La mia mamma e il figlio del fattore

Quando ero ragazzo eravamo soliti trascorrere le vacanze estive in campagna, nella villa dei miei nonni materni, una grande casa con tantissime stanze contornata da un vasto parco alberato dove, nei pomeriggi più caldi, mi sdraiavo all'ombra di una vecchia quercia a leggere i libri che mi ero portato dalla città.
Mio padre continuava a stare in città, era un noto l'avvocato penalista, e ci raggiungeva nei week end; durante la settimana la mamma si divertiva a cucinare, curava l'orto della nonna e, di tanto in tanto, vedeva le sue amiche d'******** o veniva con me a fare delle lunghe passeggiate per la campagna assolata.
Per mandare avanti quella grande casa c'era una coppia di anziani domestici che erano li da sempre ed avevano visto nascere mia madre e le sue sorelle.
Un'estate - mi pare fosse quella dei miei diciannove anni - il nonno assunse un bracciante con l'incarico di sistemare il parco che, a furia di lasciarlo andare, si stava troppo inselvatichendo.
Era un giovanotto di nome Berto poco più grande di me, figlio di un fattore che curava le terre dei nonni. Alto, robusto, sempre sorridente e col volto e le braccia abbronzate dal sole, si diceva che facesse strage di contadine e di villeggianti, giovani e meno giovani, in paese e nei dintorni.
Mi accorsi subito che a mamma questo Berto stava parecchio simpatico, ma tutto subito non diedi alcun peso alla cosa.
Fino a che un pomeriggio, mentre me ne stavo sotto la mia quercia in compagnia di un buon libro, non la vidi sgattaiolare da una porta finestra della villa e dirigersi, con fare circospetto, verso un casotto di legno poco distante dove si tenevano gli attrezzi.
Incuriosito smisi di leggere, e quando, dopo pochi minuti, vidi che anche Berto si stava dirigendo verso la casetta mi insospettii e decisi di seguirlo cautamente, cercando di non farmi notare.
Non appena il ragazzo si fu richiuso la porta alle spalle mi avvicinai all'unica finestrella, e sperando che non si accorgessero della mia presenza, cercai di sbirciare all'interno.
Dentro la casetta c'era buio e mi ci volle qualche secondo perché i miei occhi si abituassero a quella oscurità; ma quando finalmente riuscii a mettere a fuoco la vista, rimasi letteralmente basito da ciò che andava presentandosi al mio sguardo.
Mamma e Berto, in piedi contro una delle pareti di legno, erano avvinghiati l'uno all'altra e si stavano baciando appassionatamente sulla bocca.
A mano a mano che i miei occhi andavano abituandosi all'oscurità potevo distinguere sempre meglio i particolari della scena e potei così notare come il viso di mamma fosse arrossato dal desiderio; e ricordo, come se l'avessi ancora davanti agli occhi, la sua espressione lasciva mentre le grosse mani di lui correvano avidamente sul suo corpo, coperto solo da un sottile abitino di cotone chiaro che aderiva alle sua forme tonde e piene.
Il meglio, però, doveva ancora arrivare; dopo averla baciata a lungo vidi che Berto si staccò improvvisamente da lei e, afferratala per le spalle, la fece ruotare di 180 gradi e la rovesciò senza tanti complimenti su un tavolaccio ingombro di arnesi dove le sollevò il vestito e, con un rapido gesto, le abbassò le mutandine facendogliele scivolare fino alle caviglie.
In quel momento pensai che stesse per stuprarla, ma l'espressione di desiderio dipinta sul volto della mamma non lasciava dubbi sul fatto che lei fosse consenziente; era la prima volta in vita mia che vedevo una tale espressione da maiala dipinta sul volto di una donna, ed il fatto che quello fosse il volto di mia madre mi turbò non poco.
Aiutandosi coi piedi Berto le fece divaricare le cosce e, piazzatosi, dietro di lei, si sbottonò la patta dei calzoni, dalla quale estrasse il membro rigido, un affare enorme, spesso, lungo e nodoso.
Ricordo che glielo appoggiò per qualche secondo contro le chiappe nude, poi si sputò su una mano e, fatto scorrere il prepuzio, si massaggiò la cappella violacea con la mano insalivata.
- Adesso te lo metto - lo udii sussurrare a mia madre mentre, afferratala per i fianchi, la tirava contro di se.
La infilzò brutalmente con un violento colpo di reni affondando dentro di lei fino all'elsa e mi pare di avere ancora nelle orecchie il grido rauco che lanciò mamma quando lui, da dietro, le sbatté in pancia tutto d'un fiato quel popò di cazzo, duro come il ferro: non era certo un grido di dolore, e se mai avessi ancora avuto qualche dubbio sulla natura di quel verso soffocato, le parole di incitamento che udii provenire dalla sua bocca mentre si offriva con tutta se stessa ai colpi di quel giovanotto, sempre più violenti e sempre più a fondo, me lo fecero passare del tutto.
- Scopami, Berto, scopami tutta, sbattimi più che puoi; ti voglio sentire affondare dentro di me, voglio sentire il tuo cazzo dentro di me, lo voglio, lo voglio, lo voglio!
Pareva un'assatanata ed il suo bel viso, con i lineamenti alterati dal piacere, mi parve quello di un'estranea, non quello di mia madre.
Era evidente che Berto, con il suo fisico atletico, con quel suo enorme cazzo duro da scoppiare e con la forza gagliarda dei vent'anni la stava facendo godere come una vera maiala, ed in quel momento non potei fare a meno di pensare a mio padre, alla sua pancetta, alla sua calvizie, al suo fisico sfigato. Dopo quasi venticinque anni di matrimonio, mamma con lui non godeva di certo a quella maniera ed il mio vecchio, che in quel momento si stava facendo il culo in ufficio o in tribunale per poterci mantenere nell'agiatezza, mi fece un po' pena.
Quando la fece venire, dopo averla sbattuta a lungo con una foga ed una violenza inaudite, Berto fu costretto a tapparle la bocca con una mano per impedirle di urlare e far così sapere a tutta la famiglia, domestici inclusi, quanto l'aveva fatta godere con quel cazzo enorme piantato tra le sue cosce divaricate; e quando, dopo essersi sfilato dalla sua pancia, la fece inginocchiare a terra e le scaricò sul viso una quantità impressionante di sborra, mi lasciai andare anch'io ad una lunga goduta dentro i calzoni.
Mamma e Berto andavano a scopare quasi tutti i pomeriggi nel casotto di legno ed io non mi persi neppure uno dei loro incontri clandestini.
Il più delle volte dovevano accontentarsi di una sveltina tutti vestiti, tipo quella cui avevo assistito il primo giorno, ma quando potevano disporre di un po' più di tempo si spogliavano nudi e, buttata a terra su una vecchia coperta, si baciavano e si leccavano dappertutto prima di scopare.
Lui le leccava le tette, il culo, la figa, i piedi; lei gli leccava il cazzo, i coglioni, il buco del culo; si vedeva con tutta evidenza che quel cazzone enorme e sempre diritto la faceva letteralmente impazzire, e se lo faceva mettere dappertutto, in bocca, in pancia, nel culo.
In piedi, sdraiata, in ginocchio, accoglieva quella mazza formidabile implorando Berto di farla godere, e lui, devo dire, era sempre in grado di soddisfarla.
Sia che lo prendesse in pancia, sia che lo pendesse nel culo, mamma si faceva delle lunghissime godute con quel gran figlio di puttana; e lui, dal canto suo, non restava di certo indietro.
Forse avevano paura che lei rimanesse incinta, perché quando scopavano lui si sfilava sempre prima di venire e le scaricava addosso, preferibilmente sulle tette e sul viso, torrenti di sborra.
Il più delle volte godevo anch'io con loro facendomi delle belle sborrate mentre quel pezzo di stallone la innaffiava tutta o quando, affondato tra le sue chiappone sode, annunciava che stava per inondarle gli sfinteri.
Quel bastardo se la inculava come un califfo la mia mamma; inginocchiata a terra lei gli offriva il culo e lui affondava tra le sue belle chiappone bianche e lisce facendosi delle lunghissime cavalcate che li lasciavano entrambe stremati.
Quando le montava in groppa se la inculava con una tale violenza che io temevo ogni volta che l'avrebbe quasi ****sa; e invece quando avevano terminato lei gli si strofinava contro come una gattina incitandolo a prenderla di nuovo nel culo con quella stessa carica di violenza.
Un pomeriggio sentii che mamma ed il nonno, rinchiusi in biblioteca, stavano avendo un violento alterco, e quella stessa sera vidi Berto lasciare la villa con un sacco sulle spalle.
Il nonno aveva evidentemente scoperto la tresca ed aveva cacciato il giovanotto.
Da quel momento mamma divenne taciturna e per diversi giorni si rifiutò di accompagnarmi nelle mie passeggiate per i campi; sedeva per ore in giardino su una vecchia sdraio a fissare il vuoto e cominciai a preoccuparmi per lei.
Un giorno accettò finalmente il mio invito e ci incamminammo, nel caldo torrido del primo pomeriggio, in direzione di un piccolo stagno dove ci si poteva tuffare senza pericolo in cerca di un poco di refrigerio.
- Fortuna che non c'è nessuno – disse mia madre quando raggiungemmo la sponda dello stagno – perché non ho portato il costume da bagno.
E prima che io potessi dire qualcosa si sfilò l'abito di cotone rimanendo in mutandine e reggiseno e si tuffò nell'acqua fresca, dove la raggiunsi immediatamente.
Dopo una lunga nuotata nell'acqua fresca e limpida dello stagno risalimmo sulla sponda e andammo a sdraiarci al sole, fianco a fianco.
Sfinito dal caldo e dalla nuotata mi appisolai per qualche minuto e quando riaprii gli occhi mi accorsi che mamma non c'era. Il suo abitino però era ancora lì, buttato sull'erba, per cui pensai che fosse poco lontano.
Nel silenzio di quel luogo deserto, rotto solo dallo stormire delle fronde degli alberi, mi parve di udire dei bisbigli. Tendendo bene le orecchie mi accorsi che provenivano dal folto di un boschetto di castagni e, incuriosito, mi avviai in quella direzione.
Nascosti dietro un cespuglio mamma e Berto stavano confabulando sottovoce e, dato che rimasi ad una certa distanza da loro per non farmi scorgere, riuscii a percepire solo alcune parole della loro fitta conversazione.
Anche se non avevo capito cosa si erano detti ero sicuro che stessero tramando qualcosa, e da quel momento non persi di vista la mamma per un solo attimo.
E feci bene perché quella stessa notte, mentre tutta la casa era immersa nel sonno, la vidi sgattaiolare al buio e dirigersi verso il solito capanno degli attrezzi dove ad attenderla, come scoprii dopo averla silenziosamente seguita, c'erano Berto ed altri due sconosciuti, due giovani alti e prestanti che dopo le presentazioni - evidentemente anche lei non li aveva mai visti prima di allora – le sfilarono la camicia da notte e, lasciatala completamente nuda, iniziarono a spogliarsi anche loro, cosa che Berto aveva già iniziato a fare.
Cosa successe in quel casotto nelle due ore successive mi è perfino difficile raccontarlo.
Roso dalla gelosia stetti per tutto il tempo incollato alla finestrella a sbirciare all'interno, dove quegli incoscienti avevano acceso una piccola lampada a gas, e potei scoprire che non solo mamma tradiva mio padre, ma che era una grandissima troia assatanata di giovani cazzi.
Sarebbe più facile dire che cosa quei tre instancabili stalloni non le fecero, anziché raccontare che cosa le fecero.
Scambiandosi di tanto in tanto di posizione glielo misero dappertutto pompandole senza tregua la bocca, il culo e la figa. La leccarono e si fecero leccare in ogni anfratto, le pisciarono addosso e la riempirono di sborra.
Ad un certo punto uno la picchiò anche e se non fossero intervenuti gli altri due credo che l'avrebbe massacrata di botte, e la cosa incredibile fu che lei si lasciasse picchiare senza lamentarsi.
Quando finalmente quei tre energumeni se ne andarono mamma non riusciva quasi a camminare e dovette trascinarsi fino a casa. Il giorno dopo non si alzò dal letto e quando finalmente scese per la cena pareva un fantasma, tanto che i nonni si preoccuparono per lei e volevano chiamare il medico.
Sto benissimo, disse invece lei, non sono mai stata così bene.
Nelle due notti seguenti non successe nulla, ma la terza notte ci fu il solito incontro nel casotto degli attrezzi con i tre stalloni che se la fecero nuovamente in tutte le maniere.
Com'era bella la mia mamma, tutta nuda e assatanata, mentre implorava quei tre bastardi di farla godere, di metterglielo dappertutto, di scaricarle addosso la loro sborra. Che faccia da maiala aveva quando si inginocchiava a terra e si apprestava a farsi pisciare addosso da quelle tre formidabili canne. Come avrei voluto essere al posto di uno di quei tre quando, messa alla pecorina, offriva loro il suo bel culo per farselo sfondare.
Questa storia andò avanti per tutta l'estate e quando finalmente tornammo in città scoprii che anche lì mamma aveva i suoi giri segreti, questa volta con delle amiche, delle troie come lei, che oltre a farsi sbattere da qualche giovanotto, si facevano anche tra di loro.
Stanche dei loro mariti, quelle vacche organizzavano delle vere orgie pomeridiane mettendo a turno a disposizione la propria casa. I mariti erano in ufficio a farsi il culo e loro se la spassavano.
Quando venivano a casa nostra io fingevo di uscire e, ben nascosto, non mi perdevo una sola scena di quelle performance.
Se la toccavano e se la leccavano le maiale, e poi se lo facevano mettere dappertutto dai giovanotti di turno, i quali non si facevano certo pregare e si facevano delle colossali chiavate e delle fantastiche inculate.
発行者 ernerchia
5年前
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