Pomeriggio con mamma

Il sole picchiava forte quel giorno di luglio, mi pare fosse un martedì, e in casa, pur avendo le tapparelle abbassate si moriva di caldo.
Seduto alla mia scrivania in canottiera e mutande cercavo di concentrami sul libro che avevo davanti senza riuscirci.
Quella calura mi opprimeva e, quel che era peggio, avevo una gran voglia di godere. Il cazzo duro premeva contro il cotone degli slip e la mia ragazza era al mare. Dovevo proprio rassegnarmi.
Mi massaggiai un poco le palle, erano dure e gonfie, avevano bisogno di essere svuotate. Pensai di tirarmi una sega, ma l'idea mi fece tristezza.
Decisi di andare in cucina a prendere una coca gelata. Mamma riposava in camera sua, così non mi curai del fatto che stavo girando per casa con l'uccello duro a malapena trattenuto dalle mutande.
Con la coca in mano stavo guardando nel frigo se per caso c'era anche qualcosa da sgranocchiare, quando mi sentii chiamare.
Sergio, se hai fame ti preparo io un panino – era mamma.
Dimenticandomi del mio stato mi girai di s**tto.
Ah, sei tu mamma, mi hai quasi spaventato.
Sergio! - mi sentii apostrofare.
Che c'è, mamma?
Guardati! Non ti vergogni?
Aveva notato il pacco.
Non seppi che dire, e farfugliai qualche scusa.
Vai in camera tua e rimettiti a posto. Ti preparo un panino e te lo porto. Preferisci formaggio o prosciutto?
Entrambi, grazie.
Mi rimisi al tavolino e quando mi portò il panino ero riuscito a fare abbassare la fava, la voglia però non mi era per niente passata.
Faccio merenda, poi vado al cesso e mi sparo una sega, mi dissi, meglio che niente.
Col mio panino mamma si era portata anche una tazza di caffè, e sedette sul mio letto.
Ti dispiace se prendo il caffè in tua compagnia?
No, mamma, certo che non mi dispiace.
Aveva caldo anche lei e indossava una vestaglietta di cotone, uno straccetto da casa che, quando sedette sul letto, le scoprì le cosce.
Non potei fare a meno di lumarle e la fava riprese a crescere.
Mi girai un po' sulla sedia perché non vedesse la mia erezione e addentai il panino.
Il suo caffè andava per le lunghe, aveva voglia di chiacchierare.
Come sta Anna, la tua ragazza?
Bene, credo, è al mare.
E' un po' che non la vedi?
Saranno venti giorni.
Adesso capisco.
Cosa?
Lo stato in cui eri davanti al frigorifero.
Feci finta di niente, ma lei continuò.
Certo, per un giovane di vent'anni stare tanto tempo senza la ragazza...
Non proseguì la frase e se ne andò.
Rinunciai alla sega, temendo che lei capisse cosa andavo a fare al cesso. Stasera telefono a Silvia, mi dissi, non è un granché ma è sempre affamata di cazzi e se le offro la pizza un bel pompino me lo tira senz'altro.
Verso sera la chiamai ma era già impegnata.
Il tuo amico Gigi mi porta al ristorante, mi disse, facendomi intendere che il bocchino lo avrebbe fatto a lui che era più generoso.
Le cena non era ancora pronta; mamma dietro i fornelli doveva avere parecchio caldo, perché la vestaglietta era mezza aperta e le sue tettone si mostravano generosamente al mio sguardo per una buona metà.
Mamma ha due tette da sballo e pensando a quei due meloni grossi e sodi mi sono sparato le seghe più belle.
Sotto la vestaglia non doveva portare reggiseno, perché quando si girò verso di me per chiedermi se volevo la pasta lunga o corta, potei per un attimo vedere uno dei suoi capezzoli, belli larghi e rosati.
Altro che pasta, io avevo voglia di figa!
Mi alzai da tavola e mi avvicinai a lei.
Hai bisogno di aiuto? - domandai.
Se vuoi, puoi affettare il pane.
Eravamo ad un mezzo passo di distanza e potei sentire il suo odore, un misto di profumo, di sudore e di femmina che mi fece quasi girare la testa e pulsare l'uccello.
Ti ho mai detto che sei bella?
Non fare il cretino. Sono in uno stato da paura, spettinata e vestita come una zingara.
Per me sei bellissima.
Davvero?
Eccome.
Sei carino, tuo padre non me lo dice mai.
Siete sposati da tanto.
Già, dopo un po' la passione svanisce.
Fate ancora l'amore?
Sergio! Ti sembra una domanda da fare a tua madre!
Che c'è di male?
Niente, ma mi metti in imbarazzo. Si, ogni tanto, raramente però.
Mi accorsi che le sue guance avevano preso colore.
Provai ad insistere.
Ti piace ancora fare l'amore con lui?
Cosa ti ha preso? Hai le fregole? Spero che Anna torni presto dal mare, così ti puoi sfogare.
Ero ancora in mutande e canottiera e, quando lei si allontanò un attimo dai fornelli si accorse della mia erezione.
Le sue guance presero nuovamente colore.
Sergio, forse è meglio che cambiamo argomento – disse.
Papà era via e cenammo noi due.
A tavola la vestaglietta era sempre mezza aperta ed io non riuscivo a staccare lo sguardo dalla sua scollatura. Lei lo notò ma non la richiuse. Feci cadere due o tre volte le posate e, chinandomi per raccoglierle, sbirciai sotto la tavola. Teneva le cosce mezze aperte e i suoi minuscoli slip lasciavano intravedere la forma della sua figa, lo spessore delle grandi labbra. Deve essere bella carnosa, pensai.
Quando la aiutai a lavare i piatti eravamo fianco a fianco e un paio di volte riuscii a sfiorare la rotondità del suo culo, ma lei si scostò immediatamente, così rinunciai ad insistere.
Il mio pacco era sempre più grosso e notai che lei ci buttò l'occhio un paio di volte.
Mentre lei guardava la tele mi fiondai in camera mia e, senza neppure chiudere la porta a chiave, mi abbassai i calzoni. Ce l'avevo duro da scoppiare e mi sentivo i coglioni gorgogliare. Se non mi facevo subito una bella sborrata sarei impazzito.
Ad occhi chiusi ripensai alla sua scollatura, alle sbirciatine sotto il tavolo, alle curve del suo magnifico culo.
Durai poco; dopo un paio di minuti sentii la sborra risalirmi dai lombi. Ero arrapato come una bestia ed intuii che avrei sborrato come un cavallo.
Ero piazzato in mezzo alla stanza, a gambe larghe.
Quando sentii arrivare l'orgasmo rallentai il ritmo, mi scappellai per bene e mi apprestai a svuotarmi.
Ero giunto al punto di non ritorno quando lei, senza bussare, entrò in camera mia.
Mamma! - urlai.
Sergio! - fece lei.
Ormai non mi potevo più fermare.
Con gli occhi spalancati per la sorpresa rimase con la maniglia in mano.
Sergio! - fece ancora una volta con la voce strozzata.
Troppo tardi per fermarmi.
Avevo intuito che avrei sborrato più del solito, ma non immaginavo di fare una sborrata del genere.
Per fortuna i getti non erano indirizzati nella sua direzione altrimenti l'avrei innaffiata dalla testa ai piedi.
Pensavo avrebbe richiuso la porta e se andasse, invece assistette alla mia sborrata, con gli occhi spalancati dallo stupore.
Gli schizzi, lunghissimi, compirono un mezzo arco nell'aria per andare a spiaccicarsi sul muro di fronte. Reggendo il cazzo a due mani scaricai una quantità impressionante di sborra che, oltre al muro, sporcò il pavimento.
Quando ebbi finito lei era ancora lì. Non si era persa nulla della scena, non osai guardarla in faccia.
Scusami, Sergio, non immaginavo – disse ed uscì.
Ero ancora in piedi col cazzo gocciolante e mi stavo riprendendo dalla goduta e dalla vergogna quando lei tornò con uno straccio.
Fammi dare una pulita – disse, hai fatto un bel casino.
Mentre ripuliva andai in bagno a lavarmi.
Tornai in camera mia e lei era ancora lì.
E' stata colpa mia? - domandò.
Non capivo.
E' per causa mia che hai sentito il bisogno di... non sapeva come continuare.
Un poco – risposi.
Si guardò la vestaglietta. Era sempre mezza aperta.
Devo fare più attenzione – disse richiudendola.
Mamma.
Dimmi caro.
Mi dispiace.
Di che? Alla tua età è normale provare degli impulsi violenti. Li avesse anche tuo padre!
E scoppiò a ridere.
Allora, non sei arrabbiata.
Non dire sciocchezze. Adesso andiamo a dormire. Dimmi solo una cosa.
Certo, cosa vuoi sapere.
E' sempre così?
Non capivo.
Butti sempre tutta quella roba?
Più o meno.
Povera Anna! - commentò.
Quando stavo per addormentarmi udii giungere dalla sua camera dei gemiti strozzati. Temetti che stesse male. Poi capii.
Si stava tirando un ditale. L'uccello mi tornò immediatamente duro. Avrei voluto andare a spiarla, ma quella sera avevo già combinato abbastanza casino.
Sarà per via della mia sborrata che si tira un ditale? - mi domandai mentre mi sparavo una seconda sega. L'idea che lei mi avesse visto sborrare mi eccitava da morire e, ripensando alla scena di poco prima, godetti nuovamente.
Mio padre doveva stare via per parecchi giorni, così mamma ed io eravamo soli.
Notai che aveva preso a curare di più il suo aspetto anche quando girava per casa ed una sera, per venire a cena si mise tutta in tiro.
Devi uscire? - domandai.
No, però avevo voglia di mettermi qualcosa di carino. Come sto?
Sei una gran figa – le dissi ridendo.
Che scemo!
Dico davvero, ti vedesse il babbo...
Chi, quello? Lui guarda solo le sue segretarie. Si capisce, hanno la metà dei miei anni.
Guarda che tu non hai nulla da invidiare ad una ventenne.
Insomma, stavo facendo la corte a mia madre e a lei faceva piacere.
Cenammo, poi lei andò a piazzarsi davanti alla tele e la raggiunsi.
Non devi studiare?
Stasera non riesco. Sono stanco e nervoso.
Allora esci con gli amici, così ti distrai un po'.
No, ti tengo compagnia. Mi spiace lasciarti tutta sola.
Il programma era una pizza tremenda e mi addormentai sul divano.
Mi risvegliai dopo un paio d'ore e mamma non c'era più. Sarà andata a dormire pensai.
Recandomi in bagno passai davanti alla sua camera. La porta era socchiusa, la luce accesa e lei stava provando della biancheria che aveva acquistato quel pomeriggio.
Bussai alla porta.
Vieni, vieni, sto solo provando un completino che ho preso dalla Mariuccia. Come pensi che mi stia?
Si girò verso di me e mamma mi apparve in tutto il suo rigoglioso splendore. Si capisce, non ha più il fisico di una ventenne, ma vi assicuro che quelle sue forme tonde e piene a stento trattenute da quei due minuscoli capi di biancheria mi fecero un certo effetto.
Fiuuu! – fischiai – mamma sei uno schianto, una vera strafiga.
Non saranno un po' troppo ridotti per la mia età?
Ma che dici, ti stanno una meraviglia.
Mamma era davvero super e vedermela davanti con quel reggipetto scollato che le copriva a malapena i capezzoli e quelle mutandine striminzite che lasciavano scoperte le sue belle chiappone rotonde e sporgenti mi fece rizzare come d'incanto la mazza.
Per vedere che effetto faceva indossò un paio di scarpe col tacco alto e vi assicuro che l'effetto era davvero buono.
Allora, che ne dici? Ti piace questo completino? Mi sta bene?
Mi sentivo la bocca secca e farfugliai qualcosa.
Lei si mise a ridere.
Che c'è, ti imbarazza vedermi così?
No, ecco, vedi, io... - non sapevo che cazzo dire.
Scoppiò di nuovo a ridere.
Il mio ometto – disse – fai tanto il gradasso, poi vedi tua madre in mutande e parti per la tangente.
Tacqui, limitandomi ad ammirarla.
Notai che le mutandine erano leggermente trasparenti e, attraverso la trama del pizzo nero potei vedere la macchia scura della figa.
Se non me ne andavo subito rischiavo di sporcarmi i calzoni.
In camera mia mi sono messo a leggere, ma non riuscivo a togliermi dalla mente la visione di mamma con quel completino e coi tacchi alti.
Mi abbassai i calzoni: la fava era dura da scoppiare ed i coglioni reclamavano di essere svuotati.
La porta era solo socchiusa ma la lasciai così; il ricordo di quando mamma mi aveva visto sborrare mi eccitava da morire e sperai che succedesse di nuovo.
Mi allungai sulla poltroncina ad occhi chiusi e, coi calzoni e le mutande abbassate alle caviglie, inizia a lisciarmi la mazza pensando e ripensando al suo corpo florido e generoso appena coperto da quei due straccetti di pizzo.
Stavo godendo come un maiale quando la sentii entrare in camera mia.
Aprii gli occhi: indossava ancora quei due minuscoli indumenti.
Un'altra volta? - mi disse solamente andando a sedersi sul mio letto a poca distanza da me – è di nuovo colpa mia, vero? Non avrei dovuto farmi vedere semisvestita.
Avevo smesso di segarmi ma non mi ero coperto. Il cazzo, durissimo, svettava verso l'alto tra le mie gambe.
Perché sei entrata in camera mia? - domandai – lo sapevi, vero, che mi stavo segando.
Hai lasciato la porta socchiusa – mi disse – si, lo sapevo che ti stavi segando. Ho visto come mi guardavi poca fa mentre provavo la biancheria.
E allora, perché sei entrata?
Non lo so neppure io.
Feci per ricoprirmi, ma lei mi bloccò.
No, me ne vado. Scusa per l'intrusione, ho violato la tua intimità.
Poi, prima di uscire dalla stanza, mi rivolse ancora una domanda.
E' davvero per me che ti stai segando? Per il mio corpo?
Si, mamma, è per te.
Non mi trovi vecchia e cadente?
Mamma sei bellissima. Con quella roba addosso mi hai fatto venire una voglia da impazzire.
Sei caro a dirmi queste cose. Segati tranquillo, allora, mamma non ti disturba.
Guarda che non mi disturbi affatto. Ti confesso che l'altro giorno, quando sei entrata all'improvviso in camera mia e mi hai beccato proprio mentre stavo sborrando, per me è stato bellissimo. Mi è piaciuto un sacco farmi vedere da te mentre lanciavo i miei schizzi.
Fece per andarsene definitivamente, poi si bloccò.
Vuoi che mamma resti? Ti piacerebbe che mamma ti guardasse di nuovo?
Dici davvero?
Si, piccolo, se vuoi mamma resta e ti guarda mentre te lo seghi e lanci dappertutto i tuoi schizzi.
Allora resta, mamma, e guardami.
Seduta sul mio letto si predispose allo spettacolo, neanche fosse stata al cinema.
Segatelo per bene e fammi vedere una bella sborrata, come l'altro giorno.
Per stare più comodo mi ero sfilato del tutto calzoni e mutande. Per farlo mi ero dovuto alzare dalle sedia e, già che ero in piedi, mi piazzai davanti a lei con la mazza dritta.
Confesso che ebbi un attimo di imbarazzo, ma lo superai subito ed iniziai a far scorrere velocemente la fava.
Che bel pisellone ha il mio bambino – mi sentii dire – è fortunata Anna. Raccontami di lei.
Cosa vuoi sapere? - domandai e, senza quasi accorgermene feci un passo in avanti col bacino proteso verso di lei avvicinandomi pericolosamente con la testa del cazzo al suo viso.
Dimmi cosa fate.
Quello che fate tu e papà, immagino.
Ti lecca?
Si.
E tu la lecchi?
Si.
Dove la lecchi?
Dappertutto. Le lecco le tette, la figa, il culo, i piedi.
Beata lei – fece mia madre.
La testa del mio cazzo era ormai a pochi centimetri dal suo viso. Vidi che le sue mutandine avevano una larga chiazza umida.
Mamma, sei bagnata – le dissi.
Questi discorsi mi hanno eccitata.
Mamma. Io sto per sborrare.
Sborra, piccolo, sborra, fai vedere a mamma come sborri. Falle vedere come schizzi.
Mentre mi davo gli ultimi colpi mi ero ancora avvicinato e la cappella stava adesso sfiorando il suo viso.
Vidi che si era infilata due dita sotto l'elastico delle mutandine e si stava toccando.
Alle mie narici dilatate giunse il profumo della sua figa.
Mamma, sto sentendo l'odore sella tua figa. Ce l'hai tanto bagnata?
E' fradicia. Ti piace il suo profumo?
Da morire. Mamma, guarda come sta colando il mio cazzo, guardalo, avvicinati.
Lo vedo, caro, lo vedo, sta perdendo la bava.
Adesso aveva tutta la mano nelle mutandine e se la stava sbattendo a più non posso.
Non ne potevo più, dovevo liberarmi.
Io sborro, mamma, sborro. Guardami mentre sborro.
Godemmo insieme. La sentii mugolare come un cagna ed iniziai a lanciare nell'aria una serie interminabili di spruzzi.
Eccola, mamma, eccola, eccola la sborra. Guarda quanta, mioddio, quanta ne sto facendo. Ahhh, ahhh, guarda come butta il mio cazzo, mamma, guarda.
Alcuni schizzi la raggiunsero sporcandole il viso. Pensai si sarebbe ritratta e invece si lasciò sporcare dalle mie bordate.
Potevo udire il rumore che faceva la sua mano mentre si sbatteva la passera fradicia di umori.
Mi stai sporcando tutta, brutto porcellino, mi stai sporcando il viso con la tua sborra. Stai sborrando addosso alla tua mamma, maialino.
L'avevo irrorata per bene, e quando ebbi terminato di scaricarmi le palle l'avevo sporcata tutta.
Quando ci fummo entrambi ripresi ci fu un attimo di imbarazzo. Io col cazzo ancora gocciolante, lei a cosce spalancate e con la figa dilatata, il viso tutto sporco.
Tirò un lungo sospiro prima di parlare.
Cosa abbiamo fatto? Mioddio cosa abbiamo fatto? Che vergogna! Mi sono tirata un ditale davanti a mio figlio e gli ho permesso di sborrarmi in faccia. Se lo sa tuo padre ci ammazza.
Basta non dirglielo.
Certo, hai ragione. Tra l'altro, che sborrata, figlio mio. Non ho mai visto una roba del genere.
Poi scoppiò a ridere e la tensione calò.
Andiamo a ripulirci, vieni.
Mentre mi lavavo il pisello al lavandino lei si sciacquò il viso, poi sedette sul bidet e si sciacquò la figa.
Guardandola mi tornò l'uccello duro. Lei se ne accorse.
Ce l'hai di nuovo duro – disse.
Non è colpa mia, mamma.
Lo so, caro, lo so. Vuoi che mamma te lo seghi lei?
Me lo faresti?
Solo oggi, però. Mamma te lo sega una volta e poi non se ne parla mai più. Va bene?
Ok.
Mi si fece vicino e, agguantata la fava, mi tirò la più bella sega della mia vita.
Mentre faceva scorrere la pelle del cazzo mi massaggiò le palle, mi titillò i capezzoli e mi permise anche di toccarla. Mi lasciò infilare le mani nella scollatura e sotto la gonna per carezzarle le cosce, palparle il culo e toccarle la figa.
Sentii che si bagnava sempre di più e quando iniziai a giocare col suo bottoncino la sentii godere.
Venimmo insieme, lei dimenandosi come una cagna in calore, io sborrando di nuovo come un cavallo.
Da allora, purtroppo, la cosa non si è mai più ripetuta.
発行者 ernerchia
5年前
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