, guardavo oltre le finestre, presa da mille pensieri,.
Ammiravo il panorama che si scorgeva dal grande serramento che ormai lasciavo totalmente aperto per rinfrescare l’ambiente in quanto detestavo utilizzare il sistema di climatizzazione di cui l’appartamento ero dotato; rivolto ad est, si affacciava su una grande distesa di campi perfettamente coltivati a mais, graminacea che veniva utilizzata per la produzione di energia elettrica dell’azienda.
Nessuna casa, nessun segno di civiltà moderna, nessuna contaminazione.
C’erano solo questi filari, ordinati e composti, fitti, che nel periodo di maturazione diventavano dorati; con la luce del sole mattutino poi diventavano talmente luccicanti da generare un riflesso pressoché abbagliante che veniva proiettata sul mio finestrone.
Mentre contemplavo ciò, mi accorsi di possedere anche un piccolo terrazzino in camera. Non l’avevo mai notato prima!
Sbarrai gli occhi, le gambe cominciarono a tremarmi ed il mio battito cardiaco aumentò vertiginosamente; mi alzai di s**tto, uscii sul quel terrazzino e... quasi svenni!
Oddio, quel terrazzino collegava tutti gli appartamenti del piano ed era interrotto da una semplice ringhiera, alta circa un metro, posta in corrispondenza del muro divisorio degli appartamenti.
Uscii ed avvicinandomi a questo divisorio di ferro, posto a pochi centimetri dalla mia finestra, con il cuore in gola, vidi il corrispondente e speculare serramento dell’appartamento di Simone; attraverso il vetro si vedeva perfettamente la sua camera!
Rientrai velocemente e mi buttai sul letto con le mani sul volto.
Quando le tolsi, fissando il soffitto dissi “stasera lo faccio, stasera esco e vado a spiarlo”!
Finalmente, avevo una possibilità; era solo legata alla speranza che Simone non abbassasse completamente l’oscurante interno, prima di “consumare”.
Quella sera attesi il rientro di Simone più agitata che mai.
Conoscevo perfettamente i suoi orari di rientro, che peraltro erano abbastanza regolari; verso le ventidue e trenta rincasava, perdeva circa una mezz’ora a fare non so cosa, e poi cominciava a copulare!
Aspettai. Finalmente lo sentii rincasare; dovetti implorare a me stessa di attendere e pazientare prima di uscire sul terrazzino. Non potevo rovinare tutto; dovevo aspettare il momento giusto, cioè quando avrebbe cominciato la sua prestazione sessuale.
Quindi attesi ancora. I minuti parevano scorrere ancora più lenti del solito. Deglutivo secchiate intere di saliva. Quando udii il rumore dell’interruttore che accendeva la luce della sua camera, mi sentii trasalire il ******.
“Calma Giulia, calma” mi imploravo.
Avevo lasciato la finestra della camera totalmente spalancata e le luci tutte spente. Da fuori, anche se ci fosse stato qualcuno, non avrebbe potuto vedere niente.
Dopo un po’, cominciai a sentire i cigolii del letto; ecco, era giunto il momento.
Uscii sul terrazzino con le gambe tremolanti dall’agitazione e mi avvicinai, a piedi scalzi per non fare il minimo rumore, alla ringhiera divisoria.
Simone non aveva abbassato gli oscuranti e la camera era illuminata da una piccola luce soffusa. Scorsi, molto piano, la mia testa verso il suo finestrone e vidi due sagome avvinghiate nel letto.
Non riuscivo a credere a quello che stavo facendo.
Io, Giulia, laureata con la lode alla facoltà di ingegneria informatica a soli ventiquattro anni, master di specializzazione pagato da una multinazionale, assunta poi con contratto “atipico” di ricercatore molto ben remunerato, mi trovavo in vestaglia, accasciata e tremolante su un balcone, a spiare un cinquantenne mentre si accingeva a consumare nella sua intimità un rapporto sessuale!
Misi velocemente da parte questi pensieri, con promessa ed impegno di affrontarli seriamente l’indomani.
Ora dovevo soddisfare una grande curiosità, dovevo vedere con i miei occhi Simone all’opera; quella virtuale presenza notturna che da ormai parecchio tempo faceva parte delle mie fantasie erotiche, della mia intimità sessuale, ora era lì e dovevo vedere il più possibile.
Si strusciavano avvinghiati nelle lenzuola. Si baciavano passionalmente mentre le loro mani cercavano con foga le loro rispettive parti intime. I loro corpi ballavano una danza morbida, ondulante.
Lei era una donna mora, con capelli lunghi, corpo snello e ben tornito. Seno naturale ma pieno, senza pancia, gambe lunghe e ben delineate, glutei morbidi; il suo corpo non palesava una evidente attività fisica anche se lasciava trasparire una certa tonicità.
Bella moglie, bella compagna, insomma chiunque lei fosse, una gran bella ragazza.
Simone era esattamente come me lo ero immaginato, corpulento, massiccio, con un filo di pancetta che assolutamente non disturbava l’armonia del suo corpo. Poco peloso.
Lui, dopo le lunghe effusioni, cominciò a leccarle i seni, con calma e dedizione.
La sua gestualità era sensuale, morbida, particolarmente sceneggiata, al punto tale che potevo immaginare anche il rumore generato dal risucchio di quelle labbra sui seni di lei, lo schioccò che producevano nella fase di rilascio e distacco.
Vedevo chiaramente la sua lingua che ripuliva la saliva precedentemente lasciata sui capezzoli per poi riprendere a succhiarli. I capezzoli di lei erano ritti e lunghi. Eccitati.
Poi, sempre leccandola, scese sul suo ventre, si soffermò un poco sull’ombelico per poi scendere ancor più giù. Lei divaricò le gambe e, inarcando la schiena, cominciò a gemere.
Vedevo il corpo di lui avvinghiato a lei, con la testa china ed immersa in mezzo alle sue gambe.
Simone aveva una schiena possente e generosa; la sua spina dorsale, evidenziata dal contrasto di ombre e luci, disegnava una forma perfettamente sinuosa che partendo dalla nuca culminava nel suo culo rotondo e pieno.
Mentre lei, afferrandogli i capelli, cominciò ad avere degli spasmi, intravedevo un movimento meccanico, deciso e costante, del braccio di Simone, che probabilmente la stava penetrando con le dita.
Poi lui, risalendo sul letto, pose il ventre frontalmente a lei, che rialzatasi leggermente, gli si avvicinò con la testa, afferrò con una mano il suo rigonfio membro e cominciò a succhiarglielo.
E fu lì che finalmente vidi il suo fallo, chiaramente definito in tutta la sua imponenza. Era spettacolare.
Anche se presa dall’eccitazione, da buon ingegnere, cercai comunque di valutarne le dimensioni.
Poco dopo, Simone, prese la donna da sotto le ginocchia e comincio letteralmente ad inforcarla.
Gli vedevo la muscolosa schiena, il sedere che si stringeva nelle natiche ad ogni movimento, le gambe corpulente e ferme come se fossero inchiodate al letto.
Infieriva colpi decisi, roteando il bacino di tanto in tanto, mentre lei affondava sue unghie nei suoi glutei.
Poi la fece girare, a pancia sotto, poggiò una mano sulla schiena e mentre l’altra afferrava una caviglia ricominciò a penetrarla.
La mano di Simone, che inizialmente sembrava massaggiale la schiena, si spostò lentamente scendendo verso i suoi glutei, poi ne afferrò uno e cominciò a strizzarglielo; infine si mise a darle decise pacche a mano aperta, sculacciandola!
Rimasi impietrita per quella scena, che paradossalmente mi stava eccitando ancora più di quanto già lo fossi; ma la cosa non finì lì. Iniziò a far cadere dalla bocca della saliva, indirizzata sul sedere di lei, si leccò vistosamente il dito medio della sua mano e poi glielo infilò da dietro.
Muoveva in contemporanea, in un melodioso accordo, il suo bacino e il suo possente braccio, atti tendenti ad infierire dentro lei, sia nella vagina con il suo grosso membro, sia con il dito nel suo ano.
Vedevo lui, possente e deciso sopra lei, dominarla, procurandole un piacere palesemente evidente.
Quando cominciarono i colpi più efferati, compresi che Simone stava giungendo all’atto finale; erano i colpi che ogni notte sentivo nella mia camera, quelli vibravano nel mio letto e si trasmettevano nel mio corpo, facendomi esplodere ogni volta in un orgasmo devastante.
Lui inclinò la testa all’indietro.
Lei, stremata, si lasciò andare sul letto.
Simone fuoriuscì da lei, prendendo con irruenza e grande virilità il suo membro in mano; mentre ancora continuava ad agitarlo, le inondò la schiena del suo liquido seminale.
Le sue natiche mostravano evidenti segni di contrazione.
Si accasciarono entrambi esausti, l’uno sopra l’altra; il tempo sembrò fermarsi.
Rientrai con passo felpato in camera, evitando di fare il benché minimo rumore, mi adagia sul letto, tremolante come una foglia al vento. Il cuore mi batteva all’impazzata.
Aspettai. Cercai di calmarmi. Tutta la scena appena vista continuava a scorrere nella mia mente. Ero incredibilmente eccitata.
Più ricordavo le immagini e più evidenziavo i dettagli. Sia di lui che di lei.
Presi il mio cacciavite e cominciai a masturbarmi: ero un fremito unico; l’ansia, l’eccitazione, la paura, mi avevano reso percettiva e sensibile come mai avevo provato.
Venni, raggiunsi un orgasmo smisurato, soffocando le mie gioie ed i miei spasmi nel cuscino.
Capitolo VIII.
L’indomani provai una sensazione terribile quando Simone entrò in ufficio.
La mia coscienza, sporca, insinuava dubbi e paure nella mia testa. Cominciai a chiedermi se per caso mi avesse visto o sentito, se si fosse accorto di essere stato violato nella sua intimità.
Riuscii leggermente a calmarmi solo quando, dopo il suo consueto giro, parlandomi, non t****lò nulla di strano.
Uffa che fatica. Ero combattuta dentro, la voglia di scoprire, di vedere, di soddisfarmi, era costantemente contrapposta alla vergogna di tutto ciò che stavo facendo.
Se quel giorno Simone non mi disse nulla che potesse farmi capire che lui era sospettoso di qualcosa, calmandomi, nei due giorni successivi dalla camera non udii più nulla, spaventandomi.
Alla fine, logorata da quel silenzio, quando rincasai decisi di uscire sul terrazzo per sbirciare dentro al suo appartamento, per carpire qualche dettaglio che giustificasse la sua assenza; mi avvicinai al suo serramento e trovai la tenda oscurante abbassata.
Mi crollò il mondo addosso.
Allora, probabilmente, quella sera mi aveva vista, accovacciata ed appiccicata alla piccola ringhiera; perciò aveva pensato bene di oscurarsi abbassando le tende, per evitare sguardi indiscreti ed imbarazzanti. E magari aveva anche deciso di non copulare più nella sua camera, ritenendola poco sicura dal punto di vista della privacy.
Che vergogna!
Mi sentii sprofondare sotto terra.
Una cosa mi tratteneva dal prendere le mie cose e scappare, tornare a casa mia, il dubbio.
Forse c’era un’altra spiegazione. Lo speravo, doveva esserci.
Decisi che sarei andata in avanscoperta; dovevo sapere se Simone dubitasse di qualcosa, se mi avesse in qualche modo vista o sentita.
Così, durante le seguenti giornate lavorative, cercai di creare mille pretesti per poter parlare da sola con lui. Cominciavo con argomentazioni del lavoro per poi divagare, cambiando discorso; cercavo di carpire qualsiasi elemento, parola, atteggiamento che potesse scagionarmi, che mi desse la conferma che non dubitasse di me.
Non ne ricavai nulla fino a quando, durante la pausa pranzo, parlando con lui in modo generico sulla qualità degli alloggi assegnati, scoprii che era particolarmente infastidito dal riverbero che la luce mattutina creava nella sua stanza, effetto particolarmente accentuato dalle piantagioni di mais che riflettevano ancor più la luce del sole, e pertanto, suo malgrado, era stato costretto ad oscurare la stanza da letto con la tenda interna.
In quel momento mi sentii sollevata, libera, leggera, innocente ed al settimo cielo! Non mi aveva visto e di me non dubitava nulla.
Potevo ritornare a vivere tranquilla, riprendere le mie fantasie. Quella sera, moralmente sollevata, mentre attendevo nel letto speranzosa un suo rientro, guardavo e fantasticavo con il cacciavite. Mi coccolavo con le immagini della mia memoria di quando lo vidi in intimità.
In quel momento, mi fu inevitabile provare a paragonare le dimensioni del suo pene in erezione, che in qualche modo avevo stimato, con quelle del mio cacciavite.
Secondo me il suo era più grosso.
Si, non avevo dubbi.
Pur ammettendo errori di stima era sicuramente più generoso, sia in lunghezza che in larghezza, di quel cacciavite.
Per esserne ancora più certa, mi alzai, mi sedetti al tavolo della zona giorno munita di carta penna e righello; cominciai a disegnare, cercando di riprodurre in scala reale la sagoma del suo pene, utilizzando i dati di stima visiva che erano rimasti impressi nella mia memoria. Quando l’ebbi disegnato, misi il manico di cacciavite a confronto; era graficamente evidente che Simone aveva un pene significativamente più grande del mio cacciavite.
Ritenni così che lo strumento che stavo utilizzando per simulare un ipotetico rapporto sessuale con Simone, era inadeguato, troppo piccolo.
La donna che sottostava alla sua mascolinità veniva penetrata da un fallo di dimensioni nettamente superiori.
Conclusi che le mie sensazioni, sicuramente condizionate dallo strumento che stavo adottando, non potevano rispettare quelle che avrei provato con il pene di Simone.
Decisi immediatamente di sostituirlo con uno che si avvicinasse alle dimensioni che avevo appena disegnato su quel foglio. Cominciai a frugare per tutta la casa, alla ricerca di qualcosa che, per lunghezza e diametro, potesse in qualche modo avvicinarsi alla sagoma delineata e che, allo stesso tempo, fosse anche ergonomico.
Scartando frutta e verdura, in quanto ne ero completamente sprovvista, cercai in bagno, nei cassetti del soggiorno e persino nel frigorifero; volevo identificare un oggetto che potesse essere idoneo da utilizzare a scopi sessuali.
Non trovai niente.
Alla fine, non rassegnata, presi il Tablet e cominciai a cercare in rete “oggettistica per il piacere sessuale”.
Trovai una serie infinita di siti che vendevano vibratori, dildo e falli, più o meno realistici, di diverse dimensioni, colori e materiali.
Approfondii la ricerca su internet cercando di capire quali fossero i migliori materiali impiegati per realizzare questi oggetti, quelli meno irritanti, quelli certificati, quelli che, a condizione di una costante ed idonea pulizia, non fossero portatori impliciti di infezioni vaginali od altro.
Nel giro di una mezz'ora mi feci una cultura che non mi sarei mai aspettata di poter, o meglio dover, conoscere.
Ripresi quindi la mia indagine attraverso i siti di oggettistica sessuale fino a quando individuai un fallo, nella sezione “realistici”, che somigliava molto a quello di Simone; visivamente era il suo, sembrava lui.
Guardai le specifiche tecniche per verificare che fosse realizzato con materiali idonei e certificati. Ritornai alle dimensioni, espresse in pollici, le trasformai in centimetri, e cominciai a misurare quanto avevo abbozzato sul mio foglietto.
Trascurando i millimetri, le dimensioni corrispondevano! Guardai e riguardai quelle scarne immagini pubblicate che descrivevano il prodotto, sino a quando mi convinsi che era quello giusto.
Al costo di 79,90 euro, spese di spedizione comprese, veniva consegnato nel giro di 24 ore!
Che fare?
Mi alzai, presi un bicchiere d’acqua, e cominciai a camminare intorno al tavolo.
Lo ordino?
Tutto avrei pensato di poter fare nella mia vita, ma ordinare una fallo “realistico” da internet mi pareva un tantino esagerato.
D’alto canto, anche utilizzare un cacciavite per penetrarmi, non era il massimo; avevo utilizzato per anni il manico della mia spazzola, dicendomi che quello era il limite da non oltrepassare.
Adesso, ero comunque andata oltre.
Il fatto che quel cacciavite lo vendevano all’Ikea e non ad un sexy-shop non era un buon motivo che potesse giustificare le mie azioni od i miei pensieri.
Inoltre un fallo come quello, frutto di studi e ricerche, realizzato appositamente per dare piacere, era sicuramente più idoneo; e qui, acquistando quell’oggetto, si premiava gente come me, che dava tutta la vita per lo sviluppo e la ricerca, anche se in un campo diverso dal mio.
Dopo mille elucubrazioni, forse un po' tendenziose, decisi.
Lo acquistai, via internet, con pagamento in addebito sulla mia carta di credito.
Ero perplessa sul luogo di consegna, che sarebbe avvenuto alla reception della location operativa, non avendo modo di dare recapiti diversi a me vicini; senza alternative, effettuai l’ordine con grande paura e timore, confidando nella spedizione “sicura” con “pacco anonimo”, tanto vantata da quel sito.
Fatto, l’avevo fatto.
Tutta eccitata mi rimisi a letto, aspettando il rientro di Simone.
Nulla.
Quella sera, come le precedenti, forse aveva deciso di non rientrare.
Aspettai invano fino a quando cedetti alle braccia di Morfeo.
Capitolo IX.
Alle cinque del pomeriggio del giorno seguente ricevetti una chiamata dalla receptionist: c’era un pacco per me. Imbarazzata, risposi che sarei immediatamente scesa a ritirarlo.
Con il cuore in gola mi avvicinai al bancone della reception e la ragazza preposta, dopo essermi identificata, mi allungo con un sorriso il pacco.
Temevo avesse intuito qualcosa; firmai una ricevuta della SDA e presi quella enorme confezione in mano, cercando di vedere se in qualche modo si potesse immaginarne il contenuto o identificarne la provenienza.
Mi rasserenai quando, già lontana dalla gentile signorina, compresi l’impossibilità di determinare da chi fosse stato spedito e soprattutto il suo contenuto.
Per una volta, gli annunci commerciali di questi siti di dubbia etica, avevano scritto il vero: pacco anonimo!
Corsi nel mio alloggio, lo riposi sul tavolo, e tornai velocemente alla mia postazione di lavoro. Ero eccitatissima e tremendamente curiosa.
Quella sera evitai la mia quotidiana nuotata per rientrare quanto prima nel mio appartamento ad aprire quel pacchetto. Mi sentivo in fibrillazione, eccitata ed ansiosa, la stessa sensazione che provavo da bambina la mattina di Natale mentre correvo verso quell’albero luccicante e colorato per cercare i miei pacchettini e scartarli. Il paradosso fu provare un emozione tanto pulita ed ingenua, costellata da immacolati angioletti ed avvolta di magia e mistero per i regali natalizi, e paragonarla a questo evento, già sapendo cosa conteneva il pacco che stavo per scartare ed aprire; un attrezzo studiato e creato per il soddisfare il proprio desiderio sessuale, disegnato e prodotto dallo stesso Satana, un oggetto moralmente squallido e perverso.
Ma l’eccitazione era tale che di tutto ciò poco me ne importava.
Entrata in casa lo aprii velocemente e, finalmente, potei ammirare dal vivo il nuovo oggetto del mio piacere.
Era perfetto.
Lo estrassi dalla confezione e lo impugnai; sentivo delle vibrazioni nella mano che saldamente lo teneva, sentivo che era lui, era l’emblema della virilità di quell’uomo, era l’enorme fallo di Simone.
Lo lavai accuratamente, lo asciugai e lo cosparsi di borotalco; non sentendomi ancora sicura, ripetei l’operazione più volte. Alla fine lo misi sul tavolo in modo ritto e saldamente fissato grazie alla ventosa posta alla sua base. Mi misi a scrutarlo, scorgendo ed apprezzando ogni minimo dettaglio.
Era bellissimo, stupendo.
Presa dalla suggestiva tentazione, cominciai a leccarlo, facendo scivolare la mia lingua dentro alle insenature che delineavano ed evidenziavano l’asta ed il glande. Me lo misi tutto in bocca, tentando di ingoiarlo e succhiarlo.
Stavo emulando quello che veniva definito volgarmente “pompino”, come sporadicamente vidi fare in qualche filmato pornografico da qualche avvenente ragazza.
Non l’avevo mai fatto con uno vero; quindi per me fu una specie di prima volta!
Certo, mancava di sapore umano, mancavano gli umori maschili. Però, immerso nella mia bocca, dava comunque una bella sensazione. Sentivo dettagliatamente tutti i suoi rilievi, perfettamente ricreati in quello stampo, lo sentivo riempirmi; chissà inserito in altre parti, pensai. Continuai a leccarlo ed a succhiarlo; mentre con una mano lo impugnavo facendo scorrere la mia mano su e giù, con l’altra massaggiavo quei generosi testicoli ben riprodotti e posti alla base di quella verga.
Mi stavo eccitando, pensavo che lo stessi facendo ad un pene vero.
Decisi controvoglia di fermarmi; lo riposi sopra il comodino della camera. Non volevo anticipare la sensazione del primo utilizzo senza la virtuale presenza di Simone.
Come solito, anche quella sera, aspettai sdraiata nel letto il suo rientro.
Nell’attesa, cercai di distrarmi con il mio Tablet, navigando in internet qua e là, anche se i miei pensieri erano rivolti a quel generoso fallo appoggiato sul comodino.
Sentii dei rumori.
Ecco, stava arrivando.
Chiusi il Tablet, spensi la luce e presi in mano il mio nuovo gioco!
Cominciai subito a ricoprirlo di saliva.
Lo baciavo, lo leccavo, lo succhiavo; cominciavo a prendere confidenza e gusto ad esercitare quella pratica, la trovavo molto eccitante e stimolante.
Non avevo mai messo in bocca il manico del cacciavite, non ci avevo neanche mai pensato poiché credevo non avesse avuto alcun senso; al limite lo imbrattavo di saliva, nell’intento di lubrificarlo, ma mai fui tentata di leccarlo. Inoltre ritenevo quell’azione un gesto meramente altruista, atto a procurare un piacere individuale, per chi lo riceveva; per colei che lo faceva, lo ritenevo faticoso, un lavoro, un dovere, privo di emozioni.
Dovetti ricredermi, succhiare e leccare quel coso mi eccitava tantissimo, solleticava piacevolmente l’interno della mia bocca.
Me lo stavo letteralmente strusciando addosso, sul viso, sulle labbra, sul collo, sui seni dove mi soffermavo stuzzicandomi i capezzoli che a loro volta, con il contatto, si inturgidivano; poi riprendevo a lubrificarlo succhiandolo e leccandolo.
Nel fare ciò, ritenni che quell’azione, da quel momento in poi, sarebbe per me stata un atto dovuto prima di passare oltre, considerandola una tappa obbligatoria ed indispensabile, un rito preparatorio atto a stimolare i miei pensieri e le mie fantasie.
Quando sentii i primi cigolii cominciai ad agitarmi.
Sentivo un fuoco alimentarsi in mezzo alle gambe, non vedevo l’ora di infilare dentro me quell’arnese, come se potesse in qualche modo domare quel calore.
Decisi di aspettare, volevo prima sentire i colpi della testiera del suo letto che vibravano e sbattevano sulla parete. Quello sarebbe stato il momento giusto, dovevamo affondare in simultanea la penetrazione, la sua e la mia.
Avvicinai il membro alle labbra vaginali e cominciai a strofinarlo; il glande le allargava e poi morbidamente le stropicciava; erano completamente bagnate. Stimolava il clitoride, pulsante e gonfio, e si preparava la strada per l’imminente penetrazione, lubrificandosi a dovere con il mio abbondante liquido vaginale.
Ero pronta, prontissima, non resistevo più.
Mentre i cigolii del letto di Simone aumentavano, le loro voci ansimanti cominciarono ad udirsi chiaramente anche nella mia camera.
In quel mentre sentii il solito formicolio, che cominciava a generarsi, dalla punta delle dita dei miei piedi fino a trasalire per invadere totalmente il mio corpo.
Mentre con una mano gestivo il fallo, con l’altra mi massaggiavo i seni, ora completamente scoperti, non mancando di strizzarmi i capezzoli, che ad ogni pressione esercitata dalle mie dita, facevano partire una piccola scossa elettrica direttamente collegata al mio clitoride.
Quando sentii il primo colpo, generato dall’urto della sponda del letto di Simone, strizzai gli occhi e, con un gesto deciso, lo infilai dentro me! Mi sentii perforare; un leggero e piacevole dolore accompagnava una sensazione meravigliosa di pienezza e di invasione.
Cercai di tenere in sincronia i colpi di Simone con i movimenti del mio fallo; tra un colpo e l’altro, lo ritraevo dolcemente, facendolo uscire quasi completamente, per poi riaffondarlo con forza e violenza al colpo successivo.
Ad ogni passaggio in uscita sentivo i muscoli vaginali che si ritraevano rilasciando una enorme quantità di liquido; le labbra esterne, che gestivano l’apertura del mio paradiso, morbidamente si spalancavano per far fuoriuscire quell’enorme fallo, accompagnandolo e rilevando, come un lettore scanner tridimensionale, ogni dettaglio della sua perfetta sagoma, dalla base sino alla sua punta, facendomi esattamente percepire nella mente la sua bellissima forma.
Seguiva poi la decisa penetrazione, colpi efferati, che permettevano a quell’enorme glande di raggiungere alcune mie parti intime sino a quel momento inesplorate, che solleticate, mi procuravano sensazioni nuove, intese, devastanti.
Lo avevo dentro tutto; lo muovevo tenendolo dalla ventosa e sentivo i testicoli sbattere sul mio ano.
Seguivo il ritmo di Simone ed era una bellissima sensazione, mi sentivo veramente scopata da lui. Ogni cellula del mio corpo era in fibrillazione, sentivo delle onde calde correre dentro tutte le vene del mio corpo, dai piedi al cervello; ero invasa da vampate di fuoco che ad ogni penetrazione diventavano più intese.
Il cuore pompava ****** così velocemente che ad un tratto pensai che stessi per esplodere. Il mio ansimare era ormai confuso con il loro, all’unisono.
Non badai al volume della mia voce, sentivo chiaramente il loro nelle mie orecchie; ero concentrata su me stessa, stavo godendo.
Quando sentii partire la scarica finale di colpi, sollevai leggermente la testa dal cuscino e cominciai ad affondare il mio fallo allo stesso ritmo concitato impartito da Simone; contrassi i muscoli addominali nel tentativo di portare tutte le emozioni in un solo punto, quel punto.
Esplosi.
Un urlo poco soffocato segnò la liberazione di quell’energia, di quel fuoco che circolava nel mio corpo, per arrivare lì, nelle mie pareti vaginali che ebbero un sussulto compulsivo, violento, irrefrenabile.
Mi sentii fibrillare.
Estrassi il pene e mi riversai in posizione supina; la mia mano premeva quanto più forte possibile i miei genitali, nel tentativo di placarli soffocandone la sensibilità che pareva fuori controllo.
Dall’addome scendevano, a ritmo *****sante, delle dirompenti scariche elettriche in direzione dei miei pertugi; sentivo la mia vagina ed il mio ano pulsare violentemente.
Mentre il mio corpo era invaso dagli spasmi, la mia mente assaporava tutte quelle sensazioni; un godimento pieno, appagante, liberatorio, senza tempo.
Finalmente mi calmai.
Tutto era in silenzio.
Presi il mio fallo, lo guardai nella penombra. Luccicava. Era cosparso dei miei succhi. Lo annusai e cominciai, piano, a succhiarlo.
Volevo assaporare tutto, quel caldo profumo di sesso di cui era intriso, quella bava biancastra che lo ricopriva. Con calma e delicatezza mi gustai qualcosa a me nuovo, me stessa. Me lo strofinai ancora un po’ sul *****. Lo passai delicatamente sul mio clitoride che ancora, stimolandolo, generava degli impulsi; lo rileccai e poi lo misi sotto il mio cuscino.
Lo strumento che tanto mi aveva fatto godere quella sera, riposava sotto la mia guancia, con me.
Capitolo X.
Mi svegliai e vidi il sole che rifletteva glorioso la sua luce nella mia camera.
Da circa quindi anni, la mattina mi svegliavo all’ora che la sera prima mi prefissavo, senza l’ausilio di orologi e suonerie. Non so per quale motivo, il mio cervello era in grado di determinare l’ora e destarmi dal sonno, anche il più profondo!
Verificai molte volte questa cosa e, con grande stupore, vidi che il limite di errore del mio orologio biologico non superava i tre minuti.
Una dote, un caso, non so.
Quel giorno, quando mi alzai, mi sentii strana; qualcosa non andava.
Aprii il Tablet e compresi che avevo dormito due ore in più del previsto! Ero in ritardo! Rimasi male, molto male.
Feci velocemente una doccia, mi preparai ed uscii di casa correndo al mio posto di lavoro.
Che imbarazzo.
Io non sono mai, dico mai, arrivata in ritardo, né al lavoro, né a scuola, né ad un appuntamento.
Entrai in ufficio ed incrociai, prima di tutti gli altri, lo sguardo di Simone.
Imbarazzata lo salutai; lui, con sguardo sornione ed un mezzo ghigno, alzando una mano, rispose al mio saluto. Mi sedetti alla mia postazione, credo visibilmente a disagio, e cominciai e lavorare.
Mi sentivo strana, diversa.
Ed a complicare la situazione, c’erano mille domande che si generavano nella mia testa e per le quali non avevo neanche una banale risposta.
Perché non mi son svegliata questa mattina?
Perché Simone aveva quel ghigno stampato in faccia?
Mi avrà sentito ieri sera?
Avrò urlato troppo?
Con grande difficoltà cercai di concentrarmi sul lavoro.
Quando Simone si avvicinò, come consuetudine, cominciò dapprima a massaggiarmi la spalla, poi accarezzandomi la nuca mi chiese “Tutto a posto Giulia? Hai il viso stanco. Non stai bene per caso?”
Paonazza in viso, balbettando risposi “No.. No.., tutto a posto, la ringrazio!
E’ solo che stamattina non mi è suonata la sveglia e..” lui mi interruppe e continuando a coccolarmi la nuca mi disse “Se hai bisogno di qualcosa, chiedi pure…qualsiasi cosa…”.
Si allontanò facendo lentamente scivolare la sua mano dalla mia spalla.
Raggelai.
Probabilmente mi aveva sentito gemere.
Si, ne ero sicura, avevo tentato di soffocarlo ma credo di non esserci riuscita molto bene.
Devo chiudermi sta bocca quando godo, devo mettermi un bavaglio!
Che figura! Che vergogna!
Mentre mi insultavo mentalmente, una parte di me cominciò a vedere il cosiddetto “bicchiere mezzo pieno”.
Ed anche se mi avesse sentito?
Che male c’era?
Io ero nella mia camera a farmi i cazzi miei.
Lui, quasi tutte le sere, invade la mia privacy, perché scopa ed urla come un a****le.
Se per una volta lui ha sentito me, beh, cazzi suoi!
Sono una donna, anch’io ho le mie voglie, ed in casa mia sono libera di sfogarle senza dover rendere conto a nessuno!
E se mi ha sentito perché quello che divide la nostra intimità è un muro di cartone, non è certo colpa mia!
Alla fine le mie ragioni parevano prevalere sulle mie vergogne anche se restava incognito il suo atteggiamento; era venuto a coccolarmi, chiedendomi se avessi avuto bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa!
Lui si era dichiarato disponibile, a darmi qualsiasi cosa.
Ma avrò capito bene?
Non avrò frainteso?
Non avendo risposte, cercai di allontanarmi da questi pensieri continuando il mio lavoro.
A fine giornata, quando tutti lasciammo l’ufficio, Simone era davanti alla porta, come un usciere pronto a salutare e ringraziare gli ospiti che se ne andavano.
Quando arrivai davanti a lui, sentii le mie gambe che leggermente tremavano. Ero l’ultima.
Lo salutai con un piccolo sorriso.
Cercai di ritenere quel gesto assolutamente normale, quotidiano.
Lui mi mise la sua mano sulla spalla, quasi volesse fermarmi; poi con un generoso sorriso mi salutò, augurandomi una buona serata!
Lo ringraziai ricambiando.
Ma ci stiamo prendendo per il culo? Pensai.
Feci per uscire dalla porta quando sentii la sua mano scivolare lentamente dalla spalle verso il basso, percorrere tutta la mia schiena, delineandomi il fianco per poi, delicatamente, scendere sul mio sedere, palpeggiandolo e toccandolo fin sotto, con una sorta di strizzatina finale.
Allungai la gamba per spostarmi da quella posa e guardandolo mi girai.
Lui mi fece un leggero sorriso che io mi sentii costretta a ricambiare.
Finalmente uscii e velocemente mi incamminai verso casa; ero agitatissima.
Pensai ai suoi atteggiamenti. Mi avevano eccitato.
Cercando di calmarmi, cominciai a ragionare e riflettere, ripensando agli eventi; alla sera prima, al mio urlo malamente soffocato, a quanto aveva detto quella mattina.
Calma Giulia, calma, ragiona!
E’ dato che io sento perfettamente lui; inevitabilmente lui sente me, pur quanto io cerchi di soffocare ed attenuare ogni minimo rumore.
Dunque, se lui sentendomi gemere si fosse offeso, oggi non si sarebbe comportato così. Mi avrebbe sicuramente evitato, snobbato.
Pertanto, escludendo che non mi abbia sentito, il suo atteggiamento inequivocabile di oggi dimostrava che era compiaciuto di udirmi.
Quindi, a lui piace sentirmi gemere mentre fa sesso con la sua donna.
Di conseguenza, lui ha la certezza che io mi masturbo mentre scopa.
Morale: indirettamente si scopa anche.
Questa cosa era veramente intrigante, eccitante.
Vaffanculo la vergogna, i moralismi.
Ormai ero andata ben oltre e di tornare indietro non ci pensavo neanche.
Capitolo XI.
Quella stessa sera, decisi di focalizzare meglio la sua compagna.
Dopotutto, in quel marasma notturno, non c’eravamo solo io e Simone, c’era anche la sua donna. Anzi, a dir il vero, tra loro due c’ero anch’io.
E dato che ogni volta sentivo anche lei ansimare e gemere sul mio collo insieme a Simone, mi pareva giusto farmi un’idea precisa anche di lei.
Tutto sommato non mi dispiaceva essere in compagnia femminile per condividere Simone; io non ne ero certo innamorata.
Lui mi eccitava, avrei voluto essere scopata da uno come lui.
L’idea di farlo in compagnia di un’altra donna, ormai, tutto sommato, non mi sarebbe neanche dispiaciuta o meglio, sicuramente non mi scandalizzava; in fondo, anche se solo virtualmente, mi ero già abituata ad essere in tre.
Rimasi seduta in soggiorno, sul divano; da quella posizione, udendoli nel mentre che rincasavano, avrei potuto velocemente alzarmi per correre allo spioncino della porta di ingresso e spiarla.
Quando arrivarono, corsi verso la porta e guardai dallo spioncino.
Li vedevo, la vedevo. Era una bella ragazza, aveva delle movenze morbide e sensuali.
Elegante ma non troppo, era giovane, sinuosa, semplice.
Entrarono in casa e chiusero la porta.
Mi sentii lusingata. Se Simone, ora accoppiato con quella ragazza, cercava anche me, allora voleva dire che io non ero certamente meno carina ed affascinante di lei.
Pertanto, le attenzioni sino ad ora ricevute da Simone suonavano come un complimento!
Aspettai un attimo e poi mi coricai nel letto, in loro attesa.
Ero pronta ed attrezzata.
Inizialmente sentii dei rumori strani, come se stessero spostando il letto.
Non ci feci molto caso.
Quando sentii i primi cigolii, io ero già immersa nelle mie fantasie.
Ma qualcosa, da quella sera, cambiò.
Quando cominciarono ad ansimare, udii le loro voci molto più nitide, ad un volume più alto rispetto alle altre sere. Sul momento non mi fermai a chiedermi il perché di ciò, ritenni che, oltre a coinvolgermi maggiormente, avrebbero coperto sicuramente anche i miei gemiti, e questa cosa mi rilassò maggiormente.
Quando il loro letto cominciò a sbattere sul muro, sobbalzai!
I colpi non vibravano più solo sulla parete, ora facevano letteralmente vibrare ed oscillare la testiera del mio letto ed il materasso. Me compresa!
Mi trasalì nel corpo una strana ed eccitante sensazione, tanto da sentirmi quasi levitare.
Mi sembrava d’essere con loro ancora più di prima, nella stessa stanza, sullo stesso letto.
Mentre seguivo il ritmo con il mio fallo, ero assordata dal loro ansimare.
Scoppiò nel mio corpo un violento orgasmo, prima del tempo.
Urlai, non riuscii per l’ennesima volta a trattenermi.
Loro continuarono imperterriti.
Io, dopo qualche secondo, ripresi a penetrarmi.
Le vibrazioni dei colpi tenevano il mio livello di eccitazione alle stelle.
Li sentivo gridare, “sii.. spaccami.. porco.. sii..” diceva lei mentre lui le imprecava contro “troia…prendilo tutto.. puttana.. godi..”.
Partì la scarica finale di Simone, le loro voci si sovrastavano, il mio letto sobbalzava ed io con lui; il mio fallo, che sbatteva dentro me, pareva sguazzasse dentro un secchio d’acqua.
Non capivo più nulla!
Nell’altra stanza scoppiava il loro orgasmo con un urla assordanti di entrambi, io imperterrita continuavo la ricerca del più grande amplesso della mia vita; come un frullatore alla massima velocità, una mano roteava sul mio clitoride, mentre l’altra continuava a sbattere dentro di me quell’enorme arnese.
Accompagnato da un tonante spasmo vocale, raggiunsi anch’io, subito dopo del loro, il sospirato secondo orgasmo, dieci volte più possente del primo, sia per intensità sia per durata.
Sentivo ancora qualche rumore provenire dalla stanza acconto, ma ero troppo concentrata sulle mie sensazioni per poter capire cosa stessero facendo o si dicessero.
Come la sera prima, lentamente, avvicinai il pene alla mia bocca, lo leccai in modo accurato, poi, molto passionalmente, me lo strofinai sulle labbra, sulle guance, sul collo; non riuscivo comprende se attribuire il merito di tanta eccitazione e goduria alla situazione o al mio nuovo giocattolo.
Di fatto, cominciai ad adorare quel fantastico strumento di piacere.
Capitolo XII.
La mattina mi alzai ancora in ritardo, meno della precedente, ma sempre in ritardo. E come il giorno prima, in fretta e furia, mi feci la doccia, mi vestii velocemente per poi correre in ufficio.
Cazzo, la mia testa sta andando in tilt, pensai.
Mi ripromisi di mettere la sveglia al Tablet per la mattina successiva, non potevo certo andare avanti così, la cosa mi demoralizzava ed angosciava.
Quando uscii dall’appartamento mi trovai faccia a faccia con la compagna di Simone.
Rimasi senza parole.
Lei cominciò a scrutarmi, dall’alto al basso; poi con un generoso sorriso, compiaciuto, mi salutò. “Ciao!”
“Ciao” risposi un po’ imbarazzata.
“Sei di corsa?” mi disse.
“Leggermente” risposi un po’ ansiosa, “quella maledetta sveglia, non riesco a sentirla; anzi, a dire il vero, quando dormo non riesco a sentire neanche le cannonate!” aggiunsi cercando in qualche modo di far credere che quando scopavano non potessi sentirli, anche se le loro urla ed i colpi inflitti a quella parete li avrebbe uditi anche un sordo.
Lei mi sorrise dolcemente, quasi comprensiva. Quel gesto mi rasserenò, senza comprenderne il motivo.
Scendemmo insieme in ascensore, parlando a vanvera del tempo e poi ci congedammo con un cordialissimo saluto, accompagnato da una sua strizzata di occhio.
Quell’incontro, alla fine, non mi aveva minimamente turbato, anzi, mi aveva rincuorato.
Quando entrai in ufficio, Simone non c’era.
Meglio, mi dissi.
Lasciai sulla scrivania le mie cose ed andai a farmi una bella colazione.
Ero divorata dalla fame.
Poi mi dedicai, con tutta me stessa, al lavoro.
Ero carica, felice, leggera. Stavo veramente bene.
Solo durante la pausa pranzo, che quel giorno feci in solitudine poiché mi fermai oltre tempo ad ultimare parte del lavoro, i miei pensieri ritornarono a quanto accaduto la notte prima.
Ripensando al tutto, cominciai a chiedermi cosa potesse essere cambiato nelle nostre contigue stanze, dal momento che la sera prima il mio letto sobbalzava letteralmente insieme al loro e le loro voci le udivo così chiaramente; mi ritornò in mente il rumore di mobilio che sentii quando entrarono in casa.
Cosa potevano aver fatto per creare quella nuova situazione?
Quando vidi il loro letto, spiando dal terrazzo, non mi pareva fosse posto in mezzo alla stanza; me lo ricordavo appoggiato alla parte, come il mio. Quindi, l’amplificazione dei rumori non poteva essere generata da uno spostamento del letto verso la parete in quanto era già contro la stessa.
Mi ripromisi di indagare, dovevo andare fino in fondo per capire cosa fosse accaduto, quale evento avesse modificato la situazione; la mia testa non accetta una novizia senza giustificazione di causa.
Il risultato di questa indagine mi avrebbe anche aiutato a comprendere se alla base di ciò ci fosse stato un atto volontario o meno, se Simone avesse, intenzionalmente o meno, cercato di coinvolgermi maggiormente nei suoi amplessi.
Se quella fosse stata una provocazione per coinvolgermi maggiormente, ebbene, prova superata.
Se il cercare, in modo sfuggente, di palpeggiarmi durante il giorno, lo aiutava e stimolava a sfogare meglio i suoi istinti sessuali alla sera con la sua donna, nessun problema, le sue effusioni stimolavano anche me.
Se sentirmi gemere, immaginandomi intenta a masturbarmi a ritmo dei suoi colpi dietro quella esile parete, lo portava a raggiungere orgasmi più intensi, perfetto, era la stessa cosa che capitava a me.
Quindi, se così fossero state le cose, stavamo condividendo le stesse identiche emozioni.
Pertanto, se io, in qualche modo, avessi dovuto vergognarmi, per logica conseguenza avrebbe dovuto farlo anche lui; se io ero sbagliata, lo era anche lui. Ma se per lui tutto ero a posto, allora lo era anche per me.
Capitolo XIII.
Quando Simone entrò in ufficio, era quasi sera. Salutò lo staff e cominciò a fare il giro delle consulenze.
Lui era il nostro Tutor.
Stavamo completando un progetto importante, il suo, ed a lui era stato affidato il compito di seguirci e coordinarci.
Era molto preparato ed afferrato; aveva una conoscenza che pareva infinita.
I suoi modi, decisi e sicuri, sapevano mettere a proprio agio qualsiasi persona; se qualcuno entrava in difficoltà, lui interveniva con estrema pazienza e competenza, risolvendo sempre tutto.
Quando arrivò da me era già abbastanza tardi.
Erano andati via quasi tutti; i due rimasti erano piegati sopra le loro tastiere intenti a scrivere velocemente chissà cosa.
Io ero in piedi che stavo riorganizzando la mia scrivania; per quella giornata avevo dato tutto, ero stanca e mi stavo preparando ad uscire per andare a farmi una bella nuotata.
Si avvicino con un sorriso e sedette alla mia postazione, sulla mia poltroncina. Mi chiese se potevo aprirgli il file sul quale stavo lavorando e poi cominciò a scrutalo.
Io dapprima rimasi un po’ li con lui, impalata alla sua sinistra; poi, dato che, silenziosamente ed impassibilmente, fissava il monitor, ripresi a far ordine sulla scrivania.
Mi sentii avvolgere i fianchi dal suo braccio; mi girai verso lui, che in quell’istante mi stava fissando con uno strano sguardo languido, e mi chiese “Giulia, scusa, potresti spiegarmi questo passaggio?” indicando con la mano destra il monitor.
Avvicinandomi perplessa, cominciai a dettagliarli la serie logica che avevo costruito.
Mentre lui annuiva con gesti del capo, la sua mano, ancora sui miei fianchi, lentamente scendeva sui miei glutei.
Poi, delicatamente iniziò a palpeggiarmeli, appuntando qualche strizzatina come se stesse verificandone la tonicità.
Scese ancora, lentamente; ponendomi una domanda, la sua mano afferrò delicatamente la mia gamba, come per spostarmi leggermente verso di lui, verso ciò che indicava con l’indice della mano destra al monitor.
Io mi sentii praticamente costretta a sporgermi un poco verso lo schermo; mentre lui da un lato mi poneva, con tono caldo e sereno, l’ennesima osservazione, la sua mano, dall’altra, cominciò a risalire il mio interno coscia, passando delicatamente sotto la gonna.
La mia voce subì un abbassamento di un mezzo tono; quando poi, la sua mano cominciò a strofinare le mie mutandine, si abbassò immediatamente di altri dieci toni.
Praticamente parlavo sottovoce.
Mentre dolcemente mi sfregava con le dita, portando il mio bacino ad ondeggiare in perfetta armonia con il movimento della sua mano ormai avvinghiata sui miei genitali, il mio rubinetto interno cominciò a perdere qualche goccia.
In una frazione di secondo, qualcuno, quel rubinetto lo aveva letteralmente spalancato.
Mi sentivo fradicia, come se mi fossi fatta la pipì addosso.
Un piacevole brivido invadeva il mio corpo, sentivo il mio clitoride, sensibilissimo, solleticato dallo strofinamento della mutandina, procurato dal massaggio di Simone.
Avrei dovuto spostarmi, ma la sua mano, calda e sicura, afferrava il mio interno coscia bloccandomi.
Forse ero io a non volermi spostare.
Dopo un bell’attimo, fece riscivolare la mano verso il basso, pennellando la mia coscia, uscendo dalla gonna, per poi risalire sulle mie natiche; con un movimento leggero e rotatorio della mano, cominciò a massaggiarmi il sedere, fino a dargli ancora un’altra decisa strizzata, dal basso verso l’alto, mentre le sue dita, affondando, mi premevano sui genitali.
Mi sentii penetrare in entrambi i pertugi.
Poi la distolse e lentamente si alzò, mi sorrise, e se ne andò alla sua scrivania.
Io rimasi lì, impalata, senza parole, forse anche perché non avevo più un filo di voce.
Presi le mie cose, salutai e, tutta tremolante, me ne andai.
Mi girava la testa dallo stordimento che mi procurò quella situazione.
La mia faccia scottava.
Il ****** ribolliva nelle mie vene e affluiva al mio cervello ad un temperatura troppo elevata per permettergli un corretto funzionamento; non riuscivo a riordinare le idee, ero intontita e confusa.
Andai direttamente nel mio appartamento, evitai di andare in piscina.
Ero eccitatissima.
Non avrei mai pensato che una palpata potesse essere così profonda, intensa.
Mi feci subito una doccia. Solo doccia. Volevo godermi quello stato di eccitazione sino alla sera, quando poi, con la sua virtuale compagnia, avrei sfogato tutta la mia libido.
Mi asciugai, mi misi panni comodi e ripresi a pensare.
Voleva veramente scoparmi?
Ed io, ci sarei veramente stata?
Beh, alla seconda domanda la risposta fu immediata e scontata.
Se ci fosse stata una occasione, certo non me la sarei lasciata sfuggire.
Magari non l’avrei cercata, ma neanche evitata!
Sulla prima domanda, invece, tornai ridondante sui mille quesiti che già mi ero fatta, ed ai quali non ero ancora riuscita a dare una probabile e corretta risposta.
Poteva essere un si, ma non ne avevo l’estrema certezza.
Magari voleva solo giocare con me, voleva stuzzicarmi.
In quel momento pensai ancora ai rumori uditi la sera prima, riconducibili a qualche spostamento di mobilio.
Andai in camera e guardai la parete con il letto.
Una parete di circa tre metri, un grande quadro che rappresentava una distesa coltivata a grano, come se quello fuori non bastasse, ed il letto.
In assenza di ulteriori elementi, mi concentrai sulla struttura del letto, cercando di immaginare cosa potesse essere successo nell’altra stanza, cosa avesse potuto generare l’aumento di rumori, di vibrazioni.
Il mio letto era piuttosto essenziale, un bordo perimetrale in legno ed una testiera alquanto semplice, sempre il legno, composta da due tavole orizzontali, distanziate l’una dall’altra da uno spazio di circa una spanna; più volte, dormendo, avevo insultato quel Designer che, progettandolo, non aveva pensato di porre la prima tavola di quella testiera ad altezza cuscino, cosa che avrebbe evitato di farlo scivolare, dormendo, tra la parete ed il materasso.
Cosa potevano aver fatto ad un letto simile, per aumentare così tanto le vibrazioni trasmesse alla parete?
Se i letti fossero stati identici, entrambi già poggiati a quel muro di cartone, cosa poteva essere cambiato?
Decisi di andare in perlustrazione sul terrazzo e sbirciare all’interno della camera di Simone; se non ricordavo male, l’oscurante non era totalmente abbassata, per cui forse, dal basso, qualcosa avrei visto od intuito.
Mi diressi verso il loro finestrone.
Mi ricordavo bene, l’oscurante era abbassata per poco più di metà della sua estensione.
Guardai circospetta che non ci fosse nessuno e mi inginocchiai, tentando si scorgere qualcosa all’interno.
Vidi il letto.
Era diverso dal mio.
Oltre alla testiera, composta da un pezzo unico di legno e non a doghe alternate come la mia, aveva lateralmente dei comodini che parevano integrati nella struttura.
Qualcosa ancora non mi quadrava.
Guardai attentamente e vidi che i comodini erano leggermente distaccati, quindi non integrati. Scorsi poi, appoggiati alla parete, un traverso di legno ed un grosso quadro.
Cosa poteva significare tutto questo?
Mentre cercavo di vedere se notavo altri dettagli, rannicchiata a terra con il sedere all’aria, mi venne chiara tutta la situazione.
Rientrai velocemente in camera mia.
E’ così!
Ci sono!
Aveva staccato la struttura posteriore della testiera che univa saldamente i comodini, cosicché il letto, privo di quell’elemento, risultava debole e meno pesante; pertanto, le sollecitazioni di Simone, venivano assorbite meno dalla struttura, ora labile e leggera, e trasmesse più violentemente sulla parete.
Pertanto, quel divisorio, costituito da miseri pannelli di cartone pressato e sostenuti da leggerissimi profili di alluminio, vista la dimensione della parete, se fortemente sollecitati erano in grado di tramettere anche le vibrazioni, assorbite da una parte e rilasciate dall’altra, come una invisibile onda d’urto.
Il quadro, invece, di dimensioni così importanti e spesso circa un centimetro, composto da materiale pressato, fungeva da pannello fonoassorbente.
Ora le vibrazioni erano più intense e le voci più nitide!
Mi girai, guardai il mio quadro, e senza indugi lo staccai, poggiandolo a terra sulla parete opposta al letto.
Spinsi infine il mio letto il più possibile contro la parete.
Mi ci gettai sopra e cominciai a pensare.
Quindi lo aveva fatto apposta!
Voleva che lo sentissi!
Forse voleva sentire meglio anche me!
Avevo formulato quasi tutte le risposte alle mie domande.
Restava in sospeso se, tutto ciò, lo stava facendo per giocare e provocarmi, per indurmi a concedermi a lui.
Ogni uomo si scoperebbe volentieri una donna, soprattutto se questa è anche carina ed un po’ maliziosa, attributi che sicuramente avevo.
Infine, se dovesse sentirla ansimare la notte mentre lui consuma un rapporto sessuale con un altra, credo che i dubbi scompaiano immediatamente.
Ultima questione era sapere se la sua donna, compagna, moglie, fosse complice o vittima di tutto ciò. Beh, la risposta poteva anche aspettare. Non era nelle mie priorità.
Bene, mi sentivo sollevata. Molto sollevata. Potevamo giocare tranquillamente, in un “quasi silenzioso” accordo, in una divertente ed eccitante complicità.
Io non ero una zoccola; facevo le mie cose in casa mia.
Lui non era un porco; faceva le sue cose in casa sua.
Le toccatine restavano delle simpatiche effusioni, di colleghi che si stimavano ed erano diventati quasi amici.
Capitolo XIV.
Dopo quel momento, riuscii a placare le mie emotività, godendomi serenamente la situazione.
Nel periodo seguente la cosa divenne meno amorale ed intensamente vissuta.
Ero finalmente riuscita a stabilire, calendario alla mano, i giorni in cui Simone non rientrava alla sera; probabilmente tornava a casa sua.
Per una settimana non rientrava il sabato e la domenica sera, per la settimana successiva non rientrava il mercoledì sera, il venerdì ed il sabato sera.
Questa pianificazione fu per me risolutiva.
Non avevo l’ansia del suo rientro e potevo meglio gestire il mio tempo.
Nelle sere in cui era assente, non mancavo di masturbarmi.
Sicuramente meno intensamente del solito, magari in un modo leggermente più sbrigativo, ma in quelle occasioni potevo fantasticare senza condizionamenti.
Questo, anche se era diverso, comunque mi piaceva.
Sperimentai nuove posizioni, nuovi modi di utilizzare il mio compagno di giochi; provavo in solitudine, senza l’ansia di perdere il ritmo; quando poi mi ritenevo pronta, applicavo quanto appreso dalle solitarie esperienze con Simone che, dalla parte opposta del muro, dettava un tempo che io non volevo perdere.
Una posizione molto carina, che inizialmente facevo fatica a fare, era quella di sedermi sopra il pene. Tendeva sempre a sprofondare nel morbido supporto che creavo, tipo cuscini, costringendomi a reggerlo con entrambe le mani, limitando la libertà dei miei movimenti; un pasticcio, troppo scomodo, perdevo l’equilibrio.
Urgeva una soluzione, semplice e brillante!
Mi procurai, raccogliendolo da un mucchio di scarti del “fu’ cantiere” del nostro complesso, un residuato di davanzale in pietra lucida; ecco, avevo la soluzione.
Poggiandolo sopra un cuscino, gli appiccicavo, dalla parte liscia e lucida, la ventosa del mio pene, che poi inforcavo con le gambe, come se lo stessi cavalcando.
In questa posizione, così corretta, avevo le mani libere che utilizzavo sia per aggrapparmi da qualche parte per gestire l’equilibrio ed i movimenti, sia per stimolare altre parti del mio corpo, seni e clitoride. Inoltre, se fatta in contemporanea con l’amplesso di Simone, mi consentiva di sentire bene le vibrazioni del mio letto, al quale mi attaccavo con le mani dalla testiera; ad ogni sobbalzo, io mi abbassavo, penetrandomi.
Un’altra posizione che mi piaceva assumere, la mia preferita, era stare a quattro zampe e sentirmi penetrare da dietro.
In questo caso la soluzione pratica fu abbastanza semplice, mi bastò guardare il letto.
Fu lì che rivalutai immediatamente il Designer che progettò quella testiera; o era un genio o era una donna!
Sfruttando una delle doghe, disponevo di un valido supporto per la ventosa del mio pene, ma soprattutto, alla giusta altezza; inoltre, lo spazio vuoto a livello materasso, che tanto avevo insultato, era perfetto per infilarci i piedi. Quelle doghe sembravano studiate e posizionate appositamente, non per puro caso. Grande Ikea!
Così facendo, quando Simone dall’altra parte infieriva i suoi colpi, questi venivano direttamente trasmessi alla testiera e di conseguenza al mio pene, che in simultanea penetrava me.
Ormai, tra rumori e suoni, non c’era più nessun freno.
Tanto Simone faceva sbattere il suo letto a ridosso del mio, che poco mi preoccupavo se il mio facesse altrettanto.
Tanto loro ansimavano e gemevano, tanto lo facevo io.
Alla fine, mi pareva fossimo tutti d’accordo!
Avevo creato un equilibrio apparentemente perfetto nella mia vita, a parte la sveglia mattutina che ormai impostavo sul Tablet.
Il mio orologio biologico si era rotto, pazienza.
Pratica ed operativa, potevo lavorare lucidamente, fare le mie nuotate serali, uscire con i colleghi nelle sere “buche”.
La programmazione era troppo importante nella vita.
Durante il giorno, non mancavano le palpatine di Simone alle quali, senza dar troppo a vedere, sottostavo con estremo piacere.
Ormai, sempre più spesso, le sue dita entravano nei miei genitali; lo lasciavo fare, soprattutto per mio piacere, poi, giusto per stuzzicarlo, mi distaccavo leggermente, in attesa che venisse ancora a cercarmi.
Quando alla fine si allontanava, notavo soddisfatta il suo impaccio nel tentativo di nascondere il rigonfiamento che aveva in mezzo alle gambe.
Capitolo XV.
I giorni a venire trascorsero velocemente, tanto che, in men che potessi pensare, arrivammo alla conclusione del progetto. Eravamo tutti molti eccitati.
Il nostro lavoro nell’ultimo periodo era diventato di equipe, in senso veramente stretto.
Passavamo le giornate appiccicati agli enormi schermi del nostro ufficio, tutti in piedi, per vedere simulato il risultato finale; ogni tanto qualcuno s**ttava, correndo alla propria postazione di lavoro, per correggere in tempo reale difetti ed eventuali bug presenti.
Quando ritenemmo che tutto funzionasse, per ulteriore sicurezza passammo ancore tre giorni consecutivi a collaudare il programma di progetto, supervisionati dal nostro Tutor che verificava il tutto.
Funzionava!
Era perfetto!
Al concludersi della terza serata, quando Simone disse “Ok..., bravi....,bravi ragazzi..., bravi tutti”, scoppiò un applauso generale che ci commosse.
Seguirono strette di mano e calorosi abbracci.
Quella sera, anche Simone aveva gli occhi lucidi.
Fu organizzato al volo un happy-hour, presso un locale modaiolo del centro.
Appuntamento per le ore venti alla reception.
Simone riuscì, con una telefonata, a mettere a disposizione di quell’iniziativa, una navetta aziendale, che potesse portare ma soprattutto riaccompagnarci, quando presumibilmente ******hi, avremmo deciso di rincasare.
Mentre rientrai nel mio alloggio per lavarmi e prepararmi, mi sentii particolarmente agitata, una strana eccitazione mi avvolgeva; inizialmente pensai che fosse dovuta per il traguardo raggiunto, il nostro obbiettivo di lavoro, poi pensai che le motivazioni potevano essere anche altre.
Forse, quella sera, sarebbe potuto accadere qualcosa tra me e Simone; magari l’euforia, generata dalla felicità o dall’alcool, avrebbe in qualche modo potuto essere un pretesto ed una scusante per oltrepassare il limite tenuto sino ad ora.
Io mi sentivo pronta!
Era la serata perfetta!
Mi feci una doccia, mi truccai accuratamente, mi vestii dando attenzione ogni minimo dettaglio; mi cambiai i vestiti almeno quattro volte, sino a quando, specchiandomi, non mi sentii a posto!
Mi ritenni perfetta, sobriamente elegante, attraente, seducente, ma soprattutto vogliosa!
Ci trovammo nella sala di ingresso della location operativa e quando ci fummo tutti salimmo sulla navetta, che immediatamente partì, dirigendosi in direzione centro.
Simone non venne con noi, ci seguì a bordo della sua grossa Mercedes nera.
Questa cosa mi fece rimanere un pochino male.
Pensai che fosse un atteggiamento da stronzi non condividere quella trasferta in comitiva.
Va bene, sei il Tutor, ma potevi venire con noi?
Oppure hai già programmato di andartene prima e lasciarmi lì mentre ti vai a scopare la tua donna?
Ecco. mi stavo già incazzando, quando due colleghi, Paolo e Roberto, cominciarono gentilmente ad importunarmi.
L’euforia generale e la voglia di strafare, era una sensazione palpabile è comprensibile.
Avevamo lavorato tutti per mesi, seguendo un idea, un progetto.
Nessuno di noi inizialmente aveva ben chiaro cosa dovesse esattamente fare, non esisteva alcun modello similare esistente da seguire, solo un protocollo.
Eravamo partiti tutti da zero seguendo un utopia, un sogno.
Dopo tanto lavoro, seguendo con fiducia la nostra guida, il nostro mentore, il nostro Tutor, siamo riusciti a sviluppare un progetto difficile, quasi impossibile.
Eravamo tutti soddisfatti ed orgogliosi.
Una serata come quella che stavamo per trascorrere, tutti insieme, era dovuta, meritata.
Avevamo lavorato quasi sempre divisi, invisibilmente uniti solo dal nostro Tutor che prendendo ogni pezzo di ciò che ognuno di noi aveva fatto, con pazienza e devozione lo unì, uno per uno, sino ad ottenere un risultato impensabile.
La stessa cosa, alla fine, la fece con le nostre menti, le nostre anime; in pochi giorni le aveva legate una ad una ed ora ci sentivamo paradossalmente complementari.
Che magia che aveva fatto il nostro Tutor!
Arrivati a destinazione, entrammo nel locale e ci sedemmo al tavolo a noi riservato.
Cominciammo a parlare, ridere, scherzare, ci sentivamo tutti amici, vecchi amici, legati da un qualche cosa che sino a pochi giorni prima ignoravamo totalmente.
Arrivò finalmente Simone accompagnato, mentre faceva ingresso nel locale, dal nostro sentito e caloroso applauso.
Ci strinse con un caldo abbraccio uno ad uno, dando poi una pacca sulla spalla ai ragazzi ed un triplo bacio sulle guance alle ragazze.
Quando toccò a me, oltre al gesto di rito che spettava a chi apparteneva al rango femminile, sentii anche una bella palpata sul mio culo, cosa che mi rese ancora più felice.
Si mise a capo della tavolata e, alzando le mani, chiese attenzione.
Fece un gesto al cameriere che si avvicinò immediatamente al tavolo munito di due enormi bottiglie di campagne, chiamate tecnicamente magnum.
Furono stappate e servite in eleganti flûte, il tutto accompagnato da mugugni di apprezzamento dei commensali.
Quando tutti fummo serviti, Simone cominciò a parlare.
“Ragazze, ragazzi, grazie! La vostra dedizione, il vostro impegno, la vostra caparbietà ma soprattutto la vostra preparazione, vi rendono unici. Credo che voi siate i cervelli migliori che l’industria della ricerca internazionale oggi possa offrire. Magari vi sentite ancora impreparati, acerbi; vi assicuro che il vostro unico limite è rappresentato dalla vostra età, dalla vostra inesperienza! Avete tutti, e dico tutti, per i vostri specifici settori di appartenenza, le carte in regola per divenire un giorno i migliori scienziati di livello mondiale. Io ho solo avuto la fortuna, in questa occasione di lavoro, di apprezzare l’alto grado della vostra intelligenza, del vostro dono. Avete sviluppato un progetto che, fino a sei mesi fa, pareva di impossibile realizzazione. Ma voi ce l’avete fatta, avete cambiato in qualche modo la storia. Sono pertanto a ringraziarvi, dichiarandomi onorato per aver avuto l’occasione di lavorare al vostro cospetto. Grazie, grazie di cuore!”
Scoppiò un secondo applauso interminabile, accompagnato da abbracci e pianti singhiozzanti. Poi, ristabilito l’ordine, Simone, alzando il flûte aggiunse “Ora, prima di deteriorate le vostre arterie, mescolando il vostro ****** ad alcool malamente annacquato e chimicamente colorato, vi prego di brindare con me, sorseggiando questo prezioso ricavato d’uva, minuziosamente coltivata e selezionata, deliziosamente lavorata e custodita sino alla sua completa maturazione, affinché, questo ricercato vino, possa in qualche modo nel vostro futuro, dare esempio al vostro bere! Salute!”
Una somma risata generale, accompagnata da tintinnii di bicchieri che sbattevano l’un contro l’altro, diedero inizio alla festa. Subito pervennero al tavolo generosi cabaret di cibo, dal pesce alla carne, diversi generi di verdure, il tutto sia crudi che cotti; non mancavo salumi e formaggi di ogni genere con svariate salse e marmellate di accompagnamento. Una fusion di alimenti diametralmente opposti, per coltivazione e allevamento, cultura e preparazione.
Ero felice ed euforica, forse troppo.
Già da parecchio tempo, in laboratorio, avevo ricevuto attenzioni da due ostinati colleghi, Paolo e Roberto, i quali coglievano ogni occasione per lusingarmi ed intrattenermi con inutili discorsi. Quella sera, durante il tragitto sul pullmino, avevano dimostrato sfacciatamente il loro interesse nei miei confronti.
Forse perché si erano immaginati programmi particolari da condividere con me, fuorviati dal mio atteggiamento gioviale e dal mio look provocante, alimentando le loro aspettative.
Mentre io mi preparavo psicologicamente per affrontare una serata diversa, esprimendo gioia e fascino inusuali, loro si illudevano che, data l’occasione, avrei ceduto alle loro avance; ma il mio stato, la mia apparente disponibilità non era destinata a loro.
Io pensavo che quella serata potesse rappresentare la svolta del rapporto virtuale con Simone che, in via del tutto eccezionale, magari perché entrambi presi dall’euforia e dall’alcool, ci saremmo spinti ben oltre a quanto avessimo già fatto, un rapporto vero, carnale; insomma, per dirla tutta, speravo che in quell’occasione Simone mi avesse cercata e scopata.
Si rideva e si scherzava; Simone nel frattempo faceva un po’ lo sposo, girando intorno al tavolo per fermarsi qua e là, chiacchierando affabilmente e poi spostarsi ancora, nel gruppetto successivo.
Arrivò a noi.
Chiese un po’ di spazio a Paolo, seduto alla mia sinistra, e si sedette in mezzo a noi due. Abbracciandoci, cominciò fare domande generiche sul come ci sentissimo; poi iniziò a raccontare una storiella di quando lui era piccolo.
Nel mentre, tolse la mano dalla mia spalla e lentamente la fece scivolare sul mio sedere.
Io aspettavo solo quello.
Lo guardavo negli occhi estasiata.
In risposta ad una sua battuta, facendo finta di parlare direttamente con Paolo, posto alla sinistra di Simone, appoggiai la mia mano sinistra sulla gamba di Simone, quasi cercassi sostegno per meglio vedere Paolo.
La mano non la misi in un posto a caso; la appoggiai praticamente sul suo pene.
Il mio equilibrio, gestito dal mio braccio destro appoggiato al tavolo, lasciava libera la mano sinistra che poté palpeggiarlo comodamente.
Era morbido e caldo.
Dopo qualche secondo percepii una pulsazione accompagnata da un rigonfiamento.
Mi piaceva. Gli piaceva!
Lo sentivo diventare pieno e duro, direttamente nella mia mano.
Facendo finta di niente, paventando una inconscia naturalezza, alternavo alle improvvisate risate con Paolo delle strizzate al pacco di Simone, come se fossero delle reazioni incidentali.
Mentre mi sporgevo verso Paolo, sceneggiando una concitata discussione, cercavo di strusciare quanto più potevo i mie seni sul petto di Simone che, apparentemente attento alla diatriba, pareva gradire.
Simone, ad una tratto, cercando di placare la mia discussione con Paolo, spostò la sua mano sulle mia gamba; era sotto il tavolo e quindi nessuno la poteva vedere.
Mi stinse la coscia, premendola al suo interno, con le dita e poi, delicatamente, con molta non-calanche, cercò di spostarla più su, in mezzo alle mie gambe.
Io, alimentando sempre di più il teatrino intrapreso con Paolo, sovrastai Simone ed allargai le mie gambe, invitando la sua mano a manipolare i miei genitali con più facilità.
Lui, non perdendo l’occasione, cominciò ad affondare le sue dita.
Mi cominciò a masturbare, con pacatezza e sensualità; il suo dito medio si fece largo nelle pieghe delle mie mutandine, arrivando alle mie labbra vaginali ormai fradice; con un leggero sfregamento rotatorio cercò di divaricarmele, stimolando e lubrificando il mio vestibolo che subito fu pronto ad essere penetrato.
La mia mano intanto continuava ad accarezzare il suo pene, cercando in qualche modo di ricambiarne il piacere.
Per la prima volta, nei confronti di Simone, non ero una figura passiva; volevo fargli sentire che ero in sua attesa, pronta; poteva prendermi e farmi tutto ciò che voleva.
Ero finalmente a sua completa disposizione.
Negli ultimi mesi avevo sentito in tutti i suoi amplessi, li avevo apprezzati cercando di farglielo capire in qualche modo.
Lui si era fatto sentire da me ed io mi ero fatta sentire da lui.
Ora eravamo pronti per prenderci, possederci e passionalmente violentarci.
Tutto sembrava correre nella giusta direzione, quella di un degno finale per questa storia; eravamo arrivati alla conclusione del nostro progetto, avevamo assolto il nostro compito.
Era giunta l’ora della meritata ricompensa, il giusto premio, quello fisico.
Bisognava solo creare l’occasione; con qualsiasi pretesto, potevamo andare nel bagno del locale o all’esterno, dietro l’angolo, per fumarci una sigaretta. Insomma, qualsiasi posto andava benissimo, giusto per consumare; era la ripaga della nostra attesa.
Ma un imprevisto, forse il mio imprevisto, distrusse tutto.
Al tavolo si presentò lei, la sua compagna, moglie, o chi cazzo fosse!
Ma che cosa ci fa qui?
Che cazzo vuole?
E’ la nostra festa, il nostro premio, il mio traguardo e tu, con quella merda di sorriso, ti presenti tra noi?
A far cosa?
A portarmi via il giusto riconoscimento, che tanto avevo atteso?
Mi sentii morire.
Morire dentro.
Tutto sfumò davanti a me.
Con molta probabilità, vista la conclusione della nostra missione, l’indomani la direzione mi avrebbe congedato; il mio vecchio lavoro, la mia vecchia sede operativa, i miei vecchi colleghi, mi stavano aspettando.
Quella era l’ultima occasione utile, l’unica e sola possibilità che io avessi per essere presa, in qualche modo, in un qualsiasi modo, da Simone!
Ed invece niente, perso, sfumato, vaffanculo tutto!
Il mio desiderio, il mio sogno proibito, arrivato sino al limite del suo avveramento, ora era sfumato e probabilmente per sempre.
Quando lei si presentò Simone ritrasse immediatamente la sua mano, lasciando un freddo incolmabile dentro di me.
Si alzò, presentò la megera, fece due battute alle quali tutti risero, mentre io neanche le udii, si alzò ed inforcando il suo braccio l’accompagnò a capotavola.
Si sedettero e cominciarono a confabulare, come se fossero appartati in un qualche angolo invisibile del locale; lei, al fianco di lui, sorniona, gli sorrideva e lo abbracciava.
Delusa, affranta e sconsolata, presi il flûte, che per ben quattro volte avevo riempito di nettare d’uva di quello stronzo e con un gesto veloce e deciso lo buttai a terra, simulando un incidente.
Poi, afferrai il bicchiere ancora colmo di mojito alla fragola di Paolo, e me lo scolai in due sorsate. Ne ordinai immediatamente un altro.
Con Paolo alle costole, invaghitosi ancor più di me, mal interpretando la precedente discussione, mi scolai altri tre mojito.
Nel frattempo Simone, abbracciato a quella che ormai avevo soprannominato “la sua puttana”, si congedò, ringraziandoci nuovamente per il nostro lavoro e precisando che il conto della serata sarebbe stato offerto da lui.
Vaffanculo, le mie consumazioni potevo benissimo pagarmele, pensai.
Capitolo XVI.
Eravamo ancora tutti lì nel locale, tranne Simone, ormai fuggiasco con la stronza.
Quando riuscii leggermente a calmarmi, la mia mente, anche se annebbiata dai fumi dell’alcool, cominciò ad interrogarsi ed a riconsiderare tutto quello che era successo in quei tre mesi.
Ero arrivata in quel posto acerba; la mia personalità, il mio modo di essere e di confrontarmi, erano terribilmente condizionati da ritmi, abitudini e preconcetti che avevano controllato ed inesorabilmente condizionando il mio equilibrio, il mio tempo, la mia vita.
Questa parentesi lavorativa, questa esperienza, in qualche modo mi aveva segnata, cambiata; mi aveva fatto scoprire tanti lati intimi oscuri, soprattutto sessuali, regalandomi fiducia, conoscenza e benessere.
Infine, professionalmente ero maturata e la mia esperienza accresciuta.
Tirando le somme, l’esperienza fin qui vissuta era stata bellissima, mi aveva dato tanto, sicuramente molto più di quanto potessi mai immaginare.
Ero anche certa che, rincasando, i miei amici non mi avrebbero più riconosciuta, visti i cambiamenti.
E probabilmente anch’io avrei rivisto loro sotto una diversa luce.
Con questo non volevo minimamente pensare di allontanarmi da loro, volevo solo dire che ero cambiata, ero in qualche modo diventata un’altra persona, a mio avviso migliore.
Simone era stato il nostro Tutor!
Con me lo era stato oltre il lavoro, oltre quello che doveva essere il suo compito.
Per una serie di coincidenze e combinazioni, alla fine lui, forse inconsapevolmente, è stato il mio Tutor sessuale; mi ha portato a fare esperienze nuove alla scoperta della mia sessualità, alla scoperta di me stessa, creando dentro me fiducia e stima.
Una marcia in più; mi ha fatto lavorare per farmi tirar fuori il meglio, in entrambi i sensi.
I suoi fugaci e continui approcci sessuali erano la mia conferma, avevo raggiunto anche un altro obbiettivo.
Adesso però dovevo camminare da sola, con le mie gambe.
Il mio Tutor mi aveva instradato; il resto dovevo farlo io!
Le cose, devono essere sempre fatte bene; e per saperle fare bene, bisogna anche fare esperienza.
Se vengono fatte tanto per fare, il risultato è solo una perdita di tempo, oltretutto male impiegato!
Da poco sappiamo di essere riusciti, lavorando su noi stessi, a creare un progetto meraviglioso, esplorando, cercando, capendo, migliorando.
Analogamente, grazie alla parete della mia camera, lavorando su me stessa, ho scoperto nuove emozioni, i limiti del mio piacere, i miei desideri.
Nulla al caso, nulla tanto per fare.
Nel frattempo, l’insistenza di Paolo cominciava a non darmi più così fastidio.
Mi girai e lo guardai.
Lui, imperterrito ed ignaro, continuava a ricercare le mie attenzioni.
Fisicamente era carino, abbastanza ben messo, asciutto ed atletico.
Cercai con gli occhi di vedere se in mezzo alle gambe nascondesse altre qualità ma non scovai nulla di apparentemente vistoso.
Aveva comunque un bel culo ed i jeans che indossava gli rendevano merito.
Dopo le elucubrazioni, ritenni fosse giunta l’ora di tagliare il cordone ombelicale da Simone.
Paolo, ragazzo pulito e piacevole, poteva, essere l’inizio del cambiamento, il mio cambiamento.
Mangiai qualcosa nel tentativo assorbire i liquidi ingeriti, limitando così l’invasione di alcool nel mio cervello, e cominciai a parlare piacevolmente con Paolo.
Mi resi conto, finalmente ascoltandolo, che tutto sommato era un ragazzo discretamente interessante; accettai così le su avance.
Verso la mezzanotte, decidemmo di fare rientro.
Roberto, durante la serata, si era dedicato alla ricerca delle attenzioni di Barbara, una collega molto carina dello staff; quando uscimmo dal locale, vedendoli camminare a braccetto con le loro mani che palpeggiavano i rispettivi sederi, ritenni che aveva trovato un degno conforto serale.
Io invece tenevo a braccetto Paolo, che cercava insistentemente di baciarmi sul collo.
Rientrati con il pullmino, ci riunimmo tutti al centro dell’ingresso della location operativa.
Ci salutammo calorosamente, con baci ed abbracci.
Fu emozionante. Anche se non ci eravamo frequentati assiduamente per tutto quel periodo, cominciai a sentirmi affezionata a loro.
Erano persone fantastiche, speciali.
Chiesi a Paolo se volesse accompagnarmi nel mio appartamento per bere ancora una cosa; ovviamente lui, compiaciuto, annuì.
Mi chiese se avevo delle birre ma il mio frigorifero era completamente vuoto. Mi chiese di attenderlo qualche minuto nella hall di ingresso; corse in sala mensa ad acquistare dal distributore automatico due Corona’s per poi tornare con un enorme sorriso stampato in viso.
Ci incamminammo abbracciati, salimmo al mio piano ed entrammo in casa.
Entrati, mi resi conto che da quando Simone se ne andò dal locale non lo avevo più pensato.
Solo in casa ebbi la percezione della sua presenza.
Cominciai ad agitarmi.
Era rientrato?
Sarebbe rientrato?
Taglia il cordone ombelicale, mi ripetei nella mente!
Cercai di tranquillizzarmi, pensando che quella era la mia prova finale.
Che lui in quel momento, fosse o meno nel suo appartamento, io dovevo fare quel che volevo fare, senza condizionamenti.
E se fosse stato sveglio od addormentato, dietro a quella parete, questa volta sarebbe stato lui a sentire, a subire. Stranamente a quanto avrei potuto pensare in precedenza, questa situazione non mi generava una perversa eccitazione.
Paolo aprì una birra ed io spensi le luci del soggiorno, lasciando accesa solo una piccola abajour.
Seduti sul divano, appoggiai le mia gambe sulle sue; in quell’istante, Paolo prese l’occasione per abbracciarmi.
Cominciò a baciarmi ed io ricambiai.
Non provavo particolare attrazione ma decisi comunque di lasciarmi andare.
Quando le sue mani, scendendo dal mio collo, cercarono i miei seni, io appoggiai le mie mani sulle sue gambe, risalendo piano il suo interno coscia.
Lui, preso dalla passione, mi afferrò i glutei, tirandomi verso sé; io gli misi la mano lì, sopra il suo pene.
Percepivo la sua erezione; mi resi immediatamente conto che le sue dimensioni erano sicuramente molto più contenute rispetto a quelle di Simone.
Quindi anche rispetto al mio attrezzo ludico.
Un po’ delusa, spostai la mano e cercai il suo culo, tentando di convincermi che le dimensioni non erano determinati per provare piacere.
Ci stavamo baciando, lui con un crescente impeto ed eccitazione; la sua lingua tormentava le mie labbra ed i miei denti con una rotazione velocissima ed asciutta.
Io tentai di ricambiare; senza impeto e senza molta eccitazione, con la lingua praticamente ferma e rigida nel tentativo di placare la sua! Era fastidiosa!
Cominciai a slacciarmi la camicetta, accelerando il più possibile questi preliminari che non mi stavano regalando nessuna emozione; volevo passare la fase per fare altro.
Ad un tratto, uno strano rumore attirò la nostra attenzione.
Un sordo ronzio.
Sia io che Paolo prendemmo i nostri cellulari per verificare la presenza di messaggi od avvisi.
Io, che sinceramente per tutta la sera non ebbi occasione di guardare il telefono, pensai che qualcuno più volte aveva cercato di chiamarmi e nelle confusione non l’avevo sentito. Niente.
Anche Paolo, guardandomi, fece un segno di diniego con il viso. Niente anche lui.
Riprendemmo le nostre effusioni. O meglio, le sue!
Una frazione di secondo dopo udimmo ancora quel ronzio, leggermente più lungo.
Pensai al mio Tablet, alla sveglia, a qualche messaggio di qualche applicazione.
Mi irrigidii, chiedendo scusa a Paolo; dovevo verificare.
Non feci in tempo ad alzarmi che quel suono ronzante riprese, per te volte consecutive.
La Porta!
Il campanello della porta!
Non avevo la più pallida idea di che rumore potesse fare il mio campanello, nessuno mai aveva suonato alla mia porta.
Mi riallacciai velocemente la camicetta e , mentre Paolo cercava di risistemarsi alla bene e meglio, dissi “arrivo” ed andai verso l’uscio.
Ero abbastanza agitata e preoccupata. Chi mai poteva venire a chiamarmi nel mezzo della notte? Era successo qualcosa di grave?
Aprii e mi trovai davanti Simone!
Capitolo XVII.
Teneva con un braccio un pc portatile e con ’altro braccio uno spesso fascicolo di fogli.
L’espressione del suo viso era seria.
Guardò prima Paolo sul divano e poi me.
“Giulia, perdonami; scusa Paolo dell’intromissione. Scusatemi per l’ora e per il modo.”
Lo guardai spaventata
“Buonasera Simone, che succede?”
“Giulia, abbiamo un problema, il programma…” mi rispose, entrando diretto in casa.
Appoggiò il pc e, sbattendo il fascicolo di carta sul tavolo, prese una sedia e si accomodò.
Aprì il portatile e cominciò a sparpagliare i fogli come se ne cercasse uno in particolare.
Io ero rimasta impalata all’ingesso, con la porta ancora aperta, cercando di mettere insieme le idee. Paolo intanto si era alzato dal divano ed aveva acceso la luce.
Simone, immerso nel marasma di carta, bofonchiava.
Poi, senza guardare nessuno, disse
“Scusa Paolo, mi dispiace rovinarti la serata ma dobbiamo risolvere un problema. Ti prego di lasciarci soli. Giulia, per favore, prendi il tuo disco, con la copia del programma, e vieni qui!”.
Le sue parole non lasciarono indugi. Non c’era nulla di cui scherzare. C’era un problema e pareva anche grave. Bisognava risolverlo, dovevamo risolverlo, subito!
Paolo si congedò immediatamente, abbozzandomi un timido sorriso e salutando in modo reverenziale Simone. Uscì, chiudendo la porta dietro sé.
Io corsi immediatamente in camera, presi il mio disco rigido e tornai in soggiorno.
Simone, intanto, si era preso una delle birre di Paolo e si accese una sigaretta.
Gli porsi il mio disco e lui prontamente lo collegò al pc tramite il cavetto USB.
Ricurvo sulla tastiera del pc, guardava con aria passiva il monitor; il gomito del braccio destro era poggiato al tavolo mentre pollice, anulare e mignolo, sorreggevano la sua fronte. Indice e medio, trattenevano la sua sigaretta.
Con l’altra mano, impugnava la bottiglia di birra.
Il programma si stava lentamente caricando.
Non riuscivo a proferire parola.
Non sapevo cosa stesse accadendo, ero frastornata; l’atteggiamento di Simone, piombato nel mio appartamento nel bel cuore della notte, ed ora seduto in un silenzio di ghiaccio, lasciava supporre che quel qualcosa di grave fosse ancora più grave e probabilmente dipendente da un mio errore, una mia svista.
Mi sentii il mondo crollarmi addosso; fino a due ore fa, una decina di persone brindavano e festeggiavano, allegri e spensierati poiché avevano compiuto bene il loro dovere, avevano raggiunto un obbiettivo, avevano concluso un progetto, un grande progetto, perfettamente funzionante.
Si erano meritati la festa, la remunerazione, i complimenti ed il prestigio che quel risultato avrebbe generato nel prossimo futuro.
Tanti sacrifici, rappresentati da ore ed ore di duro lavoro, finalmente trovavano luce, significato.
Invece no, qualcosa non aveva funzionato; l’irruzione di Simone, a quell’ora, in casa mia, non lasciava indugi. Era colpa mia.
Io avevo rovinato tutto.
Simone probabilmente era lì per dirmi che un mio errore avevo compromesso il lavoro di quelle persone, di tutti.
Quindi, la festa, l’euforia, gli abbracci, le lacrime versate, erano stati vani, inutili, superflui, fuori luogo.
Eppure avevamo controllato tutto, per tre giorni di fila, e tutto funzionava, era perfetto.
Cosa mai poteva essere accaduto?
Cosa ci era sfuggito?
Una volta che il programma fu caricato, Simone spense la sigaretta dentro la bottiglia di birra ormai vuota e cominciò a scrutare lo schermo.
Poi, dopo qualche minuto, mentre anch’io, dietro le sue spalle, cercavo di rileggere le stringe del programma senza trovare apparenti od evidenti errori, Simone si alzò dalla sedia ed accese una seconda sigaretta.
Mi lasciò sola, davanti a quel monitor, davanti a quella schermata, a guardare, scrutare, mentre lui aspirando il suo fumo in modo molto enfatico, camminava intorno al tavolo.
Si avvicinò al finestrone del soggiorno, lo spalancò ed uscì sul terrazzo.
Io continuavo a fissare il monitor, con le mani appoggiate al tavolo; quel maledetto programma, non ci trovavo nulla di starno.
Ero in panico.
C’era silenzio.
Molto silenzio.
Il silenzio della notte.
Lo vidi spegnere la sigaretta in una delle fioriere e con calma rientrare, chiudere il finestrone ed avvicinarsi a me.
Ero in uno stato confusionale totale, non riuscivo a focalizzare nulla di significativo.
Nulla.
Lui non parlava ed io non volevo chiedere.
Se quel disastro era dipeso da un mio errore, io dovevo trovarlo ed immediatamente correggerlo. Non avevo diritto a suggerimenti.
Le mie chance erano finite. Ora dipendeva solo da me.
Scorrevo, con le freccette della tastiera, le stringhe del programma, su e giù.
Le informazioni logiche dettate filavano, mi parevano corrette.
Ad un tratto, finalmente, Simone ruppe quel silenzio.
La sua voce era particolarmente pacata, calda e serena, al contrario dell’espressione del suo viso, quando entrò in casa mia.
“Vedi niente?” mi chiese.
“Sinceramente…cioè, ho rivisto tutto ma…”balbettai io.
Si avvicinò ancor di più a me, da dietro.
Mi sentivo Simone praticamente addosso, sulla mia schiena.
La sua bocca si avvicinò al mio orecchio e sussurrandomi, dolcemente mi chiese “Vedi niente?”
Io non risposi.
Ero intontita. Non vedevo veramente niente di strano.
Lui, ancora bisbigliandomi e poggiando entrambe le mani sui miei fianchi, mi disse
“E’ perfetto!”.
Baciandomi il collo, dietro all’orecchio mi disse ancora
“E’ tutto perfetto!”.
Poi, facendo scivolare le sue mani, dai fianchi agli inguini e tirandomi leggermente a sé, mentre le sue labbra rilasciavano un umido calore sul mio collo, bisbigliando, mi disse
“Tu sei perfetta!”
Mi sentii sprofondare!
Reggendomi a malapena con le braccia, ancora poggiate al tavolo, poiché le mie gambe orami avevano ceduto, pensai
Stronzo! Era tutta una messinscena. Sei un bastardo!
Cercai velocemente di abbozzare la logica di quel gesto, il perché; ma il mio cervello si spense.
I miei sensi avevano avuto il sopravvento, la ragione sulle mie logiche e sul mio corpo.
C’era tempo per pensare e capire, ci sarebbe stato tutto il tempo del mondo.
Dopo però. Ora no!
Capitolo XVIII.
Con una mano posta sull’inguine mi spingeva all’indietro per farmi sentire il suo enorme pene, che turgido e ritto cercava spazio dentro i miei glutei che nel frattempo si erano rilassati, mentre con l’altra, scese davanti, sulla mia gonna, arrivò alla mia coscia. Risalì da sotto infilando la mano dentro la mia mutandina, strattonandomi ancor più verso lui e premendo con le dita le mie labbra ed il mio clitoride.
Dalla sua carnosa bocca fuoriuscì una grossa lingua, calda e salivosa; con prepotenza trovò dapprima la mia guancia e poi le mie labbra. Girai leggermente il mio viso nella direzione del suo, nell’intento di baciarlo, ma la sua lingua, violentemente, entrò e penetrò la mia bocca, facendomi sentire e gustare i suoi succhi.
Ero in estasi, completamente abbandonata a lui, nelle sue mani, nelle sue decisioni. Poteva disporre del mio corpo, in qualsiasi modo avesse ritenuto opportuno.
Ero finalmente sua.
Mi alzò la gonna da dietro, estrasse il suo fallo e con la mano mi spinse leggermente sulla schiena, invitandomi a distendermi verso il tavolo.
Mi preparai a riceverlo.
Mi spostò la mutandina e poggiò il suo enorme e caldo glande sulle mie labbra vaginali, sfregandole dolcemente; io nel frattempo mi ero già abbondantemente lubrificata, tanto per cambiare.
Lo inserì leggermente e poi lo ritrasse. Lo reinserì, affondandolo poco più di prima e poi lo ritrasse nuovamente.
Quando lo fece ancora, tenendomi saldamente con le mani per il bacino, lo affondo violentemente, facendomi quasi venire di piacere e svenire dal dolore!
Rimase li fermo, dentro a me, per un lungo attimo, il tempo necessario per permettere la mia muscolatura interna di adattarsi a quella presenza, così invadente, calda.
Sentivo il ****** pompare nei miei genitali, mentre le contrazioni vaginali, pulsanti come un cuore, premevano e risucchiavano il suo fallo, affondandolo ancora di più.
Accarezzandomi dolcemente da dietro, mi spostò la camicetta verso il collo, liberando la mia schiena, ormai nuda. Poi, delicatamente, una sua mano scivolò sul mio petto, sui miei seni, ed afferrandone uno cominciò lentamente a strizzarmelo; l’altra mano salì verso il mio collo, spostò i miei capelli da un lato, mi toccò grezzamente il viso cercando la mia bocca.
Quando la trovò, le sue dita me la invasero.
Mentre cercavo di leccargliele, si avvinghiarono alla mia lingua, roteando ed affondando prepotentemente dentro la mia gola. Passavano poi sui miei denti, sul palato e, con un movimento a spirale, scendevano a toccarmi l’ugola. Estraendole morbidamente, trascinavano una enorme quantità di saliva che utilizzava per massaggiare le mie labbra, le mia guance, il mio mento.
Iniziò a ritrarsi, come per caricarsi ad affondare il secondo colpo; la sua mano si spostò dal mio viso per prendermi i capelli, inarcandomi la schiena. L’altra mano, lasciando la presa dal mio seno, senza mai distaccarsi dal mio corpo, scivolò sulla mia pancia, delineò il mio fianco, raggiunse il mio gluteo e lo afferrò, stringendolo ed allargandolo verso l’esterno, preparandomi alla imminente penetrazione.
Partì un efferato colpo.
Tentai di sobbalzare in avanti ma la sua presa, salda ed efficace sui miei capelli e sul mio gluteo, mi aveva violentemente trattenuta tirandomi verso lui, come una specie di contraccolpo.
Non riuscii a soffocare un urlo, determinato da una sorta di dolore estremamente piacevole, godurioso.
Cominciò ad incalzare un crescendo ritmo, affondando e ritraendosi.
Il suo fallo scorreva senza impedimenti, aveva sfondato quella gigantesca diga che ora pareva rilasciare enormi getti di liquido lubrificante.
Mi sentii schiaffeggiare, pacche decise della sua mano sul mio gluteo.
Un leggero dolore, mescolato all’inteso piacere generato da suo pene, che aveva incendiato i miei organi interni esaltando una serie di sensazioni estremamente goduriose, dava la giusta sensazione di sottomissione; la giusta punizione inflitta per espiare i miei peccati, per averlo sedotto, origliato, spiato.
Provavo un piacere liberatorio, fisico e psicologico.
Stavo letteralmente delirando, non riuscivo a gestire gli spasmi del mio corpo. Ad ogni sua penetrazione fuoriusciva dalla mia gola un agonizzante grido. Avevo appena raggiunto un orgasmo violento, devastante. Ripiegata goffamente su quel tavolo, dopo che le mie gambe avevano definitivamente perso la loro naturale funzione ovvero quella di sorreggermi, la mia mano, alla ricerca del suo ventre, tentava in qualche modo di placare quella furia, quella mostruosa macchina umana di piacere.
Fortunatamente lui comprese e si fermò, sfilandosi delicatamente. Estrasse il suo membro, eretto, gonfio, duro, ancora voglioso di mostrarsi e proseguire ad esplorare le mie cavità.
Mi abbracciò da dietro e stringendomi forte a sé, cominciò passionalmente a baciarmi sul collo, dietro alle mie orecchie.
Ci misi qualche secondo per riordinare l’accaduto, il mio equilibrio; mi sentivo come de avessi capitombolato lungo una lunga scarpata schiantandomi sul fondo.
Cercavo in qualche modo di ristabilire una funzione minima ed essenziale dei miei sensi, tanto da potermi almeno sorreggere, ricominciare a vedere, mettere a fuoco, udire.
Mi girò e, schiacciando i nostri ventri l’uno contro l’altro, iniziò a baciarmi amorevolmente; ricambiai, con grande passione, aggrappandomi al suo collo e spingendo la mia lingua dentro la sua bocca, tutta, quasi cercassi di soffocarlo.
Non immaginavo potessi fare tanto. Non credevo potessi provare tanto.
Ci distaccammo, piano.
Ripresi contatto con il pavimento. Lui mi slacciò delicatamente la camicetta, facendola scorrere dalle mie spalle sulle mie braccia, sfilandomela. Io mi feci scivolare sulle gambe, ondeggiando i fianchi, la mia gonna. Mi tolsi le mutandine.
Ero nuda, davanti a lui, che con stupore e meraviglia guardava attentamente il mio corpo, sinuoso e scolpito.
Si levò la maglietta, mentre io allentavo la sua cintura; slacciai i suoi pantaloni e li feci lentamente scivolare in basso. Lui, come scalciando, si estrasse le scarpe e sfilò tutto quanto ancora lo ricopriva.
Libero.
Liberi.
Eravamo completamente spogliati e senza minimo imbarazzo o pudore, scrutammo i nostri corpi, le parti intime che reciprocamente più ci eccitavano.
Lo presi per la mano e, guidandolo, ci dirigemmo in camera.
Quel locale mi faceva ormai pensare a tutto, tranne che all’ambiente della casa destinato al riposo, al sonno. Ogni volta che entravo sentivo profumo di sesso, il mio.
La visione del letto, appiccicato a quella parte, stimolava le mie fantasie erotiche, eccitandomi.
Adesso lo ero più del solito e, mentre varcavo la porta di ingresso tenendo per mano Simone, sentii trasalire nel mio corpo una scossa, un brivido straordinario, disorientante.
Mi sedetti sul letto e Simone si pose davanti a me.
A pochi centimetri dal mio viso c’era il suo pene.
Lo presi con una mano e cominciai a guardarlo. Volevo lasciare impresso nella mia mente ogni singolo dettaglio.
Le vene, di diversa dimensione, colme di caldo ******, erano in completo rilievo, dando un’impressione di potenza e forza a quel muscolo, ora duro e bollente.
Il suo glande, più largo di quella parte terminale del fusto, pareva esser stato scolpito nella pietra da un abile scalpellino, curato in ogni particolare, perfettamente sagomato e liscio.
Alla base, due morbide e generose sacche, contenevano i suoi enormi testicoli; erano particolarmente allungate verso il basso come se a stento riuscissero a reggere il peso del contenuto.
Me lo avvicinai e lo annusai. Anche se contaminato dai miei umori, profumava di buono, di sesso.
Cominciai a leccarlo; partii dal suo vertice con la punta della mia lingua, gli solleticai il frenulo e poi scesi giù, utilizzando tutta la larghezza della mia bocca, come se stessi succhiando la parete di un enorme e cilindrico ghiacciolo; risalii e me lo infilai nella bocca.
Piano piano, spingendolo e ritraendolo, cercavo di risucchiarlo, tentando, ad ogni passaggio di imboccarlo sempre di più, fino a sentirlo sbattere contro la mia ugola.
Questo gesto solleticava la mia gola, generandomi piccoli conati e contemporaneamente una enorme quantità di saliva che poi rilasciavo e spargevo con le mie labbra su tutto il suo pene.
Ad un tratto, mi prese le spalle e con un gesto deciso mi scaraventò con la schiena sul letto.
Le sue mani saldamente impugnavano le mie cosce, divaricandomi le gambe e spingendole con forza contro il mio ventre. Ero sdraiata e poggiavo tutto il mio peso sulla schiena; il mio sedere stava ben sollevato dal materasso. Cominciò a leccarmi, in entrambi i pertugi.
Stavo godendo di quelle bellissime sensazioni generate dalla sua lingua quando sentii le mie gambe ricadere; lui si era sollevato, mollando la sua forte presa.
Lo vidi buttarsi sopra me afferrandomi i polsi con forza, stringendoli e pressandoli sul materasso; mi sentii immobilizzata.
Avvicinò piano le sue labbra alla mie; la sua possente lingua spalancò la mia bocca invadendola mentre con una sferzata decisa il suo grosso fallo mi penetrò, facendomi trasalire.
Cominciò una serie di colpi fluidi e regolari, profondi e possenti. Mi sentivo piacevolmente invasa, quasi soffocata. Il suo ritmo costante stimolava la mia vagina, svegliando ogni minima cellula di cui era composta per portarla a danzare al tempo di una melodiosa musica, creando un infinito piacere nel mio corpo.
Mi abbandonai a lui, alla sua violenza, alla sua passione.
Lo sentii risollevarsi; quel momento fu come se mi avessero svegliata da un sogno fantastico. Pensai che avesse raggiunto l’orgasmo mentre ero immersa godere di quelle nuove sensazioni che il mio corpo stava generando.
Invece no, era ancora pronto e focoso.
Mi accompagnò nei movimenti facendomi bene intendere che voleva penetrarmi da dietro. Mi accomodai, impugnando la testiera del letto.
Lui divaricò i miei glutei con la mani. Erano talmente rilassati che poté tirarli senza alcuno sforzo.
Sentivo l’aria che mi entrava, dappertutto. Anche il mio ano, che ancora era vergine, si era dilatato a tal punto da poter accogliere qualcosa, qualcuno.
Il suo pene ricominciò a penetrare la mia vagina mentre sentivo che dalla sua bocca faceva ricadere della saliva. In men che non si dica il suo dito cominciò a sfondarmi da dietro.
Pene e dito si muovevano sincronizzati, premendo quella leggera membrana che separava i due orifici, stimolandone le infinite terminazioni nervose e ricettive.
Nuove e meravigliose sensazioni si stavano diffondendo nel mio corpo e nella mia mente.
Il letto sbatteva con forza e violenza sulla parete; credetti che continuando così sarebbe ceduta, crollando dalla parte opposta.
Sentivo la sua carica aumentare, stava per giungere alla raffica finale.
Mi lasciai andare, completamente rilassata. Sentivo che un secondo orgasmo caricava dentro me, pronto ad esplodere.
Non feci a tempo ad immaginarlo che era già alle porte, stava detonando.
Ancora prima che lui cominciasse a dare il tempo per il suo ultimo assolo, io già urlavo il piacere di quel calore generato da un orgasmo mai provato prima, che si stava diffondendo in tutto il mio corpo.
In uno stato completamente confusionale, sentii dentro me i suoi colpi concitati che inesorabilmente prolungavano il mio piacere quasi a farmi impazzire; poi si arretrò fuoriuscendo da me, ed un focoso ed ansimante urlo accompagnò una generosa colata, calda ed intermittente che si riversava sulla mia schiena.
Mi afflosciai agonizzante sul letto, in posizione fetale; Simone si accasciò ansimante dietro me, abbracciandomi.
Lo sentivo contrarsi in concitati spasmi, trasmettendo ancora le sue scariche stizzose sul mio sedere. Piano piano i nostri ritmi cardiaci tornarono alla normalità.
Avvolta nelle sue braccia, mi addormentai.
La mattina, quando ripresi conoscenza, ero sola.
Simone, silenziosamente, se ne era già andato.
Mi alzai ed andai in soggiorno. Sul tavolo c’era ancora il portatile, ormai spento, con collegato il mio disco rigido e la bottiglia di birra vuota con dentro il mozzicone di sigaretta. Oltre a questo, di Simone, non c’era altra traccia. La scena di ieri sera era ancora viva nei miei pensieri, come se stesse accadendo in quel momento, scorrendomi davanti agli occhi.
Guardai il pc e notai la matricola; era un cosiddetto muletto che utilizzavamo in ufficio. Non era il suo. Pertanto supposi che Simone, rientrando, si era recato in ufficio, avesse scollegato il pc dalla rete per poi venire da me, improvvisando quella sceneggiata.
Sorrisi.
Era nello stile di quell’uomo, era stato sicuramente il miglior modo per avermi. Un uomo che non chiede, prende.
La sera prima aveva già deciso tutto, e lo fece esattamente nel modo e nel tempo che lui aveva programmato.
Si era liberato in qualche modo della sua donna, aveva improvvisato un pretesto, si era sbarazzato di Paolo in men che non si dica fregandosene altamente di tutto ciò che stavamo facendo, di ciò che potevamo aver fatto, di ciò che avremmo potuto fare.
Insistendo con il campanello, entrò gradasso da quella porta e prese ciò gli spettava, ciò che riteneva suo!
Questa cosa, tutto sommato, era lusinghiera.
Mi ero sottomessa a lui!
Ritornai in camera e lanciandomi sul letto, cercai di odorare quanto più possibile fosse ancora rimasto in quelle lenzuola. Sentivo il profumo di sesso, dei suoi umori. Mi eccitai all’istante. Presi un cuscino, le lo infilai in mezzo alle gambe e cominciai a strusciarmici sopra, cercando un orgasmo liberatorio; premendolo il più possibile con la mano verso i miei genitali, la mia faccia, appiccicata al lenzuolo, cercava di inalare, per inebriare il mio cervello, gli odori di lui ancora lì imprigionati. Venni e mi riaddormentai estasiata.
Capitolo XIX.
Quando mi risvegliai, dedicai il resto della giornata a riordinare le mie cose, mettendo tutto nel mio trolley; molte abiti della precedente Giulia, li buttai. Anche perché non ci stavano!
Dati i miei recenti acquisti, dovetti farmi dare un borsone dall’azienda, uno di quelli che utilizzavano per le sponsorizzazioni sportive.
Sbrigai le mie pratiche presso la direzione e programmai il rientro, partenza per l’indomani mattina.
Arrivò sera e, dopo aver rifiutato una decina di chiamate di Paolo con altrettanti messaggi ai quali rispondevo con quello automatico che recitava “Ora non posso parlare. Ti richiamo più tardi. Grazie!”, alla fine, decisi di richiamarlo.
Mi rispose subito, cominciando una serie infinita di domande del tipo “Tutto bene? Ci sono stati problemi? Il progetto non funziona?”, quando decisi di stopparlo con un invito a cena per la sera stessa che lui accettò immediatamente.
Bene, pensai. Ho il tempo necessario per inventarmi la nuova favola di cappuccetto rosso!
Ci trovammo direttamente in un locale del centro, un piccolo ristorante. Lui era lì all’ingresso, ad aspettarmi.
Per tutto il giorno non ebbi notizie di Simone. Io non lo cercai. Non pensavo neanche di farlo. Se voleva, poteva chiamarmi lui ma, per quel poco che lo conoscevo, non l’avrebbe mai fatto. Al limite, mi sarebbe piombato in casa, come la sera prima, ma dubitavo anche di quello.
Dedicai la serata a Paolo, prima raccontandogli la storiella che avevo improvvisato sotto la doccia prima di uscire, poi, cercando di scusarmi per la sera prima, per la mia disponibilità generata dall’euforia dell’evento e dell’alcool ingerito.
Gli dissi che ero fidanzata con un militare graduato, ora in missione, e che le cose tra noi si erano leggermente raffreddate ma, per coerenza e serietà, avevo deciso di aspettare il suo rientro per chiarire la situazione prima di farmi coinvolgere in nuove relazioni.
Paolo, da bravo ragazzo che era, generosamente condivise le mie argomentazioni, scusandosi di conseguenza se in qualche modo avesse cercato di approfittarsi della situazione, del mio stato di debolezza.
Mentre diceva ciò, lo ritenni maggiormente più idiota di quanto pensassi la sera prima.
Per poco non gli *****ai nel piatto.
Finito di cenare, uscimmo ed insieme tornammo alla nostra base. Nella hall ci scambiammo un piccolo abbraccio e, con la promessa di risentirci a breve aggiornandoci sulla mia situazione sentimentale, ci congedammo, rientrando rispettivamente nei propri alloggi.
Quella sera mi ripromisi di cambiare numero di cellulare.
Rientrai, con una stana eccitazione che, man mano mi avvicinavo al mio appartamento, aumentava, divenendo quasi ansia.
Entrai in casa, chiusi la porta e corsi in camera per appoggiare l’orecchio alla parete del letto.
Nulla, non sentii nulla.
Delusa, mi rassegnai al pensiero che Simone, forse, non ci sarebbe stato più, per sempre.
E, tutto sommato, probabilmente, era giusto così.
Mi guardai intorno, scrutai quella camera dove, in qualche modo, al suo interno la mia vita era definitivamente cambiata.
Mi pareva ancora di udire i colpi sulla parete, le voci ansimanti di Simone e della sua donna che si mescolavano alla mia, i miei urli, inizialmente soffocati per divenire poi irrispettosamente squillanti, alimentati dalla passione che bruciava nel mio corpo.
Le immagini ed i suoni che la mia memoria mi stava facendo rivivere, delineavano un percorso di crescita, di evoluzione; la mia mente aveva preso coscienza del corpo in cui era contenuta, sincronizzando le azioni con le reazioni. Avevo ampliato il mio panorama sessuale, scoprendo un mondo a me sconosciuto che, con il passare dei giorni, avevo imparato a c ed apprezzare. Vedevo davanti a me nuovi orizzonti, nuovi confini da esplorare; ero solo all’inizio.
Non avrei mai pensato che i miei tabù, i miei pregiudizi, potessero nascondere una nuova dimensione, dove, all’interno della stessa, i miei sensi erano in grado di regalarmi appagamenti fisici e psicologici impensabili, raggiungendo emozioni indescrivibili.
Mi resi conto, nonostante cercassi quotidianamente un rapporto con la mia sessualità, di quanto male lo facessi, di quanto la mia incomprensione limitava il mio corpo e la mia mente. Gestualità monotone che cercavano di stimolare i miei sensi per un appagamento minimo, superficiale, un millesimo di quanto in realtà ero in grado di provare; la mia mente, malamente istruita, atrofizzata ed indisponente, non generava quegli impulsi necessari per far esplodere stimoli, fantasie e curiosità.
Nell’ultimo periodo, nel dopocena, avevo anche cominciato a visitare qualche sito pornografico, nella ricerca di immagini che incentivassero ed accrescessero la mia fantasia; compresi anche che contenitore e contenuto potevano essere elementi perfettamente distinti, senza pregiudicare il mio desiderio o il mio eccitamento.
In precedenza, i miei sogni erotici erano prevalentemente costruiti sulla base di sensazioni, risultando appannati ed ombrosi; ora invece erano ben definiti nei dettagli.
Questa evoluzione aveva sicuramente contribuito a farmi godere appieno il rapporto sessuale avuto con Simone, non solo nell’emotività e nell’eccitazione generata da quella situazione ma anche nella consapevolezza di quello che stavo veramente desiderando, il suo corpo, il suo membro.
Queste considerazioni mi fecero sentire immediatamente meno sola.
Non mi ero innamorata di quell’uomo.
Era stato la mia guida, il mio personale Virgilio, il mio Tutor; ora toccava a me proseguire.
Non significava che da ora in poi mi sarei facilmente concessa ad altri; avevo solo compreso meglio me stessa, trovando un equilibrio emotivo importante, capace di farmi sentire bene anche con gli altri, con ciò che mi circondava, con il mio lavoro. La mia mente non era più oppressa, il mio corpo non era più imprigionato; mi sentivo finalmente libera, lucida, leggera.
Preparai le mie cose, in vista della partenza.
Guardai per tutto l’appartamento, rovistando cassetti ed armadietti, verificando di aver preso tutto. Quando feci per andare a letto, scorsi nell’angolo della camera, dietro alla porta, appoggiato al muro, il marmo che avevo recuperato nel giardino.
Ritenendo impossibile e sciocco anche il solo pensiero di poterlo portare via con me, mi ripromisi che uscendo l’indomani l’avrei riposto dove lo avevo preso.
Guardandolo mi venne da sorridere, quasi malinconicamente!
All’istante, pensai di utilizzarlo ancora una volta, l’ultima, con il mio attrezzo sessuale, in quella camera che era stata fonte di tante emozioni; fu nuovamente fantastico, anche se dall’altra parte ormai non c’era più nessuno.
Capitolo XX.
Dopo il lungo viaggio, arrivai finalmente a destinazione, nella mia città, nel mio vecchio appartamento, acquistato dai miei genitori qualche anno prima, mal arredato e nettamente meno luminoso di quello che avevo appena lasciato.
Decisi che il suo contenuto necessitava di una completa revisione.
Avrei buttato via quella miseria di mobili che lo occupavano per sostituirli con qualcosa di più moderno.
Mi dedicai alle pulizie generali, lavando e spolverando. Per tutto quel periodo, chiuso ed abbandonato, polvere ed incrostazioni avevano trovato un ambiente ideale per accumularsi e calcificarsi.
Verso sera suonò il citofono; pensai subito ad un’improvvisata dei miei amici, anche se eravamo d’accordo di trovarci in centro verso le venti per cenare insieme.
“Consegna”, rispose l’uomo al citofono.
Lo feci salire. Mentre aspettavo nel corridoio delle scale, cercando di immaginare chi potesse avermi mandato qualcosa, vidi uscire dall’ascensore un gigantesco mazzo di fiori.
L’omino che a stento cercava di reggerlo senza rovinarlo, avvicinandosi a me con la ricevuta in bocca, mi farfugliò qualcosa; chiedeva dove potesse appoggiarlo.
Lo feci entrare premurosamente indicandogli il tavolo.
Lo distese, mi fece firmare la ricevuta e complimentandosi con me se ne andò.
Complimenti? Di cosa? Forse per la generosità di quel mazzo di fiori, bellissimi e profumati, che avevano completamente occupato il tavolo.
Cercai un biglietto, un indizio su chi fosse il mittente. Trovai nel mezzo una busta con scritto “Per Giulia”.
Con il cuore in gola, morsa dalla curiosità, velocemente la aprii estraendone il biglietto contenuto.
“Ci rivedremo presto. Simone”
Stavo per svenire.
Ecco, la mia testa cominciava già a riempirsi di domande, congetturare risposte, ipotizzare scenari ed eventi.
Calma, Giulia calmati!
Apprezza il gesto, il saluto che aspettavi, la telefonata o il messaggio che non ti sono mai arrivati e che fondamentalmente ti hanno fatto sentire un po’ usata, anche se avevi già archiviato la cosa pensando che fossi stata tu, alla fine, ad usare lui.
Quindi, una volta calmata, lasciai che orgoglio e soddisfazione mi invadessero.
La sera mi ritrovai con i miei amici che immediatamente mi sommersero di complimenti ed elogi, dicendo di trovarmi più bella, più affascinante ed anche meglio vestita!
Dissero che questa esperienza mi aveva cambiata, parevo più aperta, socievole, simpatica. Trovarono che le mie battute fossero diventate più pungenti e maliziose.
Mi fecero stare bene, passai una bellissima serata.
Avevo dieci giorni di ferie da trascorrere prima di rientrare al lavoro, che dedicai al rinnovo del mio appartamento. Acquistai divani, tavolo, sedie e mobiletti vari.
Anche un nuovo letto, ovviamente Ikea!
Chiamai un imbianchino per rinfrescare le pareti, dando nuovi colori.
Rientrata al lavoro ebbi un encomio da parte del Direttore Generale e fui affidata ad un nuovo incarico interno.
Avrei vigilato sullo sviluppo di un nuovo progetto affiancando uno staff di persone che erano appena state convocate.
Questa volta restavo in sede, nel laboratorio posto al primo piano; dovevo seguirne lo svolgimento, apportare la mia conoscenza ed esperienza nella parte di mia competenza e rendicontare, in modo riservato e confidenziale alla direzione, gli eventuali progressi.
Dopo aver con calma sommariamente studiato il mio nuovo compito, presi la lista dei ricercatori impegnati in quella nuova sfida, così per mera curiosità.
Volevo vedere se qualche nominativo mi era noto, se conoscevo qualcuno.
Quando arrivai alla fine, mi si gelò il ******. Il Tutor del progetto era ancora Simone!
Solo in quel momento compresi il gesto dei fiori ma soprattutto la frase scritta sul biglietto!
Ero felice, anche se lui non mi aveva detto niente.
Sicuramente era a conoscenza di tutto ma non mi aveva coinvolta. Lui era già lì, aveva già cominciato mentre io ero in ferie e sapeva benissimo che mi avrebbe ritrovata. Nonostante ciò non mi aveva cercata.
Mi rasserenai, cercando di non prendermela.
Dovevo solo aspettare che si facesse vedere o sentire, sapendo che non sarebbe passato molto tempo.
Quella mattina ero in laboratorio quando improvvisamente vidi i colleghi che di s**tto si alzarono in piedi. Era entrato Simone. Era entrato il Tutor.
Salutò tutti, con l’affabilità che lo contraddistingueva.
Lui, nei giorni precedenti, in mia assenza ebbe modo di conoscerli. L’unica novità in quella sala, quel giorno, ero io.
Mi rivolse un grande sorriso salutandomi con la mano. Ricambiai.
Cominciò il suo rituale giro di confronti con tutti gli altri, uno per uno, lasciandomi ovviamente per ultima. Quando lo vidi arrivare cominciai ad agitarmi.
Cercai di calmarmi e, tentando di prendere il controllo, lo salutai per prima.
“Ciao!”, esclamai alzandomi tendendogli la mano.
Dopo l’episodio di quella sera, mi pareva opportuno dargli del tu, anche se tra colleghi in genere è una prassi che io non adottavo.
Lui, calmo, mi si avvicinò e ricambiando apertamente il mio saluto, mi abbracciò, baciandomi sulle guance.
Partì uno scambio di convenevoli alquanto banali e privi di particolari riferimenti, se non lavorativi.
Prese una sedia, posta li vicino, si avvicinò alla mia postazione e sedendosi mi invitò a fare altrettanto. Stemmo lì a parlare piacevolmente del nuovo progetto, degli obbiettivi.
Ogni tanto, sorridendomi, la sua mano mi prendeva la spalla, massaggiandola; ma li si fermava. Non tentò di fare altro.
Meglio, perché io in quell’occasione non glielo avrei concesso.
Alla fine, prima di congedarsi, mi chiese se per la sera avessi già impegni poiché avrebbe avuto piacere di cenare insieme.
Giocando in casa, gli risposi che ero già impegnata ma che in un’altra occasione avrei accettato volentieri il suo invito. Abbassò la sguardo, accompagnato da un piccolo cenno della testa e, sorridendomi, mi disse che ci contava.
Si alzò e si allontanò sereno.
E che cazzo! Va bene tutto, sei stato il mio Tutor, ma ora basta.
Non compri il tuo silenzio con un mazzo di fiori.
Inoltre adesso avevo deciso di camminare da sola, ed ero conscia di poterlo fare anche bene!
Mentre lo dicevo tra me e me, sapevo che non sarebbe andata così.
Nel senso che nulla stava intaccando i miei sentimenti, non mi ero innamorata e neanche invaghita, ma il mio corpo si sarebbe volentieri concesso ancora un po’ a lui.
Avevo ancora voglia di provare, sperimentare, esplorare e Simone andava benissimo, il suo fallo era perfetto.
Stavo per applicare la teoria del contenitore e del suo contenuto.
Quella sera, a casa, sfogai in diversi modi tutta la mia eccitazione con il mio giocattolo sessuale. Mi divertii, più del solito. Cercai e raggiunsi per ben due volte l’orgasmo. Mi sentivo carica!
Nei giorni seguenti tutto seguì l’ordinario.
Simone, nel suo giro di colloqui quotidiano, si fermava serenamente anche da me; parlavamo del lavoro, di qualche buffo episodio avvenuto in laboratorio e poi se ne andava.
Le mani stavano al loro posto, se non per farmi quei soliti e piacevoli massaggi alle spalle.
Io non volevo tentarlo e tantomeno provocarlo.
Aspettavo, nella mia apparente tranquillità, la sua prossima mossa.
La nostra confidenza intanto era aumentata notevolmente. Parlavo con estrema serenità e nulla di lui mi intimoriva più.
Un pomeriggio, dopo aver discusso per ore del progetto, prendemmo una pausa andando a berci un caffè nella hall. Quando risalimmo in laboratorio, seduti alla mia postazione, cominciammo a chiacchierare del più e del meno. Stanchi ed esausti, avevamo bisogno di divagare un po’.
Nei mille discorsi, sempre a carattere piuttosto generale, mi disse si era fatto assegnare una nuova sistemazione dalla direzione; fino a quel momento aveva alloggiato in un albergo ma lui preferiva la privacy di un appartamento.
Su quel punto mi venne da ridere.
Dato che anche la nostra società disponeva di una struttura residence composta da diversi appartamenti che venivano concessi a dipendenti, affiliati o ricercatori che frequentavano i nostri laboratori solo per brevi periodi, e che poco distava dalla sede, Simone disse che proprio quel giorno era riuscito a farsi concedere un alloggio di quelli.
In mattinata aveva già portato lì i suoi effetti personali e quella sera avrebbe dormito lì.
Si riteneva contento e soddisfatto; era solo dispiaciuto che nell’albergo dove alloggiava c’era anche il ristorante interno mentre ora doveva arrangiarsi, cenando in qualche trattoria locale oppure accontentarsi della mensa interna.
Così cominciò a chiedermi, essendo io del posto, quali locali potevano fare al caso suo e quali invece avrebbe dovuto evitare.
Mentre cercavo di stillare un elenco dettagliato dei posti dove a mio avviso poteva saziarsi senza implicare la salute del suo fegato, s**ttò la sua trappola!
“Senti Giulia, già che non conosco nulla di questa città, perché stasera non mi accompagni e mi fai vedere di persona? Poi magari, se vuoi, ci mangiamo un boccone insieme, in uno di questi locali, così eliminerei ogni dubbio a tuo carico!”
“Dubbi? Scusa, di cosa?” chiesi perplessa non cogliendo la battuta.
“Eh si, ipotizzando che questo sia un tuo subdolo tentativo per eliminarmi per prendere poi il mio posto come Tutor in questo progetto, essendo tu la persona più competente e preparata dello staff, un mio avvelenamento alimentare contratto in una qualsiasi trattoria malfamata sarebbe perfetto!”
Cazzo che mente contorta, pensai.
Poi mi venne il dubbio che la sua mente non fosse così contorta.
Aveva per caso scoperto che io, a sua insaputa, in modo estremamente riservato, aggiornavo costantemente la direzione sullo sviluppo del progetto? Che monitoravo quello che alla fine era il suo lavoro? E rendicontavo tutto alle persone alle quali lui doveva rendicontare per primo?
Che l’avesse saputo o anche solo ipotizzato, in qualche modo questo dovevo scoprirlo.
Ed ecco che così, piano piano, scivolai dentro la sua trappola, precedentemente tesa, studiata, calibrata; ero dentro fino al collo!
“Va bene dai, stasera son libera” gli dissi sorridendo. Avrei anche potuto dirgli che tutte le sere ero libera, ma questo non doveva saperlo! Almeno per adesso!
“Passo a prenderti?”
“Ok, alle 20?” Risposi.
“Perfetto, alle 20 sarò sotto casa tua!”. Si alzò e se ne andò.
E certo, sapeva pure dove abitavo.
Mi aveva mandato i fiori.
Capitolo XX.
La sera, alle venti, scesi da casa, puntuale; lo vidi vicino alla sua macchina che mi stava aspettando.
Incrociammo i nostri sguardi sorridendoci e senza convenevoli salimmo a bordo.
Ci dirigemmo verso il centro; non feci a meno di notare che le mie indicazioni circa le direzioni da seguire parevano superflue in quanto lui, precedendomi di qualche attimo, imboccava sempre in anticipo le vie giuste.
Mi venne da sorridere.
Io, come un oca, stavo ancora al suo gioco.
Smisi di dare indicazioni.
Arrivammo vicino ad un locale, scelto da lui senza mie ulteriori indicazioni e, parcheggiata l’auto entrammo. Era un bel locale che io, ovviamente, non avevo mai frequentato. O meglio, proprio non ci avevo mai messo piede; il tenore dei ristoranti a me affini erano molto più simili a dei circoli di paese, dove la musica la tavolo, al limite, era rappresentata da un signore corpulento che, con la maglia corta ed un ombelico peloso ben esposto, suonava la fisarmonica.
Ci accomodammo in questo lussuoso ristorante, sedendo ad un tavolo elegantemente apparecchiato. Mi piacque subito, e dentro me mi dissi “Giulia, vedi di non farci troppo l’abitudine!”. Battute a parte, quello sfarzo certo non mi impressionava; la mia famiglia era economicamente agiata e tante cose per me non rappresentavano un traguardo. Per contro, i miei genitori, sono sempre state persone modeste e questa qualità me l’avevano trasmessa.
Il lusso, per scelta, non rientrava nelle nostre abitudini.
Ordinammo e cenammo.
Passammo una piacevolissima serata, sorseggiando un ottimo Chianti che ci accompagnò per tutta la cena e del Passito di Pantelleria con il dolce.
Parlammo di tutto.
Mi raccontò che aveva un figlio, che era separato e che tornava nei week end per stare con lui. A volte anche il mercoledì.
Mentre raccontava queste cose mi pareva di spulciare la lista della spesa; ad ogni sua affermazione corrispondeva uno spunto nella lista.
Quando cercò di glissare sulla sua compagna, io infierii, con domande specifiche; lui, prima tergiversò e poi si mise a raccontare.
Mi disse che era una nostra collega con la quale aveva lavorato insieme qualche tempo prima. Si erano piaciuti ma lei aveva una relazione sentimentale con un’altra persona e pertanto soprassedettero. Poi in quell’occasione, si erano rincontrati e lei si mostrò disponibile in quanto era diventata libera, aveva troncato quel rapporto. Continuò dicendo che alla fine tra loro c’era solo una grande attrazione fisica ed ora si erano lasciati.
Ma che bella storia del cazzo, pensai.
Sul fatto dell’attrazione fisica, ci poteva anche stare, ma la storiella del fidanzato che aveva intralciato il loro approccio iniziale e poi lei se ne era sbarazzata per poter tranquillamente scopare con lui, beh, se la poteva anche risparmiare.
Come se io non fossi lì a spiarlo e sentirlo.
Come se lui non sapesse che io origliavo.
Come se si fosse dimenticato che mi sentiva ansimare e godere.
Gli risi in faccia!
Ma di gusto.
Sarà stata l’euforia del vino, la confidenza che ormai aveva superato i livelli della decenza che gli dissi, spingendolo leggermente con la mano “Ma non mi prendere per il culo!”
Si mise a ridere anche lui. Poi avvicinandosi a me, infilò la mano sotto il tavolo e toccandomi le gambe partendo dal ginocchio e risalendo su fino al mio inguine, mi disse a bassa voce “Ti sentivo godere dall’altra parte del muro”.
Io allungai la mia mano sul suo pacco e gli dissi scoppiando a ridergli in faccia per la seconda volta “Ti sentivo scopare dall’altra parte del muro; ho anche pensato che una notte o l’altra, a furia di colpi, vi avrei trovati entrambi nel mio letto!”.
Scoppiò a ridere anche lui.
Sempre a voce bassa, riavvicinando la sua bocca al mio orecchio inumidendomelo con le sue labbra, ed affondando la sua mano in mezzo alle mie gambe che aprii leggermente per facilitarlo, mi disse “Ti piaceva sentirmi scopare? Ti toccavi mente mi sentivi? So che lo facevi, porca!”
Chiusi di colpo le mie gambe, stringendole con forza; sentii la sua mano, intrappolata, mollare la presa. Lui, quasi imbarazzato per la mia reazione si distacco leggermente da me. Io lo stavo fissando. Qualche secondo di gelido silenzio.
Poi gli dissi ”A dirla tutta, mi eccitava di più sentire lei che te, porco!”
Rimase impietrito con un mezzo ghigno impresso in faccia.
Rilasciai la presa delle gambe, la divaricai leggermente, gli presi la mano e la appoggiai sopra al mio caldo e umido apparato genitale; lui, scuotendo e tirando un sospiro di sollievo, mi disse “Sei perfetta! Lo sapevo!”.
Avevamo rotto tutti gli indugi, ci eravamo praticamente dichiarati; lui voleva scoparmi c*** una puttana ed io, consenziente, volevo prendere il fallo di quel porco. Indirettamente avevamo dato anche il via libera all’utilizzo di termini osceni, parole apparentemente volgari ma, dette in certe occasioni, risultavano particolarmente stimolanti ed eccitanti.
In laboratorio era una cosa, fuori un’altra.
Non mi interessava la sua vita personale, non mi interessavano le sue storie amorose.
Era una persona, pulita, affabile, brillante ed intelligente. Il contenuto era più che sufficiente.
Aveva una postura possente, era molto maschio ed era ben dotato, con un pene tonico e di un buon sapore che ben sapeva usare. Il contenitore era perfetto.
Scaldati gli animi, potevamo rincasare. Volevo consumare! Ero eccitatissima, Sapere di aver rotto finalmente ogni indugio ed ogni apparente formalità, mi faceva sentire molto meglio. Potevamo essere complici, ovviamente solo a livello sessuale. Il resto poteva, ed in certi versi doveva, rimanere riservato.
Cominciavo a prenderci gusto anche nel prenderlo in giro. Smontavo la sua autorità, quella che, professionalmente meritata, palesava fiero per tutto il giorno, durante le ore di lavoro. Non volevo assolutamente passare al ruolo di dominatrice, non ci pensavo neanche. L’uomo era lui e doveva anche farlo bene.
Mi piaceva solo stuzzicarlo, potevo tranquillamente immaginare che in qualche modo lo infastidivo, insomma, cercavo di farlo incazzare un po’ così poi mi avrebbe sicuramente scopata meglio!
Non avevo esperienza con gli uomini, tantomeno con la loro psicologia sessuale, ma non volevo neanche sentirmi la ragazzina sedotta e usata, che intimorita dalla sua autorità si concedeva. Se mi aveva preso era solo perché io lo volevo, lo desideravo. E se gli concedevo di usarmi in qualche modo, durante le fugaci palpatine, era un piacere anche mio.
Quindi, che mi usasse pure, mi violentasse; io volevo ardentemente che lo facesse e lo sapesse.
Pertanto, farlo incazzare, sfidando la sua autorità, ritenni che servisse a s**tenare, come conseguenza logica, la sua passione sul mio corpo, infliggendomi punizioni sessuali con il suo membro e le sue oscenità.
Il pensiero di portarlo a casa mia, però, non mi aggradava. Non volevo contaminare il mio rifugio con la sua presenza. Per lui provavo attrazione, non amore.
Quindi cominciai a sperare nella classica richiesta da protocollo maschile. E così fu. Non facemmo in tempo a salire in macchina che mi chiese “Vuoi vedere il mio nuovo appartamento?”
Eccolo!
Precisandogli che comunque quella non era una priorità delle cose che avrei voluto fare nella mia vita, ridendo acconsentii.
Capitolo XXI.
Arrivammo al residence.
Parcheggiammo e cominciai a guardare quella struttura dall’esterno.
Qualcosa stava già attirando la mia curiosità ma la lasciai in sospeso ancora per un po’; percorremmo un piccolo vialetto ed entrammo nel vano scala comune. Salimmo due rampe di scale e non potei fare a meno di notare ad ogni piano due sole porte, una di fronte all’altra,
La mia curiosità si cominciò a trasformare in un leggero sospetto.
Entrammo nell’appartamento. Meno signorile di quello che ci avevano messo a disposizione nell’altra azienda, era comunque ben arredato e pulito. Guardai il soggiorno, la cottura, il disimpegno con il bagno e la camera, arredata con un mobile contenitore ed il letto, una semplice struttura in ferro in stile provenzale.
Curiosità soddisfatta, sospetto confermato.
Non ci potevo credere. Era una struttura con appartamenti speculari, due per piano e le rispettive camere da letto divise da una parete. Fu più forte di me andare a picchiettarla con le nocche della mano.
Cartongesso!
Cominciai a ripetermi che tutto ciò non era possibile, non era veramente possibile.
Simone intanto mi guardava sornione, con un mezzo sorriso stampato. Non reggendo alla sfacciata similitudine, gli chiesi “Scusa, per caso, di là c’è qualche ragazzina sola?”
Lui, un po’ imbarazzato “Secondo te come faccio a saperlo? Son arrivato oggi! Però, tutto può essere!”, rispose strizzando l’occhio.
Sorrisi, forse anche un po’ divertita.
Anche se dubbiosa, questa volta decisi di credergli, non avevo altri elementi.
Lui aprì una birra, estraendola dal figo.
Fu più forte di me chiedermi come avesse fatto a rifornire il frigorifero di birre, visto che si era appena trasferito.
Subito stoppai quel pensiero, non volevo che mi stimolasse a paranoiche elucubrazioni.
Giulia, sei qui per consumare, non per indagare! Mi dissi.
Eravamo in soggiorno, lui appoggiato al tavolo intento a bersi la birra, io che girovagavo nell’ambiente, come se stessi facendo un sopralluogo peritale, esprimendo giudizi e commenti sui vari articoli di arredo.
Ad un tratto, mentre ero appoggiata allo stipite della porta parlando a vanvera di quel complesso residenziale, lo vidi posare la bottiglia di birra sul tavolo e con sguardo serio avvicinarsi a me. Quasi mi spaventò.
Cazzo, ho detto qualcosa di male?
Ho offeso il suo appartamentino? pensai.
Mi prese con la mano dietro alla nuca che tirò con decisione verso la sua bocca, cominciando a baciarmi in modo caldo e passionale. Con l’altra mano mi prese da dietro, in mezzo ai glutei, premendo le sue dita con vigore; spinse il suo bacino sul mio facendomi sentire il suo fallo già rigonfio e duro sul mio ventre.
Le nostre salive si mescolavano calde e strabordavano dai lembi delle nostre bocche.
Sentii la sua mano che da dietro la nuca scivolò sulla mia schiena e, continuando sensualmente a baciarmi, mi sollevò da terra; sorreggendomi dalla schiena e dal sedere con entrambe le braccia, mi trasportò in camera, quasi totalmente buia, vagamente illuminata dalla fievole luce accesa in soggiorno.
Arrivati al bordo del letto, mollò di colpo la sua presa, lasciandomi cadere con la schiena sul materasso. Il suo viso truce, mi intimoriva ed eccitava nello stesso momento.
Si tolse la camicia e si slacciò i pantaloni, senza sfilarseli.
Pareva Minotauro, che dopo sette lunghi anni, era pronto a sacrificare la sua agognata preda.
Io rimasi immobile.
Il mio ruolo era quello della vittima, costretta e spaventata.
Il suo ruolo, di divorarmi sessualmente!
Mi fece scivolare la gonna verso l’alto, mi divarico le gambe; mi lasciò così per un attimo, contemplando il suo paradiso. Mi levò le scarpe e poi, con un gesto morbido e sensuale, mi sfilò i collant. Iniziò a leccarmi un piede, partendo dal tallone e risalendo piano sino alla sua punta dove cominciò a succhiarmi le dita, una ad una, passando la sua generosa lingua tra un dito e l’altro; lo fece anche con l’altro piede. Pareva pregustarsi il boccone. Mi sfilò le mutandine, le annusò ripetutamente sfregandosele sul volto; poi, lanciandole a terra, si inginocchio davanti a me.
La sua lingua, che partì con una abbondante *****a di saliva, scorse, partendo dal mio tallone e seguendo il marcato profilo del mio polpaccio, fino a percorrere il mio interno coscia, arrivando al mio linguine, dove di soffermò. Poi mi diede un piccolo morso, succhiandomi voracemente con le sue carnose labbra.
Sollevandosi leggermente con il capo, cominciò a guardare i miei genitali, come se stesse per azzannare qualcosa; si fiondò in mezzo alle mie gambe, inondò della sua saliva, sapientemente rimescolata dalla sua lingua, le mie labbra vaginali, aprendole ed esponendo completamente il mio clitoride già pulsante.
Stavo entrando in una sorta di fibrillazione mentale.
Sentire quelle parti intime del mio corpo così apprezzate dalla sua bocca mi estasiava. Mi voleva tutta.
La sua lingua si muoveva con estrema diligenza, stuzzicando e stimolando i miei sensi.
Quando si ritrasse, mi sfilò la gonna, ed abbassando i pantaloni insieme alle sue mutande, mi mostrò la sua virilità, il suo generoso fallo eretto e pulsante, pronto ad entrare dentro me.
Sdraiandosi lentamente su di me, mi afferrò il viso con le mani e, avvicinandosi con il bacino, lasciò il suo pene perfettamente duro farsi strada tra le mie labbra vaginali, alla ricerca di quell’orifizio che già abbondantemente lubrificato, poteva assicurargli dimora. Mi sfondò, un colpo. Trasalii. Emisi un urlo liberatorio. Quel piacevole dolore godurioso invadeva il mio corpo e la mia mente. Si soffermò per poi ripartire, una serie di colpi sempre più frequenti, sempre più incisivi. La sua lingua invadeva la mia bocca, soffocandomi con la saliva.
Il letto sbatteva violentemente sull’esile parete, cigolando ripetutamente mentre assecondava i suoi movimenti. Fu un delirio di emozioni.
Lo sentii fuoriuscire da me, letteralmente inondandomi di quel caldo sperma che aveva generato e trattenuto nei suoi testicoli per tutto il tempo della sua eccitazione ma anche sicuramente per la sua astinenza.
Spossato ed ansimante si accasciò vicino a me.
Io non avevo raggiunto l’orgasmo ma ero comunque intorpidita da quelle sensazioni che mi avevano invaso, violente ed estremamente piacevoli.
Quando lui si accomodò meglio sul letto, togliendosi definitivamente i vestiti e porgendomi una salvietta, io, dopo essermi ripulita, mi denudai, abbracciandolo. Lui ricambiò, baciandomi la fronte e massaggiandomi la nuca.
Guardavo nella penombra il suo corpo. Era lì, tutto mio, alla mia mercé.
Cominciai a baciarlo e leccarlo, partendo dal suo collo e scendendo piano sul suo petto. Gli succhiai i capezzoli, alternando piccoli mordicchi, poi scesi più giù, verso il suo membro, gocciolante dei nostri umori. Cominciai a leccarglielo, ripulendolo accuratamente, con la lingua e le labbra, dallo sperma residuo, deglutendo ed ingoiandomi quanto rimasto.
Scesi sulle sue gambe, sempre baciandolo e leccandolo sino alle sue caviglie.
Risalii di nuovo leccando e mordicchiando i suoi interni coscia soffermandomi poi sui suoi testicoli. Li succhiai dolcemente, inondandoli di tutta la saliva che potevo generare in quel momento.
Erano morbidi.
Mi accorsi che il suo membro stava riprendendo vigore. Lo impugnai, strofinandomelo delicatamente su tutto il mio viso, in gesto di sottomissione e rispetto per quell’organo che tanto mi faceva fantasticare e godere, e poi cominciai a leccarlo fino ad ingoiarmelo. Lo sentivo rigenerarsi, pulsante, dentro la mia bocca, ad ogni ingoio. Il suo calore aumentava ad ogni impulso. Quando finalmente lo sentii duro e turgido, accavallandomi sopra lui, lo infilai in mezzo alle mie gambe, penetrandomi morbidamente. Cominciai a muovermi lentamente, poggiando le mie mani sul suo petto e inarcando leggermente la mia schiena, cercando di sentire tutte le emozioni generate quel fallo rigonfio che, invadendomi, premeva corposamente le mie parti più intime e profonde. Contemporaneamente, il mio clitoride pulsante strofinava più o meno intensamente sul suo pube, solleticandomi e deliziandomi di vibrazioni; i miei liquidi lubrificavano abbondantemente il suo pene, addolcendone la penetrazione.
Iniziai a prendere ritmo, accelerando sempre più; sentivo uno strano surriscaldamento delle mie pareti interne che probabilmente preannunciavano un imminente orgasmo. Ad un tratto diventò tutto così concitato che quasi persi il controllo di me stessa; i miei colpi erano divenuti più profondi e violenti, complici anche le sue mani che, tenendomi i glutei, accompagnavano i miei movimenti sussultori rimarcandoli negli affondi. Una strana opera musicale si stava componendo in quella stanza; il rumore del letto che sbatteva sulla parete, accompagnato dal persistente cigolio della struttura di ferro, i nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro, i liquidi generati dalle mie parti intime che amplificavano il sordo suono della penetrazione, facevano da accompagnamento alle nostre voci, che ansimanti, esternavano il piacere provato, come vocalizzi assordanti. Il culmine giunse quando lui, con un rapido movimento del bacino, scaricò una veloce serie di colpi che parevano perforarmi.
Emisi un lungo gemito urlante di piacere. Raggiunsi un orgasmo devastante. Lui continuò la sua scarica fino a quando, scostandomi, fuoriuscì da me, sfogando con un tonante urlo, il raggiungimento del suo piacere.
Quando lui mi spostò delicatamente sul suo fianco, riuscii a ristabilire un minimo contatto tra la mia mente ed il mio corpo; solo in quel mentre, cercai di gestire le mie incontrollate contrazioni.
Mentre ancora mi pareva di udire i suoni echeggianti di ciò che fu, sfinita, mi addormentai abbracciata a lui.
Capitolo XXII.
Nei giorni seguenti, cercammo di organizzammo al meglio, onde poterci frequentare e sfogare i nostri istinti sessuali, senza che nessuno potesse sospettare o dubitare di qualcosa.
Durante gli incontri in laboratorio cercavamo di essere sfuggenti, senza soffermarci a parlare più di tanto, se non per quanto concerneva il progetto. Non mancava qualche toccatina fugace, giusto per accendere un po’ di passione che poi, durante la notte, sfogavamo.
Io, dopo il lavoro, rientravo nel mio appartamento, mi lavavo e cambiavo, andavo al residence dove ci incontravamo, uscivamo a cenare e poi rientravamo nel suo appartamento per passare la notte.
La mattina, distintamente, raggiungevamo il posto di lavoro.
Io potevo muovermi facilmente ed indipendentemente, con una piccola automobile, una Smart che l’azienda mi aveva messo a disposizione.
Simone rispettava i rientri a casa per andare da suo figlio, esattamente nei giorni e con le cadenze settimanali che aveva in precedenza.
In quelle giornate libere, a volte frequentavo i miei amici altre volte mi svagavo in centro a fare shopping.
La sera la dedicavo a qualche piacevole e stimolante lettura, nel comodo e pratico letto Ikea di casa mia.
Il tempo passava ed intanto, il progetto in laboratorio, era quasi giunto alla sua conclusione. I ragazzi dello staff erano in fermento, eccitati. Con uno di questi, Davide, avevo ultimamente stretto amicizia. Era un bel ragazzo, simpatico e spigliato. Aveva un bel sedere ed davanti pareva abbastanza generoso.
In questi ambienti è difficile incontrare personaggi che suscitino una qualche emozione fisica; generalmente sono persone che dedicano tutte le loro attenzioni allo studio ed alla ricerca, trascurando vistosamente l’aspetto estetico della loro persona.
Ed io, fino a qualche tempo fa, potevo tranquillamente annoverarmi tra loro, eccezion fatta per lo sport che praticavo, permettendo al mio corpo, grazie a quell’attività fisica, di preservare le naturali forme che caratterizzavano una donna.
Con Davide ci siamo frequentati anche in qualche giornata buca, quelle in cui Simone era assente.
Niente di che, passeggiate in centro, aperitivo in qualche locale; due volte abbiamo cenato fuori ma poi ognuno è rientrato nelle proprie dimore.
Il limite del contatto fisico era rappresentato dal prenderci a braccetto mentre si camminava e qualche bacio sulle guance nei vari saluti.
Non lo vedevo come un amico e sapevo che neanche lui mi vedeva come tale.
Era il tipico approccio per conoscerci meglio, dove lui attendeva la giusta occasione per affondare il colpo; da ragazzo brillante che era, non si sarebbe mai permesso di tentarlo più volte, uno al momento giusto, o la va o la spacca.
E questo lo avevo ben intuito; ed il gioco mi piaceva.
Anche lui mi piaceva.
Ad essere sincera, qualche fantasia me la ero fatta, soprattutto distesa sul mio letto Ikea e la cosa non mi dispiacque.
Questa nuova situazione fu per me una riconferma, comprendendo che non ero innamorata di Simone. Giocavamo a fare sesso, liberamente e senza impegni.
Per me lui era una palestra, dove potevo sbizzarrirmi ed allenarmi, approfondire la conoscenza del mio corpo e contestualmente condividerla con quello di un uomo.
Data ormai l’amicizia e la confidenza instaurata, la sua naturale sicurezza e la sua esperienza mi permettevano di esprimermi liberamente, di assumere diversi ruoli, comprendendo, giorno dopo giorno, quale effettivamente fosse il mio, quale mi piaceva di più, cosa mi faceva veramente provare piacere.
Era perfetto.
I sentimenti nel sesso spesso diventano un ostacolo soprattutto per noi donne; cerchiamo di assecondare, per affetto e amore, i desideri del partner senza mai privilegiare noi stesse. Il risultato è deludente, rapporti amorosi che alla fine vanno a deteriorarsi, lasciando spazio all’abitudine. E questa era la cosa che forse più mi spaventava di un rapporto. Tendenzialmente l’egoismo maschile prevale su quello femminile, lasciando solo un grande vuoto; e se per colmare quel vuoto avrei dovuto arrangiarmi da sola, allora tanto valeva avere un uomo.
Ecco forse perché alla fine mi sono sempre rifiutata di cercarne uno, per paura.
L’esperienza con Simone invece mi stava facendo apprezzare l’uomo, la sua virilità e nel contempo mi stava aiutando a definire gli aspetti e le caratteristiche essenziali di cui doveva essere dotato, e non parlo solo di quelle fisiche. La passionalità, il desiderio, la fantasia, la sicurezza, la voglia di mettersi a disposizione dell’altra, erano solo alcune doti che delineavano il profilo della persona alla quale potevo concedermi; erano la garanzia che, almeno sessualmente, proprio a bocca asciutta non sarei rimasta!
Ero anche conscia che un futuro con Simone non poteva esserci, lui, molto più grande di me, non avrebbe mai potuto darmi tutte quelle cose che mi aspettavo da una relazione duratura con un uomo, come per esempio una famiglia.
E se avessi mai dovuto fare una scelta di questo tipo nella mia vita, come ad esempio rimanere sola, avrei cercato di vivere anche esperienze nuove; e se di interessanti non me ne fossero mai più capitate, pazienza, Simone volendo poteva rimanere lo strumento per sfogarmi, per continuare a giocare; sicuramente meno assiduamente di come stavamo facendo, non avrei più voluto impegni quotidiani o periodici.
Simone, intanto, si era accorto che avevo instaurato una particolare confidenza con Davide, ma non mostrava apparenti atteggiamenti di gelosia. Io, invece, ultimamente, lo avevo visto dedicare del tempo ad una assistente tecnica, estranea al nostro staff, Debora; era una ragazza timida e carina. Chiamata in prestito da una ditta consociata al nostro gruppo, stava prestando supporto al progetto. Lei lavorava con altri tecnici nel laboratori a fianco al nostro.
Non l’avevo mai notata; Simone spesso andava da loro per verificare alcuni dati di analisi ma a lei proprio non avevo mai fatto caso. Non che io entrassi in quelle stanze frequentemente, forse ci sarò andata uno o due volte.
Pensai che quell’atteggiamento di Simone fosse il suo modo di ricambiare le mie attenzioni per Davide.
Questa nuova situazione stimolò anche i nostri incontri sessuali, nei quali, durante le fasi concitate, non mancavano le imprecazioni reciproche ben contornate di oscenità, in riferimento agli atteggiamenti avuti con i rispettivi Davide e Debora.
Veramente un rapporto splendido, fino a quando un fatto cambiò tutto!
Capitolo XXIII.
Una sera, durante un nostro amplesso, udii un gemito provenire dalla parete; sbarrai gli occhi e mi irrigidii, quasi a voler fermare Simone per creare il silenzio e meglio udire. Lui si fermò un attimo e guardandomi, cercò di capire cosa mi stesse accadendo. Sentii ancora, chiaramente, altri gemiti; provenivano dall’altra stanza, quella contigua alla parte del nostro letto! Simone riprese imperterrito, cercando di coprire quella voce.
Un brivido invase il mio corpo.
Certo, poteva esserci chiunque oltre quella parete e con il baccano che ogni volta facevamo, difficilmente poteva desistere dal partecipare passivamente alla nostra festa.
Mi sentii immediatamente proiettata nell’altra stanza, rivivendo i miei periodi, di qualche mese prima, quando sul letto della parete opposta c’ero io.
Simone raggiunse il suo amplesso, io no.
Ero turbata, curiosa, in qualche modo anche eccitata, ma la confusione del momento non mi faceva riordinare le idee.
Nel silenzio, continuavo a tendere il mio orecchio verso la parete, ma non udii più nulla.
Guardai anche la finestra della camera, per vedere se adduceva ad un balcone; niente, era solo una finestra.
Mi ridistesi sul letto; Simone ormai già dormiva.
Calma, Giulia, calma! Ragiona!
Possibile che ci sia un’altra ragazza nell’appartamento a fianco? Un ragazzo certo non poteva essere, primo perché il gemito era di una voce chiaramente femminile, secondo, non avevo mai sentito i ragazzi gemere, era una cosa da donne.
Una coppia certo non poteva essere, altrimenti avrei sentito i sobbalzi del letto. Forse lui stava facendo gemere lei senza infierire, magari un rapporto orale.
Ma se vero era che dall’altra parte c’era una ragazza, era credibile che capitassero tutte a lui?
Su questo dovevo indagare, dovevo scoprire chi occupasse l’appartamento a fianco.
Ero invasa da ansia, tormento.
Cercai di ascoltarmi, di indagare dentro di me.
Che sensazione mi faceva provare sapere che dalla parte opposta della parete c’era qualcuno che mi ascoltava mentre gemevo?
Stavo interrogando la mia perversione sessuale.
Sapere di essere origliata da una coppia che prendeva spunto per le loro pratiche erotiche poco mi entusiasmava, mentre l’idea che potesse essere un ragazzo focoso e voglioso oppure una ragazza inesperta che fantasticava su di noi, ad essere sincera, un po’ mi eccitava.
Abbandonai gli aspetti emozionali.
Dovevo capire se quel porco di Simone era veramente all’oscuro di tutto o meno.
Non che ciò cambiasse qualcosa, ma ad una persona intelligente e scaltra come lui, le coincidenze non potevano capitare; la sua mente era come una grande matrice matematica, dove all’interno c’erano i risultati di una serie di equazioni logiche.
Pertanto, se una cosa accadeva, se ne prendeva atto studiandola, se riaccadeva, o era voluta o era un errore.
La coincidenza non era contemplata.
La mattina, quando mi svegliai, la prima cosa che feci fu appiccicare il mio orecchio alla parete. Volevo sentire se c’era qualcuno ed ipotizzare cosa stesse facendo.
Silenzio.
Quando uscii per andare al lavoro, guardai quella porta di ingresso, posta frontalmente alla nostra. Non mi dava nessuna indicazione, nessun dettaglio che potesse aiutarmi a decifrare chi poteva occupare quell’appartamento.
Me ne andai, pensando a cosa e come potevo fare per sapere di più, evitando imbarazzanti appostamenti.
Dovevo scoprire se Simone c’entrava qualcosa.
Aldilà che la situazione potesse piacermi o meno, eccitarmi o infastidirmi, innanzitutto dovevo scoprire se io fossi la vittima di un gioco, di qualche perversione di Simone.
Ed anche se lo fossi, non volevo parteciparvi ingenuamente, al limite coscientemente!
Capitolo XXIV.
Seduta davanti al mio pc, in laboratorio, quel pomeriggio lo dedicai a frugare nei database dell’azienda, alla ricerca di qualche documento che annotasse gli ospiti del residence.
Indirizzai la mia ricerca nelle cartelle dell’amministrazione.
Accedevo a qualsiasi dato, conoscevo tutte le password chiave; uno dei miei primi incarichi fu quello di lavorare allo sviluppo della sicurezza dei sistemi dell’azienda, quindi lo conoscevo perfettamente.
Dopo ore di ricerca, in un file di Excel, trovai il foglio nel quale erano inseriti gli occupanti di quel benedetto residence, chiamato “Paradiso”.
Che cazzo di nome, pensai. Ho buttato via mezzo pomeriggio scoprire che quella merda di complesso si chiamava Paradiso.
Aperto il file, cercai di interpretarlo; c’erano date di arrivo, partenze previste, cognomi e nomi degli occupanti di tutto l’ultimo anno.
Quando trovai quello di Simone identificai il numero di appartamento, una sorta di interno; cercai nel numero successivo e nel precedente, il nominativo corrispondente.
Eccolo! Cazzo non poteva essere vero. A fianco c’era Debora!
Focalizzai tutte le date e vidi che Debora si era insediata da subito, da quando cominciò il progetto. Simone invece si era insediato dopo; erano trascorsi diversi giorni.
Notai anche che il precedente occupante non aveva lasciato il residence ma era stato spostato in un altro interno.
Pertanto Simone, in qualche modo si era fatto trasferire lì, appositamente, vicino a Debora, sfrattando l’ignaro occupante.
Che bastardo! Porco e bastardo!
Quindi, il maiale, si era insediato nel nuovo ambiente, aveva studiato tutte le possibili vittime individuandone una, la prescelta, che, secondo il profilo psicologico delineato da quell’infido porco, sicuramente sarebbe caduta nella sua trappola, sottostando al suo perverso gioco psicologico, quello di essere visto come insegnante, protettore, guida, mentore. Il Tutor.
Mi distesi sulla poltroncina con le braccia a penzoloni.
Mi sentivo svuotata. Quell’uomo era veramente una macchina da guerra, nulla al caso, tutto previsto, tutto calcolato. Non sapevo come sentirmi.
Usata?
No, alla fine mi ero sempre detta che io stavo usando lui, al limite ci stavamo usando. Non ero innamorata e neanche ci pensavo. Non poteva essere, ne per me , ne per lui.
Tradita?
Ed in cosa dato che io ero pronta a tradirlo con Davide, che, se fino ad oggi non ci aveva provato era solo perché io, da stronzetta, stavo prendendo tempo giocando con lui.
Gelosa?
Ma neanche per sogno, anzi pensare che qualcun’altra mi potesse sostituire ogni tanto, lasciandomi un po’ di spazio per farmi anche i cazzi miei, tutto sommato era una bella soluzione.
Umiliata?
Non ne vedevo il motivo, se quando stavamo scopando lui pensava anche a Debora che nell’altra stanza si stava masturbando, spesso io avevo dedicato i miei pensieri a Davide, giusto per cambiare un po’. E se invece fosse per il fatto che lei violava la mia privacy, beh, per mesi io avevo fatto la stessa. Poi, se proprio avessi tenuto alla mia privacy, avrei evitato di urlare come un oca a pieni polmoni. Quindi, non me ne fregava niente.
Esclusa?
Ecco, forse si, in qualche modo mi aveva escluso dal suo progetto e questo mi feriva. Ma pensandoci bene, se mi avesse reso partecipe, avrei accettato? Quando lui giunse qui, lo vidi come il mio giocattolo sessuale, tutto per me; lo desideravo ancora, forse più di prima, volevo ancora godermelo, gustarmelo, fino in fondo, fino a saziarmi. Quindi no, non avrei accettato!
Ad oggi sarebbe diverso; se me lo chiedesse adesso, ci penserei.
Tutto sommato, vale sempre ciò che ho detto della gelosia.
Ovvio è, che non potrebbe dirmelo ora, il gioco era iniziato prima.
Quindi, unica soluzione, era escludermi, facendomi partecipare ignara.
Ma che stronzo! Intelligente, astuto e stronzo! Ed anche porco!
Cominciai a sorridere.
Mi venne da pensare all’intensa eccitazione che provava in questo momento quella ragazza; l’avevo provata ed un po’mi mancava. Era stata una cosa strana, straordinaria.
Non che oggi mi eccitassi di meno ma quella era diversa.
Risorrisi pensando a quella ragazza.
Scoppiai poi a ridere quando cominciai ad immaginare cosa la stava aspettando!
L’avevo solo intravista, carina, gentile, timida, impacciata.
Sotto le mani di quel porco, e non solo le mani, in poco tempo si sarebbe trasformata in una macchina del piacere!
Vero, Simone lo aveva fatto con me, spazzando via dalla mia testa tabù, timidezza, sensi di colpa, moralismi ed altro!
La stava iniziando, la guidava verso il mondo del piacere. La stava facendo crescere!
Alzandomi dalla sedia, mentre chiudevo i vari file, mi venne ancora un dubbio; mi avrebbe anche lei definita “la sua puttana”?
Beh, se puttana voleva dire prendere coscienza di se stesse e riuscire a godersi nella propria totalità, anche utilizzando il corpo dell’uomo, che in qualche modo Dio aveva minuziosamente progettato e realizzato appositamente per noi donne, per esprimere la propria sessualità e far sprizzare gioiose sensazioni da ogni poro della pelle, allora orgogliosamente mi sentivo una puttana!
Spensi il monitor e sorridente me ne andai.
Capitolo XXV.
Quella sera ero ancora nell’appartamento di Simone.
Sapevo che probabilmente sarebbe stata l’ultima sera. Il giorno successivo avrebbero dichiarato la conclusione del progetto e quindi come di rito, sarebbero usciti a festeggiare.
Io questa volta non partecipavo; alla fine non facevo parte dello staff, ero un supervisore interno dell’azienda.
Il lavoro lo avevano fatto quasi tutto loro, e tra di loro dovevano gioire e festeggiare.
Ero anche curiosa di sapere se Simone mi avrebbe invitato, magari per una semplice comparsa, come la mia predecessora.
Ora ero in camera con lui, particolarmente elettrizzata, forse anche perché immaginavo con quale eccitazione ed ansia, la ragazza dietro al nostro letto, attendeva l’inizio delle danze!
Immaginavo anche quante palpate le aveva rifilato Simone nel pomeriggio, dato che non l’avevo nemmeno visto in laboratorio.
E quanto potesse essere carica lei in questo momento, stimolata e stuzzicata dalle mani di quel porco!
Alla fine mi sentivo più eccitata per lei che per me! Ma il risultato era uguale.
Scopammo con foga, non lasciai tregua a quel maiale, anche se forse anche lui non ne lasciava a me. Mentre il letto sbatteva furiosamente sulla parete, non mancavo, senza fingere, di trasmettere vocalmente e liberamente le mie gioie, cercando di rendere emozionalmente partecipe la coinquilina.
La immaginavo dietro a me con qualche oggetto strano intenta a perforare le sue cavità, godendo sino allo spasmo; questa cosa mi eccitava tremendamente, la sua purezza, la sua incoscienza, i suoi limiti morali, mentre si inondava di assoluto piacere, venivano travolti e definitivamente sgombrati per lasciare spazio al suo egoismo carnale, alla sua sensualità, lussurie che una donna per sentirsi veramente tale, almeno in alcuni momenti, deve avere, e con vigore difenderli, cercando di preservarli per tutta la vita.
Fu una serata fantastica, gemetti con il corpo di Simone per ben tre volte. Ero sfinita.
La mattina mi svegliai presto e sentii dei rumori provenire dalla parete del letto. Accostai l’orecchio e percepii il rumore dell’acqua della doccia! Perfetto, pensai, sono in tempo.
Velocemente mi lavai, mi vestii, ed attesi dietro alla porta che lei uscisse di casa.
Controllavo dallo spioncino.
Simone dormiva ancora.
Quando la vidi uscire, uscii anch’io.
Lo feci con estrema indifferenza, chiusi la porta e mi girai verso lei.
Era più piccola di me, almeno una decina di centimetri.
Impacciata e leggermente spaventata, divenne rossa in viso. Mi scappò un generoso sorriso. La salutai.
“Ciao!”
“Buongiorno” mi rispose imbarazzata.
Cazzo, aveva si e no tre anni meno di me e mi dava del lei?
“Dimmi ciao, non buongiorno, mi fai sentire vecchia!” le dissi appoggiandole la mano sulla spalla.
Mi faceva veramente simpatia quella ragazza, era carina e dolce.
Poi, giusto per divertirmi un po’ le chiesi “Si va al lavoro eh? Qui si passa il tempo a lavorare e a dormire!”
Lei abbassò lo sguardo e quasi inciampando nello zerbino, rispose” Eh, si. Poi io dormo come un sasso e la mattina non sento neanche la sveglia”!
Scoppiai a ridere. Cazzo quella battuta l’avevo già detta io, qualche mese fa’!
Scendemmo le scale e parlai di lavoro. Non volevo infierire oltre. Non se lo meritava.
Con me, l’altra ragazza, non l’aveva fatto.
E poi, a breve, qualcun altro avrebbe infierito, non tanto su lei tanto quanto dentro lei!
Quando arrivai alla mia macchina, la salutai con un generoso sorriso, strizzando un occhio!
Lei, dolcemente, con la mano mi salutò.
Andai in ufficio, smontai e ripulii la mia postazione; poi, andai al piano superiore, nel mio vero ufficio, a redigere la relazione finale e confidenziale del progetto.
Quando Simone mi chiamò, nel tardo pomeriggio non risposi.
Questa volta ti inventerai un nuovo siparietto la tua preda. Io non partecipo!
Avevamo fatto tutto con grande riservatezza, nessuno aveva sospettato nulla; adesso non venivo a mettermi in mostra per istigare la tua nuova vittima. E poi con loro ci sarebbe stato anche Davide.
Ecco, pensai, potrei presentarmi e stare vicino a lui! Così faccio un po’ incazzare il maiale!
Sarei arrivata dopo gli altri, dopo il patetico discorso che Simone avrebbe fatto alla ciurma.
Approvato!
Sentii Davide per sapere quale fosse il locale prescelto per la serata e corsi a casa a prepararmi.
Rovinare il programma di Simone lo trovavo divertente!
Intanto Simone mi scrisse un messaggio invitandomi a raggiungerlo, nel locale prescelto, per un veloce brindisi. Mi scrisse anche che, dopo i festeggiamenti, sarebbe partito per ritornare a casa per qualche giorno.
Mi scoppiò una risata!
Ma certo maialone mio, e chi si offende?
Lui continuava imperterrito nel suo teatrino mentre io programmavo come rovinarglielo; dovevo in qualche modo farlo rimanere male, ma non troppo; tutto sommato gli ero veramente affezionata, gli volevo bene.
Sapevo che questa storia doveva finire, anzi, un po’ lo desideravo. Ora, nella mia testa, c’era anche Davide. Mi piaceva, mi affascinava, ero attratta da lui, in modo diverso da come lo ero da Simone.
Con Davide sarebbe stata un’altra cosa, un rapporto più equilibrato, magari non basato solo sul sesso. Me lo sentivo. Avrei avuto la possibilità, frequentandolo, di conoscere nuove emozioni, nuovi sentimenti che fino ad oggi avevo precluso a chiunque mi si fosse avvicinato. Mi sentivo veramente pronta ad iniziare una nuova avventura, diversa, eccitante anche se meno intrigata.
Capitolo XXVI.
Arrivai nel locale circa un ora dopo gli altri; stavano brindando seduti al tavolo.
Quando si accorsero che ero entrata, un caloroso richiamo mi attirò a loro.
Simone, seduto vicino a Debora, quando mi vide si alzò dal tavolo, come per invitarmi a raggiungerlo, alzando leggermente la mano sinistra con la sicurezza e la benevolenza di un padre verso il figlio prodigo; dava per scontato che io sarei andata immediatamente lì ad omaggiarlo, mostrando pubblicamente la mia riverenza.
Così facendo, avrebbe fatto ingelosire la sua preda, innescandole un risentimento nei miei confronti, atto a renderla molto ben disposta a concedersi nel momento in cui lui avrebbe cercato di prenderla.
Peccato che contemporaneamente anche Davide si alzò dal tavolo, venendomi incontro a braccia aperte. Reazione che avevo previsto, lo avevo avvisato nel pomeriggio del mio arrivo e quindi mi attendeva!
A quel punto, come se fossi totalmente ingenua, interpretai il gesto della mano di Simone come un modesto saluto e lo ricambiai alzando timidamente la mia mano destra; venni poi soffocata dal caloroso abbraccio di Davide, che mi accompagnò al tavolo facendomi sedere accanto a lui!
Simone abbassò il capo e rosso paonazzo, si ricompose sedendosi compostamente.
Mentre del miserabile alcool, malamente annacquato e chimicamente colorato, deteriorava il ****** che circolava nelle mie vene, intorpidendomi il cervello, Simone, mogio e pensoso, distrattamente chiacchierava con le persone dello staff a lui vicine.
Sapevo benissimo a cosa stesse pensando.
Al modo di recuperare quella situazione.
Lui aveva illuso fino a qualche secondo prima la sua vittima, facendole ben sperare per la serata; ormai cotta a puntino, era desiderosa di essere presa da lui. Ma questa condizione a lui non piaceva, era troppo banale; doveva cuocere psicologicamente la sua vittima per poterla rendere fedele e disponibile per il suo soddisfacimento, anche futuro.
Diversamente, avrebbe approfittato di lei ma poi sarebbe finita lì, senza il dovuto pretesto di poter continuare, fatta salva l’ipotesi di lei che si innamora di lui, evento che Simone voleva assolutamente evitare.
La mente di lei doveva sottostare ad un’altra condizione psicologica, quella che lui aveva studiato e perfezionato nel tempo.
Lei, convinta in quella specifica serata di poter finalmente approfittare di lui, o viceversa, veniva disillusa dalla improvvisa entrata in scena della rivale, che istantaneamente frantumava i suoi sogni; e qui s**ttava la serratura che modificava gli eventi.
Se fino a poco prima, la vittima, era l’intrusa in quella coppia, in quella specifica serata cambiava il suo ruolo poiché lei pensava che, dopo tante fatiche e tanta attesa, lui, sfuggendo alla quotidianità per l’evento, poteva dedicarle tutte le attenzioni, dandole il meritato premio, alle spalle dell’ignara e parimenti vittima compagna di lui!
Questo ammettendo che la donna di lui fosse sempre la stessa; non era prevedibile e determinabile sapere se la vittima era a conoscenza o meno che la compagna di lui fosse sempre la stessa, durante le focose notti.
Nello scenario, questo non cambiava il pensiero della vittima.
Se le donne di lui fossero state sempre diverse, ebbene stasera toccava a lei!
Se la donna fosse stata sempre la stessa il ragionamento della vittima cambiava ma portava sempre allo stesso risultato, poiché, avendo lei dovuto subire per svariati notti il gemere della compagna, ora un piccolo premio le era dovuto.
Quindi, per una volta, toccava alla vittima poter giocare e godersi quest’uomo, tanto virile e possente, capace di far urlare così tante emozioni sessuali ad una donna.
Questo comportava due scenari conseguenti; la vittima ci stava solo per quella sera come conseguenza logica di premio, mente Simone voleva molto di più da lei, oppure ci stava anche dopo perché innamorata e questa conseguenza Simone la voleva assolutamente evitare.
Quindi, l’entrata in scena della compagna di lui.
A questo punto si presumeva che la compagna delle nottate sessuali fosse una sola, sempre la stessa, altrimenti lui non le avrebbe mai permesso di venire, in quanto le sue attenzioni e le sue mani erano già impegnate con la vittima.
Pertanto lei, irrompendo nella serata premio, quella dove la vittima doveva venire ricompensata, diventava, nella logica femminile, una rivale, colei che arrivando prima del tempo le sottraeva il premio.
La competizione femminile creatasi, generava nel pensiero della vittima una voglia di ris**tto che, se prima si poteva limitare a godersi la serata e poi basta, quell’affronto, spudoratamente sfacciato, doveva essere ris**ttato, punendo immediatamente lui, facendolo ingelosire in qualche modo, magari sfogandosi con il primo che si trovava a portata di mano!
Il colpo finale veniva inflitto con l’uscita di scena di entrambi, lui e lei che se ne andavano, e ormai conoscendoli, sicuramente in camera da letto!
La vittima, a questo punto, era cotta a puntino.
Quando lui, a fine serata, si ripresentava alla vittima, in tutta tranquillità completava la sua opera, possedendola con passione ed ardore, per poi sparire, lasciando in lei un segno indelebile.
A conclusione del processo, la vittima, quando poi veniva richiamata, anche a distanza di tempo, sarebbe stata sicuramente disponibile, senza chiedere più di tanto a lui; avrebbe voluto solo essere ancora posseduta, sicuramente più volte.
Oltre al piacere fisico, la vittima avrebbe anche pensato alla tanto attesa rivincita sulle sua rivale!
Il tutto escludendo il temuto innamoramento, poiché lui è un uomo troppo assente, sfuggente.
Nella realtà, la fantomatica rivale, anch’essa vittima di quel gioco, in quella serata veniva gentilmente scaricata per lasciare il suo posto ad una nuova.
Un piano perfetto, geniale, studiato e creato sulla logica femminile, dove la vittima, accuratamente scelta, era una ragazza ancora acerba, vagamente casta, estremamente curiosa e bisognosa di essere iniziata ad una buona e corretta vita sessuale!
Ora io avevo rovinato il suo giochetto, non avevo fatto s**ttare l’ultima parte del processo; pertanto, lui, approfittandosi della vittima in quella sera, rischiava di averla per una sola notte oppure, ancor peggio, di averla anche dopo ma innamorata di lui.
Conoscendolo, avrebbe mollato il colpo, sperando che io accettassi di fare un doppio giro.
Avrebbe ancora avuto bisogno di me, e per quanto mi riguardava, in quel momento, mi andava anche bene.
Se le condizioni per me fossero cambiate, sarei stata io a scaricarlo, e non lui.
Scacco al re! Scacco al Tutor!
Quando lo vidi alzarsi, salutando tutti i presenti precisando che la serata l’avrebbe offerta lui, pensai, oltre che fosse il minimo che potesse fare, che quella sera mi sarei ******ata!
Uscì dal locale, solo. Aveva mollato il colpo!
Mi alzai e corsi fuori.
Lo chiamai. Lui si girò, con un leggero sorriso, e mi fissò, con lo sguardo di chi, persa la partita, ne aveva esattamente capito il motivo.
Mi avvicinai a lui sorridendogli fiera, allargando le mie braccia e inclinando leggermente la testa. Lui mi abbracciò forte. Poi mi disse “Hai capito tutto, vero?”
Io restai in silenzio, stringendomi forte a lui. “Lo sapevo! Sei perfetta!” mi disse, “Un troia perfetta!”.
Lo guardai e sorridendogli gli dissi “E tu un perfetto porco!”
Mi sorrise e mi diede un bacio sulla fronte.
Io a testa bassa gli dissi ”Grazie di tutto! Mi hai insegnato tanto, grazie di cuore!”
Lui appoggiò la sua bocca sulla mia fronte, come un lungo bacio.
Poi mi disse “Guarda che c’è Davide lì che ti aspetta”; mi girai e vidi Davide che, uscito dal locale, fumava una sigaretta davanti all’ingresso.
Poi guardandomi negli occhi mi disse
“Stasera ho consegnato un rapporto in azienda colmo di elogi nei tuoi confronti. Te li sei meritati. Mi hanno anche detto che nel prossimo progetto verrai nominata come Tutor…complimenti!”
Rimasi sbalordita.
Io Tutor!
“Vai, divertiti. Magari qualche volta ti cercherò ancora!” mi disse distaccandosi da me.
“Ci conto!” gli risposi.
Mentre lui salì sulla sua grossa Mercedes nera, io andai da Davide, lo presi sottobraccio e lui, sorridendomi, mi prese e mi baciò, un lungo e focoso bacio.
Ricambiai stupita; se il resto è come questo bacio, allora sono in buone mani, mi dissi!
Udivo la Mercedes nera rombare nella via, allontanandosi per sempre.
Io e Davide rientrammo nel locale.
Nel futuro una nuova avventura mi aspettava!
Questa volta da Tutor!
7年前